Crepuscolo dei liberali

La mente dei liberali, soprattutto dei liberali contemporanei, è un vizioso mix di illusioni e malizia, una contraddizione che ignora se stessa per perpetuarsi propagandandosi in maniera alterata, cosicché possano covivere assieme istanze contrarie, principî opposti, valori inconciliabili. I liberali sono ipocriti prima che malvagi. Solo loro sono in grado allo stesso tempo di far l’elogio della pace e condannare la violenza mentre si da per assiomatica la guerra di tutti contro tutti e la ricerca del proprio profitto privato a discapito e contro gli altri. Forse i loro “padri ideali” possono in qualche modo essere scusati, o per lo meno contestualizzati, alla fine come avrebbero potuto -da dire in maniera retorica, avrebbero potuto farlo. Altri lo hanno fatto- i vari Locke, Mill, Hume, Kant capire che sarebbe stato impossibile legittimare la ricerca della potenza infinita e coniugare ciò alla libertà altrui? Ebbene, serve ricordare che molti dei pensatori sopracitati giustificavano il colonialismo, la sovranità politica di una minoranza o di un individuo, a volte possedevano schiavi. Per loro nessuna incoerenza:si, gli uomini sono creati uguali, Dio giudica alla stessa maniera, ma ciò che avviene dopo la creazione, i rapporti di forza che si vengono a creare è tutto un altro discorso. Il creolo, il proletario, il campesino sono liberi perché nulla vieta loro a monte di leggere un libro piuttosto che un altro, criticare -nei limiti dell’ordine pubblico- un governo o di andare a scuola. Certo, nella pratica magari diventa difficile leggere dopo turni di 10 ore, e magari non è così facile avere successo a scuola se si è abbandonati a se stessi perché i propri genitori o lavorano o dormono, ma questo non conta. La libertà è tutta contenuta, per questi liberali, nel reame della possibilità, nella teoria, nei sofismi. Nella materialità vige la diseguaglianza, che porta ad una divisione dell’umanità in oppressi ed oppressori, ma questo non invalida le loro idee, perché basta, alla fine, “rimboccarsi le maniche”, mettersi a lavorare sodo, ciecamente, sperando un domani di essere tu a calpestare i tuoi simili, e magari di essere un po’ meno calpestato a tua volta. Il liberalismo, nei fatti, nasce come istanza di una classe che raggiunte grandi ricchezze e peso politico voleva liberarsi dai vincoli di quella che era ancora legalmente la classe egemone, ossia quella aristocratica. Il liberalismo nasce come istanza della libertà materiale di pochi, pochissimi, a discapito della libertà puramente teorica e quasi ironicamente annunciata delle moltitudini. Ancora oggi i giovani rampolli della Milano bene o dei Parioli cianciano di “libertà”, intendendola nella loro peculiare maniera, fortificati dalla diarrea verbale dei vari Friedman, Monti, Parenzo, Travaglio. Tutti partecipi loro di una perversa mentalità pressoché egenome dall’altro lato dell’Atlantico, dove l’ipotesi di saldare dall’alto i debiti universitari (che negli Usa, la terra dei “liberi”, relegano migliaia di giovani a lavori servili e senza prospettiva, e alienando la formazione universitaria a molti altri) ha causato molto scalpore perché secondo gli “esperti” avrebbe creato un pericoloso “precedente morale”, dove il 21% dei bambini può vivere in condizioni di povertà assoluta ma dove vi è inflazione di armi e bagni “gender-neutral”, dove si può morire, e si muore, tranquillamente di malattie curabili perché si è troppo poveri. La libertà dei pochi vale più della vita stessa dei molti, perché il mio diritto di arricchirmi, reso possibile dalla mia violenza, non può essere attaccato dalle vostre pretese di vivere in pace. Se ogni sistema si è retto su di una serie di contraddizioni quelle del sistema liberlale sono tanto palesi e spaventose che ci si chiede come questo si possa in qualsiasi maniera appoggiare o giustificare. Sognando una non meglio specificata libertà hanno spianato la strada alla più brutale oppressione, perché dall’arena che per loro è la vita può uscire solo un vincitore, e nella competizione non esistono amici. Il liberalismo è l’ideologia della guerra, del suprematismo, delle discriminazioni, dell’annullamento della democrazia e di qualsiasi prospettiva di libertà e fratellanza. L’accentramento delle risorse e del potere procede spedito, ma quello che ora pochi egoisti viene percepito come apogeo sarà prodromo di una violentissima caduta: quando tutto il mondo sarà egualmente servo, sarà anche egualmente loro nemico, e allora si renderanno conto che i sofismi sui diritti contano poco contro la cruda materialità delle forche.

