L’alba di una nuova primavera

La storia sembrava finita. Lo dicevano dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del relativo blocco, lo speravano, speravano di poter dare inizio al loro incontrastato Impero millenario. Si sono dovuti ricredere, si stanno ricredendo e si ricrederanno. Mezzo mondo è in fiamme. Haiti, Colombia, Palestina, Ecuador, Cile, Honduras, Libano, Catalogna, Iraq, Francia, Sudan, Perù: ogni giorno nuovi scontri, nuovi morti, nuove battaglie, tutte unite da un filo conduttore ben preciso, ossia la rivolta ad un sistema socio-economico e morale che si è imposto ai popoli e contro di essi, un regime internazionale che a colpi di dissoluzione degli organi democratici, austerità e culto del profitto ha oppresso per fin troppo tempo l’Umanità. Siamo difronte agli esordi di una nuova Primavera dei Popoli. Il contagio rivoluzionario è possibile oramai, e non solo nelle periferie del sistema capitalista, ma all’interno del suo stesso cuore, l’Occidente autocratico e liberista. Anni di tensioni sociali rimaste latenti sono finalmente sul punto di scoppiare, alimentate dalla cupidigia di classi dirigenti inette e prone agli interessi dei gruppi lobbistici. Certo, non è detto che le proteste di questi giorni riescano ad avere uno sbocco che non sia solamente negativo, ossia riescano a produrre una modifica reale dello scenario politico e sociale, ma sono importanti segni della vitalità dei popoli. Tutte queste singole esperienze sono da contestualizzare in un più grande contesto di una lotta sociale e morale fra due schieramenti contrapposti, quello dei popoli e quello delle cosche che su di essi vorrebbero regnare. Occorre comprendere che non esiste un terreno neutro, che la presa di posizione è obbligata, e la negazione di ciò comporta anzi una scelta di campo ben precisa. Condannare qualche vetrina in frantumi o una macchina data alle fiamme è quanto di più meschino si possa fare oggi, sintomo non solo di totale ignoranza politica e della situazione contingente, ma anche di un’interiore malizia ben più grave di qualsiasi fraintendimento. Al posto di condannare i movimenti patriottici e democratici di liberazione che spontaneamente stanno sorgendo si dovrebbero anzi ammirare, e cercare di sfruttarne la risonanza per suscitarne l’emulazione. L’Europa, instupidita da decenni di propaganda liberista, è forse uno dei terreni più difficili, ma è anche il teatro di feroci contraddizioni, basti pensare alle cure chemioterapiche sospese in Grecia per mancanza di fondi e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza. L’Europa ha bisogno di dar fuoco alla minaccia. I Gilet Gialli sono stati un inizio di ciò, inizio ancora imperfetto e segnato all’interno da divisioni forse irrisolvibili che ne pregiudicano l’azione, ma occorre ora che il movimento si espanda. Ovviamente a tentare di impedire ciò stanno tutti i vari “populisti”, che da Salvini all’AFD tedesco passando per la Le Pen intercettano il dissenso e propongono soluzioni di compromesso o puramente estetiche, ma ciò non può durare per sempre. L’unica strada per l’emancipazione è la lotta di popolo, prima si capisce questo prima si potranno abbandonare capitani e filosofi da salotto al loro destino.

Democrazia: alcuni ragionamenti

La questione della lingua

Una parola non è che uno strumento, essa serve un fine che è la comunicazione di un certo contenuto. La scelta di un termine e la definizione che si da di esso sono strumentali al tipo di contenuto che si vuole comunicare. Non esiste nessun significato intrinseco, e tantomeno una naturale tendenza nella parola, che non ha caso necessitano per esistere di una mente umana che la componga, verbalmente o graficamente. Avendo come fine la comunicazione di un messaggio tanto soggetto a fraintendimenti più o meno voluti quale è quello di natura politica, è estremamente necessario fermarsi a definire i termini. Ci concentreremo ora su alcune parole necessitanti di definizione, la quale è da comprendere, per riuscire ad intendere i nostri successivi ragionamenti. Ciò che ci interessa non è la formalità, l’aspetto esteriore dei termini, ma il loro contenuto. Sentitevi dunque liberi, una volta letta ed intesa la sostanza, di sostituire al termine dato quello che più si confà alla vostra cultura e mentalità.


