La verità sulla psicosi da coronavirus, di Leonardo Sinigaglia

Scuole ed Università chiuse, intari paesi blindati, famiglie in quarantena, chiusi i luoghi pubblici, supermercati assaltati, sospeso il diritto di sciopero e vietata qualsiasi manifestazione, e tutto questo a fronte di “solamente” 8 morti e qualche centinaio di contagiati. Ad un qualsiasi osservatore non contagiato dal panico generale, quello si pericoloso, che sembra oramai aver vinto una grande fetta degli italiani tutto ciò non può che apparire ingiustificatose non completamente folle e, anzi, controproducente. La responsabilità dell’ondata di terrore che sta sconvolgendo il paese è da attribuire in primo luogo a media e governo. Titoli come “Contagi e morte, il morbo è fra noi” de Il Giorno oppure “Italia infetta” del Giornale sono semplicemente innapropriati e fuorvianti guardando agli otto morti e 249 contagi sin ora registrati, un’inezia rapportata anche a qualsiasi influenza stagionale. Ma se la stampa “libera” può permettersi di titolare come meglio crede, allo Stato dovrebbe restare l’ovvio compito di riportare nella razionalità le masse sconvolte. Questa è la teoria, almeno. Nella pratica il governo non ha minimamente ostacolato la diffusione del panico, anzi nei continui rimpalli di responsabilità con le regioni e nell’emanazione di una sorta di “stato d’assedio” su tutto il territorio nazionale non si può leggere che un agire dettato da ansia e confusione. Ma per cosa? Per i possibili morti? Per i danni all’economia? Per la reazione di un mondo che ha già iniziato a rifiutare l’ingresso degli italiani? No, o almeno nessuna di queste è la ragione principale. Analizziamo i fatti: dal 2009 al 2019 sono stati tagliati 28 miliardi alla sanità, come denunciato l’anno scorso dalla Fondazione Gimbe, i quali hanno causato la perdità di 40.000 lavoratori del settore sanitario e di 35.000 posti letto. Il coronavirus, la cui mortalità è sì maggiore rispetto alle malattie stagionali, ma non in maniera spaventosa, è estremamente contagioso, e una grande percentuale dei contagiati necessità di un ricovero ospedaliero che può protrarsi anche per alcuni mesi. La risposta è semplice: perchè il panico? Perché gli ospedali sono già affollati di norma, non reggerebbero minimante ad una proliferazione della malattia. Abbiamo tutti ben presenti le immagini di pazienti stipati nelle corsie, intorno ai quali ronzano veloci medici ed infermieri distrutti dai turni massacranti. Ora immaginiamoci questo ma con decine di migliaia di pazienti in più. Mentre la Repubblica Popolare Cinese ha la volontà di costruire a grandissime velocità complessi ospedalieri e punti di soccorso, in Italia “non ci sono le coperture”. Diffondono il panico per tacere dei danni dell’austerità e del neoliberismo.

No al taglio dei parlamentari: le nostre ragioni

Il 29 marzo saremo chiamati ad esprimerci per confermare o bocciare il disegno di legge sul taglio dei parlamentari, il quale sottrarrebbe ben 345 seggi al parlamento, che si troverebbe composto così da 400 deputati e 200 senatori. Il disegno di legge è stato votato alla Camera l’anno scorso, ed approvato con un vero e proprio plebiscito: per “ragion di stato” o per posizione ideologica quasi tutto l’arco parlamentare si è trovato concorde nell’acconsentire alla mutilazione del parlamento, da Italia Viva a Fratelli d’Italia, dal Partito Democratico alla Lega. Ben 553 i si, 14 i no, due gli astenuti. Già di per sé questi dati dovrebbero far rizzare le orecchie ad ogni attento osservatore in quanto si sta assistendo ad una “casta” che starebbe scegliendo di sua sponte di “indebolirsi”, o almeno questo sarebbe accettando la logica antipolitica grillina. In verità non possiamo prendere una posizione sull’accaduto e sul prossimo referendum limitandoci ad analizzare il fatto contingente della votazione, ma occorre contestualizzarlo nel periodo storico che stiamo vivendo. Con un’Unione Europea sempre più aggressiva, un’Alleanza Atlantica pronta a minacciare guerra e un Vaticano sempre più invadente ed arrogante, qualsiasi attacco al Parlamento della Repubblica, a priori della sua composizione ed eterodirezione, non può che essere un assist ai nemici del potere popolare. Per ottenere la progressiva emancipazione le masse devono conquistare il potere politico. Nell’attuale sistema esso è rappresentanto dal Parlamento, il quale, nonostante il ruolo collaborazionista dell’oggi, un domani potrebbe essere uno strumento di democrazia e progresso. Ma perché il Parlamento, e di conseguenza il popolo, ne uscirebbe indebolito? Privato di un terzo dei suoi membri, sempre più facile sarà per i grandi partiti e grandi finanziatori spartirsi il controllo sopra la Cosa Pubblica, mentre sempre più difficile diverrà far eleggere un proprio rappresentante, non solo per l’altissima ed ingiustificata soglia di sbarramento ma anche per l’inferiore numero di deputati e senatori. Opporsi al taglio dei parlamentari e votare NO dunque, e farlo da una precisa prospettiva e con motivi altrettanto precisi.

-La perdita di influenza sul Parlamento da parte delle formazioni minori non farebbe che fortificare l’Unione Europea e le Confindustrie, i cui interessi sono strettamente legati ai grandi partiti (Lega, Partito Democratico, Fratelli d’Italia..)

-La maggior parte delle regioni vedrebbe quasi dimezzati i propri rappresentanti alle Camere, il che non farebbe che allontanere ulteriormente esse dal paese reale.

-In ossequio ai principi democratici, la Cosa Pubblica dovrebbe essere gestita direttamente dal Popolo, il quale dovrebbe nominare unicamente in funzione di portavoce commissari in qualsiasi momento sindacabili e removibili. Il taglio dei parlamentari va in direzione perfettamente opposta.

