Forte Pietralata: una cospirazione inesistente

“I rivoluzionari appartenevano alla setta anarchica e al partito repubblicano. Riusciti a impossessarsi delle bombe al Forte Pietralata si sarebbero diretti in città per trovarsi alle ore quattro in piazza Colonna, dove alcuni anarchici ed altri rivoluzionari dovevano attenderli per impadronirsi a mezzo bombe a mano del Parlamento e del ministero dell’Interno. Contemporaneamente sarebbero state inviate a mezzo camions bombe al quartiere Testaccio dove rivoluzionari , per precedenti accordi con la cooperazione dei soldati dell’81° Fanteria accasermati nei sotteranei di uno stabile che trovasi prossimo al Lungo Tevere avrebbero ceduto le armi e si sarebbero uniti a loro, per impadronirsi della caserma dei Reali Carabinieri e di quella di Pubblica Sicurezza. Sollevato poi l’elemento popolare del quartiere Testaccio e munitolo di bombe si sarebbero diretti nel centro di Roma. Il gruppo più numeroso degli Arditi doveva assalire il Quirinale ed il ministero della Guerra spalleggiati in questo dal gruppo di anarchici che con bombe a mano dovevano invadere il quartiere di Porta Pia e dirigersi verso Villa Savoia. Essi contavano concertezza dell’appoggio di una buona parte del 2° Bersaglieri e di batteria di Monte Mario.”

(16 luglio 1919, informazioni fiduciarie, busta 84, f. Movimento sovversivo II-Roma, sf Complotto del forte di Pietralata)

Siamo a Roma immersi nel fuoco del Biennio Rosso. Le forze dell’ordine sono in costante allarme con fabbriche occupate, cortei e scontri di piazza che sempre più spesso lasciano a terra morti e feriti. In questo clima di tensione sono moltissimi gli attori in gioco: vi sono i socialisti legati al Partito Socialista, divisi, disorganizzati ed incapaci di dare uno sbocco pratico tanto ai proclami massimalisti quanto al riformismo; vi sono i nazionalisti monarchici, impegnati nella repressione di ogni moto “bolscevico”, supportati spesso da esercito e polizia; vi sono i repubblicani, anche loro divisi fra rivoluzionari e riformisti; vi sono gli anarchici, molto agguerriti, ma molto pochi. In mezzo a tutti questi stanno gli ex-combattenti, coloro che avevano partecipato al conflitto più o meno di loro volontà e con diversi desideri e scopi. Osannati retoricamente dai nazionalisti ed osteggiati in massima parte dal socialismo ufficiale, sin da subito coloro i quali, ed erano milioni, avevano vestito il grigio-verde si sentirono in necessità di riunirsi autonomente per difendere la posizione che pensavano di aver meritato, le “conquiste della Vittoria” o semplicemente la sicurezza economica che dovrebbe per lo meno essere garantita da uno stato il quale ha richiesto impassibilmente l’estremo sacrificio. Se molti d’area nazionalista si riunirono a difesa della Corona da un possibile sbocco rivoluzionario, non meno reduci si raggrupparono in risposta al’aumento del costo dei viveri e del costo generale della vita. In mezzo alla miriade d’associazioni, per citarne due, opposte, la nazional-monarchica “Unione Popolare Antibolscevica” e la socialista “Lega Proletaria Reduci”, svettavano per spirito combattivo quelle formate da ex-arditi, che inizialmente radunati nella Fratellanza Fra gli Arditi d’Italia, di stampo vagamente sociale, patriottico ed apartitico, ben presto si polarizzarono in formazioni opposte e spesso contrapposte, anche fisicamente, le quali arrivarono nelle loro estreme propaggini alla base di diverse sezioni fasciste e nel primo gruppo militante antifascista, gli Arditi del Popolo.

Cosa portava un ex-ardito a compiere quella che agli occhi di un moderno poco informato può sembrare una scelta ossimorica come quella di aderire a correnti anarchiche, repubblicane o socialiste, spesso divise da un labile confine, pur conservando il suo passato da combattente, spesso volontario? Innanzitutto va detto che per molti, come per lo stesso Secondari, la guerra avrebbe potuto rappresentare la miccia per lo scontro sociale, al termine della quale i proletari, ora addestrati ed armati, avrebbero potuto prendere il potere. Inoltre la guerra contro gli Imepri Centrali rappresentava di abbattere odiosi costrutti assolutamente reazionari e fautori di un militarismo aggressivo che nulla aveva da invidiare all’imperialismo inglese o a quello nascente americano. In Italia la guerra non porto la Rivoluzione, e questo per una serie di cause ed errori, ma sicumente porto un periodo di altissima tensione. L’ardito rappresentava sul campo l’equivalente militare di un sovversivo politico: dotato di larga autonomia, abituato all’azione rapida e brutale, sdegnoso nei confronti degli alti graduati e degli “imboscati”, tornato alla vita civile non poteva di certo rassegnarsi alla passività, in specie se abbandonati dalle istituzioni ed assaliti non solo dall’affitto e dalla fame, ma anche dalla sensazione di aver combattuto per nulla, poiché la tanto sudata “Vittoria” non solo non aveva dato all’Italia alcune delle “Terre Irredente”, ma aveva anche permesso di squarciare il velo di Maya della retorica sciovinista vedendo l’enorme profitto degli speculatori, arrichitisi sulla vita di milioni di giovani italiani.

