Guerra d’Algeria, un Vietnam vicino all’Europa?

La guerra d’Algeria, avvenuta fra il 1954 e il 1962, è passata alla storia come una delle lotte più dure di liberazione dal colonialismo, soprattutto quello francese. Molti autori ne hanno parlato, Sartre per esempio, ed hanno tentato di descriverne i tratti violenti. Dal Casus Belli, Toussaint Rouge il 1 Novembre del ’54, sino alla “pace”, gli accordi di Evian del 18 marzo 1962, si calcolano che siano morti ben più di 140000 soldati del FLN( Fronte di Liberazione nazionale, di orientamento socialista), 300000 civili e circa 1 milione di esodati.

GLI SCHIERAMENTI
Dalla parte del FLN, i principali sostenitori furono l’URSS, la Repubblica Cinese, Cuba e la Jugoslavia.
Per quanto riguarda la Francia, guidata da De Gaulle nella “quinta repubblica”, fu sostenuta dalla Nato e dalla Spagna Franchista, nonché da un gruppo (60000 uomini) di Harki( algerini pro Francia) . Non è, infatti, da sminuire l’apporto che ebbe l’OAS. L’OAS fu una formazione paramilitare clandestina francese, creata il 20 gennaio 1961 dopo un incontro a Madrid (dunque in periodo Franchista), da Jean-Jacques Susini e Pierre Lagaillarde. L’OAS, che aveva come motto “L’Algérie française” era un’organizzazione che attuò numerosi attacchi terroristici, fra cui attentati dinamitardi e assassinii, ed uccise, tra il maggio 1961 ed il settembre 1962, più di 2.400 algerini.

LA FRANCIA ED IL NAPALM
Spesso il napalm viene ricollegato alla resistenza dei “Vietcong”, vittime di attacchi chimici. Tuttavia, in Algeria, furono utilizzati allo stesso modo. Insieme alla tortura, che i francesi usarono quando capirono che soffocare la rivolta non sarebbe stato così semplice, rappresentò la forma più forte di coercizione . Sempre l’OAS, durante il cessate il fuoco, ne fece uso. La Francia ha negato tutti gli abusi sul popolo algerino per molto tempo ed ancora oggi è restia ad ammettere le sue enormi colpe.

IL COLPO DI STATO
Nei primi mesi del 1958 Soustelle organizzò un colpo di Stato, riunendo ufficiali dissidenti dell’esercito, coloni e simpatizzanti gollisti: una giunta armata comandata dal generale Massu prese il potere ad Algeri nella notte del 13 maggio. Il generale Salan assunse il comando di un Comitato di Salute Pubblica, formato per rimpiazzare l’autorità civile, e sostenne le richieste della giunta militare affinché il presidente francese René Coty domandasse al generale de Gaulle di formare un governo di unione nazionale investito di poteri straordinari per prevenire “l’abbandono dell’Algeria”.

Il 24 maggio, paracadutisti francesi dall’Algeria atterrarono in Corsica, prendendo possesso dell’isola senza spargimenti di sangue in seguito alla cosiddetta “Opération Corse”. Subito dopo in Algeria venne dato avvio ai preparativi per l'”Opération Résurrection”, che aveva come obiettivo la presa di Parigi e la rimozione del governo francese. L’operazione sarebbe scattata in tre ipotesi: se de Gaulle non fosse stato nominato capo del governo dal Parlamento, se lo stesso de Gaulle avesse chiesto assistenza militare per salire al potere, oppure se forze comuniste avessero tentato da parte loro di prendere il potere in Francia.

DE GAULLE E LA FINE DELLA GUERRA
Intanto, De Gaulle, veniva eletto presidente in Francia. Con una mossa molto astuta, il vecchio generale decise di includere tutti i musulmani (donne incluse) negli elenchi elettorali per un nuovo referendum costituzionale. Questa mossa poteva indebolire l’FLN, che era riuscito ad ottenere il supporto popolare.
L’FLN, sostenuto dai sovietici e da vari governi africani, instauró un governo provvisorio che non riuscì a dissuadere la popolazione a votare. L’FLN era nel suo momento di massima vulnerabilità, ma riuscì a resistere.
Ma la svolta avviene all’inizio del ’61: a gennaio un referendum ebbe come esito una maggioranza a favore dell’autodeterminazione dell’Algeria; il governo francese riniziò segretamente delle negoziazioni col governo provvisorio di Abbas(che aveva interrotto dopo l’ escalation degli anni precedenti).
Ma alcuni generali non accettarono il passo indietro di De Gaulle, tentarono un colpo di Stato in Algeria che fallì.
Il 19 marzo del 62 si trovò finalmente un’accordo, sebbene l’OAS continuò a sostenere i Pieds Noirs e non smise di attuare angherie sul territorio algerino.

I PIEDS NOIRS E GLI HARKI
I pieds noirs, Che scapparono in massa (1 milioni di persone) dall’Algeria, erano i bianchi francesi. Essi rimasero accampati sulle banchine dei porti per molti mesi, in stato di agitazione. La maggior parte tornò in Francia, alcuni si recarono a Ceuta e Merilla, mentre la comunità ebraice decise di tornare in Israele.
Lo slogan dei nazionalisti algerini in quel periodo fu: “la valise ou le cercueil” (la valigia o la bara). Un trattamento differente fu invece destinato agli Harki. Gli Harki erano tutti gli algerini, musulmani, che decisero di combattere al fianco dei francesi. Di fede musulmana, una volta terminata la guerra furono sterminati dal FLN che non dimenticò mai il tradimento lealista. Alcuni riuscirono a scappare, ma si stima morirono circa 30-60 mila Harki(ricordati recentemente da Chirac con l’istituzione di una “giornata del riconoscimento nazionale per gli Harkis”).