-Combattere la cultura antipolitica diffusa dal Movimento 5 Stelle passa anche dall’opposizione al taglio. Sfruttando il malcontento generale, il Movimento ha creato un suo successo politico mirato ad insterilire qualsiasi istanza rivoluzionaria e a ricondurre nell’alveo liberal-liberista ogni voce dissenziente. Parte integrante del loro piano culturale riguarda la criminalizzazione della politica, la diffusione dell’equazione “politico uguale ladro” che, priva di qualsiasi spessore politico e pratico, non fa che accrescere sempre di più il potere dei centri d’influenza extrapolitici e quindi svincolati dal controllo democratico: grandi capitali, orgnanismi transnazionali, gruppi militari, creditizi ed industriali.

-Combattere la cultura “notarile” della demonizzazione della spesa pubblica, che ovviamente vede nella retribuzione dei politici un’intollerabile “spesa improduttiva” da abbattere in ossequio alle direttive neoliberiste e ai paradigmi debitofobici.

Per questi motivi votate e fate votare NO al referendum del 29 marzo!

Movimento ’48

La “Rossa” Repubblica Romana, preludio di un’Italia libera

È il 28 gennaio, siamo all’Avana, e questa sera sfilano, torce alla mano, i militanti del Partito Comunista, gli studenti e i membri dell’esercito. Stanno ricordando la nascita di José Martí, rivoluzionario e poeta cubano che per primo teorizzo l’emancipazione del continente e la liberazione dei suoi popoli. Martí nacque il 28 gennaio del 1853 nella capitale dell’isola, e morì 42 anni dopo, in battaglia contro le truppe occupanti spagnole a Rio Cauto. Durante la sua breve vita ebbe modo di viaggiare e di scrivere, oltre che ad impegnarsi praticamente per la liberazione della sua patria. Fra tutti i suoi componimenti dedicò alcuni versi a Giuseppe Garibaldi: “Dalla Patria, come da una madre, nascono gli uomini/ la Libertà, madre del genere umano, ebbe un figlio:/ quello fu Giuseppe Garibaldi”. Grande ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, che nel continente sudamericano è molto famoso, venendo citato frequentemente anche da Maduro e, prima della sua morte, da Chavez. Viene da chiedersi il perché di un ricordo e di una ammirazione sentiti oltreoceano mentre nel paese natale di Garibaldi stesso le forze che si richiamano o ammirano i comunisti cubani scelgono di ignorare la storia e le gesta di Lui come di altri Rivoluzionari. Si sente invero più spesso citare Martí che il patriota nizzardo, quasi come se non ve ne fossero motivi. E così i compagni cubani salutano la nascita dell’eroe della loro indipendenza con celebrazioni ufficiali e cortei, mentre moltissimi “compagni” italiani ignoreranno persino che oggi, 9 febbraio, dovrebbe essere una delle date più rilevanti e ricordate, poiché oggi nel 1849 veniva proclamata la Repubblica Romana, uno dei più arditi tentativi di costruzione di un potere democratico e popolare nella storia italiana.

Il corteo per le strade della capitale cubana

La nascita di un repubblica democratica in seno al cuore della reazione può senza dubbio suscitare scalpore, ma proprio le condizioni socio-politiche dello Stato Pontificio, con la sua terribile arretratezza, la povertà crescente e l’autocrazia papale , saranno la causa scatenante di un’improvvisa sollevazione popolare che porterà alla fuga del monarca. Altro elemento paradossale fu l’iniziale entusiasmo per l’elezione (21 giugno 1846) del Cardinal Ferretti, il futuro Pio IX, al soglio pontificio. Si sperava in un Papa liberale, e quasi per una sorta di profezia autoavverante Ferretti si convinse, almeno per i primi anni, di essere ciò. Piccolissime concessioni, peraltro solite all’elezione di un nuovo pontefice, vennero scambiate per inoppugnabili indizi della natura progressista del Papa. Nello specifico si può ricordare la liberazione di 400 detenuti politici e il richiamo di altrettanti esiliati, a cui seguì l’anno successivo un’attenuazione della censura sulla stampa e di quella preventiva, oltre che alcuni progetti ferroviari. In questo clima sembrava divenir sempre più realistica l’ipotesi “neoguelfa”, ovvero quella secondo la quale un Papa avrebbe potuto farsi carico dell’unità nazionale agendo come centro super partes fra i vari regni della penisola. Pio IX sembrava voler incarnare il pontefice auspicato da Gioberti, basti pensare il suo supporto al progetto di una Lega Doganale della quale si stava parlando negli stessi anni, forse un primo passo verso un’unità federale.

Ad inizio ’48, scoppiati in Sicilia, in tutta Europa si diffondevano moti insurrezionali. Nel tentativo di arginare i movimento rivoluzionari molti sovrani concessero delle prime costituzioni ai loro popoli, e anche Pio IX seguì il loro esempio, emanando in data 14 marzo lo “Statuto Fondamentale per Governo temporale degli Stati della Chiesa”, il quale stabiliva la nascista di due camere legislative e apriva le porte del governo anche ai laici, che al vero erano già stati introdotti ad inizio anno con la nomina al ministero per il commercio, l’industria, l’agricoltura e le belle arti a Giuseppe dall’Onda. La situazione si aprì a rivolgimenti inattesi con le Cinque Giornate di Milani e l’insurrezione generale nelle regioni del Nord contro gli austroungarici, a cui seguì la guerra dichiarata da Carlo Alberto e l’invio da parte del Gran Duca di Toscana e del Re di Napoli di alcuni corpi armati per contribuire alla cacciata degli eserciti asburgici. Pio IX autorizzò la formazione e la partenza di un corpo di volontari, ma esclusivamente con compiti difensivi. Anche loro, come le loro controparti non sabaude, da lì a poco sarebbero stati richiamati a casa da un governo non più disposto a supportare la guerra sabauda. Il ritiro del Papa dal conflitto rispose a diverse esigenze: prima di tutto la guerra, se vinta, avrebbe unicamente reso il Regno di Sardegna la potenza egemone in Italia, garantendo ai Savoia tutto il Nord, in più vi erano anche le pressioni dell’Impero austriaco, potenza ultra-cattolica che però ora ventilava lo scisma, e non sono da dimenticare i pareri della parte più conservatrice del clero, spaventata dalla tendenze repubblicane che si andavano a formare e che erano esplose a Milano.