Argo Secondari

Non sorprende dunque leggere nelle comunicazioni interne alla Pubblica Sicurezza uno smisurato timore per le Camere del Lavoro, le associazioni e le sezioni di partito a forte componente di ex-arditi, molti dei quali, nonostante la posteriore propaganda fascista, avevano da subito scelto il campo progressista. Ma passiamo ai fatti. Abbiamo riportato all’inizio di questo articolo un estratto di un documento ad uso interno delle forze dell’ordine. Ebbene, il contenuto di questo è totalmente falso, corrisponendo a verità solo quando menziona un tentato attacco al Forte Pietralata, nel romano. Perché quindi produrre un documento del genere? Parlare di cosa avvenne nella notte del 16 luglio 1919 può essere utile.

il forte oggi

Da una parte abbiamo alcuni uomini, anarchici, repubblicani, qualche socialista, fra i quali vi è anche il Tenente Argo Secondari, e dall’altra un forte presidiato dagli arditi del 17° battaglione. Un forte sì pieno di armi, ma anche, e sopratutto, di viveri. I romani non sopportavano più il continuo aumento dei prezzi, che unito alla cristalizzazione degli stipendi condannava l’intera popolazione cittadina alla fame. Volontà degli “attaccanti” è quella di penetrare nel forte se possibile grazie all’aiuto dei soldati di presidio, e, oltre a qualche utile bomba, recuperare vettovaglie da distribuire alla popolazione. Nessun progetto, almeno nell’immediato, di golpe o attacco a sedi istituzionali, ma solo una mossa nello scacchiere del conflitto sociale. Una pattuglia di soldati viene fermata, e viene coinvolta nel piano. Viene detto loro di tornare al forte, recuperare il materiale e portarlo ad una grotta lì vicino. Nonostente l’apparenza non tutti sono concordi, e tornati al forte vi sono alcuni delatori che allertano i comandanti. Si inizia la ricerca dei sovversivi, i quali vengono arrestati sia sul momento in città che nei giorni seguenti. Incarcerati, saranno rilasciati solo in novembre dopo mesi di proteste in loro favore, che anche se partecipate dalla popolazione, saranno vergognosamente ignorate dai settori “ufficiali” tanto del partito socialista quanto di quello repubblicano. Ma perché fabbricare la notizia di aver sventato un pericoloso piano insurrezionale che avrebbe attentato alla vita stessa della famiglia reale quanto al parlamento? Perchè alzare la tensione era uno dei principali obbiettivi delle forze reazionarie, le quali miravano senza troppe remore ad un golpe militare che ristabilisse l’ordine perseguitando ogni dissidente politico. La stampa, nutrita di notizie false ed esagerate, contribuì nel creare in seno alla società borghese quel clima di paura che porterà all’avvento della dittatura fascista.

No al taglio dei parlamentari!

La Costituzione è prima di tutto un programma politico, un testo di profonda giustizia sociale, pregno di tutte le conquiste ideali della storia dell’Italia. Preciso sunto di diritti e doveri, la Costituzione difende i cittadini, garantendo loro una base giuridica alla quale appellarsi per avere riconosciute le proprie libertà, i propri diritti, la loro capacità di agire nel sociale, e dunque nel mondo. La Costituzione tutela il Cittadino, impedendogli di divenire solo un numero. Fra tutti gli attacchi meschini portati a quello che è il frutto del sacrificio di intere generazioni, uno fra i peggiori è senza dubbio la proposta di diminuire il numero dei parlamentari, spacciando per “risparmio” l’assassinio del principio della rappresentatività politica. Questa tattica, già più volte utilizzata per distruggere lo stato sociale e i diritti fondamentali dei cittadini, risulta particolarmente infame perché aizza lo stesso popolo contro i meccanismi che di norma lo difendono dai soprusi: diminuendo il numero dei parlamentari non sono si ha già un guadagno collettivo dato da un risibile “risparmio”, ma un enorme danno al processo democratico. I nostri Padri Costituenti fissarono a 945 il numero di cittadini in grado di rappresentare 45 milioni di italiani. Oggi gli italiani sono 60 milioni e mezzo, ma viene proposto che i rappresentanti non siano già aumentati in maniera congrua alla crescita della popolazione, ma anzi diminuiti di più di un terzo. Parlano di “risparmio”, quando gli stipendi di quei parlamentari (che nulla vieterebbe di diminuire) non valgono che lo 0,007% della spesa pubblica, la quale va spesso a finanziare senza troppo scandalo acquisti di armamenti, donativi di varia natura o richieste da parte di enti terzi. La Cosa Pubblica guadagnerebbe questo dal taglio dei parlamentari, ma cosa perderebbe? Perderebbe ulteriormente ciò che caratterizza ogni stato democratico, ossia il controllo popolare sulle istituzioni, che se non si limita alla mera rappresentanza politica vede in essa sicuramente uno degli aspetti fondamentali. Il Parlamento non può e non deve essere un mondo a sé stante, sempre più chiuso e ridotto, aperto solo a pochi iniziati, ma al contrario deve aprirsi, essere luogo vivo in cui dibattere e far valere gli interessi del popolo. Questo non può accadere con la progressiva incapacità della cittadinanza di far eleggere propri rappresentanti, che tra esternazioni contro il suffragio universale e distruzione della rappresentanza assume sempre più i caratteri sinistri di un autoritarismo. Per questo ogni cittadino consapevole, e ancor di più se studente o giovane lavoratore, deve opporsi a questa scellerata proposta.

Nato il coordinamento giovanile di Liberiamo l’Italia

Apprendiamo con piacere la nascita del coordinamento giovanile di Liberiamo l’Italia, col quale ci impegnamo a collaborare. Di seguito proponiamo il documento fondativo:

Per molto tempo noi giovani ci siamo divisi nelle piazze, ma mai come oggi i nostri diritti fondamentali sono effettivamente in pericolo. Non siamo mai riusciti a mettere realmente in discussione il vero potere: il potere economico/finanziario, che oggi ci asfissia. Noi giovani di Liberiamo l’Italia chiediamo a tutti gli studenti, lavoratori, disoccupati, ai giovani poveri e a tutti quelli che, nonostante tutto, sono ancora capaci di indignarsi di fronte alle ingiustizie subite dai coetanei dimenticati dalla società, chiediamo di unirci per fare fronte comune. Ci rivolgiamo a quei giovani che nonostante anni e anni di educazione all’individualismo e alla competizione hanno ancora una coscienza e il senso della collettività. Destra e centro-sinistra sono due facce della stessa medaglia, sue opposti dello stesso sistema. Il sistema economico neoliberista, la dittatura delle élite finanziarie e delle multinazionali. A tutti i giovani noi chiediamo di unirci nella lotta, di mettere da parte gli attriti, di fare tutti un passo indietro per farne uno più grande in avanti, insieme. Ci accomuna che siamo Italiani, viviamo in questa terra sempre più in mano al capitale interno e straniero, governata da personaggi indegni che hanno svenduto l’Italia, promuovono opere come il Tav, che distruggono il nostro territorio ed il nostro futuro. Cosa ci accomuna? Che l’Italia è casa nostra, che abbiamo il diritto a non emigrare. Abbiamo il diritto di rimanere, di crescere qui. Chi comanda ci vuole divisi e nemici perché sa bene la forza che avremmo uniti. Quindi, invitiamo tutti singoli e associazioni che condividano i nostri stessi obbiettivi ad unirci in un movimento studentesco e giovanile, che possa attivamente contrastare le misure di questa Unione Europea antidemocratica e antipopolare.