-Partito: vogliamo intendere con questo termine una particolare organizzazione sociopolitica a carattere gerarchico e verticistico, la quale si basa su vincoli di interesse materiale, ed inserita all’interno di una universale guerra di tutti contro tutti, data per assiomatica e, sovente, moralmente giustificata. Da questa guerra si vuole uscirne vincitori, mantenendo gli sconfitti in una posizione di inferiorità e di sudditanza. Il partito prevede un modello competitivo, che si fonda sulla discordia e che per essa vive. Diciamo “Partito” quella forza integrata all’interno di un sistema classista espressione degli interessi di un particolare gruppo, una parte, che vuole arrivare al vertice della piramide sociale senza intaccare le fondamenta di questa, ossia la natura competitiva e gerarchica. Un’organizzazione politica rappresenta in nuce un mondo che si vuole creare, un dover essere da imporre all’essere. Essendo il partito non indirizzato ad un cambiamento ma unicamente ad una diversa distribuzione del potere esso si può definire come l’organismo antipolitico per eccellenza.


-Democrazia: “potere del popolo”. Per attribuire un significato a questa parola è necessario prima di tutto definire i termini “popolo” e “potere”, per cui: -Popolo: Assieme di individui che sono, o si vogliono, liberi ed eguali, e che si definiscono storicamente con un passato ed un futuro comuni. Tale ente è delimitato nel tempo e nello spazio dai limiti della sua azione storica.
-Potere: facoltà di poter intervenire liberamente e senza costrizione alcuna, al di fuori del soddisfacimento dei bisogni naturali, sull’ambiente d’azione, sia esso esterno al soggetto o esso stesso. Si è potenti in ragione di quanto si è liberi, la capacità di esercitare tale potenza è detta sovranità.
Risolta questa questione possiamo passare al termine che mette in correlazione i due precedenti, ossia “democrazia”, che risulta dunque essere la capacità del popolo di intervenire spontaneamente su se stesso e sulla sua sfera d’azione senza restrizioni che il rispetto dell’altrui diritto di fare altrettanto, ossia di autodeterminarsi. Democrazia significa progresso di tutti ad opera di tutti, ossia l’assenza di classi sociali o di interessi divergenti, i quali generano per natura una situazione di guerra che impedisce l’esercizio della collettiva autodeterminazione. Significa perfetta comunanza d’intenti data dal riconoscimento dei propri diritti naturali e del limite di questi posto nell’altrui diritto. La democrazia è dunque definibile anche come l’assenza del conflitto e della competizione fra parti, poiché non prevede l’esistenza di queste. E’ l’antitesi del privilegio, poiché prevede la perfetta eguaglianza, poiché una disparità economica si traduce in disparità di potere politico. E’ l’antitesi del narcisismo individualista e del becero campanilismo, che maschera l’egoismo con il mantello di un simulato senso d’appartenenza comunitaria.
Con la questione terminologica risolta almeno in parte possiamo addentrarci in alcune brevi riflessioni su alcuni aspetti della situazione corrente.