“Che rivoluzione abbiamo alle porte?” dal blog di Sollevazione

Degno erede dei padri fondatori»ì”, “l’uomo che tiene alto il sogno europeo”, “Colui che ha salvato l’euro”.

“C’è molto di più”, scrive tuttavia Repubblica, nella cerimonia svoltasi a Francoforte con cui Draghi ha lasciato il testimone alla Lagarde.

Sì, c’è molto di più.

La cerimonia, presenti tutti i primi ministri ed capi di stato dell’Unione è stata la più plastica raffigurazione di cosa essa sia: una confederazione slabbrata di regni e feudi il cui principale collante è la moneta unica, di qui la figura del banchiere centrale come reale imperatore. 

Spesso, per raffigurare il sistema neoliberista globale e individuare i membri della sua cupola pensante e strategica, si è ricorsi all’analogia storica con la Chiesa cattolica durante il Medioevo. Un nuovo clero si è scritto spesso, un ordine sacerdotale, con in cima una vera e propria curia. La cerimonia dell’altri ieri è stato infatti come un vero e proprio conclave, l’adunanza solenne con cui cardinali scelgono il Papa. Il super-banchiere non solo come imperatore, ma Papa allo stesso tempo, anzi uno stregone dai poteri straordinari e salvifici poiché in grado di padroneggiare le facoltà magiche di quel mistero che è la moneta.

Ciò che accade, detto per inciso, anzitutto nell’Unione europea, a dimostrazione che quest’ultima, del sistema neoliberista globale rappresenta la sua più avanzata depravazione bancocratica e finanziarista. A dimostrazione di una specie di circolare “eterno ritorno”, di una ripetizione di ciò che l’Europa ha già vissuto. Più il capitalismo avanza, ovviamente in nome del progresso, più esso sembra invece condannato a ricalcare un ordine politico e di classe piramidale di tipo feudale.

Io non so se si attagli a questa configurazione destinale la categoria di “capitalismo assoluto”. Quale che sia il nome che vogliamo dare all’ordine di cose esistenti, una cosa è chiara, esso non è solo post-democratico, esso è per sua natura anti-democratico.

Qui ci spieghiamo le fortissime spinte popolari e “sovraniste” che si fanno largo in Occidente e soprattutto dentro l’Unione europea. A dispetto del colore politico che esse assumono, la loro sostanza è intimamente democratica.

La rotta di collisione tra quest’ordine neo-feudale e le spinte “sovraniste” dei popoli è ineluttabile. Quale potrà essere l’esito di questa collisione? Sarà una rivoluzione popolare che come uno tsunami spazzerà via l’ordine di cose esistenti e con esso la sua onnipotente casta clericale di bancocrati.

Un nuovo 1789 più che un altro 1917.
Nessun dorma.

Articolo originale: https://sollevazione.blogspot.com/2019/10/che-rivoluzione-abbiamo-alle-porte-di.html?spref=fb&m=1

L’alba di una nuova primavera

La storia sembrava finita. Lo dicevano dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del relativo blocco, lo speravano, speravano di poter dare inizio al loro incontrastato Impero millenario. Si sono dovuti ricredere, si stanno ricredendo e si ricrederanno. Mezzo mondo è in fiamme. Haiti, Colombia, Palestina, Ecuador, Cile, Honduras, Libano, Catalogna, Iraq, Francia, Sudan, Perù: ogni giorno nuovi scontri, nuovi morti, nuove battaglie, tutte unite da un filo conduttore ben preciso, ossia la rivolta ad un sistema socio-economico e morale che si è imposto ai popoli e contro di essi, un regime internazionale che a colpi di dissoluzione degli organi democratici, austerità e culto del profitto ha oppresso per fin troppo tempo l’Umanità. Siamo difronte agli esordi di una nuova Primavera dei Popoli. Il contagio rivoluzionario è possibile oramai, e non solo nelle periferie del sistema capitalista, ma all’interno del suo stesso cuore, l’Occidente autocratico e liberista. Anni di tensioni sociali rimaste latenti sono finalmente sul punto di scoppiare, alimentate dalla cupidigia di classi dirigenti inette e prone agli interessi dei gruppi lobbistici. Certo, non è detto che le proteste di questi giorni riescano ad avere uno sbocco che non sia solamente negativo, ossia riescano a produrre una modifica reale dello scenario politico e sociale, ma sono importanti segni della vitalità dei popoli. Tutte queste singole esperienze sono da contestualizzare in un più grande contesto di una lotta sociale e morale fra due schieramenti contrapposti, quello dei popoli e quello delle cosche che su di essi vorrebbero regnare. Occorre comprendere che non esiste un terreno neutro, che la presa di posizione è obbligata, e la negazione di ciò comporta anzi una scelta di campo ben precisa. Condannare qualche vetrina in frantumi o una macchina data alle fiamme è quanto di più meschino si possa fare oggi, sintomo non solo di totale ignoranza politica e della situazione contingente, ma anche di un’interiore malizia ben più grave di qualsiasi fraintendimento. Al posto di condannare i movimenti patriottici e democratici di liberazione che spontaneamente stanno sorgendo si dovrebbero anzi ammirare, e cercare di sfruttarne la risonanza per suscitarne l’emulazione. L’Europa, instupidita da decenni di propaganda liberista, è forse uno dei terreni più difficili, ma è anche il teatro di feroci contraddizioni, basti pensare alle cure chemioterapiche sospese in Grecia per mancanza di fondi e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza. L’Europa ha bisogno di dar fuoco alla minaccia. I Gilet Gialli sono stati un inizio di ciò, inizio ancora imperfetto e segnato all’interno da divisioni forse irrisolvibili che ne pregiudicano l’azione, ma occorre ora che il movimento si espanda. Ovviamente a tentare di impedire ciò stanno tutti i vari “populisti”, che da Salvini all’AFD tedesco passando per la Le Pen intercettano il dissenso e propongono soluzioni di compromesso o puramente estetiche, ma ciò non può durare per sempre. L’unica strada per l’emancipazione è la lotta di popolo, prima si capisce questo prima si potranno abbandonare capitani e filosofi da salotto al loro destino.

