I crimini dei Benetton

La foto ha fatto il giro del web e di tutti i quotidiani: su una collinetta verdeggiante riposano, dopo un allegro simposio, i capoccia delle “6000 Sardine” e i Benetton accompagnati dal loro fotografo, Oliviero Toscani. Tutti vestiti bene, curati, sorrisi smaglianti indizio di una conversazione piacevole e proficua. Magicamente si rompe l’incanto. Il paesaggio bucolico lascia il posto alle immagini di ponti ed edifici crollati, operai sfruttati, indigeni cacciati e sterminati, urla, polvere e sangue. Si può scegliere di ignorare questo panorama infernale, interpretandolo come l’ennesima “sfida della globalizzazione” e continuando quindi la costruzione di un amichevole rapporto con altri imprenditori-macellai, così come è stato fatto dalle Sardine. Oppure non si può che vedere la continuità di un movimento “spontaneo” espressione delle ZTL e del “ceto medio riflessivo”, liberale e liberista nell’anima e quelli che sono i loro naturali padrini e punti di riferimento politico: coloro i quali uniscono una retorica pseudo-progressista ad una prassi schiavistica ed omicida, il tutto in nome del profitto. Inutile l’imbarazzante comunicato dei leader del movimento dopo l’incontro, giustamente contestagli in modo trasversale: chi ritiene determinati modelli di sviluppu (parlare di capitalismo spaventa i mercati evidentemente) non si incontra con i fautori di questo, ma anzi li combatte in maniera serrata, fuoriosa se serve. D’altronde non sorprende l’assenza delle Sardine dalla battaglia dei lavoratori partenopei della Whirpoll, o di quella contro il Muos, o la Tav, o ancora la trionfale accoglienza tributata al vessillo dell’Unione Europea nel momento in cui si caccia la Bandiera Rossa. Chi sta con i ricchi è nemico dei poveri. E le azioni delle Sardine sono la prova definitiva della loro scelta di campo.

Non dei semplici imprenditori-macellai, ma forse i peggiori che la storia italiana ricordi, impegnati in orribili crimini su più continenti, incuranti degli effetti della loro produzione, desiderosi solamente di aumentare il profitto, da loro cercato con manie feticistiche che rasentano il patologico. Faremo ora un breve riassunto di quelli che sono i tre peggiori crimini degli ultimi anni, quelli che hanno bucato gli schermi muovendo contro i Benetton una sana dose di rabbia popolare e di indignazione, che speriamo possa al più presto riprendere e portare alla cacciata di questi indegni esseri dal territorio nazionale e la confisca di tutti i loro beni.

La struttura dopo il crollo

E’ il 24 aprile del 2013, siamo a Dacca, in Bangladesh. Nello specifico siamo nel quartiere industriale della città, Savar, dove si accavallano più di 100mila fabbriche. Al Rana Plaza, edificio di otto piani dedito alla produzione tessile, stanno andando avanti i lavori per la costruzione di un ulteriore livello. Nel già sovrafollato quariere è oramai l’unico modo di aumentare la produttività quello di ingrandire verticalemente le costruzioni, senza troppo curarsi della sicurezza delle operazioni. All’interno vi sono più di 3000 persone quando alle 8:45 la struttura crolla, e dalle macerie fumanti si innesca anche un principio di incendio. I soccorsi andranno avanti fino alla metà di maggio, i morti estratti saranno 1129, più di un terzo dei presenti. In questa palazzina diverse erano le compagnie che trovavano la locazione ideale per il loro schaivismo imprenditoriale, retribuendo gli operai la bellezza di 28 dollari al mese, come testimoniò un documento dell’Human Rights Watch, e fra loro i più grandi erano i Benetton. Da subito la segreteria della società smentì ogni legame con i fatti, ma le testimonianze fotografiche e le interviste dei lavoratori superstiti parlano chiaro: i Benetton lì asservivano centinaia e centinaia di lavoratori, non curanti delle norme di sicurezza e della stabilità della struttura, preferendo scendere a apatti coi palazzinari locali piuttosto che vedere una flessione dei propri profitti.

capo marcato Benetton e ordine legato alla stessa azienda rinvenuto fra le macerie

presidio a favore del rilascio di Molnado

Cambiamo continente. Siamo in Sud America, in Patagonia per la precisione, in quella regione all’estremu sud dell’Argentina dove le praterie si alternano a fiordi e foreste pluviali. Qui vive, come in tutta la zona andina, il popolo Mapuche, che sopravvissuto alla furia dei colonizzatori, persecuzioni e liberismo economico, tenta di perpetuare la propria storia e le proprie tradizioni.

Nel 1991 interi ettari del territorio Mapuche vengono venduti alla famiglia Benetton, che, riconvertiti a pascolo, permettono l’allevamento di 260.000 ovini, i quali garantiscono ai macellai trevigiani ben un milione e mezzo di chili di lana annui, e di 16mila bovini destinati alla macellazione. I Mapuche scelgono di lottare per la propria terra. Dal 2005 iniziano occupazioni pacifiche dei territori aquistati dai Benetton. Nel 2014 l’Instituto Nacional de Asuntos Indígenas riconosce le occupazioni come legittime, la battaglia si inasprisce. I Benetton, non potendo sopportare questo attacco al (loro) sacro diritto di proprietà si organizzano con la polizia del regime liberista, e, formate vere e proprie squadre della morte composte da agenti e da guardie al servizio della famiglia, inizia la repressione, che sarà durissima e che porterà alla distruzione di numerosi insediamenti, moltissimi feriti da arma da fuoco, torture, rapimenti e persino omicidi. Fra questi è rimasto famoso il caso di Santiago Maldonado, argentino che venne rapito dalla polizia dopo un blocco stradale, massacrato, torturato e fatto ritrovare solo 78 giorni dopo la sua scomparsa, ucciso e gettato in un fosso, scena che Toscani non ha voluto immortalare in una dei suoi scatti “progressisti” ed “open minded”.

il Ponte Morandi crollato

Passiamo quindi alla strage a noi più vicina. E’ martedì 14 agosto del 2018, e da 19 anni la società Autostrade per l’Italia ha in concessione la gestione del tratto autostradale della A10, la quale, nella sua parte finale, sorvola(va) la Val Polcevera grazie al viadotto omonimo. Ovviamente la manutenzione sarebbe uno degli impegni presi da parte della società nei confronti dello Stato, ma questa costa, e i Benetton, che controllano ASPI tramite il gruppo Atlantia, giammai potrebbero anche solo che pensare a veder diminuire i propri guadagni. E così a discapito di pedaggi sempre più cari si ha un servizio sempre più scadente, intermittente, mortale. Si, mortale, perchè alle 11.36 la sezione centrale del ponte crolla, uccidendo 43 persone, ferendone 11 e costringendone 566 all’evacuazione. Molti di questi vedranno le proprie case abbattute. Da subito, nel loro stile, i Benetton allontanano da loro le responsabilità, ma col procedere dell’indagine sembra sempre più chiara la prevenibilità della tragedia, causata dall’avidità di un gruppo di malati imprenditori e dalla sottomissione di ingegneri e periti corrotti. Ovviamente ad un potere economico corrisponde un potere politico: nessuna revoca delle concessioni per i macellai, i quali tutt’ora continuano a guadagnare dai pedaggi liguri, con automobilisti oramai usi a schiavre crolli improvvisi, frane e chiedere l’estrema unzione prima di mettersi in viaggio.

