Deideologizzazione? Parliamone

Un disegno di legge viene depositato: un fronte trasversale a suo sostegno, un fronte trasversale ad opporsi. O ancora: totale accordo ed armonia riguardo ai modelli economici e di sviluppo in seno al dibattito politico. O anche: periodiche rittrattazioni delle posizioni precedentemente espresse, con la damnatio memoriae per voti e pareri espressi. Queste scene assolutamente familiari ad ogni occidentale vengono in genere ricondotte al fenomeno della “deideologizzazione”, ossia della progressiva perdita d’indentità caratteristica da parte delle forze politiche a favore di un totale pragmatismo mirato al risultato immediato. E’ così? Può darsi, ma questa visione non convince del tutto.

L’ideologia dominante

L’ideologia, accettando la definizione comune e diffusa del termine, altro non è che un sistema di pensiero, un insieme di idee condivise espressione della storia, delle aspirazioni, delle paure e degli interessi di un determinato gruppo. Affermato questo possiamo vedere come tutt’ora esista, e prepotentemente, un ordinamento ideale diffuso, accettato ed anzi dato e propagandato come scontato ed inevitabile. Non si parli di nichilismo, perdita di valori o fine dei sistemi politici, quanto di un loro riassestamento sulle posizioni culturali dei vincitori della guerra fredda. La postmodernità, volendo accettare questa definizione, può sembrare basarsi su grandi negativi e sul relativismo più totale, ma non è così: ciò è percebile epercepito solo dall’interno di essa, accettando la sua, e qui veniamo al punto, ideologia. Dall’interno del sistema ideale post-moderno noi non vediamo altro che questo, magari declinato in varie forme e colorato in vari modi, ma questo rimane. Non esistono prospettive di cambiamento strutturale, non esistono voci radicalmente fuori dal coro, ma unicamente differenti posizioni all’interno di un unico sistema etico, politico, economico, culturale e sociale. Essendo questo sistema oramai egemone, e forse l’unico pensiero forte -perchè di questo si tratta: una precisa, decisa e radicale codificazione politica e filosofica- diffuso su larga scala, è facile cadere nella sua stessa propaganda, dandolo “per scontato”, scegliendo subconsciamente di non vederlo, allo stesso modo in cui il cervello non elabora la sagoma del naso pur essendo questa perennemente al centro di ciò che vedono i nostri occhi.

Discostandoci da quella linea di pensiero indotta possiamo osservare in tutta la sua interezza l’ideologia ora dominante. Possiamo vedere il capitalismo portato al parossismo, il ritorno in auge della colpevolizzazione della povertà, possiamo vedere una critica radicale al concetto di democrazia in nome di un direttorio tecnocratico, di un simposio di “esperti”, possiamo vedere l’acritica accettazione di un’idea di uomo naturalemente egoista e malvagio, in barba a qualsiasi prova della sua socialità, possiamo vedere la competizione e la flessibilità assunti a dogmi, e l’accumulazione di capitale, speso spesso in maniera molto barocca unicamente per l’immagine, come unico motore trainante degli abitanti di questo sistema, che non possono, e non ci tengono più, ad essere definiti dittadini.

“Destra e sinistra non esistono più”

Una delle credenze più diffuse, delle posizioni più sostenute e madre di ogni sorta di strampalate teorizzazioni politiche è l’assioma secondo il quale le categorie politiche destra e sinistra sarebbero oramai inesistenti, concetti slegati dall’agire politico quotidiano. Per confutare questa tesi serve prima di tutto avere chiaro cosa significano i termini “destra” e “sinistra”. Dando per scontata l’origine storica, si può sintetizzare definendo di “sinistra” quelle istanze che mirano all’attuazione di un disegno di progressiva attuazione di un dover-essere all’essere, scegliendo di vedere la proiezione futura di questo come razionalizzabile, mentre di “destra” quelle che puntano alla difesa -o alla ricostruzione- di un esistente dato come unico argine o come naturale frutto di un essere caotico e violento, impermeabile ad ogni cambiamento in positivo se non collaterale e circostanziato.