Siamo qui per chiedervi un aiuto, perché abbiamo bisogno di tutti. Abbiamo bisogno di lavorare insieme, perché la verità è rivoluzionaria:

  • Fermiamo il Mes, strumento con i quali l’UE, a dominanza tedesca, impone l’austerità e schiaccia gli stati
  • Usciamo dalla gabbia dell’euro, che ha distrutto l’eredità economica di noi giovani cittadini
  • Difendiamo gli interessi del popolo lavoratore, abbandonato dallo stato e vittima di soprusi continui
  • Riconquistiamo la democrazia, difendendo la Costituzione del 1948, che è frutto della lotta partigiana e dei nostri padri e nonni

-lotta al razzismo e ad ogni forma di discriminazione, soprattutto quelle di matrice neofascista(sempre più frequenti) che è speculare a quella dei padroni

-costruzione di un fronte ambientalista, con caratteristiche popolari e proposte concrete che combutta contro Muos, Tav, Tap ed opere dannose per i cittadini (5G)

-Lotta ad ogni forma di imperialismo, alla Nato e alla costante presenza militare straniera sul nostro suolo. Lotta per il disarmo nucleare e il ritiro dalle “missioni di pace”

La repressione si abbatte sui pastori sardi

Apprendiamo con disgusto la consegna di più di mille avvisi di garanzia ai pastori sardi che alcuni mesi fa si erano resi protagonisti di grandi e diffuse proteste a difesa del loro lavoro, assalito dalla sleale concorrenza causata dal libero scambio e dalle deregolamentazioni economiche.

Possiamo vedere già la malata costruzione politica che sta rapidamente prendendo il posto dell’ordinamento repubblicano: alla politica economica in favore dei grandi possessori di capitali si sposa perfettamente la follia securitaria del “decreto sicurezza”, il tutto sotto lo sguardo soddisfatto del totalitarismo europeo.

La rabbia dei pastori sardi, supportati da tutta la Sardegna, dagli studenti ai disoccupati, è la rabbia di tutto il popolo lavoratore che si vede giornalmente vessato da istituzioni sempre più collaborazioniste e ricchi sempre più arroganti. I loro blocchi del traffico erano intimamente giusti e motivati, e non loro, difensori delle libertà repubblicane, dovrebbero essere processari, ma la cancrena nazistoide che dal Parlamento ha varato negli ultimi 30 anni qualsiasi accordo e decreto anti-popolare che sia stato possibile. Nello specifico, i pastori sardi risento della competizione sleale dell’estero, dove latte a basso costo viene prodotto lasciando gli animali in condizioni ben peggiori e contenendo pesantemente gli stipendi.

Il Movimento ’48 si stringe ai pastori sardi in questo momento difficile per molte delle loro famiglie.

Dal Balilla a Mameli: storia di una ribellione

Erano i primi giorni di dicembre del 1746, l’Europa intera era stravolta da un sanguinoso conflitto dinastico, quello legato alla successione del trono d’Austria, che non era il primo del secolo e che non sarebbe stato l’ultimo. L’intero continente diviso in due blocchi: da un lato quello borbonico, con Francia, Spagna, Svezia, la Repubblica di Genova e i rispettivi alleati minori, dall’altra un blocco asburgico, che andava dall’Inghilterra allo Zar di Russia, passando per il Regno di Savoia e le Province Unite. Oggetto del contenzioso era la legittimità di Maria Teresa d’Austria ad ascendere al trono imperiale dopo la morte di suo padre Carlo VI, il quale aveva rivisto le norme legate alla successione eliminando anche la “legge salica”, emanando così la “prammatica sanzione”, che cambiava le norme di successione dell’Arciducato d’Austria, e ad essa si appellò la fazione imperiale, posizione contestata invece dai sovrani di Slesia e Sassonia, che si erano trovati così esclusi dalla prospettiva di divenire imperatori. Il conflitto ebbe presto un risvolto continentale, con l’intervento al fianco dell’una o dell’altra fazione da parte di moltissimi stati europei. Nel 1744 l’Italia fu terreno di scontro per le truppe ispano-napoletane e quelle austriache e piemontesi. Mentre al sud furono i primi a prevalere, l’intera Val Padana cadde sotto l’occupazione austriaca, ivi compresa la città di Genova, da secoli strettamente legata alla Spagna. L’intera Europa era in fiamme, la popolazione doveva sopportare gli orrori e i pericoli di una guerra sempre più moderna e letale, di eserciti sempre più grandi. Per Genova, città marinara per la quale il commercio era la vita, l’occupazione militare significava più che per molte altre realtà urbane un completo annichilimento della vita pubblica, e risultava ancora più odiosa vista la tradizionale indipendenza della Repubblica, custodita gelosamente sopratutto dai Savoia, che ora assieme agli Asburgo presidiavano in armi la Superba. La situazione era arrivata alla massima tensione, bastava letteralmente una scintilla per causare l’insurrezione generale, voluta smaniosamente dalla stragrande maggioranza dei genovesi. Fu un ragazzo, ora avvolto fra mito e leggenda, originario probabilmente di Montoggio, nell’entroterra, chiamato Gian Battista Perasso, che diede col suo gesto il segnale: assistendo all’ennesimo sopruso perpetrato sui suoi concittadini alzo il braccio e scagliò una pietra contro i soldati intenti a forzare alcuni genovesi al trasporto di un mortaio. Immediatamente tutta la folla fu su questi, come incoraggiata dall’attacco che seppur tanto profondamente desiderato, non si era ancora compiuto per la paura che quel feroce occupante incuteva ai cittadini. In pochi giorni gli invasori austro-piemontesi evacuarono la città, inseguiti per le valli dal popolo rabbioso.