Nemmeno 10 anni, già col sangue di piùdi mille omicidi sulle mani. E questo senza considerare altre tragedie “minori”, poco conosciute o insabbiate, senza contare le vite spezzate dei parenti delle vittime, di tutti gli sfollati, di chi è stato cacciato dalla propria terra, di chi è costretto a lavorare in condizioni servili per pochi spiccioli al mese completamente privo di tutele. Questi sono i Benetton, questi sono gli interlocutori dei protetti della borghesia liberal italiana, questi sono i nemici del popolo. Circola una foto che ritrae Luciano Benetton, Toscani e alcuni capi-sardina davanti ad un muro. Speriamo di vederli nella stessa posizione presto, anche se magari con ben altra espressione.

“Land of the poor”: la povertà negli Stati Uniti

Il fatto che una grossa fetta della Popolazione degli Stati Uniti sia in stato di povertà può esser ignorato da gran parte del Mondo. Eppure, per chi si “intende” di politica ed economia, non è una novità.
Può sconvolgere qualcuno questo fatto: addirittura 1 Americano su 3 è senza un abitazione.
La verità è che, seppur apparentemente folle, i poveri e soprattutto i senzatetto negli Stati uniti vengono ostracizzati ed ignorati: dai notiziari ai film si vedono relativamente poco i cosiddetti “homeless”. Eppure pensateci un attimo: quante volte avete visto nei film questi senzatetto, che vivono in genere in posti nascosti e poco frequentati, bui e freddi, riscaldarsi col classico barile o cestino in fiamme? Clochard riuniti intorno ad un piccolo fuoco, per sopravvivere. Il fatto sta che, nella maggior parte dei casi, la povertà viene considerata come cosa naturale, inevitabile: può succedere (stesso discorso potrebbe esser applicato con i tossicodipendenti, le prostitute, e in certi casi i ludopatici).
I poveri sono inoltre esclusi, costretti a vivere nei margini della società anche sul piano fisico: ovviamente i senzatetto non sono i benvenuti nella parte borghese della città, non sono i benvenuti perché fanno suscitare ribrezzo ai ricchi, delusione per i turisti; spesso esser coscienti della violenza e della disperazione presente nel mondo provoca una chiusura mentale, che sia volontaria ed inconscia, in modo tale da rifiutare la realtà e quindi le proprie responsabilità in ciò che di negativo accade.
Costretti quindi a vivere nelle periferie o ancora più ai margini, si crea conflitto perfino tra i poveri stessi: penultimo contro ultimo; se io non posso avere un posto di lavoro non lo devi avere neanche tu, se io non posso avere un abitazione non la devi avere neanche tu. Prendendo un semplice esempio: se vengo licenziato perché un migrante accetta un salario più basso del mio, me la dovrei prendere con questo o col padrone? Pensate davvero che al migrante non farebbe piacere un salario più alto? Pensate davvero che accetti un salario più basso proprio per far perdere il posto di lavoro a voi? Oppure accetta perché il padrone se ne apprifitta della situazione economica del disperato?
È così che i padroni, la causa dei mali di entrambi le vittime, godono alla vista della “lotta tra polli”.
È indispensabile che il Popolo prenda coscienza di chi sia il nemico, che riprenda la propria vista e che si renda conto di esser oppresso. È indispensabile comprendere che la storia della società si basa sulla lotta di classe.
La lotta di classe viene quindi messa in secondo piano, mettendo al primo posto in genere la lotta tra cittadino e migrante (sembra di parlare solo dell’Italia, eppure è ciò che avviene in tutto l’occidente, soprattutto negli Usa).

Ci sono poi due “linee di pensiero” presenti nell’occidentale medio: la visione Cristiana, che cerca di aiutare i poveri, offrir loro assistenzialismo, perché tutti in teoria potrebbero finire come loro; e la visione liberista che non si degna neanche di offrir un minimo di aiuto al senzatetto in quanto la sua condizione è causata dal senzatetto stesso, colpa sua ed esclusivamente sua.
Entrambi le visioni sono limitate, e mentre, seppure con dei paraocchi che evitano la visione complessiva della questione mettendo in questione il sistema vigente, la prima testimonia la presenza di “umanità” anche nella classe più o meno più agiata (almeno rispetto al senzatetto), la seconda non mostra alcuna pietà verso la vittima del sistema che ha dato invece ricchezza alla persona che giudica.
Negli Usa prevale la seconda: politici, media, gente comune, e spesso artisti considerano i poveri come reietti, gente che ha scelto di viver senza una casa, gente che non ha seguito “il sogno americano”.
E proprio da reietti vengono considerati anche dalla legge: “reato contro la qualità di vita” la chiamano, e la si può vedere ultimanente anche in Europa e in Italia: hanno suscitato scalpore a molti, infatti, i vari episodi dei sindaci (di tutti i partiti, da destra a “sinistra”) che hanno fatto mettere delle sbarre interne alle panchine sparse per i propri Comuni, o perfino mettere dei pungiglioni sotto i ponti, tutto per intralciare appunto la vita e la dignità già calpestata dei senzatetto (impossibilitati in quelle città a dormire o ad “accamparsi”).
Inoltre, questo sistema che penalizza già di suo i poveri, si spinge addirittura ad aumentare il divario tra le classi premiando per l’appunto i ricchi. Questi vengono premiati proprio perché son ricchi, con riduzioni fiscali, agevolazioni nell’acquisto di nuove abitazioni (più sono costose e più lo Stato ti aiuta); letteralmente una regressività fiscale, l’opposto del razionale modello progressivo.
È noto a tutti, non solo noi socialisti ma anche gli economisti capitalisti (forse ad eccezione di qualche liberista che cerca di bendarsi da solo), che la percentuale del consumo in rapporto al guadagno scende all’aumentare di quest’ultimo: in poche parole uno che guadagna 500 euro al mese li spenderà probabilmente al 100% (perché per vivere servono anche più di 500 euro), mentre uno che guadagna 50000 euro al mese (sì, esistono) ne spenderà un 10% o poco più (la percentuale varia a seconda degli andamenti economici). È dunque una semplice questione di logica, se vogliamo lasciar ai la morale ai socialisti, che le tasse e le imposizioni fiscali abbiano una percentuale maggiore al crescere del reddito. I soldi devono circolare, serve consumare, e il capitalismo, purtroppo per loro, si basa su questo (anche per questo esiste l’assistenzialismo, proposto dagli stessi capitalisti).
Ritornando a noi, quindi, i ricchi vengono premiati, ed oltre ad aver la vasta possibilità economica di acquistare e riacquistare nuove abitazioni, possono aver ulteriori fonti di reddito con innumerevoli affitti.
Proprio questi, gli affitti, sono un altra questione cruciale. Sono innumerevoli i casi di cittadini statunitensi che, per un motivo o per un altro, non hanno (spesso per un breve periodo di tempo) la capacità economica per pagar l’affitto o estinguere eventuali debiti. Saltare una quota mensile basta per finire in tribunale, cacciati da una casa sì presa in affitto, ma con tutti i propri beni dentro e senza avere altro tetto a disposizione. Ed è proprio il tribunale un altro problema, circa il 90% dei “sfrattati” non ha i mezzi economici per permettersi un avvocato e quindi una difesa, alla faccia de “la Legge è uguale per tutti”.
Non stiamo parlando di “scansafatiche” che non vogliono pagare l’affitto. Stiamo parlando di Persone che nella maggior parte dei casi, per l’appunto, non può permettersi una difesa nella corte; stiamo parlando inoltre, perché succede molto spesso, di vari proprietari di abitazioni che decidono di alzare d’un tratto la quota dell’affitto proprio per cacciare l’inquilino, per dar spazio a qualcuno di più abbiente, qualche altra preda succolenta. Succede spesso inoltre che, quando un proprietario viene a conoscenza della perdita del lavoro del proprio inquilino, la quota d’affitto viene alzata in modo tale da levarsi preventivamente di mezzo un eventuale problema futuro (nel caso questo non trovi un lavoro al più presto).
In una società che si basa sulla concorrenza, sull’idea della sopravvivenza, dove chi non uccide viene ucciso, dove tutti son nemici di tutti, è quindi ovvio che non ci possa essere un senso di compassione verso il prossimo. Fin da piccoli viene insegnato ai cittadini americani che chi è ricco va premiato, chi è povero va sì aiutato con qualche spicciolo, per farlo mangiare, ma guai a dargli un lavoro, sarà sicuramente uno scansafatiche che non vuole essere cittadino. È pazzia non trovare similiarità con il lavaggio di cervello che veniva fatto alla gioventù nella Germania nazista, dove veniva insegnato che dar sostegno economico ai disabili era davvero dispendioso per lo Stato, e che i disabili in fin dei conti erano tali per causa loro.
Disabili e senzatetto hanno tuttavia una cosa in comune, entrambi sono finiti in questa disgrazia per pura influenza esterna e non di certo per propria scelta; chi per fatalità fisiche chi per fatalità causate dalla “mano invisibile” che tutt’altro fa che regolare i mercati.

