FERMARE LA CORSA VERSO LA GUERRA

Fermare la corsa verso la guerra! Per un’Italia neutrale, rispettosa della Costituzione e della sovranità dei popoli!In un Medio Oriente già dilaniato da conflitti sanguinosi, il gravissimo attentato terroristico con cui la Casa Bianca ha ucciso uno dei più importanti esponenti della Repubblica Islamica dell’Iran rischia di precipitare la regione in una guerra totale che potrebbe avere una dimensione mondiale e, come minimo, travolgere il Mediterraneo, quindi il nostro Paese che ne è al centro. La Libia è un tassello di un conflitto che è già alle nostre porte e rischia di diventare devastante. Molteplici sono le cause storiche che hanno fatto del Medio Oriente la polveriera del mondo ma prima fra tutte è la politica vessatoria e ingiusta dell’imperialismo occidentale, Stati Uniti in testa i quali, proseguendo la tradizione colonialistica, hanno sempre tentato di tenere i popoli in stato di soggezione per poi aggredirli ogni qual volta essi lottavano per difendere indipendenza e sovranità. Di contro USA e paesi NATO continuano a sostenere Israele nonostante svariate risoluzioni dell’ONU abbiano condannato questo Stato per la sua sistematica violazione dei diritti del popolo palestinese. Lunga è la strada per fare del Medio Oriente una regione di pace, di democrazia, di rispetto dei diritti umani, e di cooperazione tra le diverse nazioni che ne fanno parte. Ma il primo passo dev’essere il ritiro di tutte le truppe d’occupazione, la chiusura di tutte le basi militari americane e della NATO, a cominciare da quelle disseminate in Iraq, in Siria, in Turchia, nel Golfo Persico e in Afghanistan. L’Italia è parte in causa visto che dopo quello americano è il secondo esercito per numero di soldati schierati sul quel grande teatro. I governi italiani, ingannando i cittadini, hanno giustificato questa intrusione dicendo che si tratta di “truppe di pace”. E’ falso! Armate di tutto punto esse partecipano alla guerra e stanno lì per dare manforte alla politica aggressiva degli Stati Uniti, ciò è stato fatto contro gli interessi nazionali ed in violazione della nostra Costituzione. Il Governo Conte bis, sulla falsa riga di quelli che l’hanno preceduto, nonostante il gravissimo atto di guerra della Casa Bianca (che non ha condannato!), conferma la linea di obbedienza servile verso gli Stati Uniti d’America. Il “sovranista” Salvini ha fatto anche peggio, giungendo a inneggiare all’atto proditorio di Trump. Di contro ai due blocchi sistemici di centro-sinistra e centro-destra, occorre costruire un grande movimento popolare che rivendichi:

– il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali

– il ritiro di tutte le missioni militari all’estero,

– la fine alle aggressive e autolesionistiche sanzioni contro l’Iran e la Russia,

– la chiusura delle basi militari USA nel nostro Paese,

– l’uscita dell’Italia dalla NATO.Il tutto nella prospettiva di fare dell’Italia un paese neutrale, che per storia e collocazione geopolitica deve mettersi alla testa di un grande fronte internazionale per la pace e per la solidarietà tra i popoli.

Coordinamento nazionale Liberiamo l’Italia

In ricordo di un martire per la libertà

In ricordo di un martire per la libertà…

È il 30 Dicembre 2006, e da un Iraq dilaniato dalla guerra arrivano delle immagini in cui si vede un uomo, con la barba curata e la faccia serena, intorno al suo collo vi era un cappio. L’uomo era circondato di gentaglia col volto coperto che inneggiava al proprio leader, Al Sadr. Nel frattempo l’uomo col cappio al collo disse con tono di sfida una frase ironica contro il loro leader, dopodichè si mise a recitare una preghiera, interrotta da un fortissimo suono metallico, la botola sotto i suoi piedi era stata aperta: l’ucciso era Saddam Hussein.


I signori della guerra in Occidente non aspettarono a farsi sentire, tessendo lodi su lodi agli assassini del Rais iracheno, inneggiando a una “nuova era di pace e democrazia per l’Iraq”. Sappiamo tutti cosa successe in seguito. I canti e le lodi furono tuttavia interrotti da un giovane sciita, che al grido di “un bacio d’addio nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni” si tolse le scarpe durante una conferenza e le lanciò contro il presidente americano Bush. Muntazer (questo il nome del ragazzo) fu in seguito catturato, pestato e torturato per un’infinità di tempo nel più totale silenzio mediatico, ma questo silenzio non potè nulla contro l’eco che risuonava nei deserti del vicino oriente e del nord africa: in Iraq, Arabia Saudita, Yemen e in altri paesi arabi si innalzarono in manifestazioni e presidi aste di legno con alla fine delle scarpe, i giornalisti palestinesi, in segno di protesta e solidarietà, si misero a lanciare scarpe contro gli occupanti nazi-sionisti, nella città di Fajullah gli studenti opposero alle pallottole made in USA le scarpe, e così anche in Grecia, Pakistan, Iran, Egitto… milioni di scarpe sconfissero la “democrazia” dittatoriale delle bombe.