illustrazione novecentesca della rivolta di Portoria

Il tutto non ebbe sbocchi maggiori del ripristino dell’antico regime repubblicano aristocratico, il quale fu comunque soppresso prima dalla Francia Rivoluzionaria e poi, definitivamente, dal congresso di Vienna, che assegnò la potestà su quelle terre agli antichi pretendenti, i Savoia. Cento anni dopo il contesto è sempre quello: una semi-occupazione militare mal vissuta e osteggiata profondamente dalla società ligure, tolti alcuni nobili. Genova è stata circondata di forti dai suoi nuovi padroni, non in funzione di difesa, ma anzi col compito di intimidire e colpire la città in caso di sommosse. Questi formano un anello sui monti del circondario, e sono presidiati da migliaia di soldati piemontesi. In città sono i gesuiti a comandare, ma anche loro non sono visti di buon occhio, sopratutto da quanto Pio IX è stato eletto al soglio pontificio portandosi dietro moltissime aspettative, che si fondevano a quelle riposte in Carlo Alberto, Re “carbonaro” che sembrava poter consentire sbocchi perlomeno liberali all’assetto politico del Regno di Sardegna. Tutto ciò non era ovviamente abbastanza, ma per molti studenti universitari era sufficiente per moltiplicare la loro ansia per una Storia che stava compiendosi, ma ancora troppo lentamente. Fra di loro vi era Goffredo Mameli, figlio di una nobildonna locale e di un ufficiale di marina, iscritto al secondo anno di Legge nella stessa Università che aveva frequentato tempo prima Mazzini. Si può dire che condivise molto della formazione di quello che sarà il suo maestro: educazione in una famiglia dalle tendenze democratiche, frequentazione di associazioni e circoli politico-letterari capaci di soddisfare la sua fame di cultura, carriera universitaria segnata dalla tensione politica e dal conflitto con le istituzioni scolastiche. Nei primi giorni di dicembre si era soliti a Genova ricordare il “Balilla” con una processione, che l’anno precedente, per timore di urtare il sovrano, non si era tenuta. Goffredo e i suoi compagni, indignati dalla codardia dell’amministrazione locale che volutamente sceglieva di dimenticare un eroe popolare nel centenario della rivolta, decidono di organizzare una manifestazione a forte connotato politico. Dopo giorni di comizi e dimostrazioni, il 9 dicembre 1847 un grande corteo animato sopratutto dagli studenti sfila per la città con la bandiera Tricolore, simbolo totalmente eversivo ed osteggiato dallo status quo. Qui Mameli declamerà la sua famosa poesia “Dio e il Popolo”, pregna di contenuti democratici ed insurrezionalisti dedicata proprio alla rivolta di Portoria .

“Come narran sugli Apostoli,
Forse in fiamma sulla testa
Dio discese dell’Italia…
Forse è ciò; ma anch’è una festa.
Nelle feste che fa il Popolo
Egli accende monti e piani ;
Come bocche di vulcani.
Egli accende le città.

Poi, se il Popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Uno scherzo ora fa il popolo ;
A una festa ei si convita.
Ma se è il popolo che è l’ospite,
Guai a lui ch’ei non invita!
Grande è sempre quel ch’egli opera
Or saluta una memoria,
Ma prepara una vittoria ;
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Noi credete ? Ecco la storia :
All’incirca son cent’anni
Che scendevano su Genova,
L’armi in spalla, gli Alemanni ;
Quei che contano gli eserciti
Disser : l’Austria è troppo forte;
E gli aprirono le porte.
Questa vil genia non sa

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Un fanciullo gettò un ciottolo ;
Parve un ciottolo incantato,
Che le case vomitarono
Sassi e fiamme da ogni lato.
Perché quando sorge il Popolo
Sovra i ceppi e i re distrutti.
Come il vento sovra i flutti
Passeggiare Iddio lo fa.

Quando il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Quei che contano gli eserciti
Vi son oggi come allora :
Se crediamo alle lor ciance
Aprirem le porte ancora.

Confidiamo in Dio. nel Popolo .
I satelliti dei forti
Non si contano che morti.
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa
La sua folgore gli dà. “

La bandiera della Repubblica Romana recante il celebre motto mazziniano
Partigiani della “brigata Balilla” in posa nei monti di Genova

Nelle stesse giornate prese a divenire popolare un altro componimento di Mameli, che proponeva in versi il programma politico della Giovine Italia, associazione alla quale il poeta stesso aveva aderito un anno prima: si tratta del Canto degli Italiani, che animò le piazze democratiche del Risorgimento fino ad arrivare, dimenticato dal Regno e dal Fascismo (se non retoricamente negli ultimi mesi), alla Resistenza e alla Repubblica, che lo scelse come suo inno nazionale. Un testo altamente poetico, che si apre con un’invocazione alla fratellanza fra gli italiani che si espande nel corso del componimento ad ogni altro popolo. Un inno sì all’Amore, perfettamente stile mazziniano, ma anche alla lotta, alla riscossa, al sacrificio supremo a difesa della libertà e dell’indipendenza. Da Genova questo canto si trasmise alle pianure lombarde, dove lo stesso Goffredo fu sottotenente volontario durante la prima Guerra d’Indipendenza, ma fu solo dopo la prima parentesi di questa guerra che il “Canto degli Italiani” poté accompagnare atti concreti del tutto coerenti col suo significato: la Repubblica Romana colse Mameli già presente nella Città Eterna, ad essa lui dedicò gli ultimi mesi della sua vita, difendendola dagli invasori borbonici, asburgici e dai traditori al soldo di Napoleone III. Fu durante una carica alla baionetta che Goffredo ricevette la ferita che lo porterà alla morte. Ma Mameli non fu dimenticato, il suo esempio eta vivo in tutta Italia: mentre a Roma si difendeva la “Repubblica Rossa”, come era chiamata dagli operai francesi che in solidarietà ad essa scioperavano, Genova insorgeva contro i Savoia, e lo faceva anche in nome di Mameli. Furono giorni duri, ancora peggiori di quelli subiti dalla città un secolo prima, e che culminarono in un saccheggio devastante ad opera delle truppe del generale La Marmora, che fu per i suoi crimini premiato dal nuovo sovrano, Vittorio Emanuele I. Ancora cento anni dopo, strana coincidenza, le figure del Balilla e di Mameli tornano ad accompagnare esempi e gesta degni di loro, e lo fanno durante la lotta di Liberazione contrassegnando i nomi moltissime brigate partigiane. Tra queste è importante ricordare la “Brigata Mameli” a comando misto azionista-comunista, che partecipò alla Liberazione di Treviso ad aprile ’45, e i GAP del quartiere di Bolzaneto a Genova, che formeranno la “Brigata Volante Balilla”, al comando di Angelo Scala che prese esso stesso il nome dell’antico rivoltoso genovese.