Alla fine, purtroppo, molti cascano nell’inutile autocritica, rassegnandosi al sistema e inziando a pensare che alla fin fine la colpa è la loro se hanno perso lavoro, famiglia, amici, casa, e dignità. Si autoescludono da tutti, e accettano la dura realtà; altri si aggrappano alla fede, sperando che una volta morti la “vita” possa esser migliore di quella terrena (e qui entra in gioco l’influenza che ha la Chiesa, spesso aiutando o spesso lucrando, sui disperati).
Parliamo di un Paese che ospita il 41% dei più ricchi al mondo, insieme ad altri 105.300.000 abitanti che invece soffrono letteralmente la fame.
Altra piccola considerazione sull’inefficacia del sistema è questo dato: il 50% della ricchezza globale è detenuto da sole 26 persone (già, con nessun 0 a seguire), mentre due anni fa era in mano a 43, 4 anni fa ne erano 62. I ricchi secondo i sondaggi infatti sono sempre di meno, i poveri sempre di più; e mentre i primi si arricchiscono a dismisura, i secondi sprofondano senza incontrare mai un fondo, cancellando quindi la vecchia “classe media” (e questo lo si può vedere e sentire spesso anche nei notiziari), proletarizzando quindi tutti.

Ma è un problema dell’amministrazione Trump o del precedente Obama? Dei repubblicani o dei democratici? Insomma, la situazione è così da sempre?

Secondo il Libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America” la povertà iniziò a decollare, negli Stati uniti, a partire dagli anni ’70.
Proprio in questi anni infatti gli Usa hanno avuto un forte cambiamento nell’economia, passando dal settore industriale a quello dei servizi. In questo modo i tassi di disoccupazione hanno raggiunto le stelle depenalizzando i “meno qualificati”.
Sempre secondo il Libro “A differenza del clochard ubriacone, maschio, bianco e vecchio che rispecchiava lo stereotipo non solo letterario dell’ homeless, la popolazione dei senzatetto è oggi formata in grande misura da famiglie e la categoria di homeless in maggior crescita è quella dei bambini”. Il Libro afferma che sono 2 milioni e mezzo i bambini senzatetto minori: 1 ogni 30 bambini americani, in aumento, dal 2007 del 64%.
In verità gli Stati Uniti hanno avuti sali e scendi nella propria economia, ma la vasta povertà e l’eccessiva ricchezza ci sono sempre state.
È da illusi pensare che il governo degli elefanti o degli asini sia la causa di questa povertà dilagante, la verità è che il problema è il sistema capitalista. Proprio il fatto che la povertà (così come le sue conseguenze citate all’inizio: prostituzione, alcolismo, ecc.) sia considerata una cosa “alla norma”, inestirpabile e irrisolvibile, testimonia che questi problemi ci sono da sempre stati. E mentre il blocco orientale si scandalizzò dalle conseguenze del libero mercato dopo la caduta del muro (basti leggere i commenti di vari Tedeschi della DDR che abbiamo citato in un articolo scritto tempo fa), l’occidente ha sempre considerato la prostituzione “il più antico lavoro al mondo” e la povertà una semplice disgrazia incurabile dalla medicina.
Avrete visto tantissime foto scattate durante le varie carestie che ci sono state in Ucraina con l’holodomor (rivelatisi poi scattate durante la prima guerra mondiale, quindi false e fuori contesto), morti di fame, una sorta di “Africa” in Europa. Ma quante foto avete visto di quelle scattate durante la grande depressione?
Del ’29 nero sicuramente ne avrete sentito parlare: crollo della borsa di Wall Street, broker finiti con gli scatoloni nelle vie (portando a casa le cose dall’ufficio avendo perso il lavoro), e il “new deal” di Roosevelt.
Ma dite la verità: mai visto scenari apocalittici dove centinaia e migliaia di americani vivevano in delle abitazioni fatte letteralmente di alluminio e cartone? Parliamo di realtà, nessun film. Gente costretta letteralmente a vendere o donare i propri Figli, per dar a questi ultimi una vita più dignitosa e per avere in cambio almeno un po’ di Pane per far continuare a vivere i Genitori disperati. Stiamo parlando di Stati uniti, l’emblema del capitalismo e della “democrazia, “patria della libertà”; non della “totalitaria” Nord Corea, Unione Sovietica, o Cuba.

La crisi del ’29 è stata probabilmente la crisi economica più disastrosa che ci sia stata a livello globale nell’intera Storia dell’Umanità.
Fino ad allora ci si appellava infatti alla “mano invisibile”, alla cosiddetta “economia classica” o liberismo. Si pensava che i mercati si auto-regolassero, che la domanda e l’offerta potessero efettivamente avere qualche turbolenza temporanea, ma niente di più. Tutto si basava sul fatto che, secondo i liberisti, gli uomini agissero per puro egoismo; questo egoismo avrebbe portato benefici a tutta la comunità, perché, sempre secondo loro, quando uno agisce seguendo i propri interessi e le proprie ambizioni, investendo e producendo, si crea ricchezza che viene poi automaticamente “distribuita” a tutta la Popolazione secondo i propri meriti. Nessuna regola è necessaria.
Ed è proprio allora, dopo centinaia di bolle accadute nella storia (la più famosa e disastrosa è stata quella del Papavero), che il liberismo crollò, almeno apparentemente.
La crisi del ’29 era la prova definitiva che occorreva adottare un nuovo sistema, moltissimi liberisti “ortodossi” proprio in quell’occasione cambiarono idea rendendosi conto che continuare col sistema economico vigente era insostenibile.
Si scelse quindi, nonostante forti opposizioni da parte di vari economisti ed imprenditori di parte, di seguire le teorie di Keynes. Quest’ultimo, economista abbastanza ignoranto almeno fino alla crisi, poi diventato una sorta di “rockstar” ed idolo di molti, aveva già affermato che il sistema capitalistico aveva bisogno di interventi provenienti da un ente esterno affinché si potesse regolare, evitando quindi continue crisi cicliche.
La teoria Keynesiana aveva certamente delle basi condivisibili, ma non si spingeva oltre alla regolamentazione del mercato. Non metteva infatti in dubbio l’efficienza del capitalismo; proponeva anzi metodi per farlo “campare” per più tempo.
A breve termine tuttavia dava effettivamente i suoi frutti. Il new deal non è sicuramente stato un “miracolo” come molti lo dipingono al giorno d’oggi; la disoccupazione rimase e la povertà non c’è neanche il bisogno di dirlo.
Tuttavia queste manovre economiche, che consistevano principalmente in grandi opere pubbliche, fecero risollevare l’economia americana e diede occupazione a molti. Giusto il necessario per “dare una botta” agli ingranaggi inceppati.