Comunque, cos’era davvero l’Iraq sotto Saddam Hussein?
Prima di tutto bisogna specificare che l’esperienza ba’athista irachena non nasce con Saddam Hussein, ma col suo caro amico e fratello Hassan al-Bakr, fu lui a portare a termine il golpe contro la borghesia reazionaria e latifondista filo-occidente e che in seguito aprì la strada alla liberazione rivoluzionaria di tutto il popolo iracheno. Infatti fu al-Bakr a fondare il Fronte Progressista Nazionale, che puntava a unire ba’athisti, curdi (i quali erano appena usciti da un conflitto armato col vecchio regime) e comunisti e ci riuscì perfettamente. Un’altra importante opera cominciata da al-Bakr fu quella economica, puntò tutto su un’economia centralizzata e pianificata di stampo prettamente socialista, in poco tempo i contadini videro spartite equamente tra loro le terre e poterono gestirle come volevano senza padroni e capitalisti a sfruttarli e imporgli ore di lavoro massacranti per un salario misero. Al-Bakr governò l’Iraq per 10 anni, finchè, nel 1978, morì. A succedergli fu ovviamente Saddam Hussein che proseguì (anche se non terminò mai) la collettivizzazione dei mezzi di produzione, infatti se tutta l’agricoltura era collettiva, nell’industria erano presenti solo in minoranza le associazioni di lavoratori liberi, ma fu comunque un risultato importante per un paese come l’Iraq. La situazione a livello sociale non bisognerebbe neanche spiegarla: sanità gratuita e pari quasi a quella cubana, tanto che gente da tutto il mondo arabo andava in Iraq per farsi curare, organizzazioni di donne elevate a completa parità con gli uomini, sindacati che costruivano case agli operai, istruzione conpletamente gratuita (Università comprese, molte delle quali frequentate da molti stranieri), quartieri costruiti sulla base delle tradizioni ma anche dei bisogni dei cittadini, delle minoranze riconosciute e rispettate da tutti i punti di vista, primi fra tutti i curdi, cui venne riconosciuta come ufficiale la loro lingua e venne quindi inserita tra le materie principali nelle scuole curde, per non parlare della lotta contro i capitribù “medievali” del nord, ovvero quando i contadini curdi videro finalmente la luce della libertà e del progresso, o anche dei comunisti che si rifugiarono in Iraq per la repressione iraniana.

Nel 1980 il Fronte Progressista Nazionale ebbe una piccola crisi dovuta a un tentativo di colpo di stato filo-sovietico (non credo serva ricordare cos’era diventata l’URSS dopo il 1956) che comportò l’arresto di molti esponenti del partito comunista e da lì gran parte del partito (la fazione moderata) lo abbandonò, dentro vi rimasero solo i radicali comunisti guidati da Yusuf Hamdan. In questo stesso anno la questione curda riaffiorò, ma per altri motivi: la guerra Iran-Iraq.

La guerra tra Iran e Iraq iniziò come ogni altra guerra, stuzzicamenti e provocazioni, in questo caso fu l’Iran a provocare l’Iraq, infatti l’Ayatollah incitava il popolo iracheno a fare una rivoluzione islamica contro il ba’ath, Saddam propose una relazione amichevole e di non interferenza tra i due paesi, ma Khoemini rifiutò, da lì ci furono continue infiltrazioni, sparatorie (in particolare nella città di Shatt al-arab, punto strategico nel sud del paese), attacchi diplomatici, a quel punto Saddam decise di attaccare per primo, e varcò il confine (bisogna comunque ammettere che aveva anche l’intenzione di annettere il Khuzestan, in supporto ai movimenti di liberazione arabi, oppressi da Khomeini). Ora guardiamo osserviamo gli schieramenti, questo è quello che potremmo definire un casinò fatto di armi e vite umane, dove sembrava si stessero facendo scommesse più che fazioni, infatti basta andare semplicemente su wikipedia per vedere la situazione: Stati Uniti, Unione Sovietica (Brezhnev), Italia, Francia, Cina e altri paesi occidentali supportavano ENTRAMBI di nascosto, invece la DDR, la Yugoslavia, l’Egitto, il Kuwait, la Romania, il Sudan e pochi altri paesi arabi supportavano Saddam, dall’altro lato, con l’Iran, c’erano Israele, la Nord Corea, la Jamahiriya Libica, il Pakistan, la Siria e la Svezia, i supporti non furono mai diretti, semplicemente questi paesi si occuparono di armare e rifornirli prima della guerra. Ora è bene fare delle precisazioni riguardo alcuni paesi: molti si chiedono come mai Gheddafi decise di supportare l’Iran e non l’Iraq, col quale era apparentemente amico, la realtà è che le loro relazioni erano molto controverse e in quel periodo stavano degradando, la Nord Corea aveva da sempre avuto ottimi rapporti con l’Ayatollah, il Sud Yemen era composto in gran parte da sciiti.
A livello non-governativo c’era solo una forza paramilitare a parte i movimenti curdi: i Mojahedeen del popolo iraniano, una fazione socialista islamica e comunista che supportava l’Iraq ba’athista.
Tornando alla questione curda, nonostante le grandi concessioni da parte del governo centrale, Massoud Barzani (noto borghese curdo, leader del “partito democratico del Curdistan” di centro destra) e altri gruppi di destra curdi volevano ancora più indipendenza, allora approfittarono della guerra con l’Iran per tentare la secessione, a difesa del governo popolare di Saddam arrivarono le fazioni socialiste del kurdistan iraniano. Dopo la guerra Saddam (circa 4 anni dopo) decise di dare maggiore autonomia al kurdistan iracheno, concedendogli un parlamento indipendente. Molti ora saranno confusi, poichè è risaputo (nei media occidentali) che Saddam gassò i curdi ad Halabja, niente di più falso. Infatti secondo un rapporto del US Army War College, subito insabbiato e dimenticato, il gas ritrovato era non persistente (quello usato dagli iraniani, mentre gli iracheni usavano quello persistente), bisogna tuttavia dire che gli iraniani non sapevano della presenza di civili nella città, in quanto pensavano che erano presenti solo le forze irachene, le quali si erano già ritirate. Per quanto riguarda gli altri presunti attacchi… pare che non furono trovate alcune vittime e tutto questo secondo numerose interviste fatte dai membri della Commissione Esteri del Senato a curdi fuggiti in Turchia per la guerra.