Cretinismo elettorale

Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma tuttavia persiste l’esistenza di un forte zoccolo duro ancora convinto che all’interno del totalitarismo liberal-liberista le elezioni siano qualcosa in più che una semplice formalità, l’illusione del controllo popolare su una sovranità che è sempre con più insistenza rivendicata da gruppi privato aventi interessi propri e proprie agende. Abbiamo visto la privatizzazione della Banca d’Italia, abbiamo visto l’euforico ingresso nell’area euro, abbiamo visto la firma del Trattato di Lisbona e finanche la menzione in diversi articoli della nostra Costituzione dell’Unione Europea e delle sue direttive. Abbiamo visto interi pacchetti di riforme varati in ossequio a direttive di un organismo evidentemente di maggior peso come l’Unione Europea. In aggiunta a ciò, sul nostro territorio nazionale trovano riparo migliaia di soldati stranieri, intere flotte e persino armi nucleari. Serve una certa dose di coraggio per portare avanti con tutti questi dati evidenti il pensiero che basti raccogliere alcune migliaia di firme o di voti per poter liberarsi da tutte queste catene. Come se il processo fosse così lineare poi, come se per costruire il consenso non servissero ingentissimi mezzi di cui ogni forza che vuole porsi al di fuori di certe dinamiche di potere è destinata a rimanere totalmente sprovvista. Pensieri del genere possono nascere solamente in mancanza di una capacità d’analisi sistemica, dal concentrarsi sulla forma e non sulla sostanza dell’epoca storica da noi vissuta. Questo atteggiamento leguleio rende sterile ogni azione politica, ogni sano slancio verso il cambiamento, ogni energia riposta in un progetto. Certo, il partecipare alle elezioni garantisce una, seppur minima, visibilità, ma c’è da chiedersi se un progetto di crescita a lungo termine sia possibile visto il sempre più terribile potere degli oligarchi. Occorre aggiungere che questa comoda illusione che prevede unicamente lo sforzo propagandistico per assicurarsi la vittoria va spesso di pari passo al feticismo per mai esistiti “bei tempi andati”. Analizziamo un periodo diventato molto comune da idolatrare dopo l’introduzione della locuzione “sovranismo costituzionale” nella terminologia politica: la Prima Repubblica. E’ inutile dire che questi anni nulla ebbero di “glorioso”: i diritti sociali furono sì maggiori rispetto agli attuali, e sicuramente si riuscì a godere di un benessere abbastanza diffuso, ma ciò fu reso possibile da violentissime manifestazioni volte a contestare lo status quo democristiano. La Prima Repubblica è il periodo dell’IRI, del proporzionale puro e del boom economico, ma è anche il periodo degli anni di piombo, della Gladio, dell’ombrello della N.A.T.O, del terrorismo, della repressione, delle asprissime lotte sociali che sovente lasciavano morti per le strade, della rivolta di Reggio e della strage di Modena, degli accordi Stato-mafia e dei tentati golpe. Un conto è riconoscere le caratteristiche economiche e sociali di un dato periodo, elaborando quindi una critica storica che metta alla luce pregi e difetti, l’altro è il feticismo nostalgico che pone come fine un passato non solo inventato, ma materialmente non replicabile.

Individuo e comunità

L’esistenza di una dicotomia fra individuo e comunità è retaggio dei pensatori individualisti ed egoisti, i quali arrivarono all’estremo del solipsismo e al ritenere la comunità come una finzione. In realtà, come innumerevoli sapienti insegnano, da Proudhon a Pisacane a Mazzini, l’individuo non è soppresso o “castrato” dalla comunità, ma reso più libero, e di conseguenza più potente. La libertà cresce in corrispondenza dell’aumentare delle relazioni sociali che l’individuo stabilisce con i suoi simili, non rinunciando alla sua precedente libertà ma anzi aumentandola. Si potrebbe dire che sia proprio questo il ruolo dello Stato: non solo tutelare ma anzi aumentare la libertà d’ognuno, garantita da un patto sociale e dal vivere in comunità. Pensare che limitando la propria libertà si arrechi beneficio al gruppo è come pensare che si possa correre più veloce tagliandosi una gamba. La comunità è un’astrazione dell’individuo, il quale riconosce il proprio vicino come assimilabile a lui, vede in lui un minimo comune denominatore che permette di creare un concetto unitario che vada a mettere in correlazione tutti e due i soggetti. E’ d’uopo andare a contestare una popolare quanto stupida credenza, ossia quella secondo la quale l’astrazione non farebbe parte del reale. Per ridurre al silenzio ciò basta pensare alla vita quotidiana, come concetti astratti quali la famiglia, il denaro, una società per azioni, una legge e un titolo di studio riescano ad avere enormi ricadute sul reale nonostante il loro essere astrazioni, convenzioni sociali, pensieri sviluppatisi nella mente degli uomini e diffusi intorno a loro. L’astrazione non si ferma al singolo che scopre nel suo vicino un membro della sua famiglia, ma porta le famiglie ad unirsi formando città, le città nazioni, le nazioni l’Umanità. In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che ogni attacco contro la persona sia un attacco non solo alla famiglia e alla nazione, ma alla totalità degli esseri, in quanto il singolo questi genera e in questi è contenuto.