Le crisi sono state tante, innumerevoli, e nel sistema capitalista ci sono sempre state. L’ultima grande crisi avvenuta a livello mondiale che c’è stata è quella del 2008, anch’essa partita dagli Usa. Anch’essa provocò migliaia se non milioni di poveri, se consideriamo le conseguenze che essa ha avuto sull’intero globo; e non solo, questa crisi ha portato ad un austerità sempre maggiore in occidente, ripescando quindi il liberismo e scartando il modello keynesiano: austerità può essere una parola che non provoca né caldo né freddo, ma allo stesso tempo, che piaccia o no, significa tagli all’istruzione, ai servizi sociali, e quindi alla sanità. Povertà vuol dire aumento di morti a lungo termine, tagli alla sanità vuol dire aumento di morti soprattutto a breve termine, tagli all’istruzione vuol dire futuro buio.

Tornando agli Stati Uniti,
La Popolazione è ormai convinta che la concorrenza sia giusta, e che in fin dei conti la società funziona così perché rispecchia giustamente la Natura selvaggia (ignorando ovviamente che la civiltà esiste per portare progresso ed equità); l’individualismo è così dilagante che il Patriottismo è ormai raro.
Questo andamento lo si può notare anche in Europa, dove da anni ormai si insegna nelle scuole che la concorrenza porta progresso e ricchezza a tutti, e che l’inseguimento delle proprie ambizioni porta benesse a sé stessi e a chi ci sta intorno.
Vediamo ovviamente gente sbandierare il proprio stendardo assiduamente come se fosse un tifo, come se fosse una squadra sportiva (ed effettivamente vediamo questa “manifestazione di patriottismo” proprio in concomitanza di grandi tornei sportivi), vediamo gente cantare l’inno come se fosse una filastrocca o un coro da stadio; ma quanti veramente si sentono Americani, o Italiani?
Vediamo Statunitensi cantare commossi il proprio inno al super bawl (praticamente il torneo americano d’eccellenza, consumismo alle stelle, e strisce), vediamo americani “tifare” per la propria Nazione quando vanno in guerra, ovviamente in senso imperialistico, contro altre Nazioni sorelle, vediamo americani fare l’alzabandiera perfino nelle scuole, li vediamo poi, proprio nelle scuole, imparare solo la storia della propria Nazione, quasi a memoria, ignorando tutto il resto; ignorano perfino le origini di quella Nazione, basata in teoria su valori più o meno “socialisti” (con molti limiti sulla schiavitù e anche sulla proprietà), ed ignorano anche il sangue su cui si è fondata quella Nazione, non dei coloni ma dei Nativi, visti ormai come i “cattivi” nei classici film hollywoodiani e nell’immaginario dell’occidentale medio.
È un sistema costruito per render, o anzi sfruttare, la Patria come mezzo di propaganda; così come avveniva prima (o spesso anche ora) con le varie Fedi e Religioni. Ti fanno odiare il prossimo, dicendo che la società è composta da altre belve egoiste come te; poi ti dicono che questo in cui vivi è il modello migliore, la Nazione con più libertà al mondo; ti costringono all’ignoranza, dicendoti poi che questa o quella Nazione è un rischio per la vita di tutti gli americani. Giustificano così qualunque interventismo, mirato ovviamente da fini imperialistici quali l’appropriazione del petrolio, di materie prime di alto valore o necessarie per l’industria (specialmente quella tecnologica), o per vie politiche comprensibili solo se viste su un vasto contesto a lungotermine.
E tutto questo è ovviamente basato sull’ignoranza: basti sapere che, secondo i sondaggi, la parte degli americani favorevoli ai vari interventi militari (o delle varie sanzioni, anch’esse di crimine pari a quelle delle guerre) sono proprio quelli che non sanno indicare la Nazione in questione su una comune cartina geografica; sono completamente alienati, e proprio perché alienati non sanno ciò che sta accadendo nel mondo a causa loro e non sono coscienti della mostruosa ingiustizia che c’è a casa loro.

Gli Stati uniti sono probabilmente la “Nazione” (se può esser definita tale) più controversa economicamente, ed anche politicamente.
Vivere negli Usa vuol dire viver nella “pancia del dragone” (come disse anche José Martì), vivere nella pancia del mostro del capitalismo; vuol dire rischiare di finire sotto un ponte, ma anche raggiungere le stelle e il godimento edonistico, prevalicano ovviamente il prossimo per raggiungere questo fine.

Contro il Natale

Come ogni anno vediamo in questi giorni l’apoteosi degli addobbi e delle pubblicità collegate al Natale, festa più attesa e famosa dell’anno. Ma che senso ha tutto ciò? Il Natale cristiano, sì ponendosi in maniera simile ad altre festività di altre credenze, rimane integralmente e indiscutibilmente una ricorrenza cristiana. Cristiana. Non italiana, popolare, europea, occidentale che dir si voglia, ma una celebrazione cristiana, religiosa, volta a ricordare e celebrare l’ingresso in questo mondo di Gesù di Nazareth, figlio di Dio, parte della Trinità. Festa secondaria da un punto di vista teologico rispetto alla Pasqua, per i più non è che una continuazione del Black Friday. Ventiquattro e venticinque dicembre sono gli unici giorni, forse assieme alla Pasqua, nei quali le chiese sono piene, e ai soliti ottuagenari frequentatori abituali viene donata una più o meno attesa compagnia. Ma non esistono solo gli ipocriti, ma quanto meno rispettosi delle forma, credenti occasionali: quanti sono coloro che totalmente atei, agnostici, fedeli di altri credi o semplicemente menefreghisti non aspettano altro che la discesa dal camino di Babbo Natale, questa rappresentazione iconografica della Coca-Cola Comapany, che procederà, accolto da un maestoso albero destinato al macero, se vivo, o ad un angusto sgabuzzino, se sintetico, a lasciare sotto questo doni su doni, costruiti dalle mani sapienti dei suoi elfi, nota figura del panorama mitologico cristiano. Poco importa se questi “elfi” ad una più accurata indagine risultino meno nordici e più asiatici, meno felici e più costretti, forse della stessa altezza ma di età diversa rispetto ai reali costruttori dei regali, come del resto poco importa il fatto che per un non cristiano il 25 dicembre non dovrebbe significare nulla, come in genere nessuno si interroga o interessa della pasqua ebraica o l’Holika Dahan indù. La verità è che il “Natale” è solo un’altra maniera di colmare un vuoto, quello degli affetti, spesso, cercando di ricollegarsi ad una famiglia lontana, la quale, vittima dello stesso lavoro che porterà i regali sotto l’albero, stenta a vedersi il resto dell’anno, ma anche un altro vuoto, quello della propria autostima: cosa dice di più “io esisto e sono importante” di grandi spese, grandi cene, grandi regali, grandi vestiti? Ecco che quella che dovrebbe essere una notte di contemplazione mistica per i seguaci di Cristo diviene una passerella sulla quale rimarcare la propria classe sociale. Rompere le consuetudini è difficile, difficile è pensare, ma sopratutto agire, da come facevano i genitori, da come si è visto fare, ma serve farlo. Smettiamola di celebrare il Natale, festa che oramai non appartiene più a nessuno se non ai veri cristiani praticanti. Non serve una scusa per riunirsi in famiglia, per volersi bene. Non serve una data particolare per pensare agli altri, serve solo la buona volontà. Troviamoci altre feste, perché esse sono importanti in quanto contribuiscono ad unire la comunità, ma feste che siano nostre, sentite, vissute sinceramente e nella contemplazione di un qualcosa, che sia civile o religioso, storico o morale.