“Combattimento presso palazzo Litta”, di Verrazzi. Si può leggere in alto a destra la scritta “w Pio IX”, slogan diffuso durante le Cinque Giornate

È il 15 settembre quando il Papa nomina presidente del Consiglio Peregrino Rossi. Questi era un esperto diplomatico, un uomo di cultura cosmopolita con un passato vicino alla Carboneria. Negli ultimi anni della sua vita aveva totalmente abiurato gli ideali democratici, mantenendosi su possizioni sí liberaleggianti e federalisti, tendenti al progresso economico ma del tutto concordi con il mantenimento del potere politico del pontefice. Esercito la carica al contempo anche di ministro della polizia e delle finanze, e fu per il suo intesificare la repressione politica che, molto probabilmente in ambienti carbonari desiderosi di “annerire” l’ex confratello caduto, ne fu decretata la condanna a morte. Il 15 novembre una folla di cittadini lo circonda, una pugnalata anonima lo raggiunge alla gola, lasciandolo morto sulla strada. Qui, alla guida di un corteo diretto dal Pontefice per chiedere la creazione di un nuovo governo totalmente laico e democratico, troviamo Ciceruacchio, una delle figure popolari più conosciute e rappresentative della Repubblica Romana. Piccolo commerciante ed artigiano, al secolo noto come Angelo Brunetti, egli si era rapidamente guadagnato la nomea di capopopolo fin dall’elezione di Pio IX, quando si era distinto per il supporto alle sue riforme. Fu lui a guidare la demolizione dei cancelli del ghetto ebraico nel ’47, unendo agli altri romani quelli da secoli rimasti divisi dall’intolleranza religiosa, e fu sempre lui, sconvolto e reso rabbioso dal voltafaccia del pontefice, a guidare i primi scontri che portarono alla fuga del pontefice, il quale riparò sotto protezione dei Bornone a Gaeta, uscendo da Roma nascosto da frate. Ciceruacchio rappresenta anche un buon esempio per analizzare l’evoluzione ideologica delle masse romane in questo periodo: partendo da posizioni liberali e riformiste, Brunetti radicalizzò il suo pensiero frequentando circoli neo-giacobini e socialisti, abbracciando le idee mazziniane democratiche e rivoluzionaire e arrivando a seguire con suo figlio la colonna garibaldina che dopo la caduta della città cercava di reggiungere Venezia. Sarà poi catturato lungo la strada e fucilato assieme al figlio dagli austriaci a Ca’ Tiepoli dopo una delazione.

La bandiera da guerra della Repubblica

La fuga del Papa aveva gettato Roma in un’estasi caotica. Cortei spontanei si susseguivano a feste e danze, le quali non poterono che aumentare d’intensità alla notizia che l’Assemblea Nazionale con 118 favorevoli, 8 contrari e 10 astenuti aveva proclamato la Repubblica. Tale decisione non era stata facile. I lavori dell’Assemblea, inziati il 5 dello stesso mese, erano stati segnati dal contrasto fra i democratici repubblicani e i conservatori, fra i quali si estendeva un’ampia area liberale moderata pavida ed incerta sulla decisione da prendere. È importante ricordare come tale assemblea fosse etoregenea perché eletta, prima volta in Italia, a suffragio universale, da qui la presenza anche di elementi controrivoluzionari ed ostili ai progetti progressisti. Il 9 febbraio venne quindiproclamata la Repubblica, la quale fin da subito stabilì delle garanzie per la tutela del ruolo spirituale del Papa, una mano tesa all’ex sovrano, un invito alla pacificazione che non sarà raccolto: Pio IX scomunicherà non solo tutti i membri dell’Assemblea, ma persino ogni elettore.

La Repubblica ebbe una breve vita. Non vedrà la fine del ’49, schiacciata da un infame intervento del Presidente, ma futuro imperatore, Luigi Napoleone e dei suoi alleati austriaci, ma in quei pochi mesi d’esistenza si scrissero alcune delle pagine più belle della storia popolare italiana. Non è nostro interesse raccontare con spirito annalistico tutti i vari capovolgimenti bellici e diplomatici, ma far rivivere il ricordo di alcuni fatti, leggi, provvedimenti e fatti che fecero salutare dagli operai scioperanti francesi la Repubblica Romana come la “Repubblica Rossa”.

“Sventoli per ogni dove, sulle torri, sui campanili, la rossa bandiera!” “Ai popoli della Repubblica”, proclama dei triumviri del 21 maggio

Proprietà ecclesiastiche nazionalizzate e distribuite fra i poveri, latifondi espopriati, prestiti forzosi da parte dei cittadini ricchi, e tutto questo senza versare una goccia di sangue, senza lo scatenare nessun Terrore, ma anzi abolendo la pena di morte. È fine marzo quando si affida il potere ad un Triumvirato rivoluzionario composto da Aurelio Saffi, Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini, e già il 15 aprile, nel mezzo di invasioni austriache e borboniche, viene emanato dal pugno del rivoluzionario genovese un decreto legge che assegna ad ogni famiglia povera un lotto di terra da coltivare “capace del lavoro di un paio di buoi” e a ogni individuo nullatenente un vigneto da coltivare con le sue braccia. Tale provvedimento rivoluzionario sarà salutato da Gramsci nel “Avanti!” del 27 luglio 1917 come il più grande regalo di Mazzini al proletariato. Nel mentre, sedeva in assemblea Quirico Filopanti, scienziato socialista. A lui si deve la scrittura del decreto che sanciva la nascista della Repubblica, primo emanato da un politico socialista nella storia del paese. Non era il solo a comporre la “Montagna” nella Repubblica: assieme ai già citati Mazzini e Saffi vi erano Garibaldi, tornato insoddisfatto dalla “Guerra Regia” al nord e Carlo Pisacane, il quale tentava di dare a Roma un nuovo esercito professionale ma popolare, volontario e fortemente ideologizzato. Persino la bandiera rossa prese ad essere utilizzata a sfondo politico: col bombardamento francese si erano segnalate le bombe inesplose con delle bandiere di quel colore, che presto furono utilizzate dal popolo come emblema del nuovo sistema in costruzione e simbolo dell’emancipazione sociale. Esse potevano essere viste di fianco al tricolore dappertutto, persino su Castel Sant’Angelo, dove le due bandiere sventolavano assieme sulla sommità della struttura. La partecipazione popolare non si basò solamente sulle elezioni e sulla partecipazione a cortei ed assemblee, e nemmeno sulla difesa della Repubblica, ma si sviluppo proficuamente anche nella creazione di svariati club di diversa composizione e tendenza politica, i quali fungevano al contempo da organo di diffusione del pensiero politico e di sviluppo dialettico di esso. Occorre sottolineare anche l’aspetto internazionalista della Repubblica, la quale già al secondo principio fondamentale della Costituzione riconosceva gli altri popoli come fraterni e ne propugnava il rispetto della nazionalità. Tutto ciò appare ancora più importante alla luce dell’afflusso di volontari che si recarono a Roma, non solo da tutta Italia ma anche dalla Svizzare, dall’Austria, dalla Polonia e persino francesi, molti dei quali disertori del contingente di Oudinot venuto a spegnere la rivoluzione, a “difendere la libertà dai suoi eccessi”.

