Un milione a Santiago contro la dittatura

Immagini commoventi quelle che da ieri affluiscono sulla rete riguardo alla colossale manifestazione dei cittadini cileni a Santiago. Più di un milione di manifestanti hanno bloccato la città come atto di protesta contro la violentissima repressione ad opera del nostalgico di Pinochet Piñera che ha già causato decine di morti e centinaia fra feriti e violentati, e contro il totale silenzio mediatico in atto. Se per ogni sassata tirata dai rampolli dei quartieri alti del Venezuela aveva risonanza mondiale, poco o nulla si sa delle manifestazioni in Cile, manifestazioni patriottiche e democratiche che da mesi contestano il sistema liberista, figlio della scuola dei “Chigago Boys” che ha reso il Cile uno dei paesi con più marcate disuguaglianze, dove persino acqua e pensioni sono gestite da privati speculatori. La prova di coraggio del popolo cileno è destinata a fare la storia e, in attesa di poterci unire a loro nella lotta nella nostra Italia, salutiamo queste donne e questi uomini che sfidano piombo e manganelli per tenere alta la bandiera della libertà.

Ancora sangue e repressione in Cile

No, non è Kabul né tantomeno qualche villaggio della Siria settentrionale: le immagini di blindati dai quali escono soldati ad armi spianate vengono dal Cile, dal “moderno” e “liberale” Cile. Avevamo già parlato delle manifestazioni di contrasto al governo liberista che si suaseguono da mesi (http://www.giovineitalia.org/il-fantasma-di-pinochet-sul-cile-di-pinera/) ma ora la situazione sembra essersi scaldata ancor di più. L’esercito e i “carabineros” sparano sugli studenti, travolgono i manifestanti che lottano contro le riforme liberiste ed antidemocratiche del nostalgico di Pinochet Piñera. Ovviamente silenzio da parte dei media: non si guarda in casa agli amici. Ci auguriamo in una rapida insurrezione popolare e la deposizione di un governo autoritario e antipopolare, una rivoluzione che ridia speranza non solo al Sud America, oggi in fermento, ma a tutto il mondo.

Oggi a Santiago

Il Generale Pinochet e/o la Bonino

Il Capitale agisce sempre nella stessa maniera, seguendo storicamente questo pattern: dove ha concorrenti o nemici si infiltra, se respinto passa alla violenza, ora fisica espressa da cannoni e fucili, ora psicologica espressa da terrorismo mediatico e distruzione della società civile. Questo vale sia nei rapporti concorrenziali fra le varie oligarchie capitaliste sia nei tentativi predatori nei confronti delle istituzioni democratiche e popolari. Questo lo abbiamo visto bene nel lontano ’73, quando la Cia spalleggiò una sedizione armata promossa da elementi militari contro il governo democratico e socialista del Presidente Salvador Allende. Quale fu la sua colpa? Aver restituito al controllo popolare le risorse del Cile, che da decenni erano sottratte al suo naturale fruitore per andare ad ingrassare il capitale statunitense. Come riuscirono gli Stati Uniti e i loro vari vassalli in questa drammatica e sanguinosissima opera di “regime change”? Innanzitutto puntarono sulla carta elettorale, supportando con ingenti fondi il partito conservatore, che tuttavia non arrivò che al 25%, superato dalle forze di sinistra moderata del partito cristian-democratico e da Unità Popolare di Allende. Ovviamente la vittoria delle forze socialiste e l’inizio dell’attuazione del loro programma spinsero gli statunitensi ad alzare il tiro, e fu così che, come racconta Patricia Verdugo nel suo saggio “Salvador Allende”, iniziò una certosina opera d’acquisizione di quanti più giornali ed emittenti radio possibile, oltre che d’elargizione di ingenti somme di denaro tanto alla destra istituzionale quanto a gruppi terroristici animati da pensieri liberisti ed antidemocratici, come il tristemente noto “Patria e Libertà” che si rese colpevole anche di omicidi mirati a sbarazzarsi di personalità dalla forte connotazione democratica all’interno delle Forze Armate. Dopo una spaventosa guerra economica (come dichiarato da Kissinger c’era la volontà di “far piangere l’economia cilena”) e diversi tentativi sovversivi, diversi generali si organizzarono per una sollevazione armata, la quale venne portata avanti l’undici di settembre, sotto la guida del generale Augusto Pinochet, una delle figure più infami e meschine della storia, che solamente poche ore prima aveva giurato al Presidente la sincerità dei suoi sentimenti democratici e la sua fedeltà alle istituzioni. Pinochet entrò nel complotto da figura di secondo piano, ritenuto poco intelligente ed affidabile dai suoi “camerati”, ma riuscì per una serie di eventi a ritagliarsi sempre più spazio, fino a diventare dittatore a seguito del golpe. I suoi intenti erano chiari: “lavare la democrazia con il sangue”, ossia quella “insegnare a votare” al popolo cileno, esattamente lo stesso compito che assumono su di loro i mercati ai giorni nostri. Pinochet fu l’esecutore di una punizione decisa dalle alte sfere economiche di Washington, si doveva reprimere il tentativo popolare di recuperare la sovranità, non essendoci riusciti tramite il giornalismo-prostituta ricorsero ai cannoni, alle deportazioni, alle stragi e alle esecuzioni sommarie precedute da indicibili torture. Si può evidenziare un macabro quanto preoccupante parallelismo fra il ruolo ed il pensiero del “Generalissimo” e quello di taluni liberisti nostrani: quanto l’uno si era incaricato di punire e rieducare la plebaglia insorta, quanto gli altri guardano con odio e disprezzo i villici che non comprendono le bellezze e le opportunità del libero mercato, e su questi sono sempre pronti a far calare la scure del potere dei mercati, in grado di decomporre il tessuto sociale italiano a loro piacimento. Inoltre, vi è anche un non secondario aspetto morale nella faccenda. Pinochet si riteneva un difensore di una vaga tradizione aristocratico-militar-latifondista, che vedeva nello status quo liberista ed iperclassista, prono agli interessi Nord-Americani la propria base, e osservava i lavoratori cileni ed il loro Presidente come i nobili di Versailles guardavano i popolani sormontati dal berretto frigio: la paura si mischiava al disprezzo. Da qui la volontà di eliminare questa sovversione tanto pericolosa per i rapporti di forza promossi e consolidati. Allo stesso modo i liberisti sono fortemente gelosi del mondo da loro costruito, dei rapporti di forza che esso legittima e propugna, della selvaggia divisione in classi e della sopraffazione del forte sul debole. Il popolino che chiede stabilità e tranquillità è da reprimere e rieducare, con le buone o con le cattive. Pinochet era una Bonino in uniforme, speriamo per la nostra sicurezza che questo paradigma non venga presto riproposto in Italia.