Crepuscolo dei liberali

La mente dei liberali, soprattutto dei liberali contemporanei, è un vizioso mix di illusioni e malizia, una contraddizione che ignora se stessa per perpetuarsi propagandandosi in maniera alterata, cosicché possano covivere assieme istanze contrarie, principî opposti, valori inconciliabili. I liberali sono ipocriti prima che malvagi. Solo loro sono in grado allo stesso tempo di far l’elogio della pace e condannare la violenza mentre si da per assiomatica la guerra di tutti contro tutti e la ricerca del proprio profitto privato a discapito e contro gli altri. Forse i loro “padri ideali” possono in qualche modo essere scusati, o per lo meno contestualizzati, alla fine come avrebbero potuto -da dire in maniera retorica, avrebbero potuto farlo. Altri lo hanno fatto- i vari Locke, Mill, Hume, Kant capire che sarebbe stato impossibile legittimare la ricerca della potenza infinita e coniugare ciò alla libertà altrui? Ebbene, serve ricordare che molti dei pensatori sopracitati giustificavano il colonialismo, la sovranità politica di una minoranza o di un individuo, a volte possedevano schiavi. Per loro nessuna incoerenza:si, gli uomini sono creati uguali, Dio giudica alla stessa maniera, ma ciò che avviene dopo la creazione, i rapporti di forza che si vengono a creare è tutto un altro discorso. Il creolo, il proletario, il campesino sono liberi perché nulla vieta loro a monte di leggere un libro piuttosto che un altro, criticare -nei limiti dell’ordine pubblico- un governo o di andare a scuola. Certo, nella pratica magari diventa difficile leggere dopo turni di 10 ore, e magari non è così facile avere successo a scuola se si è abbandonati a se stessi perché i propri genitori o lavorano o dormono, ma questo non conta. La libertà è tutta contenuta, per questi liberali, nel reame della possibilità, nella teoria, nei sofismi. Nella materialità vige la diseguaglianza, che porta ad una divisione dell’umanità in oppressi ed oppressori, ma questo non invalida le loro idee, perché basta, alla fine, “rimboccarsi le maniche”, mettersi a lavorare sodo, ciecamente, sperando un domani di essere tu a calpestare i tuoi simili, e magari di essere un po’ meno calpestato a tua volta. Il liberalismo, nei fatti, nasce come istanza di una classe che raggiunte grandi ricchezze e peso politico voleva liberarsi dai vincoli di quella che era ancora legalmente la classe egemone, ossia quella aristocratica. Il liberalismo nasce come istanza della libertà materiale di pochi, pochissimi, a discapito della libertà puramente teorica e quasi ironicamente annunciata delle moltitudini. Ancora oggi i giovani rampolli della Milano bene o dei Parioli cianciano di “libertà”, intendendola nella loro peculiare maniera, fortificati dalla diarrea verbale dei vari Friedman, Monti, Parenzo, Travaglio. Tutti partecipi loro di una perversa mentalità pressoché egenome dall’altro lato dell’Atlantico, dove l’ipotesi di saldare dall’alto i debiti universitari (che negli Usa, la terra dei “liberi”, relegano migliaia di giovani a lavori servili e senza prospettiva, e alienando la formazione universitaria a molti altri) ha causato molto scalpore perché secondo gli “esperti” avrebbe creato un pericoloso “precedente morale”, dove il 21% dei bambini può vivere in condizioni di povertà assoluta ma dove vi è inflazione di armi e bagni “gender-neutral”, dove si può morire, e si muore, tranquillamente di malattie curabili perché si è troppo poveri. La libertà dei pochi vale più della vita stessa dei molti, perché il mio diritto di arricchirmi, reso possibile dalla mia violenza, non può essere attaccato dalle vostre pretese di vivere in pace. Se ogni sistema si è retto su di una serie di contraddizioni quelle del sistema liberlale sono tanto palesi e spaventose che ci si chiede come questo si possa in qualsiasi maniera appoggiare o giustificare. Sognando una non meglio specificata libertà hanno spianato la strada alla più brutale oppressione, perché dall’arena che per loro è la vita può uscire solo un vincitore, e nella competizione non esistono amici. Il liberalismo è l’ideologia della guerra, del suprematismo, delle discriminazioni, dell’annullamento della democrazia e di qualsiasi prospettiva di libertà e fratellanza. L’accentramento delle risorse e del potere procede spedito, ma quello che ora pochi egoisti viene percepito come apogeo sarà prodromo di una violentissima caduta: quando tutto il mondo sarà egualmente servo, sarà anche egualmente loro nemico, e allora si renderanno conto che i sofismi sui diritti contano poco contro la cruda materialità delle forche.

“Che rivoluzione abbiamo alle porte?” dal blog di Sollevazione

Degno erede dei padri fondatori»ì”, “l’uomo che tiene alto il sogno europeo”, “Colui che ha salvato l’euro”.

“C’è molto di più”, scrive tuttavia Repubblica, nella cerimonia svoltasi a Francoforte con cui Draghi ha lasciato il testimone alla Lagarde.

Sì, c’è molto di più.

La cerimonia, presenti tutti i primi ministri ed capi di stato dell’Unione è stata la più plastica raffigurazione di cosa essa sia: una confederazione slabbrata di regni e feudi il cui principale collante è la moneta unica, di qui la figura del banchiere centrale come reale imperatore. 

Spesso, per raffigurare il sistema neoliberista globale e individuare i membri della sua cupola pensante e strategica, si è ricorsi all’analogia storica con la Chiesa cattolica durante il Medioevo. Un nuovo clero si è scritto spesso, un ordine sacerdotale, con in cima una vera e propria curia. La cerimonia dell’altri ieri è stato infatti come un vero e proprio conclave, l’adunanza solenne con cui cardinali scelgono il Papa. Il super-banchiere non solo come imperatore, ma Papa allo stesso tempo, anzi uno stregone dai poteri straordinari e salvifici poiché in grado di padroneggiare le facoltà magiche di quel mistero che è la moneta.

Ciò che accade, detto per inciso, anzitutto nell’Unione europea, a dimostrazione che quest’ultima, del sistema neoliberista globale rappresenta la sua più avanzata depravazione bancocratica e finanziarista. A dimostrazione di una specie di circolare “eterno ritorno”, di una ripetizione di ciò che l’Europa ha già vissuto. Più il capitalismo avanza, ovviamente in nome del progresso, più esso sembra invece condannato a ricalcare un ordine politico e di classe piramidale di tipo feudale.

Io non so se si attagli a questa configurazione destinale la categoria di “capitalismo assoluto”. Quale che sia il nome che vogliamo dare all’ordine di cose esistenti, una cosa è chiara, esso non è solo post-democratico, esso è per sua natura anti-democratico.

Qui ci spieghiamo le fortissime spinte popolari e “sovraniste” che si fanno largo in Occidente e soprattutto dentro l’Unione europea. A dispetto del colore politico che esse assumono, la loro sostanza è intimamente democratica.

La rotta di collisione tra quest’ordine neo-feudale e le spinte “sovraniste” dei popoli è ineluttabile. Quale potrà essere l’esito di questa collisione? Sarà una rivoluzione popolare che come uno tsunami spazzerà via l’ordine di cose esistenti e con esso la sua onnipotente casta clericale di bancocrati.

Un nuovo 1789 più che un altro 1917.
Nessun dorma.