FERMARE LA CORSA VERSO LA GUERRA

Fermare la corsa verso la guerra! Per un’Italia neutrale, rispettosa della Costituzione e della sovranità dei popoli!In un Medio Oriente già dilaniato da conflitti sanguinosi, il gravissimo attentato terroristico con cui la Casa Bianca ha ucciso uno dei più importanti esponenti della Repubblica Islamica dell’Iran rischia di precipitare la regione in una guerra totale che potrebbe avere una dimensione mondiale e, come minimo, travolgere il Mediterraneo, quindi il nostro Paese che ne è al centro. La Libia è un tassello di un conflitto che è già alle nostre porte e rischia di diventare devastante. Molteplici sono le cause storiche che hanno fatto del Medio Oriente la polveriera del mondo ma prima fra tutte è la politica vessatoria e ingiusta dell’imperialismo occidentale, Stati Uniti in testa i quali, proseguendo la tradizione colonialistica, hanno sempre tentato di tenere i popoli in stato di soggezione per poi aggredirli ogni qual volta essi lottavano per difendere indipendenza e sovranità. Di contro USA e paesi NATO continuano a sostenere Israele nonostante svariate risoluzioni dell’ONU abbiano condannato questo Stato per la sua sistematica violazione dei diritti del popolo palestinese. Lunga è la strada per fare del Medio Oriente una regione di pace, di democrazia, di rispetto dei diritti umani, e di cooperazione tra le diverse nazioni che ne fanno parte. Ma il primo passo dev’essere il ritiro di tutte le truppe d’occupazione, la chiusura di tutte le basi militari americane e della NATO, a cominciare da quelle disseminate in Iraq, in Siria, in Turchia, nel Golfo Persico e in Afghanistan. L’Italia è parte in causa visto che dopo quello americano è il secondo esercito per numero di soldati schierati sul quel grande teatro. I governi italiani, ingannando i cittadini, hanno giustificato questa intrusione dicendo che si tratta di “truppe di pace”. E’ falso! Armate di tutto punto esse partecipano alla guerra e stanno lì per dare manforte alla politica aggressiva degli Stati Uniti, ciò è stato fatto contro gli interessi nazionali ed in violazione della nostra Costituzione. Il Governo Conte bis, sulla falsa riga di quelli che l’hanno preceduto, nonostante il gravissimo atto di guerra della Casa Bianca (che non ha condannato!), conferma la linea di obbedienza servile verso gli Stati Uniti d’America. Il “sovranista” Salvini ha fatto anche peggio, giungendo a inneggiare all’atto proditorio di Trump. Di contro ai due blocchi sistemici di centro-sinistra e centro-destra, occorre costruire un grande movimento popolare che rivendichi:

– il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali

– il ritiro di tutte le missioni militari all’estero,

– la fine alle aggressive e autolesionistiche sanzioni contro l’Iran e la Russia,

– la chiusura delle basi militari USA nel nostro Paese,

– l’uscita dell’Italia dalla NATO.Il tutto nella prospettiva di fare dell’Italia un paese neutrale, che per storia e collocazione geopolitica deve mettersi alla testa di un grande fronte internazionale per la pace e per la solidarietà tra i popoli.

Coordinamento nazionale Liberiamo l’Italia

In ricordo di un martire per la libertà

In ricordo di un martire per la libertà…

È il 30 Dicembre 2006, e da un Iraq dilaniato dalla guerra arrivano delle immagini in cui si vede un uomo, con la barba curata e la faccia serena, intorno al suo collo vi era un cappio. L’uomo era circondato di gentaglia col volto coperto che inneggiava al proprio leader, Al Sadr. Nel frattempo l’uomo col cappio al collo disse con tono di sfida una frase ironica contro il loro leader, dopodichè si mise a recitare una preghiera, interrotta da un fortissimo suono metallico, la botola sotto i suoi piedi era stata aperta: l’ucciso era Saddam Hussein.


I signori della guerra in Occidente non aspettarono a farsi sentire, tessendo lodi su lodi agli assassini del Rais iracheno, inneggiando a una “nuova era di pace e democrazia per l’Iraq”. Sappiamo tutti cosa successe in seguito. I canti e le lodi furono tuttavia interrotti da un giovane sciita, che al grido di “un bacio d’addio nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni” si tolse le scarpe durante una conferenza e le lanciò contro il presidente americano Bush. Muntazer (questo il nome del ragazzo) fu in seguito catturato, pestato e torturato per un’infinità di tempo nel più totale silenzio mediatico, ma questo silenzio non potè nulla contro l’eco che risuonava nei deserti del vicino oriente e del nord africa: in Iraq, Arabia Saudita, Yemen e in altri paesi arabi si innalzarono in manifestazioni e presidi aste di legno con alla fine delle scarpe, i giornalisti palestinesi, in segno di protesta e solidarietà, si misero a lanciare scarpe contro gli occupanti nazi-sionisti, nella città di Fajullah gli studenti opposero alle pallottole made in USA le scarpe, e così anche in Grecia, Pakistan, Iran, Egitto… milioni di scarpe sconfissero la “democrazia” dittatoriale delle bombe.