Contro la gerarchia

Ogni ripartizione ineguale di potere fra gli uomini non è solo dannosa per la vita sociale, ma profondamente antidemocratica. Poco importa il titolo che si vuole dare ad un superiore: sia esso presidente, segretario, capo, duce, comandante la sostanza è una divisione verticale destinata a generare interessi contrastanti e dunque conflitto. Gli uomini sono eguali e liberi di natura, la nostra etologia vuole che ci si raggruppi nella maniera tale da garantirci le migliori possibilità di sopravvivenza, ed essa non è il potere del singolo sul gruppo, ma la sovranità del singolo su sé stesso, della comunità sulla comunità. Ogni livello della socialità umana ha una sua particolare sfera d’azione, ed entro questa sfera d’azione è giusto che agisca solamente il soggetto in questione. Tutto ciò che non inficia la comunità è lecito al singolo, tutto ciò che non arreca danno all’Umanità è lecito alla nazione, questo perché il limite della libertà è l’altrui diritto, di conseguenza non sono diritti il furto, l’omicidio e la schiavitù, ma anzi il loro contrario, ossia l’imposizione di un privilegio. Ovviamente all’interno della comunità ci si pone il problema del soddisfacimento di certi bisogni, sempre crescenti col passare della Storia. Dalle semplici necessità di cibo e riparo si è passati a dover regolare la distribuzione di beni in territori vastissimi, la riscossione delle tasse e il mantenimento di servizi di igiene pubblica. E’ lecito e giusto che ogni cittadino, ossia il libero uomo conscio dei doveri nati con la vita comunitaria, svolga la mansione a lui più consona, e che tragga da questa tutti i bene a lui necessari. Essendo la vita in grandi comunità estremamente complessa, è legittimo che esistano commissari deputati dalla comunità stessa a svolgere particolari compiti, siano essi il regolare gli orari dei treni o a condurre trattative commerciali. Questi commissari non devono però essere dotati di per sé di nessun potere al di fuori del mandato concesso dal popolo per un particolare compito da svolgersi in un particolare tempo, devono essere in ogni momento sindacabili e revocabili dalla loro posizione. Il potere del popolo su sé stesso deve essere assoluto, non esiste carica che il popolo debba valutare come “superiore” a quella del cittadino normale, ossia dotata di diritti maggiori.

Libertà e sacrificio

Da ciò di cui abbiamo discusso prima se ne può dedurre che una mutilazione della libertà del singolo non rechi giovamento alla comunità, ma che anzi la libertà di questa venga in modo proporzionale ridotta. Di conseguenza una riduzione della libertà non si traduce in un sacrificio, ma in un attentato alla vita pubblica. La parola “sacrificio” deriva dal latino, e significa “rendere sacro”. Ciò di cui l’uomo si negava in favore di un qualcosa di maggiore, sia stato cibo, capi di bestiame o anche la vita, era ritenuto reso sacro dal gesto. Elementi fondanti di questo processo erano la sua spontaneità del dono e il suo valore in termini di lavoro, di attaccamento o di importanza. Il sacrificio non era automutilazione, ma rinuncia ai frutti del proprio lavoro, della propria fatica, della vita. Esso si traduce nell’impegno quotidiano, nell’instancabilità, della repulsione verso la pigrizia. Si traduce nella scelta di inserire in una scala valoriale ben precisa ciò che è dovere e ciò che è superfluo, sacrificabile. Impegnandomi per la comunità, combattendo pro aris et focis non perdo una libertà individuale per guadagnare un potere collettivo, ma aumento la mia libertà e con essa quella della mia comunità