Durante la guerra contro l’Iran, l’Iraq fu massicciamente finanziato dal Kuwait, il quale temeva il crescente potere dell’Ayatollah, in totale furono donati 14 miliardi di dollari, alla fine della guerra il Kuwait pretendeva di riaverli tutti quanti, cosa impossibile all’Iraq in quanto appena uscito da un devastante conflitto, le tensioni con il piccolo paese confinante si facevano sempre più alte. Il Kuwait produceva un numero di barili di petrolio di molto superiore a quanto stabilito dall’OPEC, di cui facevano parte, allora l’Iraq chiese di diminuire la produzione perchè la sovrapproduzione kwatiana inficiava l’esportazion irachene, e il paese stava andando in bancarotta. Tuttavia il Kuwait si rifiutò. A gettare ancora più benzina sul fuoco c’era la questione dei confini: finita la dominazione degli inglesi nella zona la linea di separazione tra i due stati non fu mai chiara, il Kuwait ne approfittò per penetrare in pieno territorio iracheno (nella Rumaila) ed estrarre petrolio, questo sconfinamento costò all’Iraq 2.4 miliardi di dollari, al Rais non restava altro da fare se non intervenire militarmente, dato che la diplomazia non aveva funzionato. Fu così che il 2 Agosto 1990 l’Iraq mosse 88.000 uomini nel territorio nemico e lo invase in due giorni, in seguito lo dichiarò la sua diciannovesima provincia in seguito all’instaurazione della Repubblica del Kuwait. Tra i motivi dell’invasione oltre al fattore economico vi era un fattore storico, come spiega lo stesso Saddam in un’intervista a Bruno Vespa nel 1991, il Kuwait provò numerose volte a unirsi all’Iraq nel corso del ventesimo secolo, tutti i tentativi furono tuttavia boicottati dalla Gran Bretagna.
Subito dopo l’invasione le Nazioni Unite sanzionarono l’Iraq e Stati Uniti e Gran Bretagna, sotto la presidenza di Reagan e Tatcher, imposero all’Iraq di ritirarsi, senza condizioni. Saddam dopo varie proposte (tutte rifiutate), annunciò che si sarebbe ritirato se l’ONU avesse rimosso le sanzioni, gli Stati Unti e tutti gli altri eserciti non-arabi si fossero ritirati dalla regione, l’Iraq avesse riacquisito il pieno territorio della Rumaila e che si trovasse anche una soluzione agli altri problemi arabi, primo fra tutti quello arabo-israeliano, assicurando che avrebbe smantellato le armi di distruzione di massa solo se anche Israele lo avesse fatto e che finito tutto questo avrebbe accettato un accordo commerciale con gli Stati Uniti sul petrolio. Tali proposte furono accettate dalla Jamabiriya Libica, dal Sudan e dall’OLP di Yasser Arafat. La Casa Bianca si rifiutò di accettare. All’Onu, vista la grave situazione, la Francia propose, col supporto di Belgio, Italia, Germania, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia e altre nazioni, di risolvere i problemi della regione in cambio di una ritirata completa da parte dell’Iraq, senza neanche pensarci Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica rifiutarono.
A questo punto gli Stati Uniti misero su una coalizione contro l’Iraq: era la più grande coalizione mai fatta dalla Seconda Guerra Mondiale, formata da paesi di tutti i continenti, e per contrastare cosa?L’invasione da parte dell’Iraq di un paese che lo stava mandando in bancarotta. Come si può benissimo immaginare gli Stati Uniti non potevano invadere un paese con questo pretesto, quindi cercarono un’altra scusa: un giorno, all’improvviso, tirarono fuori dal cappello magico non un coniglio, ma una possibile invasione dell’Arabia Saudita da parte dell’Iraq ba’athista. Questo pretesto bastò per inviare circa 2 milioni di soldati. Ma tutto ciò non bastava, gli Stati Uniti, insieme agli iraniani, organizzarono una rivolta contro il governo nel nord dell’Iraq, fomentando le formazioni curde e sciite. I tentativi da parte di queste poche formazioni di ribaltare il governo fallirono miseramente grazie all’unità e alla forza di tutto popolo. Nel nord del paese, finite le inutili rivolte, il governo ba’athista decise di dare l’autonomia e fu così formata una regione curda con tanto di parlamento, come si poteva immaginare la cosa non andò a finire bene, alle prime elezioni non si presentò nessuno se non i classici borghesotti filocapitalisti e maniaci della competitività, in questo modo alle elezioni su 3 milioni di curdi votarono a malpena 800.000 persone, le elezioni diedero un risultato di sostanziale parità, col 45% del partito democratico del curdistan di Barzani e il 43% l’unione patriottica del curdistan di Talabani, e fu così che il popolo curdo si ritrovò in un altro conflitto. Dopo una serie di piccoli scontri il PUK (unione patriottica del curdistan) strinse un’alleanza con l’Iran di Khomeini, il quale intervenne militarmente col supporto statunitense, in risposta Barzani chiese aiuto a Saddam, il quale accettò per riuscire a ristabilire la pace e scacciare le truppe straniere dal territorio, una volta finiti gli scontri il partito di Barzani ne uscì vittorioso e Talabani e i membri del suo partito scapparono in Iran. Come al solito gli Stati Uniti tirarono fuori la bacchetta magica e all’improvviso sui media occidentali spuntò un diabolico piano iracheno secondo cui Saddam voleva scatenare un genocidio di curdi, purtroppo per loro una volta finiti gli scontri e scacciati traditori e invasori stranieri le forze irachene si ritirarono, rispettando l’autonomia dei curdi, senza tener conto di ciò i falchi a stelle e striscie bombardarono alcune postazioni di contraerea irachena nel sud del paese.