Comunque, cos’era davvero l’Iraq sotto Saddam Hussein?
Prima di tutto bisogna specificare che l’esperienza ba’athista irachena non nasce con Saddam Hussein, ma col suo caro amico e fratello Hassan al-Bakr, fu lui a portare a termine il golpe contro la borghesia reazionaria e latifondista filo-occidente e che in seguito aprì la strada alla liberazione rivoluzionaria di tutto il popolo iracheno. Infatti fu al-Bakr a fondare il Fronte Progressista Nazionale, che puntava a unire ba’athisti, curdi (i quali erano appena usciti da un conflitto armato col vecchio regime) e comunisti e ci riuscì perfettamente. Un’altra importante opera cominciata da al-Bakr fu quella economica, puntò tutto su un’economia centralizzata e pianificata di stampo prettamente socialista, in poco tempo i contadini videro spartite equamente tra loro le terre e poterono gestirle come volevano senza padroni e capitalisti a sfruttarli e imporgli ore di lavoro massacranti per un salario misero. Al-Bakr governò l’Iraq per 10 anni, finchè, nel 1978, morì. A succedergli fu ovviamente Saddam Hussein che proseguì (anche se non terminò mai) la collettivizzazione dei mezzi di produzione, infatti se tutta l’agricoltura era collettiva, nell’industria erano presenti solo in minoranza le associazioni di lavoratori liberi, ma fu comunque un risultato importante per un paese come l’Iraq. La situazione a livello sociale non bisognerebbe neanche spiegarla: sanità gratuita e pari quasi a quella cubana, tanto che gente da tutto il mondo arabo andava in Iraq per farsi curare, organizzazioni di donne elevate a completa parità con gli uomini, sindacati che costruivano case agli operai, istruzione conpletamente gratuita (Università comprese, molte delle quali frequentate da molti stranieri), quartieri costruiti sulla base delle tradizioni ma anche dei bisogni dei cittadini, delle minoranze riconosciute e rispettate da tutti i punti di vista, primi fra tutti i curdi, cui venne riconosciuta come ufficiale la loro lingua e venne quindi inserita tra le materie principali nelle scuole curde, per non parlare della lotta contro i capitribù “medievali” del nord, ovvero quando i contadini curdi videro finalmente la luce della libertà e del progresso, o anche dei comunisti che si rifugiarono in Iraq per la repressione iraniana.

Nel 1980 il Fronte Progressista Nazionale ebbe una piccola crisi dovuta a un tentativo di colpo di stato filo-sovietico (non credo serva ricordare cos’era diventata l’URSS dopo il 1956) che comportò l’arresto di molti esponenti del partito comunista e da lì gran parte del partito (la fazione moderata) lo abbandonò, dentro vi rimasero solo i radicali comunisti guidati da Yusuf Hamdan. In questo stesso anno la questione curda riaffiorò, ma per altri motivi: la guerra Iran-Iraq.

La guerra tra Iran e Iraq iniziò come ogni altra guerra, stuzzicamenti e provocazioni, in questo caso fu l’Iran a provocare l’Iraq, infatti l’Ayatollah incitava il popolo iracheno a fare una rivoluzione islamica contro il ba’ath, Saddam propose una relazione amichevole e di non interferenza tra i due paesi, ma Khoemini rifiutò, da lì ci furono continue infiltrazioni, sparatorie (in particolare nella città di Shatt al-arab, punto strategico nel sud del paese), attacchi diplomatici, a quel punto Saddam decise di attaccare per primo, e varcò il confine (bisogna comunque ammettere che aveva anche l’intenzione di annettere il Khuzestan, in supporto ai movimenti di liberazione arabi, oppressi da Khomeini). Ora guardiamo osserviamo gli schieramenti, questo è quello che potremmo definire un casinò fatto di armi e vite umane, dove sembrava si stessero facendo scommesse più che fazioni, infatti basta andare semplicemente su wikipedia per vedere la situazione: Stati Uniti, Unione Sovietica (Brezhnev), Italia, Francia, Cina e altri paesi occidentali supportavano ENTRAMBI di nascosto, invece la DDR, la Yugoslavia, l’Egitto, il Kuwait, la Romania, il Sudan e pochi altri paesi arabi supportavano Saddam, dall’altro lato, con l’Iran, c’erano Israele, la Nord Corea, la Jamahiriya Libica, il Pakistan, la Siria e la Svezia, i supporti non furono mai diretti, semplicemente questi paesi si occuparono di armare e rifornirli prima della guerra. Ora è bene fare delle precisazioni riguardo alcuni paesi: molti si chiedono come mai Gheddafi decise di supportare l’Iran e non l’Iraq, col quale era apparentemente amico, la realtà è che le loro relazioni erano molto controverse e in quel periodo stavano degradando, la Nord Corea aveva da sempre avuto ottimi rapporti con l’Ayatollah, il Sud Yemen era composto in gran parte da sciiti.
A livello non-governativo c’era solo una forza paramilitare a parte i movimenti curdi: i Mojahedeen del popolo iraniano, una fazione socialista islamica e comunista che supportava l’Iraq ba’athista.
Tornando alla questione curda, nonostante le grandi concessioni da parte del governo centrale, Massoud Barzani (noto borghese curdo, leader del “partito democratico del Curdistan” di centro destra) e altri gruppi di destra curdi volevano ancora più indipendenza, allora approfittarono della guerra con l’Iran per tentare la secessione, a difesa del governo popolare di Saddam arrivarono le fazioni socialiste del kurdistan iraniano. Dopo la guerra Saddam (circa 4 anni dopo) decise di dare maggiore autonomia al kurdistan iracheno, concedendogli un parlamento indipendente. Molti ora saranno confusi, poichè è risaputo (nei media occidentali) che Saddam gassò i curdi ad Halabja, niente di più falso. Infatti secondo un rapporto del US Army War College, subito insabbiato e dimenticato, il gas ritrovato era non persistente (quello usato dagli iraniani, mentre gli iracheni usavano quello persistente), bisogna tuttavia dire che gli iraniani non sapevano della presenza di civili nella città, in quanto pensavano che erano presenti solo le forze irachene, le quali si erano già ritirate. Per quanto riguarda gli altri presunti attacchi… pare che non furono trovate alcune vittime e tutto questo secondo numerose interviste fatte dai membri della Commissione Esteri del Senato a curdi fuggiti in Turchia per la guerra.