5 punti per l’azione politica

Vogliamo elencare sommariamente 5 consigli che ci sentiamo di fare a noi stessi e ad ogni nostro interlocutore, 5 punti essenziali e semplici per la correzione dei vizi ai quali si può andare naturalmente in contro, ancora di più in questi tempi bui che suscitano reazioni retoricamente estremistiche ma sostanzialmente “conservatrici”.
1-Rinunciare ad ogni aspirazione ad un ruolo messianico, prendere coscienza che l’agire del singolo per essere fruttuoso deve essere inserito in un contesto comunitario, così come quello comunitario deve essere posto in un contesto più ampio.
2-Bando al feticismo e all’idolatria. Non c’è bisogno di santini o di madonne, non serve ricordare improbabili età dell’oro. Serve una presa di coscienza del presente, il porre questo in continuità col passato, il rifarsi creativamente e criticamente ad esso, senza erigere altari, poco consoni ad un popolo che si vuole civile.
3-Non avere paura dei termini. Lasciamo le coscienze spaventate dai toni a sé stesse, esse non sono soggetti storici, ma spettatori passivi. Chiamiamo le cose per quello che sono, con intelligenza ma senza paura di causare turbamenti negli animi degli insicuri. Questo è l’unico modo per costringerli a prendere campo: porli davanti ad una scelta.
4-Aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Farsi illusioni di improbabili intercessioni divine, capovolgimenti improvvisi o altre sciocchezze è assolutamente controproducente. Siamo in una situazione estremamente difficile dove solo ancora per poco saranno rispettate certe formalità “democratiche”. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza, i nostri discendenti chiederanno conto delle nostre azioni.
5-Sentirsi parte del tutto, non parte fra le parti. Ogni ente è scomponibile, ogni ente è assimilabile ad altri per arrivare ad un ente maggiore. Non esiste contraddizione in ciò, anche se avviene tutto al contempo. Prendiamo atto di questo, prendiamo atto che la nostra individualità esiste come collettività di livello minore, e la nostra collettività come individualità di livello maggiore.