“…domani in Italia”.

Era il 1936, in Spagna infuriava la guerra civile scatenata dal golpe di Francisco Franco, e per tutto il mondo andava diffondendosi una cupa atmosfera di rassegnazione alla svolta autoritaria e totalitaria del capitalismo: Mussolini in Italia era al governo da più di un decennio, la Germania era caduta pochi anni prima e per tutto l’Occidente si andavano a diffondere movimenti filo-fascisti, mentre in tutti i paesi i palazzi del potere pullulavano di individui apologeti delle dure maniere contro il popolo, in specie quello minuto. In questo contesto parlava da Barcellona alla propria patria Carlo Rosselli, andato in Spagna a soccorso della repubblica ed in nome della libertà dei popoli. Il significato è chiaro, la dittatura può essere vinta, la libertà si riscatta col fucile, un nuovo ordine sta nascendo e gli italiani, al prezzo della loro vita, stanno combattendo per il trionfo della giustizia, della libertà, del socialismo. Riproponiamo qua di seguito il discorso integrale, pronunciato il 13 novembre 1936 alla radio di Barcellona.

“Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli : ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana. formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio. dalla Svizzera, dalle lontane Americhe.

Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria.Anche dall’Italia oppressa partono volontari. 
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che,a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell’antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l’università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la Guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria.
Ascoltate, italiani. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona. Un secolo fa, l’Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell’Austria,del Borbone, dei Savoia,dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all’esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia,Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese, lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici,da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. Gli italiani riacquistarono fiducia nelle loro forze.
Oggi una nuova tirannia, assai più feroce ed umiliante dell’antica, ci opprime. Non è più lo straniero che domina. Siamo noi che ci siamo lasciati mettere il piede sul collo da una minoranza faziosa, che utilizzando tutte le forze del privilegio tiene in ceppi la classe lavoratrice ed il pensiero italiani.

Ogni sforzo sembra vano contro la massiccia armata dittatoriale. Ma noi non perdiamo la fede. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuna parlerà più domani di Mussolini. E’ come nel Risorgimento, nell’ epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.
E’ con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna. 0ggi qui, domani in Italia.
Fratelli, compagni italiani, ascoltate. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona.
Non prestate fede alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari spagnuoli come orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta.
La rivoluzione in Ispagna è trionfante. Penetra ogni giorno di più nel profondo della vita del popolo rinnovando istituiti, raddrizzando secolari ingiustizie. Madrid non è caduta e non cadrà. Quando pareva in procinto di soccombere, una meravigliosa riscossa di popolo arginava l’invasione ed iniziava la controffensiva. Il motto della milizia rivoluzionaria che fino ad ora era “No pasaran” è diventato ” Pasaremos”,cioè non i fascisti, ma noi, i rivoluzionari, passeremo.
La Catalogna, Valencia, tutto il litorale mediterraneo, Bilbao e cento altre città, la zona più ricca, più evoluta e industriosa di Spagna sta solidamente in mano alle forze rivoluzionarie.