Articolo originale: https://sollevazione.blogspot.com/2019/10/che-rivoluzione-abbiamo-alle-porte-di.html?spref=fb&m=1

L’alba di una nuova primavera

La storia sembrava finita. Lo dicevano dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del relativo blocco, lo speravano, speravano di poter dare inizio al loro incontrastato Impero millenario. Si sono dovuti ricredere, si stanno ricredendo e si ricrederanno. Mezzo mondo è in fiamme. Haiti, Colombia, Palestina, Ecuador, Cile, Honduras, Libano, Catalogna, Iraq, Francia, Sudan, Perù: ogni giorno nuovi scontri, nuovi morti, nuove battaglie, tutte unite da un filo conduttore ben preciso, ossia la rivolta ad un sistema socio-economico e morale che si è imposto ai popoli e contro di essi, un regime internazionale che a colpi di dissoluzione degli organi democratici, austerità e culto del profitto ha oppresso per fin troppo tempo l’Umanità. Siamo difronte agli esordi di una nuova Primavera dei Popoli. Il contagio rivoluzionario è possibile oramai, e non solo nelle periferie del sistema capitalista, ma all’interno del suo stesso cuore, l’Occidente autocratico e liberista. Anni di tensioni sociali rimaste latenti sono finalmente sul punto di scoppiare, alimentate dalla cupidigia di classi dirigenti inette e prone agli interessi dei gruppi lobbistici. Certo, non è detto che le proteste di questi giorni riescano ad avere uno sbocco che non sia solamente negativo, ossia riescano a produrre una modifica reale dello scenario politico e sociale, ma sono importanti segni della vitalità dei popoli. Tutte queste singole esperienze sono da contestualizzare in un più grande contesto di una lotta sociale e morale fra due schieramenti contrapposti, quello dei popoli e quello delle cosche che su di essi vorrebbero regnare. Occorre comprendere che non esiste un terreno neutro, che la presa di posizione è obbligata, e la negazione di ciò comporta anzi una scelta di campo ben precisa. Condannare qualche vetrina in frantumi o una macchina data alle fiamme è quanto di più meschino si possa fare oggi, sintomo non solo di totale ignoranza politica e della situazione contingente, ma anche di un’interiore malizia ben più grave di qualsiasi fraintendimento. Al posto di condannare i movimenti patriottici e democratici di liberazione che spontaneamente stanno sorgendo si dovrebbero anzi ammirare, e cercare di sfruttarne la risonanza per suscitarne l’emulazione. L’Europa, instupidita da decenni di propaganda liberista, è forse uno dei terreni più difficili, ma è anche il teatro di feroci contraddizioni, basti pensare alle cure chemioterapiche sospese in Grecia per mancanza di fondi e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza. L’Europa ha bisogno di dar fuoco alla minaccia. I Gilet Gialli sono stati un inizio di ciò, inizio ancora imperfetto e segnato all’interno da divisioni forse irrisolvibili che ne pregiudicano l’azione, ma occorre ora che il movimento si espanda. Ovviamente a tentare di impedire ciò stanno tutti i vari “populisti”, che da Salvini all’AFD tedesco passando per la Le Pen intercettano il dissenso e propongono soluzioni di compromesso o puramente estetiche, ma ciò non può durare per sempre. L’unica strada per l’emancipazione è la lotta di popolo, prima si capisce questo prima si potranno abbandonare capitani e filosofi da salotto al loro destino.

Fridays for Future: genesi e finanziatori

Circa un mese fa abbiamo pubblicato un articolo che parlava dei falsi miti sul riscaldamento globale e sull’ipocrisia della green economy e delle manifestazioni friday for the future.
Tuttavia quest’ultimo argomento lo abbiamo intaccato relativamente poco, parlando in linea generica del capitalismo e delle sue conseguenze dannose alla Natura.
Dobbiamo quindi parlare più dettagliatamente delle manifestazioni condotte da Greta Thunberg per comprendere meglio perché queste non mettano in dubbio i meccanismi reali che si celano dietro all’inquinamento messo in atto dal grande capitale.

Cominciamo quindi parlando della sedicenne Greta e da dove è partita questa manifestazione.
Tutto iniziò nell’agosto 2018, con un semplice cartellone: “Skolstrejk för klimatet”, cioé “sciopero per il clima”, posto al di fuori del parlamento Svedese.
Questa decisione venne presa da Greta a causa della situazione climatica anomala che si registrava in Svezia, saltando le ore di lezione posizionandosi fuori dal parlamento tutti i giorni fino alle elezioni, cercando di fare pressione affinché il Paese seguisse gli accordi climatici di Parigi.
Giunte le elezioni decise però di continuare queste manifestazioni ogni venerdì invitando gli studenti a “saltare” le ore di lezione. Ed effettivamente ci riuscì.
Incredibilmente nel giro di 2 Mesi queste manifestazioni si espansero in tutto il mondo.
Greta è figlia di un attore ed una cantante d’opera particolarmente celebre in Svezia, Malena Ernman; e quest’ultima, a soli 4 giorni dalla prima protesta messa in atto dalla figlia, pubblicò un libro: “Scenes from the heart”.
Qualche settimana dopo invece esce un secondo libro, questa volta scritto anche da Greta: “La nostra casa è in fiamme”, vendendo milioni di copie.
Tra i finanziatori/avvoltoi di Greta troviamo fin dai primi giorni Ingmar Rentzhog e Kristina Persson.
Il primo è un imprenditore, proprietario di “we do not have time” (slogan poi usato da Greta): anche lui ha avuto un bel po’ di successo visto che ha incassato ben 2,8 milioni di euro in 3 giorni grazie ad una campagna lanciata dalla Thunberg per l’azienda.
La seconda è un ex ministro dello sviluppo, “socialdemocratica”, molto avversa verso i “nazionalismi” e i “sovranismi”.

Che sia in un certo senso sfruttata come una “mucca da mungere” quindi l’abbiamo capito. Ma c’è ancora molto dietro.
La manifestazione non è semplicemente finanziata da questi “4 gatti”, bisogna nominare soprattutto la ONE Campaign.
Questa è infatti una società che fa da sponsor e da principale organizzatore del fridays for the future, e se andate a controllare sul sito ufficiale dell’organizzazione (https://www.one.org/us/about/financials/) troverete tutti i finanziatori.
Tra questi possiamo citarne alcuni: Coca-Cola, Kraft, Cargill, América móvil, E-bay, Bloomberg, Bank of America, Open society foundation, Apple, Microsoft, e Google.
Tra le persone celebri che fanno parte della “board of directors” e che sono finanziatori dell’organizzazione invece possiamo citare: Bono Vox (cantante degli U2 che finanzia anche diverse ONG), l’ex primo ministro britannico David Cameron, Lawrence Summer (segretario della tesoreria degli Stati Uniti), Tom Freston (CEO della Mtv e Paramount), Bob Iger e sua moglie Willow Bay (Iger è un imprenditore, amministratore delegato della Disney; avrete sentito tutti il recente acquisto della Fox, rendendo la Disney quasi un monopolio del cinema e della televisione).

Già, proprio la Coca-Cola: questa, insieme a Pepsi e Nestlē, è responsabile del 45% dell’inquinamento della plastica presente negli Oceani.
Queste aziende ogni minuto immettono nell’Oceano una quantità di plastica pari a quella di un camion. Ogni minuto.

Proprio la Kraft: sottogruppo della Mondelēz, una dei più grandi oligopoli dell’alimentare e responsabile di una grande quantità dell’inquinamento della plastica.

Cargill: una multinazionale statunitense che opera nel settore agroalimentare. Quest’azienda è così green che ha fatto disboscare vaste aree della Foresta Amazzonica (Brasile) per piantare immense quantità di soia OGM. Questa azienda è presente anche in Italia e fornisce molte aziende.

América móvil: un operatore di telefonia mobile Messicano presente in tutto il continente Americano.

E-bay: il noto sito di commercio online, una piattaforma che spedisce al dettaglio migliaia di prodotti. Evidentemente i mezzi di trasporto per molti non sono inquinanti.

Bloomberg: una delle più grande aziende mediatiche che non fanno nient’altro che spargere bufale e propaganda imperialista per creare consensi alle repressioni mandate avanti da Israele contro la Palestina (oltre al fatto che diversi dirigenti di Bloombeg siano di origine Israeliana), e alle guerre mandate avanti dagli Stati Uniti e dalla NATO; ci sono riusciti in Libia e in Siria, e ora cercano di iniziarla, anche economicamente, col Venezuela, l’Iran e la Cina.