Il Generale Pinochet e/o la Bonino

Il Capitale agisce sempre nella stessa maniera, seguendo storicamente questo pattern: dove ha concorrenti o nemici si infiltra, se respinto passa alla violenza, ora fisica espressa da cannoni e fucili, ora psicologica espressa da terrorismo mediatico e distruzione della società civile. Questo vale sia nei rapporti concorrenziali fra le varie oligarchie capitaliste sia nei tentativi predatori nei confronti delle istituzioni democratiche e popolari. Questo lo abbiamo visto bene nel lontano ’73, quando la Cia spalleggiò una sedizione armata promossa da elementi militari contro il governo democratico e socialista del Presidente Salvador Allende. Quale fu la sua colpa? Aver restituito al controllo popolare le risorse del Cile, che da decenni erano sottratte al suo naturale fruitore per andare ad ingrassare il capitale statunitense. Come riuscirono gli Stati Uniti e i loro vari vassalli in questa drammatica e sanguinosissima opera di “regime change”? Innanzitutto puntarono sulla carta elettorale, supportando con ingenti fondi il partito conservatore, che tuttavia non arrivò che al 25%, superato dalle forze di sinistra moderata del partito cristian-democratico e da Unità Popolare di Allende. Ovviamente la vittoria delle forze socialiste e l’inizio dell’attuazione del loro programma spinsero gli statunitensi ad alzare il tiro, e fu così che, come racconta Patricia Verdugo nel suo saggio “Salvador Allende”, iniziò una certosina opera d’acquisizione di quanti più giornali ed emittenti radio possibile, oltre che d’elargizione di ingenti somme di denaro tanto alla destra istituzionale quanto a gruppi terroristici animati da pensieri liberisti ed antidemocratici, come il tristemente noto “Patria e Libertà” che si rese colpevole anche di omicidi mirati a sbarazzarsi di personalità dalla forte connotazione democratica all’interno delle Forze Armate. Dopo una spaventosa guerra economica (come dichiarato da Kissinger c’era la volontà di “far piangere l’economia cilena”) e diversi tentativi sovversivi, diversi generali si organizzarono per una sollevazione armata, la quale venne portata avanti l’undici di settembre, sotto la guida del generale Augusto Pinochet, una delle figure più infami e meschine della storia, che solamente poche ore prima aveva giurato al Presidente la sincerità dei suoi sentimenti democratici e la sua fedeltà alle istituzioni. Pinochet entrò nel complotto da figura di secondo piano, ritenuto poco intelligente ed affidabile dai suoi “camerati”, ma riuscì per una serie di eventi a ritagliarsi sempre più spazio, fino a diventare dittatore a seguito del golpe. I suoi intenti erano chiari: “lavare la democrazia con il sangue”, ossia quella “insegnare a votare” al popolo cileno, esattamente lo stesso compito che assumono su di loro i mercati ai giorni nostri. Pinochet fu l’esecutore di una punizione decisa dalle alte sfere economiche di Washington, si doveva reprimere il tentativo popolare di recuperare la sovranità, non essendoci riusciti tramite il giornalismo-prostituta ricorsero ai cannoni, alle deportazioni, alle stragi e alle esecuzioni sommarie precedute da indicibili torture. Si può evidenziare un macabro quanto preoccupante parallelismo fra il ruolo ed il pensiero del “Generalissimo” e quello di taluni liberisti nostrani: quanto l’uno si era incaricato di punire e rieducare la plebaglia insorta, quanto gli altri guardano con odio e disprezzo i villici che non comprendono le bellezze e le opportunità del libero mercato, e su questi sono sempre pronti a far calare la scure del potere dei mercati, in grado di decomporre il tessuto sociale italiano a loro piacimento. Inoltre, vi è anche un non secondario aspetto morale nella faccenda. Pinochet si riteneva un difensore di una vaga tradizione aristocratico-militar-latifondista, che vedeva nello status quo liberista ed iperclassista, prono agli interessi Nord-Americani la propria base, e osservava i lavoratori cileni ed il loro Presidente come i nobili di Versailles guardavano i popolani sormontati dal berretto frigio: la paura si mischiava al disprezzo. Da qui la volontà di eliminare questa sovversione tanto pericolosa per i rapporti di forza promossi e consolidati. Allo stesso modo i liberisti sono fortemente gelosi del mondo da loro costruito, dei rapporti di forza che esso legittima e propugna, della selvaggia divisione in classi e della sopraffazione del forte sul debole. Il popolino che chiede stabilità e tranquillità è da reprimere e rieducare, con le buone o con le cattive. Pinochet era una Bonino in uniforme, speriamo per la nostra sicurezza che questo paradigma non venga presto riproposto in Italia.

Liberiamo l’Italia! Il 12 Ottobre in piazza a Roma!

E’ stata indetta da parte del comitato “Liberiamo l’Italia” una manifestazione nazionale contro l’Unione Europea e a favore della sovranità democratica dei popoli per il 12 ottobre a Roma. Giovine Italia da subito risponde a questa chiamata promuovendo e supportando questa iniziativa.

L’azione vale più di mille parole, e sarebbe da ipocriti tirarci ora indietro adducendo ridicole scuse dal piglio aristocratico, buone forse per professori e dottrinari ma in netto contrasto con la natura del nostro movimento e gli scopi che per questo ci siamo prefissati. E’ il nostro stesso periodo storico, segnato dai continui attacchi ai danni della libertà dei popoli, ad imporre una prassi radicale che sappia sfruttare ogni occasione per restituire alle oligarchie padronali i colpi. Per questo, in nome della comune battaglia contro il sistema capitalista e la sua emanazione politico-finanziaria che prende il bugiardo nome di “Unione Europea”, siamo pronti a collaborare attivamente con qualsiasi altra forza che si riconosca nella Costituzione della Repubblica così come ci è stata trasmessa dai Padri Costituenti, e che si dimostri solerte nella lotta per la conquista delle libertà fondamentali e della sovranità popolare.