La Repubblica non si arrese mai. La città capitolo vinta dalle armi una volta aperte diverse brecce sulle mura per evitare il massacro, peraltro già iniziato, della cittadinanza, ma formalmente essa non cessò mai di esistere. Sia Mazzini che Garibaldi portarono avanti l’idea di un suo proseguimento con la lotta armata, e mentre il secondo, marciando verso Venezia, sostenne che la Repubblica sarebbe stata dovunque ci fosse stata battaglia, il primo scrisse una lettera ai romani datata 5 luglio 1849:

“Romani!La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile …Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d’accento la dichiarazione ch’essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all’abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s’impianti senza l’approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. … Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! …I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla”

A 171 dalla proclamazione della Repubblica non ci saranno molte voci a ricordarla, forse qualche autorità statale e associazioni storiche, ma pochissimi saranno coloro i quali tributeranno del giusto rispetto queste pagine di gloria del popolo italiano, pagine che invero appartengono a tutti gli uomini che combattono, hanno combattuto e combatteranno per la libertà.

I crimini dei Benetton

La foto ha fatto il giro del web e di tutti i quotidiani: su una collinetta verdeggiante riposano, dopo un allegro simposio, i capoccia delle “6000 Sardine” e i Benetton accompagnati dal loro fotografo, Oliviero Toscani. Tutti vestiti bene, curati, sorrisi smaglianti indizio di una conversazione piacevole e proficua. Magicamente si rompe l’incanto. Il paesaggio bucolico lascia il posto alle immagini di ponti ed edifici crollati, operai sfruttati, indigeni cacciati e sterminati, urla, polvere e sangue. Si può scegliere di ignorare questo panorama infernale, interpretandolo come l’ennesima “sfida della globalizzazione” e continuando quindi la costruzione di un amichevole rapporto con altri imprenditori-macellai, così come è stato fatto dalle Sardine. Oppure non si può che vedere la continuità di un movimento “spontaneo” espressione delle ZTL e del “ceto medio riflessivo”, liberale e liberista nell’anima e quelli che sono i loro naturali padrini e punti di riferimento politico: coloro i quali uniscono una retorica pseudo-progressista ad una prassi schiavistica ed omicida, il tutto in nome del profitto. Inutile l’imbarazzante comunicato dei leader del movimento dopo l’incontro, giustamente contestagli in modo trasversale: chi ritiene determinati modelli di sviluppu (parlare di capitalismo spaventa i mercati evidentemente) non si incontra con i fautori di questo, ma anzi li combatte in maniera serrata, fuoriosa se serve. D’altronde non sorprende l’assenza delle Sardine dalla battaglia dei lavoratori partenopei della Whirpoll, o di quella contro il Muos, o la Tav, o ancora la trionfale accoglienza tributata al vessillo dell’Unione Europea nel momento in cui si caccia la Bandiera Rossa. Chi sta con i ricchi è nemico dei poveri. E le azioni delle Sardine sono la prova definitiva della loro scelta di campo.

Non dei semplici imprenditori-macellai, ma forse i peggiori che la storia italiana ricordi, impegnati in orribili crimini su più continenti, incuranti degli effetti della loro produzione, desiderosi solamente di aumentare il profitto, da loro cercato con manie feticistiche che rasentano il patologico. Faremo ora un breve riassunto di quelli che sono i tre peggiori crimini degli ultimi anni, quelli che hanno bucato gli schermi muovendo contro i Benetton una sana dose di rabbia popolare e di indignazione, che speriamo possa al più presto riprendere e portare alla cacciata di questi indegni esseri dal territorio nazionale e la confisca di tutti i loro beni.

La struttura dopo il crollo

E’ il 24 aprile del 2013, siamo a Dacca, in Bangladesh. Nello specifico siamo nel quartiere industriale della città, Savar, dove si accavallano più di 100mila fabbriche. Al Rana Plaza, edificio di otto piani dedito alla produzione tessile, stanno andando avanti i lavori per la costruzione di un ulteriore livello. Nel già sovrafollato quariere è oramai l’unico modo di aumentare la produttività quello di ingrandire verticalemente le costruzioni, senza troppo curarsi della sicurezza delle operazioni. All’interno vi sono più di 3000 persone quando alle 8:45 la struttura crolla, e dalle macerie fumanti si innesca anche un principio di incendio. I soccorsi andranno avanti fino alla metà di maggio, i morti estratti saranno 1129, più di un terzo dei presenti. In questa palazzina diverse erano le compagnie che trovavano la locazione ideale per il loro schaivismo imprenditoriale, retribuendo gli operai la bellezza di 28 dollari al mese, come testimoniò un documento dell’Human Rights Watch, e fra loro i più grandi erano i Benetton. Da subito la segreteria della società smentì ogni legame con i fatti, ma le testimonianze fotografiche e le interviste dei lavoratori superstiti parlano chiaro: i Benetton lì asservivano centinaia e centinaia di lavoratori, non curanti delle norme di sicurezza e della stabilità della struttura, preferendo scendere a apatti coi palazzinari locali piuttosto che vedere una flessione dei propri profitti.

capo marcato Benetton e ordine legato alla stessa azienda rinvenuto fra le macerie

presidio a favore del rilascio di Molnado

Cambiamo continente. Siamo in Sud America, in Patagonia per la precisione, in quella regione all’estremu sud dell’Argentina dove le praterie si alternano a fiordi e foreste pluviali. Qui vive, come in tutta la zona andina, il popolo Mapuche, che sopravvissuto alla furia dei colonizzatori, persecuzioni e liberismo economico, tenta di perpetuare la propria storia e le proprie tradizioni.