Durante la guerra contro l’Iran, l’Iraq fu massicciamente finanziato dal Kuwait, il quale temeva il crescente potere dell’Ayatollah, in totale furono donati 14 miliardi di dollari, alla fine della guerra il Kuwait pretendeva di riaverli tutti quanti, cosa impossibile all’Iraq in quanto appena uscito da un devastante conflitto, le tensioni con il piccolo paese confinante si facevano sempre più alte. Il Kuwait produceva un numero di barili di petrolio di molto superiore a quanto stabilito dall’OPEC, di cui facevano parte, allora l’Iraq chiese di diminuire la produzione perchè la sovrapproduzione kwatiana inficiava l’esportazion irachene, e il paese stava andando in bancarotta. Tuttavia il Kuwait si rifiutò. A gettare ancora più benzina sul fuoco c’era la questione dei confini: finita la dominazione degli inglesi nella zona la linea di separazione tra i due stati non fu mai chiara, il Kuwait ne approfittò per penetrare in pieno territorio iracheno (nella Rumaila) ed estrarre petrolio, questo sconfinamento costò all’Iraq 2.4 miliardi di dollari, al Rais non restava altro da fare se non intervenire militarmente, dato che la diplomazia non aveva funzionato. Fu così che il 2 Agosto 1990 l’Iraq mosse 88.000 uomini nel territorio nemico e lo invase in due giorni, in seguito lo dichiarò la sua diciannovesima provincia in seguito all’instaurazione della Repubblica del Kuwait. Tra i motivi dell’invasione oltre al fattore economico vi era un fattore storico, come spiega lo stesso Saddam in un’intervista a Bruno Vespa nel 1991, il Kuwait provò numerose volte a unirsi all’Iraq nel corso del ventesimo secolo, tutti i tentativi furono tuttavia boicottati dalla Gran Bretagna.
Subito dopo l’invasione le Nazioni Unite sanzionarono l’Iraq e Stati Uniti e Gran Bretagna, sotto la presidenza di Reagan e Tatcher, imposero all’Iraq di ritirarsi, senza condizioni. Saddam dopo varie proposte (tutte rifiutate), annunciò che si sarebbe ritirato se l’ONU avesse rimosso le sanzioni, gli Stati Unti e tutti gli altri eserciti non-arabi si fossero ritirati dalla regione, l’Iraq avesse riacquisito il pieno territorio della Rumaila e che si trovasse anche una soluzione agli altri problemi arabi, primo fra tutti quello arabo-israeliano, assicurando che avrebbe smantellato le armi di distruzione di massa solo se anche Israele lo avesse fatto e che finito tutto questo avrebbe accettato un accordo commerciale con gli Stati Uniti sul petrolio. Tali proposte furono accettate dalla Jamabiriya Libica, dal Sudan e dall’OLP di Yasser Arafat. La Casa Bianca si rifiutò di accettare. All’Onu, vista la grave situazione, la Francia propose, col supporto di Belgio, Italia, Germania, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia e altre nazioni, di risolvere i problemi della regione in cambio di una ritirata completa da parte dell’Iraq, senza neanche pensarci Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica rifiutarono.
A questo punto gli Stati Uniti misero su una coalizione contro l’Iraq: era la più grande coalizione mai fatta dalla Seconda Guerra Mondiale, formata da paesi di tutti i continenti, e per contrastare cosa?L’invasione da parte dell’Iraq di un paese che lo stava mandando in bancarotta. Come si può benissimo immaginare gli Stati Uniti non potevano invadere un paese con questo pretesto, quindi cercarono un’altra scusa: un giorno, all’improvviso, tirarono fuori dal cappello magico non un coniglio, ma una possibile invasione dell’Arabia Saudita da parte dell’Iraq ba’athista. Questo pretesto bastò per inviare circa 2 milioni di soldati. Ma tutto ciò non bastava, gli Stati Uniti, insieme agli iraniani, organizzarono una rivolta contro il governo nel nord dell’Iraq, fomentando le formazioni curde e sciite. I tentativi da parte di queste poche formazioni di ribaltare il governo fallirono miseramente grazie all’unità e alla forza di tutto popolo. Nel nord del paese, finite le inutili rivolte, il governo ba’athista decise di dare l’autonomia e fu così formata una regione curda con tanto di parlamento, come si poteva immaginare la cosa non andò a finire bene, alle prime elezioni non si presentò nessuno se non i classici borghesotti filocapitalisti e maniaci della competitività, in questo modo alle elezioni su 3 milioni di curdi votarono a malpena 800.000 persone, le elezioni diedero un risultato di sostanziale parità, col 45% del partito democratico del curdistan di Barzani e il 43% l’unione patriottica del curdistan di Talabani, e fu così che il popolo curdo si ritrovò in un altro conflitto. Dopo una serie di piccoli scontri il PUK (unione patriottica del curdistan) strinse un’alleanza con l’Iran di Khomeini, il quale intervenne militarmente col supporto statunitense, in risposta Barzani chiese aiuto a Saddam, il quale accettò per riuscire a ristabilire la pace e scacciare le truppe straniere dal territorio, una volta finiti gli scontri il partito di Barzani ne uscì vittorioso e Talabani e i membri del suo partito scapparono in Iran. Come al solito gli Stati Uniti tirarono fuori la bacchetta magica e all’improvviso sui media occidentali spuntò un diabolico piano iracheno secondo cui Saddam voleva scatenare un genocidio di curdi, purtroppo per loro una volta finiti gli scontri e scacciati traditori e invasori stranieri le forze irachene si ritirarono, rispettando l’autonomia dei curdi, senza tener conto di ciò i falchi a stelle e striscie bombardarono alcune postazioni di contraerea irachena nel sud del paese.