Il 12 ottobre ogni affiliato alla Giovine Italia sarà a Roma in qualità di italiano, chiediamo ad ogni nostro simpatizzante, sostenitore o lettore di fare altrettanto, in modo da contribuire, con la sua forza, alla creazione di un grande movimento di contestazione che possa difendere il popolo da attacchi e soprusi.

https://www.liberiamolitalia.org/2019/07/16/manifestazione-del-12-ottobre-liberiamo-litalia-lappello/

Dal popolo per il popolo: ecco perché la democrazia diretta

Spesso quando si pensa alla democrazia si pensa ad un sistema rappresentativo, dove il popolo delega la propria sovranità a rappresentanti esterni ad esso. Questo è forse il sistema più comune, a livello formale, in tutto il mondo tant’è che è arrivato a “modellare” il significato stesso di Repubblica. Etimologicamente, questo termine, deriva da “Res Publica”, “cosa pubblica” o “cosa del popolo”, e un organismo che a tutti appartiene allo stesso modo e sul quale ogni cittadino esercita la medesima forza.

La Democrazia Diretta come alternativa ad un sistema gerarchico e capitalista

Molto spesso la democrazia rappresentativa è, nei fatti, degenerata in un sistema oligarchico capace di utilizzare le divisioni e le contraddizioni interne al popolo al fine di perpetuare una politica corporativa ed elitaria. Tutto ciò non può succedere all’interno della democrazia diretta, ossia all’interno di quel sistema dove è il popolo ad essere sovrano, senza intermediari. In realtà non vi è alcuna differenza fra un “rappresentante” dotato di un potere politico particolare ed un monarca, dato che entrambi, spinti dal rapporto di forza che si viene a creare fra deboli e forti, non possono che spingere per aumentare i propri privilegi. Il popolo, per essere libero ed emanciparsi, deve obbligatoriamente porre se stesso come unico artefice e timoniere del proprio destino. Eventuali commissari o portavoce non hanno da essere in nessun modo portatori di una maggiore sovranità, di una qualsiasi delega o di maggiori diritti, e devono essere costantemente passibili di revoca e sottoposti a giudizio popolare. Al contrario dei “politici” attuali, un commissario dev’essere al di sotto, non al di sopra del Popolo.

A ragion veduta, possiamo affermare che un sistema nel quale la sovranità delegata a terzi non possa definirsi come “democrazia”. Se il potere non è esercitato in maniera collettiva, se la capacità di esercitarlo non è identica per ogni Cittadino, se esistono poveri e ricchi, e di conseguenza potenti e deboli, non vi è situazione più lontana che la Democrazia. Il regime feudal-capitalista potrà pure professarsi democratico, ma ciò rimane vuota retorica difronte all’indiscutibile realtà dei fatti.

“Non c’è peggior dittatura di una falsa democrazia` “

Mohamed Fedi Ben Sa’adi


Dal popolo per il popolo: ecco perché la democrazia diretta



Le cosiddette “democrazie” occidentali sono il classico esempio di un elitarismo subdolo che controlla il popolo tramite una dittatura non tanto materiale quanto intellettuale, e che non accetta alcun tipo di dissidenza, cercando in ogni modo di emarginare questi ultimi tramite la censura ed una sistematica ostracizzazione.
L’oligarchica è un pericolo per il popolo in quanto non pensa a fare il bene collettivo, ma a fare il necessario poiché essa possa perpetuarsi, e le ricchezze dei suoi padrini prosperare. I tiranni, regnando tramite il privilegio, non possono perseguire gli interessi del popolo, opposti a i suoi. Per questo occorre combattere ogni sistema tirannico.
Ovviamente, lo stesso capitalismo è antitetico rispetto alla democrazia, in quanto "la Democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi" come ci ricorda Jean-Jacques Rousseau. Questo sistema vede le sue fondamenta economiche e morali proprio sullo squilibrio di forze e sulla sfrenata competizione, ma l’uomo non può essere libero se gli viene imposto questo terribile stato di guerra omnium contra omnes.