Nel 1991 interi ettari del territorio Mapuche vengono venduti alla famiglia Benetton, che, riconvertiti a pascolo, permettono l’allevamento di 260.000 ovini, i quali garantiscono ai macellai trevigiani ben un milione e mezzo di chili di lana annui, e di 16mila bovini destinati alla macellazione. I Mapuche scelgono di lottare per la propria terra. Dal 2005 iniziano occupazioni pacifiche dei territori aquistati dai Benetton. Nel 2014 l’Instituto Nacional de Asuntos Indígenas riconosce le occupazioni come legittime, la battaglia si inasprisce. I Benetton, non potendo sopportare questo attacco al (loro) sacro diritto di proprietà si organizzano con la polizia del regime liberista, e, formate vere e proprie squadre della morte composte da agenti e da guardie al servizio della famiglia, inizia la repressione, che sarà durissima e che porterà alla distruzione di numerosi insediamenti, moltissimi feriti da arma da fuoco, torture, rapimenti e persino omicidi. Fra questi è rimasto famoso il caso di Santiago Maldonado, argentino che venne rapito dalla polizia dopo un blocco stradale, massacrato, torturato e fatto ritrovare solo 78 giorni dopo la sua scomparsa, ucciso e gettato in un fosso, scena che Toscani non ha voluto immortalare in una dei suoi scatti “progressisti” ed “open minded”.

il Ponte Morandi crollato

Passiamo quindi alla strage a noi più vicina. E’ martedì 14 agosto del 2018, e da 19 anni la società Autostrade per l’Italia ha in concessione la gestione del tratto autostradale della A10, la quale, nella sua parte finale, sorvola(va) la Val Polcevera grazie al viadotto omonimo. Ovviamente la manutenzione sarebbe uno degli impegni presi da parte della società nei confronti dello Stato, ma questa costa, e i Benetton, che controllano ASPI tramite il gruppo Atlantia, giammai potrebbero anche solo che pensare a veder diminuire i propri guadagni. E così a discapito di pedaggi sempre più cari si ha un servizio sempre più scadente, intermittente, mortale. Si, mortale, perchè alle 11.36 la sezione centrale del ponte crolla, uccidendo 43 persone, ferendone 11 e costringendone 566 all’evacuazione. Molti di questi vedranno le proprie case abbattute. Da subito, nel loro stile, i Benetton allontanano da loro le responsabilità, ma col procedere dell’indagine sembra sempre più chiara la prevenibilità della tragedia, causata dall’avidità di un gruppo di malati imprenditori e dalla sottomissione di ingegneri e periti corrotti. Ovviamente ad un potere economico corrisponde un potere politico: nessuna revoca delle concessioni per i macellai, i quali tutt’ora continuano a guadagnare dai pedaggi liguri, con automobilisti oramai usi a schiavre crolli improvvisi, frane e chiedere l’estrema unzione prima di mettersi in viaggio.

Nemmeno 10 anni, già col sangue di piùdi mille omicidi sulle mani. E questo senza considerare altre tragedie “minori”, poco conosciute o insabbiate, senza contare le vite spezzate dei parenti delle vittime, di tutti gli sfollati, di chi è stato cacciato dalla propria terra, di chi è costretto a lavorare in condizioni servili per pochi spiccioli al mese completamente privo di tutele. Questi sono i Benetton, questi sono gli interlocutori dei protetti della borghesia liberal italiana, questi sono i nemici del popolo. Circola una foto che ritrae Luciano Benetton, Toscani e alcuni capi-sardina davanti ad un muro. Speriamo di vederli nella stessa posizione presto, anche se magari con ben altra espressione.

“La via dell’italexit” dal blog di Sollevazione

Condividiamo dal sito di Sollevazione questo articolo di Leonardo Mazzei.

sollevazione

venerdì 24 gennaio 2020

LA VIA DELL’ITALEXIT di Leonardo Mazzei

Alcuni lettori, per niente convinti dell’ITALEXIT, ovvero dell’uscita dall’euro, hanno mosso delle obiezioni alle tesi di MPL-P101 pubblicate giorni addietro.  “L’Italia è troppo piccola per reggere l’urto della reazione dei mercati”, “col debito che abbiamo ci strangolerebbero”, “i capitali fuggirebbero a gambe levate”, “avremmo inflazione e… svalutazione”. Volentieri entriamo nel dettaglio con questo articolo.

Quelli che… ormai è troppo tardi 
 
Che l’euro sia un grave problema per l’economia italiana viene ormai riconosciuto con sempre maggior frequenza. Ma mentre la platea degli ultras della moneta unica si va pian piano svuotando, viene invece a riempiersi quella di chi, pur ammettendo i danni prodotti, sa solo concludere che ormai è troppo tardi per uscirne.

Insomma, se fino a qualche tempo fa si doveva assolutamente restare nell’eurozona per i presunti benefici di questa collocazione – moneta “forte”, aggancio a sistemi produttivi considerati più avanzati, tutela del risparmio, eccetera – oggi si tende ad evidenziare i problemi connessi all’uscita. Segno dei tempi, senza dubbio, ma anche della manifesta impossibilità di continuare a sostenere la bontà di una scelta che ha fatto sprofondare l’Italia nella crisi più grave degli ultimi ottant’anni.

