Stati Uniti dalle contraddizioni

«Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America, e alla Repubblica che essa rappresenta: una Nazione al cospetto di Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti.»

Questo il testo del “Pledge of Allegiance”, giuramento attraverso il quale il cittadino americano professa la sua fedeltà alle istituzioni federali al Paese. Presente fin dalla fine del ‘900 come “rituale” mattutino all’interno delle scuole, crebbe in popolarità durante la Seconda Guerra Mondiale, popolarità che mantiene tutt’ora anche al di fuori del mondo scolastico. Il presidente D. Eisenhower interpretò il testo del giuramento nel seguente modo: una nazione indivisibile, così per grazia di Dio, dal quale il popolo trae forza morale, in cui libertà significa la possibilità di ricercare il benessere e la felicita, e in cui giustizia significa imparziale applicazione del diritto. Inutile dire che questa interpretazione risente enormemente delle contraddizioni interne alla cultura e alla retorica dello stato americano. Partiamo dall’Inizio:

“Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America…”: la bandiera nazionale è il simbolo materiale che rappresenta una comunità e la sua unità, rappresenta cioè una realtà sociale e fraterna. E’ lo stato di cose vigenti in America assimilabile al concetto di comunità, ossia esistono vincoli di fraterna solidarietà fra i cittadini ed immedesimazione del prossimo, visto come fine e non esclusivamente come mezzo? Assolutamente no. La società americana è composta da atomi impegnati in una eterna guerra di tutti contro tutti. Non esiste solidarietà, l’altro è un nemico, un avversario. L’obbiettivo di ogni individuo è di trionfare nello scontro, contro e a discapito di ogni altro concorrente. Gli americani giurano fedeltà ad un qualcosa che non esiste e della quale impediscono con tutta forza la nascita, ossia di una comunità nazionale americana.

“…e alla Repubblica che essa rappresenta…”: il termine repubblica deriva, come è ben noto, dalla locuzione latina Res Publica, che indicava lo stato. Letteralmente è traducibile come “cosa di tutti”, ergo logicamente un qualcosa, in questo caso l’istituzione politica, sulla quale ogni cittadino esercita una pari forza. Per esercitare una pari forza politica se ne consegue che ogni cittadino deve disporre di una pari forza economica. Non vi è eguaglianza finché esistono persone costrette a vendersi e persone disposte a comprarne altre, poiché i rapporti di forza che vanno a crearsi pregiudicano la libertà e l’indipendenza dei sottoposti, oltre che fornire ai possidenti risorse ingenti con le quali infiltrare le istituzioni. Viene spontaneo chiedersi a quale repubblica giurino fedeltà gli americani, visto che l’attuale assetto socio-politico statunitense si regge sul privilegio e sulla potestà economica di una ristrettissima cerchia di ultra-miliardari attorniati da una leggermente più vasta schiera di milionari, i quali assoggettano ai propri interessi interi apparati ed agenzie dello stato. Parlando dell’Unione si potrebbe senza paura di esagerare parlare di uno stato totalmente privatizzato, solo nominalmente diverso da una s.p.a.

“…una Nazione al cospetto di Dio…”: nonostante i secoli passati ed il”melting pot”, la società americana rimane, tutt’ora, profondamente sottoposta ai dogmi e alla forma mentis del fondamentalismo cristiano dei primi coloni. Il loro Dio non è quello del nostro Illuminismo, non è un Dio-ragione, non è nemmeno un Dio-Cosmo panteista, non è un qualcosa di relativo, sorgente di una morale che è a discrezione dell’individuo, e nemmeno un Dio pieno d’amore e di comprensione, ma è un Dio terribile, dogmatico, che punisce i poveri e premia i “meritevoli” ricchi. Da esso non c’è scampo, predomina, anche velatamente, in ogni aspetto della società, dalle scuole dove tutt’ora sono insegnate le leggende creazioniste alle Università dove qualsiasi forma di dibattito che non sia tollerabile dai vari puritanesimi ora esistenti è bandita, dalla contestazione del sistema liberista alle, giustissime, critiche ai vari folli corsi su pretesi “studi di genere”.

