Storia “accelerata” di un declino (forse) verso la fine: di Filippo Dellepiane

Perché accelerata? Anzitutto perché parliamo di un lasso di tempo relativamente piccolo, gli ultimi 30 anni per capirci, quindi non ci si può dilungare troppo a lungo su una fase storica che, se si considera che per convenzione una generazione è fatta di 25 anni, non è né storicizzata ma ancora in divenire.

Ma è il secondo motivo quello cardine: il fatto che la società, ormai ridottasi a non-società, ha preso un’accelerata spaventosa negli ultimi 20 30 anni. Non tanto sul piano economico, dove anzi iniziano a palesarsi le contraddizioni che approfondirò dopo, ma soprattutto nell’adesione delle Masse ormai disilluse e rassegnate ad una vita di stenti e di precarietà. Il capitalismo è riuscito a rinnovarsi e a superare la prova del novecento molto meglio della sua controparte del socialismo reale.

Certo, parliamo di due sistemi differenti. Certo, il socialismo (come dottrina filosofico-politica) è stata teorizzata da molto meno tempo, soprattutto con precisione e analisi.
Tuttavia abbiamo perso, chiunque si definisca anticapitalista o socialista (la cosa ovviamente NON esclude l’altra, anzi dovrebbero andare di pari passo) è oggi qui a leccarsi le ferite, rimembrando anni e personaggi che non torneranno più: chi si nasconde dietro la dottrina, soprattutto a livello giovanile, chi (per farsi accettare e superare “la botta”) ha rinnegato, e quest’ultimi non dobbiamo esimerci dal chiamarli “infami” e “traditoti”, chi invece di riffa e di raffa cerca di stare in piedi: si appoggia agli ultimi rimasugli di una società allo sfascio che, come è classico nella storia, ne prepara (però) ad un’altra.

E così, fra gli irriducibili della politica, a detta loro spira un’aria che non vi era neanche nei “gloriosi anni 70″(li chiama così qualsiasi giovane oggi ancora militante a tempo pieno che rimpiange le grandi battaglie passate, dimenticando però come quegli anni, definibili forse di guerra civile?, fossero anche terribili). Effettivamente, mettiamola sul livello pratico, il capitalismo ha preso delle belle cantonate: il 2008 e il 2020? Io direi di aggiungere già questa data. Chi ha lungimiranza politica comprende che lo sconquasso sta per arrivare, è prossimo. E allora ci si prepara, come ci si prepara in una guerra. Pronti, come direbbe Von Clausewitz, a cambiare il piano all’ultimo, una volta scesi in battaglia.


Tornando alle cantonate prese da questo sistema ci aggiungerei anche l’euro e l’unione Europea. Mi immagino sempre che, nella testa di questi signori, si aggirasse l’idea che sarebbe davvero stato un cambio epocale, irreversibile come dirà poi qualcuno ben conosciuto dagli italiani. Invece ne è uscita una struttura traballante, uno schifo. Uno schifo liberista, il peggio del peggio. Sono pure riusciti a lavorare male, forse grazie alla resistenza della politica militante? No, non credo. Non voglio sputare in faccia a nessun militante politico, tuttavia non siamo stati noi gli argini. Cosa ha evitato il disastro, ed è davvero difficile vedere la luce in questo pantano (come direbbe Lenin), sono forse le contraddizioni interne fra stati; un’entità ancora troppo forte. Qualcuno, ho sempre più questa idea, ha sbagliato i calcoli, i tempi. Troppo presto, hanno voluto accelerare troppo presto. Bastava qualche anno in più, una decina magari? Chi lo sa, è solo chiaro che l’Ue, in cui l’Italia non è neanche più il vecchio “giardino dell’impero”, è come direbbe Braudel di Costantinopoli
“un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere”.
Nessuna frase è così attuale come questa.

Ma ai corpi gli si può dare una scossa, come alla storia che alle volte ha bisogno di una spinta. La spinta deve arrivare, questa volta però, dalla militanza politica. Recuperiamo l’esperienza passata, affiniamola come se affilassimo una spada, e gettiamoci all’attacco. Altrimenti la scossa non arriverà. Qua si vince o si perde. E un 2 a 0 certo non possiamo permettercelo, non si va né avanti né indietro.

Il fronte sta qua e non arretreremo di nuovo, come alcuni più grandi di noi hanno già fatto a cavallo degli anni 80 90.