Certo, la recessione scoppiata nel 2008 ha avuto una dimensione non solo europea, ma il fatto che si sia rivelata più profonda e prolungata proprio nell’Unione, ed ancor più nell’eurozona, qualcosa dovrà pur dirci. Tanto più che tra i benefici dell’euro doveva esserci pure quello di attenuare i cosiddetti shock esterni. E’ avvenuto invece il contrario, come dimostrato da tutti gli indicatori economici: da un lato l’Unione Europea è l’area dove la crisi ha picchiato più duro, dall’altro l’euro ha aumentato le asimmetrie tra le varie economie nazionali che la compongono. Detto in altri termini, la moneta unica ha innescato un meccanismo di redistribuzione della ricchezza al contrario, avvantaggiando i paesi più ricchi (Germania in primis) a danno di quelli considerati “periferici”. Tra questi l’Italia.

Naturalmente, il nostro Paese non è l’unico ad essere profondamente danneggiato dall’euro, basti pensare al drammatico caso della Grecia. Né le negative conseguenze della moneta unica sono solo di tipo economico, dato che il vincolo esterno così prodotto colpisce a morte la stessa democrazia parlamentare. Diversi sono dunque i motivi per tornare alla moneta nazionale: dalla riconquista della sovranità democratica, al recupero del controllo dello strumento monetario come mezzo decisivo per realizzare una politica economica volta ad uscire dalla crisi ed a contrastare la disoccupazione.

Chi scrive non ha dunque dubbi sulla necessità di uscire dall’euro e dalla stessa UE, ben sapendo al tempo stesso che per ottenere una vera svolta l’uscita è sì necessaria ma da sola non sufficiente. Ma una necessità di questa portata è senz’altro una priorità assoluta. Anche perché, senza uscita dalla gabbia dell’euro, ogni ipotesi di vera ripresa (e dunque di lotta alla disoccupazione) non si regge in piedi. Il decennio alle nostre spalle è lì a dimostrarlo.

Colpisce come di fronte al disastro economico di questi anni i difensori della moneta unica si stiano ora asserragliando dietro ad una campagna terroristica, ricca di argomenti irrazionali come di affermazioni assolutamente false. E’ di questo che vogliamo occuparci in questo articolo, dedicato in primo luogo a quanti, pur variamente collocati, ci propongono grosso modo un solo ragionamento: sì, è vero, l’euro crea problemi, aderirvi è stato forse un errore, ma ormai è troppo tardi, visto che uscirne adesso sarebbe una catastrofe. Un esempio di questo modo assurdo di affrontare le cose è condensato in questa frase, che chiude un articolo di Giorgio Lunghini sul Manifesto del 23 settembre 2016: 

«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire». [1] 

Il fatto è che una vera e propria catastrofe economica e sociale è già in atto da anni. Dal 2008 l’Italia ha perso 9 punti di Pil ed il 25% della produzione industriale, mentre la disoccupazione è andata alle stelle, con quella giovanile oltre il 40%. Ecco, prima di annunciare le catastrofi del futuro (dovute all’uscita dalla moneta unica, che d’ora in poi chiameremo per comodità Italexit), bisognerebbe confrontarsi con quelle del presente, anche perché rimanendo nell’euro l’unico futuro che possiamo immaginare è, nella migliore delle ipotesi, quello di una prolungata e micidiale stagnazione. Micidiale in particolar modo sul piano sociale, per i suoi effetti di impoverimento generale, di precarizzazione senza sbocchi per i giovani, di marginalizzazione crescente di intere categorie (come i pensionati), di regresso complessivo nei campi della scuola e della sanità.

Ma uscire “non sarà una passeggiata”, così ci ammoniscono i difensori dello status quo. Grazie, ma lo sapevamo già. Il fatto è che ormai sono rimasti in pochi a poter passeggiare liberi dalle preoccupazioni per il domani. Il raffronto non va dunque fatto tra i problemi connessi all’Italexit ed una (inesistente) situazione altrimenti positiva. L’unico raffronto serio che possiamo e dobbiamo fare è tra quei problemi e l’insostenibilità della situazione attuale.

D’altronde, se si ammette che l’euro è un problema, perché non mettere al centro la riflessione su come venirne fuori? Certo, alcuni insistono sulla strada della “riforma”: riforma dell’UE, dei trattati, della stessa Bce. Peccato si tratti di riforme impossibili, dato che l’Unione Europea non è nata per la costruzione di un’Europa solidale, bensì per dare forma ad un’area in cui i demoni del neoliberismo potessero dispiegarsi senza ostacoli. Che è poi quello che è realmente avvenuto. Ma la sentenza definitiva sull’irriformabilità dell’UE (e dunque dell’euro) ce l’hanno fornita i fatti, a partire dallo strozzamento finanziario applicato alla Grecia nel 2015.

Ma poi, per quale motivo una moneta dovrebbe essere “irreversibile” (come ogni tanto afferma Draghi) [2] e dunque eterna? Curioso, ma rivelatore, questo pittoresco atteggiamento antistorico: più una nuova credenza religiosa in tempi di profonda secolarizzazione, che un argomento razionale da discutersi con gli strumenti della ragione.

Ed è forse proprio per la natura dogmatica di questa posizione che i problemi reali dell’Italexit vengono sempre posti in maniera distorta ed oltremodo esagerata. In proposito potremmo citare un vasto campionario di svarioni e di vere e proprie stupidaggini. Qui ci limiteremo ad affrontare i cinque temi che più insistentemente vengono lanciati nella campagna terroristica che vorrebbe convincerci che proprio non possiamo farci niente, che non ci sono alternative alla gabbia dell’euro, che il TINA (There is no alternative) della signora Tatcher l’avrà vinta ancora una volta.

I cinque temi in questione sono i seguenti: 1) la svalutazione, 2) l’inflazione, 3) la fuga dei capitali, 4) la ridenominazione del debito, 5) il presunto isolamento dell’Italia e le sue dimensioni ritenute troppo piccole per ritornare alla sovranità monetaria.

Sono cinque temi da sempre branditi dalla propaganda filo-euro, quelli che dovrebbero chiudere il discorso rispetto ad ogni prospettiva di uscita. Viceversa, cercheremo di dimostrare non solo le falsità di quella propaganda, ma pure la gestibilità di un passaggio certo difficile, ma comunque affrontabile oltreché inevitabile, come quello dell’Italexit. Agli argomenti di un terrorismo da quattro soldi che ormai convince sempre meno, come si è visto nel caso della Brexit, tenteremo di contrapporre un ragionamento che, senza negare i problemi, cercherà di ricondurli alla loro effettiva consistenza.