Queste due categorie hanno per secoli raccolto la tensione ideale di chi immaginava società diverse, irriducibili l’una alle altre, il che era manifestato da un’intensa contrapposizione tanto fisica quanto intellettuale. Oggi quella contrapposizione esiste ancora, ma è ignorata dal grande pubblico. Possiamo utilizzare un paragone coi giorni nostri: l’Italia è da almeno due decenni in un costante stato di guerra, con le proprie truppe impegnate in diversi teatri; alla domanda “secondo te siamo in guerra?” l’uomo della strada risponderebbe colpito dall’apparente idiozia della domanda con un “certo che no!”. Eppure saltuariamente passano le notizie di morti e feriti, di conflitti a fuoco, per tacere delle ignorate vittime civili o di parte avversa. Allo stesso modo sembrerebbe non esistere più scontro politico se non limitato a temi estetici e di ordine pubblico, con una storia arrivata al capolinea in un eterno presente, ma poi arriva chi reclama l’eguaglianza, chi urla al mondo intero che vuole distruggerlo e crearne uno nuovo e migliore, che tutto questo è perfettamente possibile e che, anzi, è il presente sistema ad essere irrazionale e folle. E quando le città si bloccano e le strade bruciano ecco riemergere la Politica, quella che sembrava lasciata al secolo scorso, sotterata in virtù di un’insulsa concordia civile che altro non è che la vittoria della classe possidente. La guerra esiste, ma non è percepita nel campo egemone, e solo chi ne fa esperienza diretta può testimoniarne la materialità.

Destra e sinistra esistono ancora, e ad oggi non esistono categorie politiche migliori nella descrizione sommaria delle istanze politiche. Se sembrano essere sparite è perché in realtà una sola di queste si è resa egemone, ottenendo il monopolio della politica istituzionale, dei media, della cultura. La destra si è imposta: competizione, conflitto, profitto, terrore stanno alla base del sistema attuale, e negare ciò sarebbe negare l’ovvio.

Per contrapporsi a quello che nei fatti è un pensiero forte, dotato di una grande massa di sostenitori, anche se spesso incoscienti, non c’è altra strada se non la lotta aperta, riconoscendo in primis l’esistenza di questa. Porsi fuori dagli orizzonti di un sistema che è nostro nemico ed opporgli un altro mondo, un mondo nuovo da immaginare e creare.

Sulla degenerazione della politica

Siamo nel 2019, sono passati undici anni dalla crisi del 2008 e siamo in una condizione alquanto ilare.
Le Destre vedono una nuova luce, la Sinistra si fossilizza, economia in decrescita, sempre più poveri diventano più poveri e sempre più ricchi diventano più ricchi, nell’era del tardo capitalismo globale siamo tutti più piccoli.

False promesse per false politiche “sociali”. Quali politiche sociali? Reddito di cittadinanza? Tagli al pubblico? Austerità? Jobs act?
Bah, roba da commercialisti.
La cosa più paradossale è che da qualche anno (un decennio?) a questa parte una larga fetta dell’elettorato di Sinistra sembra essere scomparsa misteriosamente. Rapimento politico? Repressione fascio-borghese? Desaparecidos in salsa italica? Forse la realtà è più insidiosa di così.

Sin dalle elezioni politiche del 1992 (considerate le ultime della prima repubblica) si ebbe una stagnazione della politica italiana: il popolo non aveva più un’ideologia di riferimento (un tempo si era divisi tra DC e il PSI-PCI, i grandi protagonisti della prima repubblica), con una conseguente diffidenza del meccanismo statale e la rappresentanza politica; il PCI era definitivamente uscito dai giochi, il PSI e la DC erano ai minimi storici e si sciolsero in tanti “rami cadetti” che formano il moderno panorama politico.
Si ruppe qualcosa nella società italiana.
Niente masse scroscianti radunate per il proprio leader, non più discorsi epocali in piena piazza, niente scioperi di massa, non più bandiere politiche ovunque, non blocchi politici, non come una volta. Da lì in avanti solo governi tecnici e frammentari, partiti morenti e profondamente cambiati dalla forza creatrice che li aveva originati.