Fridays for Future: genesi e finanziatori

Circa un mese fa abbiamo pubblicato un articolo che parlava dei falsi miti sul riscaldamento globale e sull’ipocrisia della green economy e delle manifestazioni friday for the future.
Tuttavia quest’ultimo argomento lo abbiamo intaccato relativamente poco, parlando in linea generica del capitalismo e delle sue conseguenze dannose alla Natura.
Dobbiamo quindi parlare più dettagliatamente delle manifestazioni condotte da Greta Thunberg per comprendere meglio perché queste non mettano in dubbio i meccanismi reali che si celano dietro all’inquinamento messo in atto dal grande capitale.

Cominciamo quindi parlando della sedicenne Greta e da dove è partita questa manifestazione.
Tutto iniziò nell’agosto 2018, con un semplice cartellone: “Skolstrejk för klimatet”, cioé “sciopero per il clima”, posto al di fuori del parlamento Svedese.
Questa decisione venne presa da Greta a causa della situazione climatica anomala che si registrava in Svezia, saltando le ore di lezione posizionandosi fuori dal parlamento tutti i giorni fino alle elezioni, cercando di fare pressione affinché il Paese seguisse gli accordi climatici di Parigi.
Giunte le elezioni decise però di continuare queste manifestazioni ogni venerdì invitando gli studenti a “saltare” le ore di lezione. Ed effettivamente ci riuscì.
Incredibilmente nel giro di 2 Mesi queste manifestazioni si espansero in tutto il mondo.
Greta è figlia di un attore ed una cantante d’opera particolarmente celebre in Svezia, Malena Ernman; e quest’ultima, a soli 4 giorni dalla prima protesta messa in atto dalla figlia, pubblicò un libro: “Scenes from the heart”.
Qualche settimana dopo invece esce un secondo libro, questa volta scritto anche da Greta: “La nostra casa è in fiamme”, vendendo milioni di copie.
Tra i finanziatori/avvoltoi di Greta troviamo fin dai primi giorni Ingmar Rentzhog e Kristina Persson.
Il primo è un imprenditore, proprietario di “we do not have time” (slogan poi usato da Greta): anche lui ha avuto un bel po’ di successo visto che ha incassato ben 2,8 milioni di euro in 3 giorni grazie ad una campagna lanciata dalla Thunberg per l’azienda.
La seconda è un ex ministro dello sviluppo, “socialdemocratica”, molto avversa verso i “nazionalismi” e i “sovranismi”.