Nel 1995 un giovane ingegnere chimico lasciò l’Iraq e andò a vivere in Germania, i servizi segreti tedeschi non persero tempo: lo rintracciarono, lo raggiunsero e gli chiesero varie cose sul sue (ex) paese. Lui in poco tempo diede una descrizione molto dettagliata di ciò che stava succedendo: camion e magazzini pieni di armi biologiche, ruoli e “lavoretti” che si dividevano i membri del suo team. Tuttavia le sue testimonianze furono subito messe in dubbio, in particolare quando il suo ex capo fu interpellato a Dubai.
L’Intelligence tedesca avvertì quella americana che le testimonianze di Rafid Ahmed Alwan al-Janabi (l’ingegnere chimico iracheno, denominato dai servizi segreti “Curveball”), ma come al solito gli americani volevano a tutti costi un casus belli contro l’Iraq, fu così che nel 2003 Colin Powell (classico falco all’americana, autore peraltro dell’infame memorandum) presentò i dati all’ONU e senza nemmeno aspettare una relazione dalle Nazioni Unite gli USA chiamarono alle armi i loro alleati e invasero l’Iraq. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, nemmeno delle minime tracce. Solo in seguito al-Janabi ammise di essersi inventato tutto al Guardian, dicendosi fiero delle proprie azioni.

È il 9 Aprile 2003 e per l’ultima volta si vede Saddam Hussein in libertà; è in strada, come per voler mostrare al popolo la sua solidarietà, e in torno a lui ci sono un gruppo di persone che gridano “Berou, bi dam, Nafdik ya Saddam” (con il cuore, con l’animo, siamo con Saddam) esaltandolo. Poche ore dopo, quando Saddam era molto probabilmente già fuori Baghdad, entrarono nella capitale irachena i carri armati americani. Da quel momento non si ebbero più notizie sul Rais, finchè nel Dicembre 2003, quando l’Iraq era nel bel mezzo di una guerra definibile “settaria”, si vede il famoso video dove Saddam Hussein viene presentato come vestito di stracci, gettato in una fossa, distrutto nell’anima e nel corpo…almeno questo è quello che hanno provato a farci credere. La realtà è che fino a quel momento aveva lottato in prima linea col suo popolo, battaglia più famosa da lui guidata quella dell’aeroporto di Baghdad nell’Aprile 2003:

“Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravano comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.
-Ufficiale iracheno intervistato da Iraq Screen.
Fu solo dopo il declino dei rivoluzionari baathisti sotto i militari dell’occidente che Saddam fuggì a casa di un amico vicino Tikrit. Infatti come racconta Nadim Rabeh, marine di origini libanesi, all’United Press International nel rapporto “Public Version of Saddam Capture Fiction“ quando scoprirono il suo nascondiglio lui non si arrese e si mise a sparare contro i soldati americani, i quali in seguito lo catturarono e un po di tempo dopo lo drogarono e lo buttarono in un pozzo abbandonato per registrare il famoso filmino, facilmente smontabile non solo dalle testimonianze del marine (che sono la conferma schiacciante) ma anche dalle palme piene di datteri, in un tempo in cui i datteri non c’erano.

Da questo tragico evento cominciò il processo-farsa contro Hussein e altri membri del partito. La Corte era eletta dall’esecutivo (quindi dalla coalizione statunitense) e rimuoveva e sostituiva i giudici ogni qual volta non si dimostrassero sufficientemente filo-americani. Numerosi furono inoltre gli episodi dove buttarono fuori dall’aula i testimoni sinceri e anche lo stesso saddam. Famosa la vicenda quando buttarono fuori dall’aula l’avvocato difensore di Saddam, Ramsey Clark (alto magistrato americano, vice ministro della giustizia ai tempi di Kennedy e ministro nella successiva amministrazione Johnson), che in seguito si dimise denunciando forti pressioni, la stessa fine la fecero molti altri difensori. Nonostante tutto ciò Saddam seppe difendersi perfettamente, smontando e distruggendo le accuse contro di lui, tanto che più di una volta (in particolare durante il suo discorso finale) gli tagliarono il microfono mentre parlava.
Quando alla fine del processo-farsa il presidente della corte lesse la sentenza, dove si decretava la pena di morte per crimini da lui non commessi, dovettero farlo alzare in piedi a forza dalle guardie e nulla gli impedì di gridare “Allah Akbar!” e inneggiare al glorioso popolo iracheno, il quale stava combattendo ferocemente contro gli invasori.
E a questo punto torniamo all’inizio, quando quel terribile rumore metallico fermò la preghiera islamica inneggiante al popolo iracheno…

A Londra per difendere la pace: presenti alla mobilitazione anti-Trump


Venti di guerra soffiano sul mondo, gettando i popoli nella paura e nello sconforto. La guerra, il grande male, prodotto dei contranstanti interessi dei ceti abbienti, potrebbe facilmente scoppiare dopo la terroristica aggressione di Donald Trump ai danno dell’Iran, il quale è stato colpito su territorio neutro in uno dei suoi principali esponenti, il generale Souleimani. Per questo ieri abbiamo partecipato a Londra alla mobilitazione per la pace che si è tenuta a Downing street, per mostrare che mai saremo disposti a morire per la ricchezza di pochi mistificata da interesse nazionale.