Si può dire quindi che da lì in avanti ci fu un allontanamento dalla politica da parte del popolo, allontanamento arricchito dalle politiche dei governi successivi, che, da Destra a Sinistra, sono state di matrice squisitamente neoliberista.
Ci si chiede dunque come abbia fatto la Sinistra, nemico assoluto del neoliberismo, a scendere a patti con i sostenitori di questa politica scellerata.
Ebbene, le radici di questo fenomeno risalgono al ’93, quando dopo la dissoluzione dei grandi blocchi politici si assistette alla diffusione del moderatismo nelle ali della Sinistra meno intransigente, formando quindi partiti di ispirazione “liberal-progressista”. E così siamo passati dallo statuto dei lavoratori al Jobs Act, fino alle socialistissime (si fa per dire) politiche salva-banche e tagli al pubblico.

Ed ecco che arriviamo al nocciolo della questione: ci si può ancora fidare della Sinistra?
Rispondere alla domanda non è semplice, ma ci si può sicuramente interpellare sul perché ci sia stato uno scivolone a Destra così rovinoso.

Anzitutto, c’è da dire che affermazioni come “deriva di Destra” e “popolo di Destra” sono affermazioni vuote, prive di dati sufficienti, capite quindi che è difficile convalidare queste tesi con i semplici occhi. La verità non è mai palese.
Alle elezioni del 4 marzo 2018 l’affluenza è stata del 72%, per un totale di più di 12 milioni e mezzo di astensionisti, cifra record della nostra storia.

Il problema quindi non è solo strutturale, bensì ideologico. Una riluttanza crescente all’assecondare il sistema politico vigente perché esso non è più in grado di soddisfare i cittadini, con il conseguente spostamento e rovesciamento delle tendenze.
Chi era di Sinistra un tempo potrebbe odiernamente votare Destra e viceversa, anche se il fenomeno interessa più la Sinistra, questo perché essa è ormai divisa, incoerente, priva di potere, e quelle volte in cui è riuscita ad entrare nel governo ha soltanto deluso i suoi elettori. La Destra al contrario appare (l’apparenza inganna) più solida e coerente, in grado di esaudire, con la sua retorica (fattore inscindibile della politica, da qualsiasi lato) e le sue promesse, i desideri del popolo (o almeno quelli imposti dall’informazione), aggiunto ad un crescente malcontento e diffidenza per l’intellighenzia nazionale e i media consolidati in grado di direzionare l’opinione pubblica, che, se si parla di grandi nomi, sono per lo più sotto le mani di esponenti di Sinistra (falsa Sinistra aggiungerei) o simpatizzanti, mentre l’opposizione ha modo di espandersi nei territori elastici del Web e direzionare a sua volta l’opinione pubblica. È naturale quindi che si crei una zona grigia tra le due fonti politiche principali d’informazione, e che il cittadino comune si ritrovi a scegliere tra due fazioni estremamente distinte, che a seconda della fonte che l’ha influenzato di più, possono avere connotazioni positive o negative (buoni e cattivi in soldoni). Quindi, se esso non rimane neutrale, dovrà per forza scegliere con chi stare, e spesso cambiare schieramento, sentendosi tradito dal proprio, nella speranza che le promesse vengano mantenute. Molte volte si vota un dato partito avendo una mentalità opposta ad esso (capita spesso che cittadini di Sinistra, pur restando tali, votino partiti di Destra), creando quindi grande ambiguità. Ma se dovessimo declinare il celebre detto “penso quindi sono”, si potrebbe benissimo dire che “voto quindi sono”, e difficilmente ciò che voti trascende da ciò che sei.

Quindi, c’è davvero una deriva di Destra?
È innegabile che la Destra, dopo la parabola berlusconiana, si sia espansa molto, sopratutto tramite mezzi alternativi come Internet, che permettono a tutti di diffondere informazione (spesso falsata). Internet non è uno specchio così preciso della nostra società come si pensa; mostra una massa eterogenea e spesso manipolata. Sistemi di alterazione dei dati come la cosiddetta “bestia” di Salvini inoltre complicano di gran lunga l’analisi oggettiva delle tendenze.
I dati suggeriscono invece che non vi sia una tendenza unanime, ma una grande spaccatura all’interno del pensiero comune (che riflette anche la spaccatura politica che vede decine di partiti diversi e in antitesi, spesso della stessa ala) testimoniata dalla scarsa affluenza e dal risultato ambiguo delle elezioni per l’esecutivo e le europee.