Che sia in un certo senso sfruttata come una “mucca da mungere” quindi l’abbiamo capito. Ma c’è ancora molto dietro.
La manifestazione non è semplicemente finanziata da questi “4 gatti”, bisogna nominare soprattutto la ONE Campaign.
Questa è infatti una società che fa da sponsor e da principale organizzatore del fridays for the future, e se andate a controllare sul sito ufficiale dell’organizzazione (https://www.one.org/us/about/financials/) troverete tutti i finanziatori.
Tra questi possiamo citarne alcuni: Coca-Cola, Kraft, Cargill, América móvil, E-bay, Bloomberg, Bank of America, Open society foundation, Apple, Microsoft, e Google.
Tra le persone celebri che fanno parte della “board of directors” e che sono finanziatori dell’organizzazione invece possiamo citare: Bono Vox (cantante degli U2 che finanzia anche diverse ONG), l’ex primo ministro britannico David Cameron, Lawrence Summer (segretario della tesoreria degli Stati Uniti), Tom Freston (CEO della Mtv e Paramount), Bob Iger e sua moglie Willow Bay (Iger è un imprenditore, amministratore delegato della Disney; avrete sentito tutti il recente acquisto della Fox, rendendo la Disney quasi un monopolio del cinema e della televisione).

Già, proprio la Coca-Cola: questa, insieme a Pepsi e Nestlē, è responsabile del 45% dell’inquinamento della plastica presente negli Oceani.
Queste aziende ogni minuto immettono nell’Oceano una quantità di plastica pari a quella di un camion. Ogni minuto.

Proprio la Kraft: sottogruppo della Mondelēz, una dei più grandi oligopoli dell’alimentare e responsabile di una grande quantità dell’inquinamento della plastica.

Cargill: una multinazionale statunitense che opera nel settore agroalimentare. Quest’azienda è così green che ha fatto disboscare vaste aree della Foresta Amazzonica (Brasile) per piantare immense quantità di soia OGM. Questa azienda è presente anche in Italia e fornisce molte aziende.

América móvil: un operatore di telefonia mobile Messicano presente in tutto il continente Americano.

E-bay: il noto sito di commercio online, una piattaforma che spedisce al dettaglio migliaia di prodotti. Evidentemente i mezzi di trasporto per molti non sono inquinanti.

Bloomberg: una delle più grande aziende mediatiche che non fanno nient’altro che spargere bufale e propaganda imperialista per creare consensi alle repressioni mandate avanti da Israele contro la Palestina (oltre al fatto che diversi dirigenti di Bloombeg siano di origine Israeliana), e alle guerre mandate avanti dagli Stati Uniti e dalla NATO; ci sono riusciti in Libia e in Siria, e ora cercano di iniziarla, anche economicamente, col Venezuela, l’Iran e la Cina.

Bank of America, fa già ridere così: una delle più controverse banche presenti in una delle più controverse nazioni che finanzia una manifestazione “ambientalista”.

Open society foundation: una organizzazione molto influente sul piano geopolitico ed economico, con a capo George Soros; di quest’ultimo potremmo facilmente scrivere un libro da 1000 pagine elencando tutti i crimini commessi contro l’Umanità.
Le sue mail e vari suoi documenti sono stati inoltre trapelati, ad affermare le accuse contro di lui già abbastanza fondate.
Soros è alla guida di più di 50 fondazioni sparse nel mondo, ed ha influenzato enormemente le guerre, i conflitti, i colpi di stato, e le “rivoluzioni colorate” degli ultimi 25-30 anni. Soros è finanziatore della sanguinaria Hillary Clinton e di Emma Bonino, l’amante dell’austerità che ansima nel tagliare i servizi sociali.
Di Soros avremmo molto da parlare, magari in un prossimo articolo.

Apple, Microsoft, e Google: i tre colossi dell’high tech, proprio quel settore che è responsabile del 14% dell’inquinamento terrestre.
Apple è anche celebre per le scelte “green” che ha fatto negli ultimi anni; queste scelte hanno portato addirittura all’emissione 0, ma continuano comunque ad acquistare materie prime inquinanti prese da altre aziende inquinanti che le prendono da territori “sfruttati”, di questo parleremo tra poco.
A capo della Microsoft, come tutti sanno, c’è Bill Gates. Probabilmente molti di voi sapranno della sua filantropia e del suo aiuto presso i Popoli Africani. Niente di più falso: la “Bill and Melinda Gates Foundation” ha infatti finanziato nel 2009 uno studio sugli effetti di certi vaccini contro il cancro cervicale, e ovviamente su chi avrà condotto queste sperimentazioni? Su 16.000 ragazze di età compresa tra i 9 e i 15 anni in India.
Riassumendo, per evitare di distaccarci troppo dall’argomento principale, queste ragazze furono in poche parole costrette a subire sperimentazioni in cambio di pochi “spiccioli”: i consensi da parte dei genitori (visto che queste ragazze erano minorenni) furono falsificati, spesso con delle impronte che non combaciavano con quelle dei genitori effettivi (essendo analfabeti firmano in genere con delle impronte). E non solo, 120 ragazze ebbero convulsioni epilettiche, mestruazioni precoci con sanguinamenti eccessivi, altre morirono. Stessa sorte accadde a 14.000 bambini, questa volta in Colombia, vittime degli stessi aguzzini.
Le autorità giustificarono la morte di questi ragazzi dicendo che si fossero tutti suicidati buttandosi poi da dei pozzi.
Infine Google, colosso del web ma non solo: si è scoperto relativamente di recente che collaborò col pentagono senza che i dipendenti ne fossero a conoscenza; a seguito delle proteste Google rifiutò la partecipazione ad un progetto con il pentagono, continuando comunque a collaborare con esso su diversi ambiti, tra cui il funzionamento e la ricerca di certi droni militari.
Per non parlare ovviamente, riguardo tutti i colossi dell’high tech, degli scandali sulle violazioni della privacy, dell’obsolescenza programmata, e delle tasse eccessivamente basse che tra l’altro hanno il coraggio di evadere (visto che ormai sono più potenti loro che gli Stati nazionali).