Bank of America, fa già ridere così: una delle più controverse banche presenti in una delle più controverse nazioni che finanzia una manifestazione “ambientalista”.

Open society foundation: una organizzazione molto influente sul piano geopolitico ed economico, con a capo George Soros; di quest’ultimo potremmo facilmente scrivere un libro da 1000 pagine elencando tutti i crimini commessi contro l’Umanità.
Le sue mail e vari suoi documenti sono stati inoltre trapelati, ad affermare le accuse contro di lui già abbastanza fondate.
Soros è alla guida di più di 50 fondazioni sparse nel mondo, ed ha influenzato enormemente le guerre, i conflitti, i colpi di stato, e le “rivoluzioni colorate” degli ultimi 25-30 anni. Soros è finanziatore della sanguinaria Hillary Clinton e di Emma Bonino, l’amante dell’austerità che ansima nel tagliare i servizi sociali.
Di Soros avremmo molto da parlare, magari in un prossimo articolo.

Apple, Microsoft, e Google: i tre colossi dell’high tech, proprio quel settore che è responsabile del 14% dell’inquinamento terrestre.
Apple è anche celebre per le scelte “green” che ha fatto negli ultimi anni; queste scelte hanno portato addirittura all’emissione 0, ma continuano comunque ad acquistare materie prime inquinanti prese da altre aziende inquinanti che le prendono da territori “sfruttati”, di questo parleremo tra poco.
A capo della Microsoft, come tutti sanno, c’è Bill Gates. Probabilmente molti di voi sapranno della sua filantropia e del suo aiuto presso i Popoli Africani. Niente di più falso: la “Bill and Melinda Gates Foundation” ha infatti finanziato nel 2009 uno studio sugli effetti di certi vaccini contro il cancro cervicale, e ovviamente su chi avrà condotto queste sperimentazioni? Su 16.000 ragazze di età compresa tra i 9 e i 15 anni in India.
Riassumendo, per evitare di distaccarci troppo dall’argomento principale, queste ragazze furono in poche parole costrette a subire sperimentazioni in cambio di pochi “spiccioli”: i consensi da parte dei genitori (visto che queste ragazze erano minorenni) furono falsificati, spesso con delle impronte che non combaciavano con quelle dei genitori effettivi (essendo analfabeti firmano in genere con delle impronte). E non solo, 120 ragazze ebbero convulsioni epilettiche, mestruazioni precoci con sanguinamenti eccessivi, altre morirono. Stessa sorte accadde a 14.000 bambini, questa volta in Colombia, vittime degli stessi aguzzini.
Le autorità giustificarono la morte di questi ragazzi dicendo che si fossero tutti suicidati buttandosi poi da dei pozzi.
Infine Google, colosso del web ma non solo: si è scoperto relativamente di recente che collaborò col pentagono senza che i dipendenti ne fossero a conoscenza; a seguito delle proteste Google rifiutò la partecipazione ad un progetto con il pentagono, continuando comunque a collaborare con esso su diversi ambiti, tra cui il funzionamento e la ricerca di certi droni militari.
Per non parlare ovviamente, riguardo tutti i colossi dell’high tech, degli scandali sulle violazioni della privacy, dell’obsolescenza programmata, e delle tasse eccessivamente basse che tra l’altro hanno il coraggio di evadere (visto che ormai sono più potenti loro che gli Stati nazionali).

Di quel 14% dell’inquinamento terrestre, provocato dall’industria high tech, il 45% proviene dall’immensa energia utikzizata per far funzionare i vari “cloud” delle varie aziende, mentre il restante proviene principalmente dalla produzione degli hardware (telefoni, tablet, pc, cuffie, e tutto il resto).
Parliamo quindi di questa produzione.
Per produrre questi hardware è praticamente indispensabile un certo materiale: il coltan.
L’80% del coltan utilizzato proviene dalla Repubblica Democratica del Congo; qui, le miniere in cui si estrare il coltan hanno provocato la morte di circa 11 milioni di persone, secondo i dati delle Nazioni Unite.
Queste miniere non appartengono sostanzialmente a nessuno, e basta avere un esercito privato per venire a possesso di questo materiale particolarmente utile.
Esistono guerre continue in Congo: mercenari assoldati da varie aziende che combattono tra di loro per acquisire il controllo delle miniere; e pur di farlo bruciano villaggi, centinaia di villaggi dati alle fiamme con migliaia di abitanti.
E ovviamente, le vittime sopravvissute non avendo più niente per vivere, sono costrette a lavorare in queste miniere per un massimo di 3 dollari al giorno.
E non è finita qui: questo minerale è radioattivo e quindi dannoso alla salute. Che lo sappiano o meno i lavoratori (o schiavi) non importa: centinaia, migliaia muoiono ogni anno per un motivo o per un altro a causa di queste estrazioni del coltan.
Ti può crollare la miniera addosso; non mangiando abbastanza, se sei un bambino o una donna (già, lavorano anche loro, e non hanno il diritto di guadagnare più di 1-2 dollari al giorno) potresti venir a meno delle forze e quindi morire; potresti morire a causa del brigantaggio e degli attacchi da parte dei mercenari; potresti infine morire di cancro o di altre malattie. E se sopravvivi è scontato che hai dovuto pagare un prezzo troppo alto, non sareste più gli stessi: è praticamente impossibile non perdere dei cari in queste situazioni, ed è improbabile uscirne fisicamente illesi.
Questo coltan andrà poi trasportato (con delle navi incredibilmente inquinanti) in delle fabbriche, in genere presenti in Paesi asiatici ancora sottosviluppati.
I lavoratori, anch’essi sottopagati seppur più “agiati” dei compagni Africani, ovviamente verranno a contatto con questi minerali radioattivi.
Una volta finito il prodotto avrà una “vita” media di 2-3 anni, perché le industrie high tech hanno incredibilmente bisogno di questa obsolescenza programmata, in modo tale da incentivare il consumismo e quindi i profitti. Vengono prodotti infatti 1,5 miliardi di telefonini l’anno per una popolazione di 7,6 miliardi di Persone, di cui solo 2,7 miliardi con la possibilità di acquistarne uno.

Quindi, che sia Greta cosciente o meno di tutto questo è relativamente insignificante, ciò che importa davvero è che i manifestanti prendano coscienza dell’ipocrisia che si cela dietro alle manifestazioni del fridays for future.
Manifestare è senza ombra di dubbio legittimo, ma non si può indire una manifestazione pretendendo che rimanga apolitica, specialmente se parliamo di manifestazioni che riguardando questioni come quella dell’ambiente.
La politica è tutto. Qualsiasi istanza che esula dalla vita assolutamente individuale è politica. Ancor maggiormente politica è qualsiasi proposta che voglia, per combattere l’inquinamento, limitare produzione, scambi e consumi…ma forse è meglio parlare di mozziconi.