Un ordine nuovo è nato, basato sulla libertà e la giustizia sociale. Nelle officine non comanda più il padrone, ma la collettività, attraverso consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi non trovate più il salariato costretto ad un estenuante lavoro nell’interesse altrui. Il contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipii.Negli uffici,gli impiegati,i tecnici, non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, ma ad una nuova gerarchia fondata sulla capacità e la libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché‚ nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando la personalità dell’uomo e l’autonomia dei gruppi umani.
Comunismo, si, ma libertario. Socializzazione delle grandi industrie e del grande commercio, ma non statolatria: la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l’uomo da tutte le schiavitù.
L’esperienza in corso in Ispagna è di straordinario interesse per tutti. Qui, non dittatura, non economia da caserma, non rinnegamento dei valori culturali dell’Occidente, ma conciliazione delle più ardite riforme sociali con la libertà. Non un solo partito che, pretendendosi infallibile, sequestra la rivoluzione su un programma concreto e realista : anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani collaborano alla direzione della cosa pubblica,al fronte, nella vita sociale. Quale insegnamento per noi italiani!
Fratelli,, compagni italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per recarvi il saluto dei volontari italiani. Sull’altra sponda del Mediterraneo un mondo nuovo sta nascendo. E’ la riscossa antifascista che si inizia in Occidente. Dalla Spagna guadagnerà l’Europa. Arriverà innanzi tutto in Italia, cosi vicina alla Spagna per lingua, tradizioni, clima, costumi e tiranni. Arriverà perchè la storia non si ferma, il progresso continua, le dittature sono delle parentesi nella vita dei popoli, quasi una sferza per imporre loro, dopo un periodo d’ inerzia e di abbandono, di riprendere in in mano il loro destino.
Fratelli italiani che vivete nella prigione fascista,io vorrei che voi poteste, per un attimo almeno, tuffarvi nell’ atmosfera inebriante in cui vive da mesi,nonostante tutte le difficoltà, questo popolo meraviglioso. Vorrei che poteste andare nelle officine per vedere con quale entusiasmo si produce per i compagni combattenti;vorrei che poteste percorrere le campagne e leggere sul viso dei contadini la fierezza di questa dignità nuova e soprattutto percorrere il
fronte e parlare con i militi volontari. Il fascismo,non potendosi fidare dei soldati che passano in blocco alle nostre file, deve ricorrere ai mercenarii di tutti i colori. Invece,le caserme proletarie brulicano di una folla di giovani reclamanti le armi. Vale più un mese di questa vita,spesa per degli ideali umani,che dieci anni di vegetazione e di falsi miraggi imperiali nell’Italia mussoliniana.
E neppure crederete alla stampa fascista che dipinge la Catalogna,in maggioranza sindacalista anarchica, in preda al terrore e al disordine. L’anarchismo catalano è un socialismo costruttivo sensibile ai problemi di libertà e di cultura. Ogni giorno esso fornisce prove delle sue qualità realistiche. Le riforme vengono compiute con metodo, senza seguire schemi preconcetti e tenendo sempre in conto l’esperienza.
La migliore prova ci è data da Barcellona, dove, nonostante le difficoltà della guerra, la vita continua a svolgersi regolarmente e i servizi pubblici funzionano come e meglio di prima.
Italiani che ascoltate la radio di Barcellona attenzione. I volontari italiani combattenti in Ispagna, nell’interesse, per l’ideale di un popolo intero che lotta per la sua libertà, vi chiedono di impedire che il fascismo prosegua nella sua opera criminale a favore di Franco e dei generali faziosi. Tutti i Giorni areoplani forniti dal fascismo italiano e guidati da aviatori mercenari che disonorano il nostro paese, lanciano bombe contro città inermi, straziando donne e bambini. Tutti i giorni, proiettili italiani costruiti con mani italiane, trasportati da navi italiane, lanciati da cannoni italiani cadono nelle trincee dei lavoratori.
Franco avrebbe già da tempo fallito, se non fosse stato per il possente aiuto fascista.Quale vergogna per gli italiani sapere che il proprio governo,il governo di un popolo che fu un tempo all’avanguardia delle lotte per la libertà,tenta di assassinare la libertà del popolo spagnolo. 
Che l’Italia proletaria si risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle fabbriche, dai porti italiani non debbono più partire le armi omicide. Dove non sia possibile il boicottaggio aperto, si ricorra al boicottaggio segreto. Il popolo italiano non deve diventare il poliziotto d’Europa.
Fratelli, compagni italiani, un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona, in nome di migliaia di combattenti italiani.

Qui si combatte, si muore, ma anche si vince per la libertà e l’emancipazione di tutti i popoli. Aiutate, italiani, la rivoluzione spagnuola. Impedite al fascismo di appoggiare i generali faziosi e fascisti. Raccogliete denari.E se per persecuzioni ripetute o per difficoltà insormontabili, non potete nel vostro centro combattere efficacemente la dittatura, accorrete a rinforzare le colonne dei volontari italiani in Ispagna.
Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa.”

“Ma se il popolo si desta…”

Grande manifestazione ieri in piazza a Roma, migliaia e migliaia scesi in piazza mossi dall’appello del comitato Liberiamo l’Italia. Finalmente stiamo assistendo alla costruzione di un fronte democratico di lotta in opposizione al regime capitalista e alle sue manifestazioni più prossime: Nato ed Unione Europea. E’ nostro dovere contribuire alla crescita e ai successi di questo movimento, vera speranza per la lotta di liberazione nazionale, unico progetto concreto, al di là della sudditanza verso gli alter-europeisti nostrani e del cretinismo elettorale. E’ stato un grandissimo sforzo aver portato in piazza più di tremila persone, ma ciò rappresenta solo l’inizio. La vera battaglia è ancora davanti a noi, e si combatterà nelle piazza, nelle scuole, sui posti di lavoro. Alle nostre spalle, dalle plebi insorte dell’antichità, al Risorgimento alla Resistenza abbiamo migliaia di padri ideali che ci spingono alla battaglia. La nostra lotta sarà coronata dalla Vittoria.

Di seguito il testo dell’intervento del nostro delegato alla manifestazione e il comunicato del Comitato Promotore.

“Esistono giorni la cui importanza non è avvertita dai contemporanei, i quali, sia chi partecipa all’avvenimento, sia chi si limita ad osservare, non sono ancora in grado di comprenderne l’importanza storica. Pensiamo al 14 luglio del 1789, quando il popolo, conscio della sua naturale ed assoluta sovranità, conquista e distrugge l’odiata Bastiglia. Ebbene noi pensiamo a quella stessa sera, con Luigi XVI che tornava a casa concluse le sue signorili attività, e forse con noia appuntava sul suo diario personale “oggi non è successo niente”. Si sarebbe accorto da lì a poco cosa era successo quel giorno, eccome se ne sarebbe accorto!
Ora, cittadini, mentre io parlo davanti voi in questa piazza, altri tiranni tornano alle proprie case. Non più re di antiche dinastie, ma banchieri, speculatori, affaristi e tutta la schiera dei loro camerieri. Anche questi, con la stessa boria ed impertinenza, annoteranno vicino a questa data “non è successo niente”. Presto si accorgeranno di cosa è successo!
Chiedo quindi a tutti voi, compagni cittadini, di avere Fede. Fede nella forza del popolo, poiché se questo si desta, e si sta destando, non esiste forza terrena capace di sconfiggerlo. Davanti a noi stanno armate le schiere dei capitalisti, degli egoisti, dei tiranni di ogni specie. Uniamoci e li schiacceremo sotto ai nostri piedi!
Liberemo l’Italia, ridaremo il sacro diritto all’Italia di esistere, coesistere e prosperare assieme ad ogni altra nazione umana. La nostra lotta ha per arma il popolo e non conosce confini, a nulla varranno le infamie e i sotterfugi atti a dividerci, a metterci fratello contro fratello: il nemico è chiaro, e non è il mio pari, l’altro sfruttato, ma colui che dall’alto ci impone il cappio. Con loro nessuna pietà, nessun accordo. Spezziamo le sue catene: fuori dall’Euro, fuori dall’Unione dei Padroni Europei e fuori dalla Nato, ma soprattutto fuori loro dall’Italia! Siamo di più, abbiamo dalla nostra parte la forza della fede e la certezza della giustezza della nostra causa. Viva l’Italia, viva il popolo! Vinceremo!”