Di quel 14% dell’inquinamento terrestre, provocato dall’industria high tech, il 45% proviene dall’immensa energia utikzizata per far funzionare i vari “cloud” delle varie aziende, mentre il restante proviene principalmente dalla produzione degli hardware (telefoni, tablet, pc, cuffie, e tutto il resto).
Parliamo quindi di questa produzione.
Per produrre questi hardware è praticamente indispensabile un certo materiale: il coltan.
L’80% del coltan utilizzato proviene dalla Repubblica Democratica del Congo; qui, le miniere in cui si estrare il coltan hanno provocato la morte di circa 11 milioni di persone, secondo i dati delle Nazioni Unite.
Queste miniere non appartengono sostanzialmente a nessuno, e basta avere un esercito privato per venire a possesso di questo materiale particolarmente utile.
Esistono guerre continue in Congo: mercenari assoldati da varie aziende che combattono tra di loro per acquisire il controllo delle miniere; e pur di farlo bruciano villaggi, centinaia di villaggi dati alle fiamme con migliaia di abitanti.
E ovviamente, le vittime sopravvissute non avendo più niente per vivere, sono costrette a lavorare in queste miniere per un massimo di 3 dollari al giorno.
E non è finita qui: questo minerale è radioattivo e quindi dannoso alla salute. Che lo sappiano o meno i lavoratori (o schiavi) non importa: centinaia, migliaia muoiono ogni anno per un motivo o per un altro a causa di queste estrazioni del coltan.
Ti può crollare la miniera addosso; non mangiando abbastanza, se sei un bambino o una donna (già, lavorano anche loro, e non hanno il diritto di guadagnare più di 1-2 dollari al giorno) potresti venir a meno delle forze e quindi morire; potresti morire a causa del brigantaggio e degli attacchi da parte dei mercenari; potresti infine morire di cancro o di altre malattie. E se sopravvivi è scontato che hai dovuto pagare un prezzo troppo alto, non sareste più gli stessi: è praticamente impossibile non perdere dei cari in queste situazioni, ed è improbabile uscirne fisicamente illesi.
Questo coltan andrà poi trasportato (con delle navi incredibilmente inquinanti) in delle fabbriche, in genere presenti in Paesi asiatici ancora sottosviluppati.
I lavoratori, anch’essi sottopagati seppur più “agiati” dei compagni Africani, ovviamente verranno a contatto con questi minerali radioattivi.
Una volta finito il prodotto avrà una “vita” media di 2-3 anni, perché le industrie high tech hanno incredibilmente bisogno di questa obsolescenza programmata, in modo tale da incentivare il consumismo e quindi i profitti. Vengono prodotti infatti 1,5 miliardi di telefonini l’anno per una popolazione di 7,6 miliardi di Persone, di cui solo 2,7 miliardi con la possibilità di acquistarne uno.

Quindi, che sia Greta cosciente o meno di tutto questo è relativamente insignificante, ciò che importa davvero è che i manifestanti prendano coscienza dell’ipocrisia che si cela dietro alle manifestazioni del fridays for future.
Manifestare è senza ombra di dubbio legittimo, ma non si può indire una manifestazione pretendendo che rimanga apolitica, specialmente se parliamo di manifestazioni che riguardando questioni come quella dell’ambiente.
La politica è tutto. Qualsiasi istanza che esula dalla vita assolutamente individuale è politica. Ancor maggiormente politica è qualsiasi proposta che voglia, per combattere l’inquinamento, limitare produzione, scambi e consumi…ma forse è meglio parlare di mozziconi.