Nel 1995 un giovane ingegnere chimico lasciò l’Iraq e andò a vivere in Germania, i servizi segreti tedeschi non persero tempo: lo rintracciarono, lo raggiunsero e gli chiesero varie cose sul sue (ex) paese. Lui in poco tempo diede una descrizione molto dettagliata di ciò che stava succedendo: camion e magazzini pieni di armi biologiche, ruoli e “lavoretti” che si dividevano i membri del suo team. Tuttavia le sue testimonianze furono subito messe in dubbio, in particolare quando il suo ex capo fu interpellato a Dubai.
L’Intelligence tedesca avvertì quella americana che le testimonianze di Rafid Ahmed Alwan al-Janabi (l’ingegnere chimico iracheno, denominato dai servizi segreti “Curveball”), ma come al solito gli americani volevano a tutti costi un casus belli contro l’Iraq, fu così che nel 2003 Colin Powell (classico falco all’americana, autore peraltro dell’infame memorandum) presentò i dati all’ONU e senza nemmeno aspettare una relazione dalle Nazioni Unite gli USA chiamarono alle armi i loro alleati e invasero l’Iraq. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, nemmeno delle minime tracce. Solo in seguito al-Janabi ammise di essersi inventato tutto al Guardian, dicendosi fiero delle proprie azioni.

È il 9 Aprile 2003 e per l’ultima volta si vede Saddam Hussein in libertà; è in strada, come per voler mostrare al popolo la sua solidarietà, e in torno a lui ci sono un gruppo di persone che gridano “Berou, bi dam, Nafdik ya Saddam” (con il cuore, con l’animo, siamo con Saddam) esaltandolo. Poche ore dopo, quando Saddam era molto probabilmente già fuori Baghdad, entrarono nella capitale irachena i carri armati americani. Da quel momento non si ebbero più notizie sul Rais, finchè nel Dicembre 2003, quando l’Iraq era nel bel mezzo di una guerra definibile “settaria”, si vede il famoso video dove Saddam Hussein viene presentato come vestito di stracci, gettato in una fossa, distrutto nell’anima e nel corpo…almeno questo è quello che hanno provato a farci credere. La realtà è che fino a quel momento aveva lottato in prima linea col suo popolo, battaglia più famosa da lui guidata quella dell’aeroporto di Baghdad nell’Aprile 2003:

“Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravano comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.
-Ufficiale iracheno intervistato da Iraq Screen.
Fu solo dopo il declino dei rivoluzionari baathisti sotto i militari dell’occidente che Saddam fuggì a casa di un amico vicino Tikrit. Infatti come racconta Nadim Rabeh, marine di origini libanesi, all’United Press International nel rapporto “Public Version of Saddam Capture Fiction“ quando scoprirono il suo nascondiglio lui non si arrese e si mise a sparare contro i soldati americani, i quali in seguito lo catturarono e un po di tempo dopo lo drogarono e lo buttarono in un pozzo abbandonato per registrare il famoso filmino, facilmente smontabile non solo dalle testimonianze del marine (che sono la conferma schiacciante) ma anche dalle palme piene di datteri, in un tempo in cui i datteri non c’erano.