Poiché esiste la Democrazia è necessaria l’esistenza di un popolo cosciente di sé, e dunque libero dall’alienazione. Questa non è che uno dei tanti effetti del sistema capitalista, che già Mazzini individuò come la causa della totale ignoranza morale delle persone che, mortalmente stancate dal doversi vendere per ottenere quel poco sufficiente a mantenersi in piedi, non possono aspirare a null’altro che ad una condizione di automi. Ricordiamo anche Nelson Mandela, eroe rivoluzionario Sudafricano, il quale disse "Un popolo educato, illuminato e informato è una delle vie migliori per la promozione della democrazia".

Luoghi comuni ed infondate accuse

  • “il popolo non è in grado di autogovernarsi”: una delle accuse più comuni, ed una delle più ipocrite visto che spesso esce dalle bocche di chi, sulla carta, propugna la “sovranità” del popolo, non vedendo in essa che una difesa delle locali classi agiate. Il popolo è perfettamente in grado di autogovernarsi, ciò che conta è renderlo cosciente di ciò. L’Uomo non è fatto per essere schiavo, è fatto per essere libero e liberamente in grado di mettere a frutto le sue potenzialità. Ci sono stati migliaia di esempi storici di efficienti forme di autogoverno, dalla Libia al Chiapas, ma non vi è mai stato un esempio di padrone in grado di donare la libertà ai suoi sottoposti.
  • “Un potenziale tiranno potrebbe prendere più facilmente il potere”. Accusa infondata, in quanto un popolo libero e cosciente sarà geloso della sua condizione, pronto a combattere ogni suo nemico in maniera radicale e spietata. AL contrario, in un sistema gerarchico e disomogeneo, un tiranno potrebbe facilmente prendere il potere facendo leva sullo scontento degli oppressi.
  • “La democrazia diretta è pura utopia”. Siamo convinti, con una certa dose di sicurezza, che accuse simili siano state mosse ai propugnatori dell’immoralità della schiavitù, o della parità razziale e di genere, o a qualsiasi rivoluzionario in ogni tempo e luogo. La Storia, che è progresso, farà il suo corso.
  • “Si verrebbe a creare caos e malgoverno”. Come può il governo del popolo, ossia del soggetto che percepisce direttamente le conseguenze delle decisioni, decidere scientemente e ripetutamente per il male di se stesso? Ciò viola il principio di autoconservazione che sta alla base dell’azione degli essere senzienti, è un accusa illogica e frutto di una ristretto campo visivo mentale, il quale resta incatenato all’altrettanto incatenato uomo-suddito del sistema gerarchico.

Spunti sul funzionamento di un sistema a diretta sovranità popolare

La democrazia diretta prevede la massima dose d’indipendenza e di libertà per ogni uomo e per ogni comunità da lui formata, dal livello locale a quello mondiale. Ogni questione che esula dal contesto proprio di una comunità andando a ricadere ad un livello maggiore è giusta che sia presa al livello massimo di coinvolgimento di questa. Conseguentemente, tutto ciò che riguarda una sfera comunitaria limitata, sia essa il singolo o la nazione, dev’essere gestita unicamente da questa, senza influenze o pressioni esterne. Si deve evitare in qualsiasi modo che l’interesse personale, da scardinare comunque attraverso un’opera pedagogica, prevalga ora dall’alto verso il basso, ora viceversa, sulla sovranità dell’ente chiamato a decidere della propria sorte.

Per ogni settore della società, dall’economia all’esercito, occorre istituire comitati popolari, chiamati a deliberare sulla situazione. Tale modello organizzativo dev’essere mutuato ad ogni livello, creando un gran numero di istituzioni complementari e consecutive, dotate di un campo d’azione crescente ma di pari sovranità.

Unicamente questo sistema, il quale garantisce la piena sovranità all’uomo, esso, coerentemente con la sua vocazione e la sua etologia, potrà dare libero sfogo alla sua forza creatrice e al suo essere sociale, non essendo oppresso dalle malate logiche della competizione, del profitto, e di un’eterna guerra volta a fortificare i padroni.