Pecunia non olet: Turchia e Whirlpool

Quanto sono ipocrite le lacrime di coccodrillo versate dagli autocrati europei e dai loro peones per il povero popolo curdo assalito dal malvagio Erdogan. Ovviamente loro, titolari di una bontà innata, nulla c’entrano con l’imperialismo neo-ottomano del Sultano, si sono solo limitati a fornirgli le armi, mica potevano prevedere che sarebbero state usate per questo. Certo, da anni il regime turco finanzia bande di ribelli che scorrazzano su e giù per il confine siriano massacrando indistintamente arabi e curdi, e da anni si assiste ad una repressione cilena nei confronti di ogni oppositore ma…pecunia non olet. Alla fine “dove passano le merci non passano i carri armati, no? No, passano, ma sotto forma di merce, e magari evitano di bombardare i loft di Milano, ma questo poco importa ai 200.000 sfollati degli ultimi giorni. Questo mantra della mobilità dei capitali come condizione sufficiente per la pace è tanto assurdo quanto malizioso. In barba alle decisioni politiche del governo italiano -ricordiamo le dichiarazioni dell’ex-ministro del lavoro Di Maio in proposito- Whirlpool sarà libera di delocalizzare. L’Unione glielo permette, il diritto comunitario invita a farlo: perché dovrebbero fermarsi a pensare alle conseguenze sociali delle loro azioni? È il profitto l’unico parametro di valutazione di un’azione, non il sangue dei curdi, e nemmeno i disoccupati, ma solo il denaro, che anche se sporco mai puzza per loro

Neoliberismo o ordoliberismo, il nemico rimane lo stesso

Le contraddizioni del “late stage capitalism” stanno esplodendo sotto ai nostri occhi in maniera incredibilmente violenta alle periferie del sistema stesso. Questo è il sintomo di una crisi sistemica destinata nel medio-lungo periodo a diffondersi sin nelle aree centrali dell’impero. Equador, Argentina, Colombia, Haiti: ovunque il popolo sta insorgendo in Sud America, stufo delle misure eterodirette di austerità. In questo contesto appaiono ancora più chiari i motivi che hanno spinto Draghi a parlare di MMT come valida opzione, o la Lagarde a bisbigliare “misure espansive”: venuti oggettivamente meno i paradigmi neoliberisti il capitale internazionale sta tentando di giocare la carta ordoliberista, nel tentativo di perpetuare la sottomissione dei popolo. Ma l’ordoliberismo non è libertà, ma anzi il più subdolo attentato ad essa. Non sono le pensioni o la previdenza sociale a rendere un popolo libero. Non ci si deve accontentare: vogliamo una democrazia sostanziale, l’uguaglianza di fatto e la libertà per ogni essere umano. Probabilmente non riusciranno i vari vassalli imperiali a cambiare ora sentiero, oramai ci siamo troppo addentrati, ma anche se fosse il compito dei patrioti rimane lo stesso, ossia combattere senza pietà e senza accordi ogni tirannia, anche quelle mascherate dal velo di uno stato sociale più o meno pronunciato.

“Ma se il popolo si desta…”

Grande manifestazione ieri in piazza a Roma, migliaia e migliaia scesi in piazza mossi dall’appello del comitato Liberiamo l’Italia. Finalmente stiamo assistendo alla costruzione di un fronte democratico di lotta in opposizione al regime capitalista e alle sue manifestazioni più prossime: Nato ed Unione Europea. E’ nostro dovere contribuire alla crescita e ai successi di questo movimento, vera speranza per la lotta di liberazione nazionale, unico progetto concreto, al di là della sudditanza verso gli alter-europeisti nostrani e del cretinismo elettorale. E’ stato un grandissimo sforzo aver portato in piazza più di tremila persone, ma ciò rappresenta solo l’inizio. La vera battaglia è ancora davanti a noi, e si combatterà nelle piazza, nelle scuole, sui posti di lavoro. Alle nostre spalle, dalle plebi insorte dell’antichità, al Risorgimento alla Resistenza abbiamo migliaia di padri ideali che ci spingono alla battaglia. La nostra lotta sarà coronata dalla Vittoria.

Di seguito il testo dell’intervento del nostro delegato alla manifestazione e il comunicato del Comitato Promotore.