Da questo tragico evento cominciò il processo-farsa contro Hussein e altri membri del partito. La Corte era eletta dall’esecutivo (quindi dalla coalizione statunitense) e rimuoveva e sostituiva i giudici ogni qual volta non si dimostrassero sufficientemente filo-americani. Numerosi furono inoltre gli episodi dove buttarono fuori dall’aula i testimoni sinceri e anche lo stesso saddam. Famosa la vicenda quando buttarono fuori dall’aula l’avvocato difensore di Saddam, Ramsey Clark (alto magistrato americano, vice ministro della giustizia ai tempi di Kennedy e ministro nella successiva amministrazione Johnson), che in seguito si dimise denunciando forti pressioni, la stessa fine la fecero molti altri difensori. Nonostante tutto ciò Saddam seppe difendersi perfettamente, smontando e distruggendo le accuse contro di lui, tanto che più di una volta (in particolare durante il suo discorso finale) gli tagliarono il microfono mentre parlava.
Quando alla fine del processo-farsa il presidente della corte lesse la sentenza, dove si decretava la pena di morte per crimini da lui non commessi, dovettero farlo alzare in piedi a forza dalle guardie e nulla gli impedì di gridare “Allah Akbar!” e inneggiare al glorioso popolo iracheno, il quale stava combattendo ferocemente contro gli invasori.
E a questo punto torniamo all’inizio, quando quel terribile rumore metallico fermò la preghiera islamica inneggiante al popolo iracheno…

Il 2020 iniziato all’insegna dell’imperialismo

Da nemmeno una settimana è iniziato il nuovo anno e già sono diverse le situazioni potenzialmente disastrose che si sono venute a creare: dalla Libia al Medioriente si susseguono notizie preoccupanti, con un oramai certo dispiegamento di truppe turche a sostegno di Serraj e con un atto che definire terrorismo internazionale è poco, ossia l’assassinio del generale Soleimani, comandante delle milizie al-Quds, uno dei principali responsabili del tracollo dello Stato Islamico nella regione, avvenuto con la solita infame modalità del raid aereo a Baghdad. Non solo: pare sempre più reale, nonostante le mistificazioni del ministero, l’arrivo ad Aviano di altre 50 testate atomiche, che andrebbero a sommarsi alle decine già presenti in loco.
In tutto il mondo i potenti giocano alla guerra, muovendo le loro pedine e distribuendo armi come se si parlasse di un gioco da tavolo e non della vita di milioni di persone. Le reazioni delle Lega Araba all’inserimento militare turco lascia aperta la porta all’escalation militare, per giunta in una zona già ad alta tensione a causa di Israele e dello scontro in seno all’Iraq. Occorre opporsi ad ogni progetto imperialista per difendere le nostre case, le nostre vite ed il nostro futuro

Pecunia non olet: Turchia e Whirlpool

Quanto sono ipocrite le lacrime di coccodrillo versate dagli autocrati europei e dai loro peones per il povero popolo curdo assalito dal malvagio Erdogan. Ovviamente loro, titolari di una bontà innata, nulla c’entrano con l’imperialismo neo-ottomano del Sultano, si sono solo limitati a fornirgli le armi, mica potevano prevedere che sarebbero state usate per questo. Certo, da anni il regime turco finanzia bande di ribelli che scorrazzano su e giù per il confine siriano massacrando indistintamente arabi e curdi, e da anni si assiste ad una repressione cilena nei confronti di ogni oppositore ma…pecunia non olet. Alla fine “dove passano le merci non passano i carri armati, no? No, passano, ma sotto forma di merce, e magari evitano di bombardare i loft di Milano, ma questo poco importa ai 200.000 sfollati degli ultimi giorni. Questo mantra della mobilità dei capitali come condizione sufficiente per la pace è tanto assurdo quanto malizioso. In barba alle decisioni politiche del governo italiano -ricordiamo le dichiarazioni dell’ex-ministro del lavoro Di Maio in proposito- Whirlpool sarà libera di delocalizzare. L’Unione glielo permette, il diritto comunitario invita a farlo: perché dovrebbero fermarsi a pensare alle conseguenze sociali delle loro azioni? È il profitto l’unico parametro di valutazione di un’azione, non il sangue dei curdi, e nemmeno i disoccupati, ma solo il denaro, che anche se sporco mai puzza per loro

Neoliberismo o ordoliberismo, il nemico rimane lo stesso

Le contraddizioni del “late stage capitalism” stanno esplodendo sotto ai nostri occhi in maniera incredibilmente violenta alle periferie del sistema stesso. Questo è il sintomo di una crisi sistemica destinata nel medio-lungo periodo a diffondersi sin nelle aree centrali dell’impero. Equador, Argentina, Colombia, Haiti: ovunque il popolo sta insorgendo in Sud America, stufo delle misure eterodirette di austerità. In questo contesto appaiono ancora più chiari i motivi che hanno spinto Draghi a parlare di MMT come valida opzione, o la Lagarde a bisbigliare “misure espansive”: venuti oggettivamente meno i paradigmi neoliberisti il capitale internazionale sta tentando di giocare la carta ordoliberista, nel tentativo di perpetuare la sottomissione dei popolo. Ma l’ordoliberismo non è libertà, ma anzi il più subdolo attentato ad essa. Non sono le pensioni o la previdenza sociale a rendere un popolo libero. Non ci si deve accontentare: vogliamo una democrazia sostanziale, l’uguaglianza di fatto e la libertà per ogni essere umano. Probabilmente non riusciranno i vari vassalli imperiali a cambiare ora sentiero, oramai ci siamo troppo addentrati, ma anche se fosse il compito dei patrioti rimane lo stesso, ossia combattere senza pietà e senza accordi ogni tirannia, anche quelle mascherate dal velo di uno stato sociale più o meno pronunciato.