In conclusione, le tendenze sono qualcosa di mutevole e mai consolidate.
L’odierna politica riflette le insicurezze di una società cambiata e insicura, incapace di autodeterminarsi e quindi confusa sulle proprie scelte. Sinistra e Destra ora come ora hanno confini labili ed estremamente elastici, e le azioni dei loro rappresentanti allontanano le simpatie del popolo, mostrando chi sono per davvero: falliti che almeno in pubblico si prendono a mazzate e inveiscono contro i potenti, ma quando si va a scavare in profondità, stringono la mano agli oppressori (i sindacati che collaborano con il capitale sono solo uno degli esempi; il governo che fa il lupo contro l’Europa quando invece teme ogni atto di forza è anch’esso uno degli esempi).
E l’astensionismo crescerà.

Stracciamo le tessere di partito, nel nome della libertà.
Ci auguriamo quindi che tutti prima o poi si sveglino dalla favola politica e capiscano l’importanza dell’unione nazionale e dell’azione concreta e radicale.

Quel “sinistrismo maschera della Gestapo” che non se ne è mai andato…

I movimenti reazionari hanno sempre mostrato una spiccata tendenza al mistificare la loro natura tramite discorsi vaghi e demagogici al fine di garantirsi una concorrenzialità rispetto ai progressisti e ai rivoluzionari. Non ci si deve stupire nel vedere i difensori più accaniti dell’ordine sociale e dello status quo ammantarsi di un’aurea socialisteggiante, tanto indefinita quanto priva di sostanza. Non devono stupire nomi come “manovra del popolo”, slogan come “Europa dei popoli” o le mascherate a tema operaio tanto care al nostro ministro dell’Interno. La vicinanza ai lavoratori è millantata, solo superficiale e puramente propagandistica. La verità si vede nelle azioni di questi sedicenti “patrioti”, ossia nella sistematica sottomissione agli interessi delle lobbies finanziarie internazionali e ai cartelli industriali lombardo-veneti. Mentre i primi chiedono deregolamentazioni e privatizzazioni a non finire, i secondi spingono per un’egoista autonomia, per una “secessione dei ricchi” e per sostituirsi alla confindustria franco-tedesca alla guida del Regime Europeo. Tutte queste richieste, nell’immediato o meno, sono accolte dal “governo del popolo” quanto lo sarebbero da una qualsiasi opposizione di centro-sinistra.

Vi è poi un altro sinistrismo, meno istituzionale e più “militante”, composto dai sedicenti “rivoluzionari” tanto pronti e celeri nell’attuare una ribellione puramente estetica quanto nell’ignorare gli attacchi alla sovranità democratica, l’imperialismo dilagante e l’onnipresente liberismo. Per questi socialisti della domenica l’Unione Europa “non è un problema”, la globalizzazione “è inevitabile e va accettata”, mentre affermare l’esistenza di un popolo italiano, affermare l’esistenza di realtà collettive e basate sulla solidarietà è “retaggio novecentesco”. Pronti a scendere in piazza per le più becere quisquilie piccolo-borghesi, si rifiutano con ostinazione di difendere la democrazia, di difendere la sovranità e l’indipendenza del popolo. Gli unici fascisti, per queste prefiche dell’estrema destra, sono quelli con la svastica ricamata sul giubbotto. Quelli in giacca e cravatta, quelli che causano spaventosi aumenti della mortalità infantile, quelli che scavalcano bellamente i parlamenti nazionali, quelli che attuano politiche anti-operaie e di darwinismo sociale sono, al limite, visti con indifferenza, quando non con stima. Vedere convinti europeisti salutare a pugno chiuso, definirsi socialisti e bollare di “rossobrunismo” chiunque sia ancora legato ai principi comunitari che sono la base del socialismo non è tanto motivo di sconforto, quanto la constatazione della vittoria del capitalismo nella guerra culturale.

Che si presenti come selfie in tenuta da lavoro, come pugno chiuso ad una manifestazione a sfondo europeista, questa maschera copre il volto multiforme del Capitale.