“Esistono giorni la cui importanza non è avvertita dai contemporanei, i quali, sia chi partecipa all’avvenimento, sia chi si limita ad osservare, non sono ancora in grado di comprenderne l’importanza storica. Pensiamo al 14 luglio del 1789, quando il popolo, conscio della sua naturale ed assoluta sovranità, conquista e distrugge l’odiata Bastiglia. Ebbene noi pensiamo a quella stessa sera, con Luigi XVI che tornava a casa concluse le sue signorili attività, e forse con noia appuntava sul suo diario personale “oggi non è successo niente”. Si sarebbe accorto da lì a poco cosa era successo quel giorno, eccome se ne sarebbe accorto!
Ora, cittadini, mentre io parlo davanti voi in questa piazza, altri tiranni tornano alle proprie case. Non più re di antiche dinastie, ma banchieri, speculatori, affaristi e tutta la schiera dei loro camerieri. Anche questi, con la stessa boria ed impertinenza, annoteranno vicino a questa data “non è successo niente”. Presto si accorgeranno di cosa è successo!
Chiedo quindi a tutti voi, compagni cittadini, di avere Fede. Fede nella forza del popolo, poiché se questo si desta, e si sta destando, non esiste forza terrena capace di sconfiggerlo. Davanti a noi stanno armate le schiere dei capitalisti, degli egoisti, dei tiranni di ogni specie. Uniamoci e li schiacceremo sotto ai nostri piedi!
Liberemo l’Italia, ridaremo il sacro diritto all’Italia di esistere, coesistere e prosperare assieme ad ogni altra nazione umana. La nostra lotta ha per arma il popolo e non conosce confini, a nulla varranno le infamie e i sotterfugi atti a dividerci, a metterci fratello contro fratello: il nemico è chiaro, e non è il mio pari, l’altro sfruttato, ma colui che dall’alto ci impone il cappio. Con loro nessuna pietà, nessun accordo. Spezziamo le sue catene: fuori dall’Euro, fuori dall’Unione dei Padroni Europei e fuori dalla Nato, ma soprattutto fuori loro dall’Italia! Siamo di più, abbiamo dalla nostra parte la forza della fede e la certezza della giustezza della nostra causa. Viva l’Italia, viva il popolo! Vinceremo!”

12 ottobre: un primo bilancio
Diversi sono i criteri per valutare se una manifestazione è stata un successo oppure no.
Certo, anzitutto da quanti hanno raccolto la sfida.
Aver motivato più di tremila cittadini venuti a Roma da tutto il Paese, la gran parte con mezzi propri, è un grande successo.
La data del 12 ottobre sarà una data da ricordare.
Un grande successo, per niente scontato quindi, confermato da diversi fattori.
Avevamo detto che il 12 ottobre sarebbe stato il primo passo, l’inizio di un cammino, quello che dovrà dare vita ad movimento popolare, indipendente e trasversale, per liberare l’Italia dalle gabbie dell’Unione europea e del neoliberismo.
La volontà, non solo nostra, ma dei tanti che erano in piazza è che sì, si deve andare avanti in questa direzione. Non demordere, agire, organizzarsi, per costruire LIBERIAMO L’ITALIA come nuova comunità politica, democratica, ribelle, patriottica e internazionalista perché solidale con gli altri popoli. La Costituzione del 1948 come nostra stella polare.
Sappiamo che il terreno è in salita, ma i tantissimi cittadini che ieri ci hanno avvicinato offrendo la loro disponibilità ad essere protagonisti di questo cammino di libertà, ci riempie di gioia e ci da tanta forza.
La responsabilità è enorme, sappiamo che il difficile comincia adesso, che non possiamo permetterci errori.
Non li faremo se sapremo fare tesoro della lezione che ci ieri ci è venuta.
Ieri, in piazza, era palpabile il clima di soddisfazione: per lo spirito unitario, plurale ma inclusivo della manifestazione.
È stata come una sinfonia: tante le voci uno solo l’annuncio: LIBERIAMO L’ITALIA!
Di più. Grazie ai fratelli stranieri presenti (greci, francesi, spagnoli, inglesi, austriaci, ma anche africani) e di quelli non presenti (saluti sono giunti da diversi altri paesi), la manifestazione ha voluto esprimere il sentimento di fratellanza verso tutti i popoli che soffrono sotto il giogo delle oligarchie liberiste e della finanza predatoria globale.
Solo uniti vinceremo, uniti procederemo, uniti ce la faremo.

Il Comitato promotore
13 ottobre 2019

Contro il Reich europeista, per la lotta democratica

Prove tecniche di totalitarismo.
Grande finanza e alta borghesia europea mostrano la faccia totalitaria del liberal-liberismo oramai giornalmente. I miti dei “70 anni di pace”, dei benefici dell’euro e della stabilità iniziano a cadere nelle menti di sempre più persone. All’orwelliana commissione per lo “stile di vita europeo” si va a sommare la fascistoide equiparazione fra nazismo e socialismo sovietico, col tentativo sia di riscrivere la storia ad uso e consumo dell’imperialismo statunitense sia di colpire i movimenti comunisti che coerentemente si battono contro il Reich di Bruxelles. A loro ed a ogni altra forza democratica va la nostra solidarietà e il nostro impegno nel tener duro, nel continuare la lotta per la pace, la libertà e la giustizia. Le loro censure non ci fermano, le loro catene non ci fermeranno. Avremo la libertà o avremo la morte.

