Sempre connessi: i social ci hanno resi più liberi? Di Aurora P.

Quante ore al giorno passiamo sui social network? Può essere una domanda provocatoria, ma non è più così: siamo costantemente connessi e per molti di noi si può parlare di effettiva dipendenza. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce “dipendenza patologica” quella condizione psichica, e talvolta anche fisica, causata dall’interazione tra una persona e una sostanza tossica o al gioco d’azzardo. Prendendo in esame quest’ultimo, riconosciuto come tra “i disturbi delle abitudini e degli impulsi”, in seguito a particolari denunce di esperti psicologi e antropologi, è stato fatto notare lo stretto legame tra social network e slot machine, un meccanismo psicologico che porterebbe a radicare questi prodotti nelle nostre vite, così da non poterne fare più a meno.
Che i social siano ormai progettati con lo stesso meccanismo che utilizzano le slot machine l’ha fatto notare Tristan Harris, l’ex designer di Google: a spingerci a controllare in continuazione le notifiche non è solo il nostro bisogno di socializzare e connetterci con altre persone, ma soprattutto, la imprevedibilità e casualità delle ricompense che riceviamo all’interno delle piattaforme social, sotto forma di like, notifiche e tutto quello che è in grado di stimolare la produzione di dopamina, dal momento che anche solo l’anticipazione di una di queste ricompense può essere psicologicamente o fisiologicamente piacevole. È ciò che gli psicologi chiamano “programma di rinforzo variabile” ed è una delle principali ragioni per cui gli utenti di social network controllano in continuazione il loro smartphone.
Si tratta quindi di una vera e propria incentivazione al coinvolgimento e la responsabilità dell’abuso dei social network è dei loro designer e produttori.
Spostando il nostro sguardo sugli ambiti più importanti toccati dall’uso e abuso dei social possiamo concentrarci su un ulteriore punto oscuro: la manipolazione. I social consentono di interagire e condividere opinioni con tutto il mondo e tramite gli algoritmi che li costituiscono e i dati che maggiormente condividiamo, sono in grado di realizzare una nostra profilatura digitale, incrementando quel fenomeno definito di “personalizzazione” dell’informazione, ciò sta influenzando le nostre decisioni e i nostri comportamenti, senza che noi ce ne accorgiamo davvero.
Alexander Stewart del dipartimento di biochimica e biologia dell’Università di Houston, insieme ai colleghi della Sloan School of Management del MIT e dell’Enviromental Change Institute dell’Università di Oxford, ha descritto come la struttura delle connessioni sociali e il flusso di informazioni all’interno di un gruppo possano essere influenzate dai social network, modificando di conseguenza il comportamento e i processi decisionali collettivi degli individui che costituiscono il gruppo stesso.

L’esperimento si è concentrato sull’esercizio del voto e dalle evidenze ottenute appare evidente che, per la manipolazione dell’informazione, l’elemento determinante non sia stato come gli elettori fossero concentrati all’interno di un gruppo ma come le connessioni sociali fossero distribuite tra di loro. Le implicazioni dello studio di Stewart e colleghi sono molteplici: prima fra tutte il fatto di aver svelato i meccanismi sottili e inconsapevoli sottostanti i processi di decision-making collettivo, ma soprattutto di aver portato all’attenzione della comunità il rischio di probabili manipolazioni digitali da parte dei social network che più di altri (giornali o palinsesti televisivi) sono in grado di alterare le connessioni sociali tra gli individui e i flussi di informazione tramite sistemi di feedback tra algoritmi e persone.
Gli algoritmi infatti realizzano delle previsioni e suggeriscono delle connessioni con commenti, persone o opinioni anche estremiste, le persone che li utilizzano rispondono a queste dando origine ad un circolo vizioso che andrebbe ad alterare il modo in cui queste ultime ricevono le informazioni, modificandone la prospettiva sugli eventi e le opinioni. Attualmente i social network non sono soggetti a specifici requisiti di trasparenza o ad una chiara supervisione legislativa. C’è da riflettere.