Libia: a 50 anni dalla Rivoluzione

Mu’ammar Gheddafi in divisa da ufficiale

Il primo settembre 1969 un pugno di giovani ufficiali guidati da Mu’ammar Gheddafi spodestavano il fantoccio monarca Idris I e suo figlio Hasan. L’obbiettivo dei rivoluzionari era chiaro: instaurare un sistema socio-politico che avrebbe garantito il potere alle masse, che le avrebbe messe in grado di autodeterminarsi e di difendersi. Questo sistema democratico trovò completezza nella Giamahiria, ossia nella Repubblica popolare del popolo libico. Questa costruzione politica, ignorata e tacciata di dispotismo da parte dei prezzolati giornalisti occidentali, si basava sull’autogestione delle singole comunità, sulla democrazia diretta e sull’abolizione di ogni forma di sfruttamento. Fondamento della Repubblica popolare era la morale islamica, che unita al socialismo dava le basi ideali del progetto politico di Gheddafi. Oggi questa Repubblica è stata distrutta, assassinata dagli autocrati atlantici per puri interessi geopolitici, ma la sua anima vive ancora nelle migliaia di guerrieri della Resistenza Verde, che tutt’ora combattono per una Libia libera e democratica.

Militi della Resistenza Verde

La Guerra Civile

Qualche tempo fa abbiamo sentito parlare i nostri telegiornali di un assalto in corso da parte del generale Khalifa Haftar, parte di una campagna nota come “Operazione Dignità”.
In poco tempo tutto è caduto nell’oblio.

Il 20 Ottobre 2011 cadde ufficialmente la Gran Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista, la Repubblica delle Masse costruita da Gheddafi e sostenuta dal popolo tramite congressi e comitati popolari, base della democrazia diretta di quella che una volta era la Libia.

Le cause della rivolta libica, parte della Primavera Araba, sono riconducibili a ingerenze esterne come dimostrano varie lettere della Clinton rese pubbliche da WikiLeaks.
Le intenzioni del governo degli Stati Uniti erano chiare: la Libia popolare stava prosperando e gli alleati francesi volevano consolidare la loro potenza militare ed economica in Africa e in Europa (contrastando gli interessi dell’Italia in nome della competitività), una triste coincidenza che permise al presidente Obama di cominciare ad addestrare, finanziare e consegnare armi ai ribelli islamisti presenti in Libia, molti dei quali affiliati ad Al-Qaeda. Cominciò così una reazione a catena che portò a numerose infiltrazioni da parte dell’intelligence statunitense che si occupava di boicottare il sistema libico e fomentare le rivolte. (Tutta la spiegazione con link di tutte le lettere comprese a questo link: https://www.byoblu.com/2016/01/09/ecco-perche-hanno-ammazzato-gheddafi-le-email-usa-che-non-vi-dicono/
mentre se volete leggere personalmente le lettere della Clinton seguite questo link: https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=libya+%7C+lybia+%7C+gaddafi+%7C+gadhafi+%7C+gadafi+%7C+qaddafi+%7C+qadhafi+%7C+qadafi+%7C+kaddafi+%7C+kadhafi+%7C+kadafi+%7C+qaddafy+%7C+kaddafy+%7C+gaddafy&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0&page=5&)

Haftar (destra) e Sarraj durante una conferenza di pace
Saif al-Islam

I protagonisti della guerra in Libia sono essenzialmente tre:
Il più importante è senza dubbio Khalifa Haftar. Ex-generale di Gheddafi, sfiduciato durante la guerra del Ciad è fuggito negli Stati Uniti dove è finito sul libro paga della CIA, infatti fu anche lui uno dei tanti capi ribelli mandati in Libia per destabilizzare il governo del popolo. È lui che gestisce oggi la maggior parte del territorio libico e che tiene sotto costante assalto Tripoli.
Un altro importante personaggio è il presidente (riconosciuto dall’ONU) Fayez al-Serraj. Architetto che durante la Jamahiriya svolgeva vari incarichi secondari, in seguito al rovesciamento del regime popolare ha condotto i dialoghi di pace e nel 2015, in seguito ad alcuni negoziati, è diventato presidente riconosciuto internazionalmente, tuttavia il suo governo è soppravvissuto solo grazie alle milizie islamiste di Misurata (che hanno svolto un ruolo cruciale nell’omicidio di Gheddafi).
Saif al-Islam è forse il più misterioso tra i protagonisti di questa guerra. Secondogenito di Mu’ammar Gheddafi, è stato più volte definito il figlio più politico della Guida della Rivoluzione e infatti sarebbe stato il suo erede. Scampato per poco alla morte è stato assolto da Haftar e ora vive in un luogo segreto, probabilmente in Cirenaica. Saif gestisce la principale “Resistenza Verde” grazie al partito politico-militare creato nel 2016 e chiamato Fronte Popolare per la Liberazione della Libia, che si presenterà alle elezioni di quest’anno.

In seguito al rovesciamento di Gheddafi la tensione in Libia non si allievò, ma la vera scintilla arrivò nel 2014 quando Haftar ha proclamato alla televisione libica l’inizio dell’Operazione dignità.
In circa un anno Haftar è riuscito a conquistare tutta la Cirenaica e la maggior parte del Fezzan.
Dopo alcuni trattati di pace falliti è iniziato nel 2015 l’assalto alla Tripolitania che tuttavia rimase sempre una guerra di posizione. Nel frattempo, a Bengasi si combatteva una feroce guerra urbana con cui Haftar è riuscito a liberare quasi completamente la Cirenaica dal controllo dei Mujahideen, finchè non si aggiunse un altro problema, molto conosciuto nell’ambito mediorientale: l’ISIS