12 ottobre: un primo bilancio
Diversi sono i criteri per valutare se una manifestazione è stata un successo oppure no.
Certo, anzitutto da quanti hanno raccolto la sfida.
Aver motivato più di tremila cittadini venuti a Roma da tutto il Paese, la gran parte con mezzi propri, è un grande successo.
La data del 12 ottobre sarà una data da ricordare.
Un grande successo, per niente scontato quindi, confermato da diversi fattori.
Avevamo detto che il 12 ottobre sarebbe stato il primo passo, l’inizio di un cammino, quello che dovrà dare vita ad movimento popolare, indipendente e trasversale, per liberare l’Italia dalle gabbie dell’Unione europea e del neoliberismo.
La volontà, non solo nostra, ma dei tanti che erano in piazza è che sì, si deve andare avanti in questa direzione. Non demordere, agire, organizzarsi, per costruire LIBERIAMO L’ITALIA come nuova comunità politica, democratica, ribelle, patriottica e internazionalista perché solidale con gli altri popoli. La Costituzione del 1948 come nostra stella polare.
Sappiamo che il terreno è in salita, ma i tantissimi cittadini che ieri ci hanno avvicinato offrendo la loro disponibilità ad essere protagonisti di questo cammino di libertà, ci riempie di gioia e ci da tanta forza.
La responsabilità è enorme, sappiamo che il difficile comincia adesso, che non possiamo permetterci errori.
Non li faremo se sapremo fare tesoro della lezione che ci ieri ci è venuta.
Ieri, in piazza, era palpabile il clima di soddisfazione: per lo spirito unitario, plurale ma inclusivo della manifestazione.
È stata come una sinfonia: tante le voci uno solo l’annuncio: LIBERIAMO L’ITALIA!
Di più. Grazie ai fratelli stranieri presenti (greci, francesi, spagnoli, inglesi, austriaci, ma anche africani) e di quelli non presenti (saluti sono giunti da diversi altri paesi), la manifestazione ha voluto esprimere il sentimento di fratellanza verso tutti i popoli che soffrono sotto il giogo delle oligarchie liberiste e della finanza predatoria globale.
Solo uniti vinceremo, uniti procederemo, uniti ce la faremo.

Il Comitato promotore
13 ottobre 2019

18 settembre, a Roma contro Macron!

Aderiamo e supportiamo il presidio indetto dal Comitato Liberiamo l’Italia contro la visita di Emmanuel Macron a Roma. Il presidente francese si è reso autore non solo di sanguinose repressioni ai danni del movimento popolare patriottico dei Gilets Jaunes, macchiandosi anche di omicidi di innocenti, oltre che della mutilazione di centinaia di francesi ad opera dei suoi corpi mercenari, ma anche fautore di una sistematica spoliazione dell’Africa occidentale grazie al diabolico Franco CFA. È gesto di solidarietà internazionalista il supportare il popolo francese creando una doverosa accoglienza all’autarca liberista Macron. Il 18 settembre saremo a Roma in piazza Vidoni alle 17. Macron non è il benvenuto! Lunga vita alla lotta del popolo!

Tre buone ragioni per essere a Roma il 12 ottobre


Il prossimo governo ultra-eurista giallo-rosa: sempre più chiara in questi giorni appare la notizia che il tanto esorcizzato “inciucio” è fatto quasi compiuto. I vertici del Movimento 5 Stelle, in sfregio alla base militante sincera che credeva veramente in una possibile rivoluzione politica, stanno decidendo per un governo assieme al Partito Democratico, lo stesso partito del Jobs Act, della Fornero e della Buona Scuola, partito di riferimento, seppur oramai morente, del padronato franco-tedesco. La manifestazione del 12 ottobre deve quindi essere intesa anche come violentissimo attacco a questo governo, nato per tutelare il dominio indiscusso delle oligarchie ordoliberiste della Mitteleuropa. Molto probabilmente il nuovo governo godrà di un “trattamento di favore”, la mano con loro sarà piuma, come suggerito da Oettinger. Questo perché i gruppi di potere ora egemoni in Europa temono un cambio della guardia a favore di altri concorrenti, come la borghesia esportatrice del nord-est appoggiata dalla Lega. Conte, marionetta nelle mani dei poteri euristi, è da osteggiare e da boicottare. Il suo tono istituzionale e la sua cultura nascondo la sua natura collaborazionista. Il discorso da lui pronunciato il 20 agosto, per quanto pregno di colte citazioni e formalmente bello, è stato un discorso puramente europeista, in perfetta sintonia con le direttive europee per quanto riguarda istruzione, economia e subordinazione dello stato nazionale.
La manifestazione leghista del 19 ottobre: il “governo del cambiamento” è stato fatto cadere da Salvini, che ora tenta di farsi passare da oppositore dell’Unione Europea risfoderando le antiche felpe “basta euro” che gli permisero una miracolosa crescita nei sondaggi. Salvini è un bluff: ne ha dato la prova al governo, dove distraendo gli italiani con il fantasma dell’immigrazione e ponendosi come guardiano dell’identità italiana, per lui fatta di presepi e padri pii, ha proposto provvedimenti del tutto in linea con le direttive europee, accontentandosi delle briciole, come quel ridicolo 2,04 di deficit. L’Italia ha bisogno di chiarezza, di radicalità, di coerenza, tutte cose che non troverà mai nei discorsi del pifferaio magico ultra-liberista e secessionista Matteo Salvini. Moltissimi cittadini in buonafede sperano in lui e lo votano. Questa volontà di cambiamento è legittima e più che giustificata, ma loro sono stati ingannati e sono ingannati tutt’ora dal Renzi padano. I suoi obbiettivi sono i medesimi delle forze europeiste, cambia solamente il nome di chi si vorrebbe a capo del mostro totalitario di Bruxelles.
La necessità di dar vita ad un movimento popolare di Liberazione: All’interno del panorama parlamentare, da destra a sinistra, non vi è una sola persona che persegua gli interessi del popolo lavoratore. Le nostre camere sono state infiltrate in maniera certosina da una malvagia compagine di araldi del libero mercato, del liberismo sfrenato, della tecnocrazia totalitaria. In questi gruppi non si deve riporre fiducia, sarebbe illogico e assolutamente contrario alla ragione. Occorre guardare al popolo e al popolo solo, che vuole tornare a sentirsi tale, che chiede di avere sovranità su se stesso, di aver riconosciuto il proprio diritto ad esistere e ad autodeterminarsi. L’unica strada è la mobilitazione popolare attraverso, per e grazie al popolo stesso. Da esso deve sorgere un movimento di liberazione che sappia con un colpo di scopa spazzar via ogni collaborazionista, ogni potere corporativo e camorisstico, ogni interesse di parte e in contrasto con quello generale. Il 12 ottobre, lungi da rappresentare il punto d’arrivo, deve invece essere l’inizio di tale movimento, il primo atto di una liberazione nazionale che sarà ad un tempo politica, economica e morale.