IL fantasma di Pinochet sul Cile di Piñera

Corsi e ricorsi storici in Cile dove la pluridecennale e spietata dittatura del traditore Augusto Pinochet sembra essere ancora il modello politico ideale per le classi abbienti e le forze armate mercenarie. Una repressione violenta e sconosciuta in Occidente si abbatte sulla nazione cilena sin dalla seconda elezione del presidente Piñera, imprenditore legato saldamente alla frangia più autoritaria delle forze armate e agli Stati Uniti. Le immagini sono sconcertanti: scuole assaltate da teste di cuoio in tenuta militare, professori e studenti massacrati ed arrestati in maniera arbitraria, cittadini vessati e ridicolizzati da quelle persone che avrebbero il compito di tutelare la democrazia cilena, e il tutto sotto lo sguardo complice ed accondiscendente di Washington, che oggi come ieri è disposta a passar sopra i più efferati crimini pur di tutelare gli interessi di pochi oligarchi capitalisti sul territorio cileno.

Secondo i dati dell’INE (Istitudo Nacional de Statistica), la classe lavoratrice cilena, che compone il 71%, è soggetta ad un tasso di disoccupazione pari al 10%, un’enorme esercito industriale di riserva che raccoglie più di un milione del persone abbandonate totalmente da uno stato che è giudicato uno dei più aperti all’iniziativa privata e agli investimenti internazionali. Parlando del livello di povertà le cifre non sono meno spaventose, con un 22% di cileni che vivono sotto la soglia di povertà, e 77 su 100 di questi provengono dalle classi lavoratrici e popolari. L’economia, e di conseguenza il potere politico, è retta da a malapena l’1,7% della popolazione, industriali, latifondisti, gerarchi e lacchè di varia natura. A questi dati si deve aggiungere una situazione disastrosa in campo sanitario e scolastico. Il primo, massacrato dalle riforme liberiste del dittatore Pinochet, non si è mai emancipato totalmente dal mercato e dal controllo privato, facendo si che, ad oggi, ci sia solo un 50% di probabilità che una partoriente sia assistita da un’ostetrica, e che, a causa della gestione municipale della sanità, spesso siano necessari spostamenti di centinaia di chilometri per ricevere cure specialistiche (fonte: New England Journal of Medicine).

estratto da in video di un’irruzione

Da un punto di vista scolastico, gli studenti ed i docenti da anni protestano per aver accesso ad una maggiore quantità di fondi e per un’istruzione più aperta democratica. Il governo ha risposto non solo disperdendo i cortei, ma con le irruzioni accompagnate da gas lacrimogeni all’interno delle scuole. “Mentre mio figlio stava dando un esame di matematica, è entrata la polizia nell’edificio. Anche le altre madri piangendo chiedono solo di non far del male ai nostri figli, ma i carabinieri ci prendono in giro e dal liceo ci dicono che è tutto normale”. Sono queste le parole dette in lacrime da una madre fuori da una scuola occupata dalle forze di polizia. Dall’interno di questa vengono fuori immagini di studenti piegati in due dai gas, ammucchiati lungo i muri e bastonati senza ritegno.

Quando in televisione berciano di fantomatiche “dittature socialiste”, di “crimini di guerra” e che dir si voglia, ricordate in cosa consiste la prassi dei servi dei capitalisti occidentali, dal cile all’Arabia Saudita.