Alla fine del 2015 lo Stato Islamico aveva conquistato tutta tutta la zona della città di Sirte ma la sua azione era principalmente spinta verso est, nelle zone controllate dalle “guardie del petrolio” (una milizia nata tra la Cirenaica e il Fezzan del Nord che rimase alleata, fino al 2015, del Generale Haftar e che aveva lo scopo di proteggere i pozzi petroliferi presenti sulla zona), tuttavia fu respinto dall’Esercito Nazionala Libico di Haftar a est e dall’Esercito Libico di Sarraj a ovest.
Nel 2016 (anno di massima forza dell’ISIS), lo Stato Islamico ha iniziato ad espandersi, ed è arrivato a controllare oltre a Sirte tutta la costa Nord dal confine con la Cirenaica fino ad arrivare a pochi chilometri da Misurata, tenendo ben salde le sue posizioni. La guerra era ora combattuta su quattro fronti principali: contro l’ISIS, contro Haftar, contro Sarraj e Misurata e contro le milizie di Tuareg, che controllavano tutta la parte ovest e nord del Fezzan.
L’ISIS fu sbaragliato in pochi mesi e in circa 60 giorni Sirte è stata praticamente liberata dal suo dominio.
Nei primi due mesi del 2017 la guerra sembrava essersi fermata, mentre nel mese di Marzo Haftar si riorganizza e ricomincia l’assalto alla tripolitania di Sarraj e al Fezzan delle Milizie di Tuareg e a Dicembre aveva già conquistato buona parte di quest’ultimo e raggiungendo in poco tempo Tripoli e cominciando una guerra di posizione a pochi chilometri dalla zona Sud di Tripoli.
Il 2018 fu un anno relativamente tranquillo per la Libia. Haftar, nei mesi centrali, assalta Derna, l’ultima città della Cirenaica rimasta sotto il controllo dei Mujhaideen, diventati ora Derna Protection Force. Nel frettempo l’ISIS prova un ultimo assalto disperato nella zona sud di Sirte, ma viene quasi subito respinto nei primi mesi del 2019.
A Gennaio di quest’anno le milizie del sud della Libia (le Toubou Militias), prima alleate, dichiararono guerra ad Haftar, il quale in circa un mese invase quasi tutto il loro territorio, che tuttavia rimase sotto il loro controllo.

Il 6 Giugno 2019 il Popular Front for the Liberation of Libya di Saif al Islam Gheddafi annuncia alla televisione libica che il suo partito politico-militare partecipa all’offensiva di Tripoli al fianco dell’Esercito Nazionale Libico.
Tra gli ultimi assalti segnalati nel 2019 il principale è quello a Ghariyan, dove Haftar si è quasi aggiudicato una forte posizione strategica a Sud di Tripoli e particolarmente vicina all’aeroporto, tutt’ora sotto attacco.
Oltre agli attacchi delle forze di terra Haftar continua a bombardare Tripoli per indebolire le forze di Sarraj e di Misurata in attesa di poter rifornire le truppe e avanzare ancora.

Fondazione del Popular Front for the Liberation of Libya: https://web.archive.org/web/20170312132101/https://libya360.wordpress.com/2017/01/09/founding-declaration-of-the-popular-front-for-the-liberation-of-libya/

L’Europa tra due fuochi. Russia e USA si ritirano dal trattato sulle armi nucleari.

In questi giorni gli Stati Uniti hanno annunciato che si stanno formalmente ritirando dal trattato di controllo degli armamenti con la Russia, sostenendo che mina i suoi interessi nazionali. Hanno dichiarato che in circa sei mesi avrebbero completamente sospeso la propria partecipazione al trattato sulle armi nucleari a raggio intermedio (INF) accusando la Russia di sviluppare missili che violano l’accordo e lanciando quindi un ultimatum a Mosca, ovvero la distruzione verificabile dei missili che violano l’accordo e le attrezzature a loro associate. In risposta, la Russia ha negato le accuse statunitensi accusando a loro volta gli Stati Uniti di violare l’accordo e che quindi anche loro vogliono uscire dall’INF.

John Bolton, noto guerrafondaio statunitense nonchè “iniziatore” della guerra al tratto INF (che garantiva fino ad oggi la sicurezza dell’Europa e del mondo dalle armi nucleari), afferma che il trattato limita la loro capacità di rafforzare il proprio potenziale, mentre la minaccia di questo tipo di armi sta arrivando anche dalla Cina e dall’Iran. Quindi, le accuse alla Russia (per quanto possano essere verificate) sono una copertura per la vera motivazione, ovvero il timore degli USA di non essere all’altezza di competere con le potenze militari emergenti e quindi di perdere il loro monopolio sul mondo che, dalla caduta dell’Unione Sovietica, era praticamente nelle loro mani.

Ora che Washington è fuori dal trattato, Trump intende sviluppare nuove armi e venderle agli alleati. Per costringere gli “alleati” europei a comprare le armi non basterà più la solita retorica anti-Russia-Iran-Cina, quindi entrerà in gioco la solita manipolazione mista a minacce classica degli Stati Uniti.

In entrambi i casi, sia Stati Uniti che Russia hanno sviluppato e continuano a sviluppare missili a corto e medio raggio in un modo o nell’altro. Entrambe le nazioni sono in grado di continuare a sviluppare missili e di metterli in servizio. Pertanto, il ritiro irrevocabile del trattato INF potrebbe scatenare una nuova corsa agli armamenti simile a quella degli anni ’80.

Inoltre, con il rilascio delle due parti dal trattato bilaterale, lo START-3 (trattato strategico sulla riduzione delle armi) perde di valore e, di conseguenza, l’intero sistema di “disarmo” inizia a crollare.