Il Vesuvio, bomba innescata nel cuore dell’Italia

Forse per paura di causare il panico se ne parla poco, ma è giusto dirlo: il Vesuvio, prima o poi, erutterà. E’ già successo, e natura vuole che periodicamente lava, lapilli e ceneri escano dal vulcano. Sono state 50 le eruzioni del Vesuvio registrate dal ‘600 ad oggi, all’incirca col ritmo di una ogni 10 anni. Il totale delle vittime è nell’ordine delle migliaia. La prossima eruzione, che potrebbe essere particolarmente intensa a causa del “tappo” che dal ’44 blocca il condotto, avverrà secondo diversi esperti quasi certamente entro questo secolo, ossia nei prossimi 80 anni. Impossibile stabilire quando, ma il probabile scoppio sarà preceduto da inequivocabili segni premonitori, da sciami sismici a fuoriuscite di gas e variazioni nella camera magmatica. Data l’allerta, sarà necessario evacuare in tempi molto rapidi dalle 630.000 alle 1.155.000 persone, a seconda della gravità e delle caratteristiche dell’eruzione. Si parla degli abitanti di più di 80 comuni nelle provincie di Napoli e Salerno, inclusi alcuni quartieri dello stesso capoluogo.

L’eruzione del ’44 immortalata da un aereo americano

Siamo pronti a questo?

Nel giro di 72 ore centinaia di migliaia di persone si troveranno private di ogni loro bene, raccolte in “aree d’incontro” da dove saranno inviate in diverse città “gemellate” col comune di residenza. Si parla di una massa enorme di persone che si riverserà su alcune delle arterie stradali e ferroviarie più trafficate d’Italia, che avrà diritto e bisogno a vitto ed alloggio e che, prima di tutto, dovrà essere guidata dalla “zona rossa” ai vari punti d’incontro. Se il piano per l’allocazione degli sfollati è stato già pensato, ed è stato prodotto un modello in grado da evitare carichi eccessivi su singole regioni, ad inizio 2019 è ancora in cantiere il passo precedente, ossia l’evacuazione dai centri abitati. Si tratta, come già detto, di decine di comuni, molti dei quali posano sulle pendici stesse del Vesuvio o nelle immediate vicinanze. Stiamo parlando di migliaia di famiglie, di disabili, di persone costrette a letto, di anziani, persino di animali domestici. E’ necessario dunque un piano tanto capillare quanto estremamente preciso, poiché tra il panico e le dimensioni delle masse non si prospetta un compito facile, ma di questo piano, ad oggi, non c’è traccia.

E dopo?

la zona rossa al gennaio 2019

Ben chiare le dinamiche dello sfollamento, già predisposta la flotta di navi, treni e pullman che dovranno portare i cittadini dalle aree d’incontro ai comuni ospitanti, ma né il prima né il dopo sono stati minimamente immaginati. Se sarà necessario evacuare quella gente è per la natura fatale di gas, lapilli e ceneri, le quali addirittura metteranno a rischio l’integrità strutturale degli edifici. Questo significa che con ogni probabilità moltissime di queste persone rimarranno senza averi, e molto facilmente private di un qualsiasi posto di lavoro essendo anche questo stato distrutto. Le persone non sono scatole, non sono merci da riporre su di un ripiano, sono esseri viventi dotati di una loro dignità, per cui un piano che si limiti a trasportare gli sfollati come se si trattasse di cambiare la disposizioni dei mobili all’interno di una casa. E’ necessario sin da subito pensare al benessere psico-fisico delle persone evacuate, attrezzare scuole e corsi universitari per i giovani, letti d’ospedale per gli ammalati, ma sopratutto case e posti di lavoro, e qui si viene alla questione più spinosa. Nella sola Liguria saranno evacuate 80.000 persone stando alle stime più ottimistiche, ciò significa che sarà necessario trovare nel giro di pochissimi giorni qualcosa come 30.000 abitazioni e un posto, in classi già sovraffollate, per migliaia di studenti. Tutto ciò, ad oggi, non minimamente pianificato. L’unica soluzione possibile? Agire per tempo combattendo l’abuso edilizio nella zona vesuviana, requisire immobili sfitti in ogni parte d’Italia ed aumentar e i fondi alla pubblica istruzione, per migliorare la stato delle infrastrutture attuali e per attrezzarne di nuove. Solo così si potrà far fronte ad una tragedia dalle proporzioni immani, una tragedia prevista ma della quale non sembra ci si preoccupi troppo, forse perché, al momento giusto, le persone che contano si troveranno non in mezzo alle strade invase dalla cenere ma a nord in villeggiatura.