“…indivisibile…”: questa parola suona particolarmente amara oggi giorno , con un terzo degli americani classificabili come indigenti, con più di 600.000 persone prive di fissa dimora, un sistema sanitario che induce al suicidio i malati, i quali non hanno spesso il coraggio di caricare sulla famiglia le esorbitanti spese, conflitti razziali ancora in corso e che si protraggono da secoli, consumi altissimi di psicofarmaci e diffusa violenza da parte delle forze dell’ordine il tutto convivente col 41% delle persone più ricche del pianete, con alcune delle più grandi aziende al mondo. La verità è che gli USdA furono divisi dai primissimi momenti, spente le illusioni popolari della guerra d’indipendenza, in classi assolutamente contrapposte e senza possibilità di intesa o confronto: sfruttati, di ogni colore, e sfruttatori, di ogni colore.

“…con libertà…”: come può esistere la libertà all’interno della guerra eterna? Come può l’uomo autodeterminarsi se in perenne conflitto, obbligato ad essere padrone o servo? Cosa è la libertà per il povero, il senzatetto, il ragazzo analfabeta del ghetto, il tossicodipendente, l’indiano alcolista delle riserve, il salariato se non una crudele presa in giro? La “terra dei liberi” è abitata da schiavi.

“…e giustizia per tutti.”: bambini uccisi dalla polizia perché scambiati per pericolosi armati, famiglie sfrattate e buttate per strada, diabetici lasciati a morire senza che il Dio protettore dell’Unione suggerisca qualche provvedimento a riguardo, prigioni più utili per nuove Soluzioni Finali che a scopo riabilitativo, imperialismo spudorato, sfruttamento e deportazione della mano d’opera immigrata: solo un folle potrebbe vedere in un sistema che permette ciò la giustizia. la loro giustificazione morale è semplice: che vinca il migliore. Quella legale da questa discende. Ma questa non è giustizia, e, anzi, questa non potrà mai esserci finché esisteranno l’oppressione, il privilegio, la prepotenza e lo sfruttamento.

Joseph Weydemeyer, comunista, soldato dell’Unione, fondatore del “Die Revolution” e della Lega dei Lavoratori Americani

Esaminato il testo del “Pledge of Allegiance” è doveroso ora porre sotto accusa tutto il pensiero “patriottico” statunitense, che porta l’americano medio, ingordo di fast food, birra e armi, ad innalzare una bandiera da lui in realtà non compresa ed osteggiata nel suo giardino e, al contempo, a rispondere al molesto questuante, magari pure reso disabile da qualche guerra padronale, un sonoro “Trovati un lavoro!”. Gli Stati Uniti non hanno patrioti, ne hanno avuti pochi, pochissimi,morti illusi di farlo per un avvenire di giustizia nella rivoluzione o protestando davanti a fabbriche e miniere. Ma non ha senso colpevolizzare: il grasso americano, col suo giardino, la sua birra e le sue armi è una vittima, tanto quanto il proletario africano, asiatico o europeo. Per lui la situazione è drammatica, mancandogli il bagaglio culturale che permette a noi, forti di secoli di lotte e di speculazione filosofica, di analizzare il sistema capitalista e di ribellarci a questo. Occorre agire sui pochi, pochissimi americani non sottomessi, e favorire la comprensioni delle basi della Democrazia, della Giustizia e della Libertà. Per far questo occorre, fra molte altre cose, fare in modo che la bandiera nazionale non stia più nelle mani della polizia, del “deep state”, di qualche brufoloso “libertarian”, ma in quelle dei lavoratori affiancata dalla bandiera rossa. Il potenziale rivoluzionario che risiede nell’idea della comunità è enorme, e i continui attacchi a questa e ai suoi simboli ne sono prova.