Dopo più di trent’anni il rischio dell’annientamento nucleare è tornato ad essere una minaccia per il mondo e in particolare per l’Europa…

Il soldato moderno e idee per una svolta democratica delle istituzioni militari

Oggi più che mai, viste le crescenti tensioni internazionali e il mai passato di moda imperialismo, è necessario analizzare e definire il ruolo della forza militare nella vita di uno stato, partendo dall’attualità per arrivare a proposte in linea con un pensiero democratico ed associazionista. La forza militare, strettamente collegata al potere economico e da esso dipendente, rappresenta ancora la principale arma degli stati da impiegare per tutelare i propri interessi dentro e fuori i confini nazionali. Il progresso tecnico e tecnologico tendono tutt’ora ad impostare la guerra come evento totale e totalizzante, da qui nasce l’esigenza, oltre che di comprendere le cause sociali, economiche e politiche della stessa, di interrogarsi difronte al significato delle forze armate, della loro impostazione corrente e sul significato del loro ruolo.

Polizia privata e contractors

Dalla fine della Guerra Fredda si è acuita la tendenza a promuovere gli eserciti non più come forza di difesa, quindi basata su di una mobilitazione generale della popolazione abile, ma come piccolo nucleo di specialisti altamente addestrati, a cui vengono assegnati compiti squisitamente offensivi. Gli eserciti moderni sono composti da poche migliaia di uomini, per i quali i costi dell’addestramento e dell’equipaggiamento raggiungono cifre esorbitanti. Eserciti del genere, pur dotati di un’alta mobilità, non possono, tranne in rari casi, farsi carico della difesa territoriale, in quanto sprovvisti non solo del personale umano per far ciò, ma anche della quantità dei mezzi. L’esercito di uno stato occidentale moderno non risponde più all’esigenza di dover frapporre fra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti quanto più terreno di scontro possibile, ma unicamente quello di vigilare che gli interessi economici e politici del governo o delle principali compagnie nazionali siano tutelati oltre confine, andando così a fornire un contraltare internazionale alle forza di polizia che agiscono con i medesimi fini all’interno dei confini nazionali.

Possiamo benissimo avere prova di ciò dando uno sguardo ai teatri nei quali sono dispiegate le forze militari dei paesi europei: tolte le “missioni di pace”, le quali non sono altro che un modo legale per occupare un territorio ed imporre un’ingerenza geopolitica, vediamo truppe europee a difesa di stabilimenti petroliferi, raffinerie, complessi minerari o punti strategici. Le truppe italiane in Libia, i francesi nell’Africa Occidentale, le forze statunitensi in Afghanistan, Iraq, Sud America ed Europa non sono ascrivibili all’elenco delle forze impiegate per la difesa nazionale, ma in quello delle forza destinate ad un’azione aggressiva d’appropriazione di risorse straniere o di consolidamento di una posizione strategicamente rilevante. Tutto ciò, ovviamente, non porta vantaggi che a coloro che governano la politica e l’economia degli stati nazionali, giammai delle nazioni le quali pagano il tributo di sangue necessario al profitto degli oligarchi. Parlando di cifre, e limitandoci ad un contesto noto come quello dell’Afghanistan, sono stati più di tremila i militari della coalizione morti in azione, ai quali vanno aggiunti decine di migliaia di morti fra la popolazione afghana. Litri e litri di sangue che macchiano indelebilmente le mani di chi profitta da una guerra eterna, nata unicamente per la politica di potenza delle oligarchie capitaliste.

Analizzando la situazione particolare delle nostre forze armate vediamo come queste, le quali dovrebbero essere presidio della libertà del popolo, relegate a compiti da gendarmeria sabauda come l’operazione “Strade Sicure”, quando non direttamente poste a porre rimedio alle mancanze di uno “stato” sempre meno capace di intervenire economicamente per garantire i servizi essenziali ad una vita dignitosa per i cittadini. E’ notizia recente l’impiego di medici militari inviati negli ospedali del Molise per far fronte alla carenza dei medici civili. Tutto ciò, senza voler sminuire i medici dell’Esercito Italiano, è sintomo di uno snaturamento del compito delle forze armate che, strette tra il nepotismo caratteristico di un sistema gerarchico e l’inettitudine di uno stato sempre più colonia e sempre meno Res Publica. E’ chiaro come il compito di un esercito non dovrebbe essere quello di gendarmeria privata o di forza repressiva, quanto quello di estensione armata della cittadinanza, che, ispirata da un sincero spirito democratico, si prodiga per la Libertà, l’Indipendenza e la sicurezza di questa.

Nazione Armata: il Cittadino contro il mercenario

Il volontarismo garibaldini, prototipo della Nazione Armata

La difesa della Comunità è parte dei doveri verso di essa. Una comunità non può essere libera se non è capace di contrapporre ad una violenza da parte di un usurpatore una violenza del popolo ispirata al mantenimento della Libertà. E’ essenziale che ogni cittadino, a seconda delle sue capacità e predisposizioni, contribuisca alla difesa della propria famiglia, della propria città, della propria nazione o nel caso più estremo dell’Umanità intera. Il milite è uno degli aspetti che compongono il Cittadino. Esso è irrinunciabile ed inseparabile dagli altri. Ogni Cittadino in qualsiasi momento sta agendo a favore della comunità. Quando ciò prende la forma di una resistenza ad una violenza tirannica si manifesta la parte militante della cittadinanza. L’esercito, che come sancisce la nostra Costituzione “si conforma allo spirito democratico della Repubblica” non può quindi essere organizzazione gerarchica e repressiva, ma raggruppamento volontario di cittadini in armi, non può essere costituito da coscritti ma unicamente dai più volenterosi italiani che, facendosi carico della difesa materiale della Patria, si sacrificano pro aris et focis. La struttura di una forza militare da noi propugnata si compone in libere compagnie, frutto della spontanea associazione dei cittadini che, addestrate e mantenute nei periodi di attività grazie al contributo pubblico, si coordinano a livello progressivo per garantire la difesa della Libertà e il rispetto dei principi dell’Associazione. La gerarchia, vetusto orpello del sistema feudale tramutatosi in borghese è da eliminare, e i principi democratici da espandere all’esercito. E’ la truppa a dover decidere chi ricoprirà determinati ruoli di comando, in qualsiasi momento revocabili e questionabili. E’ inoltre fondamentale eliminare la centralizzazione dell’autorità militare, lasciando che sia un’assemblea dei rappresentanti delle singole formazioni a discutere sulle strategie da adottare. Un milite non può essere una macchina, un servo il quale è costretto a seguire gli ordini di un superiore, ma dev’essere, nello spirito della tradizione volontaristica italiana, un Cittadino cosciente che agisce per cognizione di causa e per fedeltà ai suoi principi. Come già sostenuto da Saint-Just, fautore di diverse vittorie ad opera dell’esercito rivoluzionario, nonostante “…Si creda che le elezioni militari indeboliranno l’esercito, io credo, al contrario, che le sue forze ne verranno moltiplicate”, poiché esiste “…un solo mezzo per resistere all’Europa: contrapporle il genio della Libertà”.