La situazione è tragica, ma non seria

La situazione è tragica, ma non seria
Eccoci qua, anno 2019. Il tanto promesso progresso ha consegnato smartphone nelle mani di miliardi di sottoproletari, che da quelle stesse mani vedono strappati sogni e speranze per il futuro. I nostri padri, anche se stretti fra il manganello e i missili della Nato, potevano aspirare ad una casa, ad una famiglia, a vivere e non solamente sopravvivere. Certo, il consumismo già alienava e reprimeva la libertà degli esseri umani, ma si poteva, magari nel proprio piccolo, coltivare piccoli spazi personali, isole di libertà nelle quali ritirarsi, magari per trovare energie per una ventura battaglia. Oggi l’unica lotta per la quale ci si prepara è quella con un albanese o un nigeriano per uno squallido posto da rider in qualche decadente metropoli. Parlano di “progresso”, come se dopo l’effimera parentesi socialdemocratica non si stia retrocedendo a veloci passi verso un neo-feudalesimo, forse ancora peggiore di quello medievale in quanto del tutto privo anche dell’etica cristiana che prevedeva in qualche modo una tutela del povero tramite la carità. Parlano di “progresso”, ma in cambio del computer adesso dobbiamo acconsentire a poter comprare casa, forse, solamente verso i quarant’anni. Non ci si deve chiedere come loro, che a scanso di equivoci presenteremo tramite alcuni casi campione, ossia Mario Monti, Jeff Bezos, Michael Bloomberg, riescano ad essere tanto vili da usare simili retoriche, alla fine stanno lottando per conservare dei privilegi acquisiti, ma invece ci si deve interrogare su come sia possibile che l’attenzione di supposti “cittadini” sia indirizzata verso problemi estetici, anzi, assurdi quali tortellini e crocefissi al posto che verso l’analisi sistemica e l’interpretazione di fenomeni quali il precariato diffuso e la precarizzazione della vita. E questo limitandoci solo ad alcuni aspetti dell’opulenta società occidentale. Andiamo a vedere le periferie del mondo, andiamo a vedere il silenzio di Onu, Nato ed Ue all’aggressione imperialista del despota Erdogan ai danni di Siria e popolo curdo. Andiamo a cercare, e dovremmo farlo noi, i media non si sporcano le mani, le immagini brutali delle repressioni del regime liberista che occupa l’Equador contro un popolo reclamante la sua libertà. E, tornando in Europa dopo questo viaggio mentale, soffermiamoci sulle piazze francesi, grondanti di sangue per le manganellate dei mercenari di Macron, oppure pensiamo all’Italia, dove la costruzione di un fronte democratico rivoluzionario è apertamente boicottata da una fitta rete di agenti provocatori al soldo del peggiore centro-destra reazionario. Andiamo a portare un fiore alle vittime del lavoro, agli ignoti lasciati marcire in mezzo alle strade, ai migranti deportati e stipati in campi di concentramento, alle vittime delle “spending review”, che si trovano la sanità negata o fondine difettose. E tutto questo, amarissima ironia, non è accompagnato dalle barricate, ma dalle catene di Sant’Antonio sulle scie chimiche, dai “minions” condivisi da donne tanto adulte quanto alienate sui cosiddetti “social network”, dalla diffusione di mortadella contro il “pericolo islamico”, dai terrapiattisti….insomma la situazione è grave, anzi gravissima, ma profondamente patetica.