1. L’Italexit e la svalutazione

Partiamo dal tema della svalutazione, quello maggiormente usato per incutere terrore. Eppure le svalutazioni, come pure le rivalutazioni, sono fatti economici che avvengono di continuo senza che ciò determini alcuna catastrofe. Anzi, il più delle volte la maggioranza delle persone neppure si accorge di queste variazioni nei cambi. Ovviamente è tutta una questione quantitativa, perché una svalutazione del 10% non produce le conseguenze di una del 50%. Dunque, gli effetti – sia quelli positivi che quelli negativi – andrebbero valutati in base all’entità della svalutazione attesa. Ma questo vorrebbe dire ragionare, che è l’esatto opposto della volontà di spaventare. Ecco allora (ma sono solo due esempi tra i tanti) che il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana sparacchia un 30% [3] , mentre il già citato Lunghini (perché porsi limiti?) arriva al 50/60%.

Si tratta di cifre campate in aria, tant’è che chi le sbandiera non porta mai vere argomentazioni a sostegno. E la poca serietà di questi numeri è provata dal fatto che costoro parlano sempre di una forte svalutazione della nuova lira, ma mai ci dicono verso quali altre valute. In ogni caso, se ci si riferisce a quel che rimarrebbe dell’euro, nel caso di un’uscita della sola Italia, queste cifre non stanno né i cielo né in terra. Se si parla del dollaro idem. Se invece ci si vuol riferire al nuovo marco tedesco è possibile anche un’oscillazione intorno al 30%, ma non tanto per una svalutazione della lira, quanto per una fortissima rivalutazione del marco rispetto all’insieme delle monete circolanti. Che è esattamente quel che servirebbe all’Italia, e che ovviamente la Germania cercherà di impedire a tutti i costi.

In realtà esistono diverse ricerche che prevedono, dopo un periodo transitorio ovviamente più turbolento, un assestamento della nuova lira ben diverso da quello ipotizzato dai catastrofisti. Tra questi, riprendiamo i dati [4] di uno studio dell’OFCE (Observatoire français des conjonctures économiques). Secondo i due autori – Cédric Durand e Sébastien Villemot – in caso di rottura dell’euro, la nuova lira si apprezzerebbe addirittura dell’1% rispetto alla media dei dodici paesi dell’eurozona presi in esame. Una sostanziale stabilità data dalla media di una rivalutazione verso la Francia (12%), la Spagna (11%), la Finlandia (19%), il Belgio (18%), la Grecia (39%) ed una svalutazione verso la Germania (13%), l’Olanda (14%), l’Austria (14%).

Naturalmente, trattandosi di simulazioni, anche queste cifre sono opinabili. Ma, a differenza di quelle buttate là a casaccio sui media nostrani, esse vengono almeno da studi approfonditi coi quali sarebbe bene confrontarsi. Che è esattamente quello che i catastrofisti di mestiere non faranno mai.

Detto questo è indispensabile affermare un punto ben preciso: una svalutazione verso la Germania (e l’area economica che gli si raccoglie attorno) è assolutamente necessaria per l’economia italiana. Si tratta di recuperare competitività verso un paese che continua a praticare una fortissima politica mercantilista, verso un sistema produttivo che è diretto concorrente dell’industria italiana. Secondo i dati del 2016, il surplus commerciale della Germania (5) ha raggiunto i 252,9 miliardi, avvicinandosi ormai al 10% del Pil, quando le regole dell’Unione europea imporrebbero di non superare il 6%. Ma, si sa, l’Europa parla tedesco e per Berlino non ci sono sanzioni. Questo straordinario risultato commerciale ha però un nome ben preciso: euro. E’ grazie alla moneta unica, e cioè grazie alla possibilità di avere de facto una sorta di marco super-svalutato che la Germania ha retto la crisi mentre tanti paesi dell’UE invece vi affondavano. Questa banale osservazione ci porta a dire due cose: la prima è che l’euro non è una moneta neutrale, dato che avvantaggia alcuni paesi e ne danneggia altri (e questa è la ragione per cui chi ne è avvantaggiato lo difende e lo difenderà a denti stretti); la seconda è che avere una moneta sopravvalutata è spesso uno svantaggio più che un vantaggio.

Breve digressione. I vantaggi dell’euro per i paesi del centro (Germania in primis) non si riducono alla questione del cambio. Tra di essi vi è anche la possibilità di finanziare a tassi bassissimi, e spesso addirittura in territorio negativo, il proprio debito (quello pubblico come quello privato), ottenendo così un ulteriore guadagno competitivo rappresentato dallo spread che si determina grazie alle asimmetrie interne all’area euro. Un altro vantaggio, che in prospettiva potrebbe diventare ancor più importante, risiede nella svalutazione interna che le politiche austeritarie – necessarie a riequilibrare la competitività proprio perché non si può agire sui cambi – producono in paesi come l’Italia. Uno degli effetti di queste politiche è la svalutazione del valore delle aziende, come pure di quello degli immobili. In questo modo, tali beni sono destinati a finire sempre più spesso nelle mani di gruppi nord-europei grazie ai prezzi di svendita che si sono così determinati.

Ma torniamo alla svalutazione. Qui l’importante è comprendere che l’alternativa al deprezzamento valutario (svalutazione esterna) non è la non-svalutazione, bensì la svalutazione interna. Cos’è, in poche parole, la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare in generale, ma anche (come abbiamo già accennato) in una ugualmente progressiva riduzione del valore dei beni materiali. Quando, ad esempio, si protesta contro il crescente degrado del sistema sanitario è a questo meccanismo che bisognerebbe in primo luogo pensare. Idem quando, sempre ad esempio, non si riesce più a vendere ad ottanta una casa acquistata magari a cento. Ovviamente la stragrande maggioranza delle persone non si rende conto di tutto ciò, anche perché i media si guardano bene dal mettere la pulce nell’orecchio sui veri effetti dell’euro.