Solo applicando realmente la democrazia all’interno dell’istituzione militare si potrà evitare la degenerazione di essa a compiti da sbirraglia o la sua mutazione in corpo mercenario a soldo dei potenti.

“Non si può combattere per la Libertà con un esercito di uomini abituati a tenere gli occhi bassi”

Curzio Malaparte

L’Unione prepara la guerra

“L’Unione ha garantito ai paesi membri quasi un secolo di pace”: nonostante ciò sia falso, nei prossimi anni questa affermazione rischia di venire smentita nei fatti in maniera evidente.

La Guerra che vogliono scatenare

I contrapposti interessi degli esponenti delle classi padronali non possono che degenerare in guerre, prima economiche o per procura e in seguito fisiche e dirette. L’Ue è lo strumento con il quale da anni i possidenti europei si preparano al confronto con Cina e Russia. Ricordiamo le parole di Silvio Berlusconi, colui il quale si definì “il più europeista degli italiani”:


“Per contrastare la Cina è necessario riunificare l’occidente. E lo deve fare l’Europa ritornando ad avere gli Stati Uniti insieme a noi. “

Un’occidente federato, a guida statunitense, contrapposto ad un blocco asiatico. Questo è il sogno neo-orwelliano delle classi dirigenti europee. Poco importa che il prezzo del loro profitto sarà il sangue nostro e dei nostri figli, la distruzione atomica delle nostre città o chissà cos’altro.

D’altronde, quella tenuta dal Cavaliere è la stessa linea del partito collaborazionista per eccellenza, +Europa, che nel settantesimo anniversario della costituzione del Patto Atlantico salutava in esso i “difensori della libertà e della democrazia”. Quale “democrazia” avrebbe difeso la Nato, appoggiando ovunque regimi autoritari per reprimere i popoli? Quale sarebbe questa supposta libertà di cui godremmo se non quella del consumo sfrenato?

I liberisti vogliono la guerra. Gli stessi che chiedono la chiusura degli ospedali, che impongono la dissoluzione dello stato sociale e della comunità in nome del profitto un domani saranno solerti nell’inviare i giovani europei davanti alla mitragliatrice russa o cinese, tutto in nome di quella libertà che da decenni ci viene sottratta, di quella democrazia che viene puntualmente irrisa e negata.

In quest’ottica sono da analizzare le ostilità ad accordi commerciali con le potenze asiatiche e la sudditanza al regime d’oltreoceano, il panico mediatico per i “troll russi” e le numerose altre idiozie propagandistiche atte a fomentare l’ennesima guerra per regolare i conti fra oligarchie capitaliste. Quelli che oggi sventolano la bandiera della pace unita allo straccio blu, da i giovani vecchi di Vox al Comitato Ventotene, saranno pronti un domani a trasformarsi nei peggiori interventisti.

Quello che puntano a creare è un regime totalitario, d’altronde questo è quello che si evince dalle loro parole d’ordine e dalle loro dichiarazioni: “Stati Uniti d’Europa”, “flessibilità”, “competitività”. L’uomo-macchina, totalmente spoliticizzato ed immensamente sottomesso, questo è il loro modello.

Il nuovo Ancien Regime

Sempre di più si delinea sul nostro Continente il revival di quello strumento d’oppressione rappresentato da quella che fu la “società tradizionale”. Nuovi aristocratici, forti dei loro privilegi economici, tentano di riportare alla luce il dominio coloniale delle elites europee sul mondo. Questo è il loro disegno, appoggiato in diverse salse da ogni partito istituzionale. Quello che cambia tra i conservatori ed i progressisti non è altro che la forma, ma la sostanza rimane invariata.

La restaurazione del Sacro Romano Impero sarà presto realtà se i popoli europei non insorgono in nome dei principi dell’eguaglianza e della democrazia. Giù i futuri vassalli, dalla Pania alla Catalogna si contendono i propri territori, nella totale noncuranza dei cittadini anestetizzati dal consumismo quanto dalla politica ridotta a farsa estetica. E mentre noi parliamo armi vengono prodotte e vendute, nuove bombe in grado di spazzare via intere città vengono dispiegate sul nostro suolo, il welfare attaccato in nome di maggiori contributi all’Alleanza Atlantica.

La pace sarà possibile solamente quando saranno venute meno le inclinazioni imperialiste e rapaci del padronato europeo, ossia quando un regime radicalmente democratico ed ostile ad ogni compromesso avrà abbattuto le gerarchiche strutture capitalistiche.

Per i padroni non siamo che agnelli sacrificali sull’altare del profitto, mostriamo a questi feticisti che sappiamo essere Uomini, e non vittime.