8 settembre: in tutta Italia inizia la resistenza!

Oggi, domenica 8 settembre, Giovine Italia ha preso parte ai presidi che in tutta Italia si sono tenuti in solidarietà al popolo greco, vittima sacrificale sull’altare dell’austerità. Oggi più che mai, coi mercati che sorridono al nuovo governo, è necessario compattare il fronte dell’opposizione democratica, cercando l’amicizia e la collaborazione di ogni patriota. Sempre più cittadini prendono le parti del popolo nella lotta fra questo e il capitale, ed è solo questione di tempo prima che questi raggiungano una massa critica. Noi siamo convinti che la sempre più vicina data del 12 ottobre rappresenterà un saldo punto d’inizio per la costruzione di un fronte popolare.

Mazzini, lotta di classe ed interclassismo

Giuseppe Mazzini, come da noi ricordato in un precedente articolo, si rendeva benissimo conto tanto della necessità di un programma che raccogliesse le istanze e gli interessi della classe operaia quanto della mancanza di questo. Questi interessi, nella visione mazziniana, non dovevano però rispondere unicamente ad un bisogno materiale, ma all’applicazione di una più ampia legge morale. “Senza morale non vi è Rivoluzione”. Una mero cambio della guardia, la variazione delle persone detentrici della sovranità non è sufficiente. Quello che occorre è l’imposizione di una Legge, che Mazzini fa discendere da Dio, non unicamente economica, ma totalmente umana. Questa legge può essere da chiunque intesa, e chiunque può battersi a suo favore, da qui il suo “interclassismo”, ben diverso da quello corporativo che vorrebbe far conciliare le opposte istanze delle classi padronali e salariate. La società deve avviarsi verso un avvenire di giustizia, dove ognuno sia “padrone della totalità della ricchezza da lui prodotta”, ma anche dove lo scopo ultimo non sia la sopravvivenza, ma il miglioramento, il progresso, in un’ottica tanto individuale quanto comunitaria. La lotta di classe fondata puramente su conflitti d’interesse di natura economica non risulta quindi lo strumento più sicuro, in quanto il bisogno materiale porta l’individuo a mettere se stesso al primo posto, anche anteponendosi alla propria classe. La lotta dev’essere condotta al sistema classista in sé, ai suoi principî e ad ogni sua manifestazione, portando avanti le istanze di giustizia sociale, eguaglianza e fraternità ma scongiurando la tirannide sottomettendo la lotta ad uma direttrice profondamente morale. Strumento per questo è l’Associazione, ossia unione frsterna avente il Progresso come scopo. Si badi bene: non associazione fra padroni e sudditi, ma fra uomini liberi.
Mazzini peccó indubbiamente di idealismo nel ritenere che il suo messaggio potesse essere non solo accettato, ma addirittura compreso, dalla stragrande maggioranza del tessuto sociale italiano, in special modo la medio-piccola borghesia, che mai avrebbe rinunciato ai propri privilige in nome di una giustizia che a loro non avrebbe arrecato altro che una perdita di potere politico. Detto questo, è bene sottolineare come anche l’eccesso opposto, il materialismo economicista, non abbia che portato alla soppressione di qualsiasi istanza rivoluzionaria in nome di un caduco miglioramento della situazione materiale di pochi “capipopolo”. Come negare ciò guardando il mondo attuale, dove sono i sindacati a bloccare gli scioperi, come avvenne a Genova nel 2013, per paura delle conseguenze della lotta, dove le organizzazioni autoproclamatesi “socialiste” se non addirittura “comuniste” fungono da quinta colonna per le organizzazioni padronali neo-feudali come l’Unione Europea, o guardando ad ogni rivolta sedata da un “piatto di minestra”, da Giolitti a Tsipras. La giusta via sta nel mezzo, nell’analisi pragmatica della situazione materiale e nella guida di una direttrice morale ed ideale, via che anche se sottaciuta è stata alla base di ogni esperienza rivoluzionaria vittoriosa. I cuori non si conquistano con le discussioni sulle variazioni del saggio del profitto, né da queste sono rassicurati se stretti in un cella o difronte alla morte, né allontanati dalle possibilità di corruzione. È la bellezza di un’Idea a tener saldi i corpi davanti al fuoco nemico, a spronare verso l’incorruttibilità, il radicalismo e la coerenza.