Pecunia non olet: Turchia e Whirlpool

Quanto sono ipocrite le lacrime di coccodrillo versate dagli autocrati europei e dai loro peones per il povero popolo curdo assalito dal malvagio Erdogan. Ovviamente loro, titolari di una bontà innata, nulla c’entrano con l’imperialismo neo-ottomano del Sultano, si sono solo limitati a fornirgli le armi, mica potevano prevedere che sarebbero state usate per questo. Certo, da anni il regime turco finanzia bande di ribelli che scorrazzano su e giù per il confine siriano massacrando indistintamente arabi e curdi, e da anni si assiste ad una repressione cilena nei confronti di ogni oppositore ma…pecunia non olet. Alla fine “dove passano le merci non passano i carri armati, no? No, passano, ma sotto forma di merce, e magari evitano di bombardare i loft di Milano, ma questo poco importa ai 200.000 sfollati degli ultimi giorni. Questo mantra della mobilità dei capitali come condizione sufficiente per la pace è tanto assurdo quanto malizioso. In barba alle decisioni politiche del governo italiano -ricordiamo le dichiarazioni dell’ex-ministro del lavoro Di Maio in proposito- Whirlpool sarà libera di delocalizzare. L’Unione glielo permette, il diritto comunitario invita a farlo: perché dovrebbero fermarsi a pensare alle conseguenze sociali delle loro azioni? È il profitto l’unico parametro di valutazione di un’azione, non il sangue dei curdi, e nemmeno i disoccupati, ma solo il denaro, che anche se sporco mai puzza per loro

Neoliberismo o ordoliberismo, il nemico rimane lo stesso

Le contraddizioni del “late stage capitalism” stanno esplodendo sotto ai nostri occhi in maniera incredibilmente violenta alle periferie del sistema stesso. Questo è il sintomo di una crisi sistemica destinata nel medio-lungo periodo a diffondersi sin nelle aree centrali dell’impero. Equador, Argentina, Colombia, Haiti: ovunque il popolo sta insorgendo in Sud America, stufo delle misure eterodirette di austerità. In questo contesto appaiono ancora più chiari i motivi che hanno spinto Draghi a parlare di MMT come valida opzione, o la Lagarde a bisbigliare “misure espansive”: venuti oggettivamente meno i paradigmi neoliberisti il capitale internazionale sta tentando di giocare la carta ordoliberista, nel tentativo di perpetuare la sottomissione dei popolo. Ma l’ordoliberismo non è libertà, ma anzi il più subdolo attentato ad essa. Non sono le pensioni o la previdenza sociale a rendere un popolo libero. Non ci si deve accontentare: vogliamo una democrazia sostanziale, l’uguaglianza di fatto e la libertà per ogni essere umano. Probabilmente non riusciranno i vari vassalli imperiali a cambiare ora sentiero, oramai ci siamo troppo addentrati, ma anche se fosse il compito dei patrioti rimane lo stesso, ossia combattere senza pietà e senza accordi ogni tirannia, anche quelle mascherate dal velo di uno stato sociale più o meno pronunciato.

“Ma se il popolo si desta…”

Grande manifestazione ieri in piazza a Roma, migliaia e migliaia scesi in piazza mossi dall’appello del comitato Liberiamo l’Italia. Finalmente stiamo assistendo alla costruzione di un fronte democratico di lotta in opposizione al regime capitalista e alle sue manifestazioni più prossime: Nato ed Unione Europea. E’ nostro dovere contribuire alla crescita e ai successi di questo movimento, vera speranza per la lotta di liberazione nazionale, unico progetto concreto, al di là della sudditanza verso gli alter-europeisti nostrani e del cretinismo elettorale. E’ stato un grandissimo sforzo aver portato in piazza più di tremila persone, ma ciò rappresenta solo l’inizio. La vera battaglia è ancora davanti a noi, e si combatterà nelle piazza, nelle scuole, sui posti di lavoro. Alle nostre spalle, dalle plebi insorte dell’antichità, al Risorgimento alla Resistenza abbiamo migliaia di padri ideali che ci spingono alla battaglia. La nostra lotta sarà coronata dalla Vittoria.

Di seguito il testo dell’intervento del nostro delegato alla manifestazione e il comunicato del Comitato Promotore.

“Esistono giorni la cui importanza non è avvertita dai contemporanei, i quali, sia chi partecipa all’avvenimento, sia chi si limita ad osservare, non sono ancora in grado di comprenderne l’importanza storica. Pensiamo al 14 luglio del 1789, quando il popolo, conscio della sua naturale ed assoluta sovranità, conquista e distrugge l’odiata Bastiglia. Ebbene noi pensiamo a quella stessa sera, con Luigi XVI che tornava a casa concluse le sue signorili attività, e forse con noia appuntava sul suo diario personale “oggi non è successo niente”. Si sarebbe accorto da lì a poco cosa era successo quel giorno, eccome se ne sarebbe accorto!
Ora, cittadini, mentre io parlo davanti voi in questa piazza, altri tiranni tornano alle proprie case. Non più re di antiche dinastie, ma banchieri, speculatori, affaristi e tutta la schiera dei loro camerieri. Anche questi, con la stessa boria ed impertinenza, annoteranno vicino a questa data “non è successo niente”. Presto si accorgeranno di cosa è successo!
Chiedo quindi a tutti voi, compagni cittadini, di avere Fede. Fede nella forza del popolo, poiché se questo si desta, e si sta destando, non esiste forza terrena capace di sconfiggerlo. Davanti a noi stanno armate le schiere dei capitalisti, degli egoisti, dei tiranni di ogni specie. Uniamoci e li schiacceremo sotto ai nostri piedi!
Liberemo l’Italia, ridaremo il sacro diritto all’Italia di esistere, coesistere e prosperare assieme ad ogni altra nazione umana. La nostra lotta ha per arma il popolo e non conosce confini, a nulla varranno le infamie e i sotterfugi atti a dividerci, a metterci fratello contro fratello: il nemico è chiaro, e non è il mio pari, l’altro sfruttato, ma colui che dall’alto ci impone il cappio. Con loro nessuna pietà, nessun accordo. Spezziamo le sue catene: fuori dall’Euro, fuori dall’Unione dei Padroni Europei e fuori dalla Nato, ma soprattutto fuori loro dall’Italia! Siamo di più, abbiamo dalla nostra parte la forza della fede e la certezza della giustezza della nostra causa. Viva l’Italia, viva il popolo! Vinceremo!”

12 ottobre: un primo bilancio
Diversi sono i criteri per valutare se una manifestazione è stata un successo oppure no.
Certo, anzitutto da quanti hanno raccolto la sfida.
Aver motivato più di tremila cittadini venuti a Roma da tutto il Paese, la gran parte con mezzi propri, è un grande successo.
La data del 12 ottobre sarà una data da ricordare.
Un grande successo, per niente scontato quindi, confermato da diversi fattori.
Avevamo detto che il 12 ottobre sarebbe stato il primo passo, l’inizio di un cammino, quello che dovrà dare vita ad movimento popolare, indipendente e trasversale, per liberare l’Italia dalle gabbie dell’Unione europea e del neoliberismo.
La volontà, non solo nostra, ma dei tanti che erano in piazza è che sì, si deve andare avanti in questa direzione. Non demordere, agire, organizzarsi, per costruire LIBERIAMO L’ITALIA come nuova comunità politica, democratica, ribelle, patriottica e internazionalista perché solidale con gli altri popoli. La Costituzione del 1948 come nostra stella polare.
Sappiamo che il terreno è in salita, ma i tantissimi cittadini che ieri ci hanno avvicinato offrendo la loro disponibilità ad essere protagonisti di questo cammino di libertà, ci riempie di gioia e ci da tanta forza.
La responsabilità è enorme, sappiamo che il difficile comincia adesso, che non possiamo permetterci errori.
Non li faremo se sapremo fare tesoro della lezione che ci ieri ci è venuta.
Ieri, in piazza, era palpabile il clima di soddisfazione: per lo spirito unitario, plurale ma inclusivo della manifestazione.
È stata come una sinfonia: tante le voci uno solo l’annuncio: LIBERIAMO L’ITALIA!
Di più. Grazie ai fratelli stranieri presenti (greci, francesi, spagnoli, inglesi, austriaci, ma anche africani) e di quelli non presenti (saluti sono giunti da diversi altri paesi), la manifestazione ha voluto esprimere il sentimento di fratellanza verso tutti i popoli che soffrono sotto il giogo delle oligarchie liberiste e della finanza predatoria globale.
Solo uniti vinceremo, uniti procederemo, uniti ce la faremo.

Il Comitato promotore
13 ottobre 2019