Il Generale Pinochet e/o la Bonino

Il Capitale agisce sempre nella stessa maniera, seguendo storicamente questo pattern: dove ha concorrenti o nemici si infiltra, se respinto passa alla violenza, ora fisica espressa da cannoni e fucili, ora psicologica espressa da terrorismo mediatico e distruzione della società civile. Questo vale sia nei rapporti concorrenziali fra le varie oligarchie capitaliste sia nei tentativi predatori nei confronti delle istituzioni democratiche e popolari. Questo lo abbiamo visto bene nel lontano ’73, quando la Cia spalleggiò una sedizione armata promossa da elementi militari contro il governo democratico e socialista del Presidente Salvador Allende. Quale fu la sua colpa? Aver restituito al controllo popolare le risorse del Cile, che da decenni erano sottratte al suo naturale fruitore per andare ad ingrassare il capitale statunitense. Come riuscirono gli Stati Uniti e i loro vari vassalli in questa drammatica e sanguinosissima opera di “regime change”? Innanzitutto puntarono sulla carta elettorale, supportando con ingenti fondi il partito conservatore, che tuttavia non arrivò che al 25%, superato dalle forze di sinistra moderata del partito cristian-democratico e da Unità Popolare di Allende. Ovviamente la vittoria delle forze socialiste e l’inizio dell’attuazione del loro programma spinsero gli statunitensi ad alzare il tiro, e fu così che, come racconta Patricia Verdugo nel suo saggio “Salvador Allende”, iniziò una certosina opera d’acquisizione di quanti più giornali ed emittenti radio possibile, oltre che d’elargizione di ingenti somme di denaro tanto alla destra istituzionale quanto a gruppi terroristici animati da pensieri liberisti ed antidemocratici, come il tristemente noto “Patria e Libertà” che si rese colpevole anche di omicidi mirati a sbarazzarsi di personalità dalla forte connotazione democratica all’interno delle Forze Armate. Dopo una spaventosa guerra economica (come dichiarato da Kissinger c’era la volontà di “far piangere l’economia cilena”) e diversi tentativi sovversivi, diversi generali si organizzarono per una sollevazione armata, la quale venne portata avanti l’undici di settembre, sotto la guida del generale Augusto Pinochet, una delle figure più infami e meschine della storia, che solamente poche ore prima aveva giurato al Presidente la sincerità dei suoi sentimenti democratici e la sua fedeltà alle istituzioni. Pinochet entrò nel complotto da figura di secondo piano, ritenuto poco intelligente ed affidabile dai suoi “camerati”, ma riuscì per una serie di eventi a ritagliarsi sempre più spazio, fino a diventare dittatore a seguito del golpe. I suoi intenti erano chiari: “lavare la democrazia con il sangue”, ossia quella “insegnare a votare” al popolo cileno, esattamente lo stesso compito che assumono su di loro i mercati ai giorni nostri. Pinochet fu l’esecutore di una punizione decisa dalle alte sfere economiche di Washington, si doveva reprimere il tentativo popolare di recuperare la sovranità, non essendoci riusciti tramite il giornalismo-prostituta ricorsero ai cannoni, alle deportazioni, alle stragi e alle esecuzioni sommarie precedute da indicibili torture. Si può evidenziare un macabro quanto preoccupante parallelismo fra il ruolo ed il pensiero del “Generalissimo” e quello di taluni liberisti nostrani: quanto l’uno si era incaricato di punire e rieducare la plebaglia insorta, quanto gli altri guardano con odio e disprezzo i villici che non comprendono le bellezze e le opportunità del libero mercato, e su questi sono sempre pronti a far calare la scure del potere dei mercati, in grado di decomporre il tessuto sociale italiano a loro piacimento. Inoltre, vi è anche un non secondario aspetto morale nella faccenda. Pinochet si riteneva un difensore di una vaga tradizione aristocratico-militar-latifondista, che vedeva nello status quo liberista ed iperclassista, prono agli interessi Nord-Americani la propria base, e osservava i lavoratori cileni ed il loro Presidente come i nobili di Versailles guardavano i popolani sormontati dal berretto frigio: la paura si mischiava al disprezzo. Da qui la volontà di eliminare questa sovversione tanto pericolosa per i rapporti di forza promossi e consolidati. Allo stesso modo i liberisti sono fortemente gelosi del mondo da loro costruito, dei rapporti di forza che esso legittima e propugna, della selvaggia divisione in classi e della sopraffazione del forte sul debole. Il popolino che chiede stabilità e tranquillità è da reprimere e rieducare, con le buone o con le cattive. Pinochet era una Bonino in uniforme, speriamo per la nostra sicurezza che questo paradigma non venga presto riproposto in Italia.

Ennesimo crimine imperialista ai danni del Venezuela socialista

Nel giorno 27 Luglio 2019, intorno alle ore 12 alcuni militanti rivoluzionari bolivaristi membri de “La Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora” e delle “Brigadas de Defensa Popular Hugo Chávez” sono stati ammazzati da alcuni agenti della destra venezuelana, memebri di un gruppo armato non ancora identificato.
Secondo le prime indagini da parte delle brigate di difesa popolare svelerebbero che il metodo con cui sarebbero stati uccisi i militanti sarebbe riconducibile a militari esperti e ben addestrati, probabilmente parte di gruppi paramilitari colombiani o ex agenti militari o di polizia venezuelani.
Le vittime sarebbero Eudes Yorkley Rojas, Manuel J. Cordero Benítez, Alexi Ontiveros Mora, Eudes Rojas Peña, Kevin Navas Rodríguez, Milaidy Navas González.

Bisogna inoltre ricordare che non è la prima volta che le forze reazionarie attaccano le FANB minacciando gli eroici difensori chavisti del popolo.

Start Up a War: Psicologia di un conflitto

Una guerra dimenticata che da anni dilania un paese, migliaia di morti, in grandissima parte civili, continue violazioni di accordi e dei diritti umani, popolazioni costrette a convivere col potere, oramai istituzionalizzato, di bande di neonazisti: questo è lo scenario ripreso e commentato da Sara Reginella, psicologa e regista, nel 2016, ma che da tale data non ha subito notevoli modificazioni. Le storie di tutti i giorni si intersecano con i motivi ideali di chi ha scelto di combattere una guerra non contro l’Ucraina,ma, come molti tendono a precisare, contro il regime uscito da “Euromaidan” ed i suoi sponsor imperialisti.

Prodotti di questo tipo sono importantissimi vista la infima e mono-direzionale copertura mediatica, quasi come se le uccisioni commissionate con i soldi della Nato e dell’Unione Europea non fossero realmente tali, come se la sistematica repressione politica, spesso degenerata in violenza omicida, come nel caso del Rogo di Odessa, fosse un piccolo prezzo da pagare per una “normalizzazione” del paese in senso liberale e liberista, necessaria per l’ingresso nell’alveo delle autoproclamatesi “democrazie occidentali”. Nonostante il singolo cittadino italiano possa fare poco per aiutare concretamente le popolazioni aggredite delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lungansk, già la visione e la diffusione di questo ribelle e sabotato documentario costituiscono un importante attacco ai tentativi d’oscuramento attuati dal regime. Per questo Giovine Italia invita tutti i suoi amici e simpatizzanti a partecipare alle proiezioni di “Start up a War: psicologia di un conflitto”, come già fatto più volte dall’associazione.