Ci stiamo però avvicinando al decennale dello scoppio della crisi, ed ormai le granitiche certezze sulla presunta bontà della moneta unica sono solo un ricordo del passato. Sta di fatto che mentre da un lato (quello di coloro che abbiamo chiamato “catastrofisti”) ci sono solo ipotesi, dall’altro (quello dell’osservazione concreta di quanto avvenuto in questi anni) vi sono i dati reali della crisi, dell’aumento spaventoso della disoccupazione, della precarietà di massa, del crescente degrado sociale, del generale impoverimento del Paese.

Un aspetto che i media vogliono in ogni modo occultare è che mentre i costi di una svalutazione esterna si distribuirebbero eventualmente sull’intera società, quelli della svalutazione interna colpiscono invece in maniera particolare le fasce popolari. Ragion per cui la classe dominante nazionale, anche a costo di venire essa stessa “svalutata”, ha preferito schierarsi con l’oligarchia finanziaria europea che è alla testa del “partito dell’euro”.

E, a proposito di classe dominante, è interessante vedere quel che ha scritto di recente Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore., [6] dove ci ricorda come il surplus commerciale dell’Italia «in termini reali, ha superato i livelli pre-crisi già a fine 2014», concludendo così che l’euro non è un problema per l’economia italiana.

Ora, è vero che questo recupero c’è stato, ma a quale prezzo? Il dato della bilancia commerciale è un saldo tra un “più” (le esportazioni) ed un “meno” (le importazioni). Se questo saldo ha ripreso a salire si deve giusto all’effetto combinato dei due fattori. Da un lato, causa la riduzione dei consumi interni, le importazioni sono calate; dall’altro, solo la deflazione salariale – il brutale abbassamento del salario reale – ha consentito alle imprese italiane di mantenersi relativamente competitive. Detto più chiaramente: se i conti a Confindustria tornano è solo grazie all’aumento dello sfruttamento dei lavoratori ed all’impoverimento degli italiani.

Le tabelle del Mise (Ministero per lo Sviluppo Economico) parlano chiaro. [7] Le importazioni sono crollate violentemente con la crisi del 2009 e poi, in maniera più graduale, con la lunga recessione del 2012-2014. C’è un dato che chiarisce l’entità di questa catastrofe: nel periodo 2008-2016 il valore delle importazioni è passato da 382 a 365 miliardi di euro (-4,5%). Ma attenzione, questo è un calo in valore che ancora non ci dice di quanto sono diminuite le importazioni in quantità. Un dato che si può in qualche modo approssimare solo tenendo conto del tasso medio globale dell’inflazione, operazione che ci consente di stimare all’ingrosso una diminuzione reale attorno al 30%. Una cifra che ci dice di quanto si è impoverita realmente l’Italia in questo periodo. Senza svalutazioni monetarie, certo. Ma probabilmente anche a causa di ciò.

Più in generale, volendo ora chiudere sul tema, che le svalutazioni non siano il dramma che si dice ci è dimostrato da diverse esperienze. Ad esempio la svalutazione della lira sul dollaro degli anni ’70-80 del secolo scorso (dal 1974 al 1985 la lira si svalutò di oltre il 200% sulla moneta americana) non impedì all’economia italiana di continuare a crescere. Altro esempio l’Argentina, dopo l’abbandono del cambio fisso tra il peso e il dollaro avvenuto nel 2002. E’ vero che nel primo anno di questo divorzio il Pil del paese latino-americano calò del 14,7%, ma nei cinque anni successivi la crescita cumulata fu del 51,6%, un’enormità.

2. L’Italexit e l’inflazione 
Normalmente, chi usa in maniera terroristica la parola “svalutazione” dice o comunque sottintende inflazione. Ora, premesso che l’attuale problema dell’economia europea si chiama semmai deflazione, che dell’inflazione è l’esatto opposto, qual è l’effettivo rapporto tra questi fenomeni? In che misura la svalutazione produce inflazione?

Da sempre siamo stati abituati a pensare ad un rapporto meccanico, per cui se la svalutazione è 10 anche l’inflazione si avvicinerà a quel valore. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Intanto il valore della moneta è soltanto uno dei molteplici elementi che determinano il tasso di inflazione. In secondo luogo, diversi sono i fattori di aggiustamento che tendono a smussare gli effetti inflazionistici della svalutazione. In terzo luogo – scusandoci per l’insistenza sul punto – non è detto (anzi!) che svalutare sul “nuovo marco” equivalga a svalutare sul dollaro e sulle altre monete.

Sono cose che chi scrive su giornali di rilevanza nazionale non può non sapere. Ma per molti l’equazione percentuale di svalutazione uguale tasso di inflazione è troppo comoda per potervi rinunciare. La cosa è però così grossolana che alcuni hanno almeno il pudore di stabilire un rapporto un po’ più basso. Il già citato Lunghini fa così corrispondere ad una (impensabile) svalutazione del 50% un’inflazione del 20%. Ma poiché quest’ultima potrebbe sembrare troppo bassa, egli ha la premura di dirci che quel 20% sarebbe solo una media annua per un periodo non breve dopo la svalutazione.

Su cosa si basa tanta sicumera? Non lo sappiamo, ma è chiaro come questo sia uno di quei casi in cui l’ideologia (ovvero l’adesione al dogma della bontà dell’euro a prescindere) prevale sulla realtà, cioè sull’osservazione empirica dei casi concreti che pure la storia recente ci consente di esaminare.

Ne prendiamo in esame due. Il primo è quello della famosa svalutazione della lira del settembre 1992. Rispetto al marco tedesco quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui si continua a parlare oggi. Bene, quale fu l’effetto inflattivo di quella svalutazione? L’inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma quella del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po’ diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l’esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all’1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi con l’uscita dall’euro), per poi scendere all’1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi. Questa è la verità sulla svalutazione del 1992. E la cosa fu talmente chiara fin da subito che già un anno dopo perfino Mario Monti dovette fare autocritica: «Un punto dove certamente ho visto male riguarda le conseguenze inflazionistiche… perché per ora non ci sono stati effetti». [8] 

A questo caso, piuttosto studiato, se ne aggiunge un altro sul quale non è necessario rifarsi a studi particolari dato che concerne l’esperienza diretta degli ultimi anni. Dal maggio 2014 al gennaio 2017 il rapporto euro-dollaro è sceso da 1,39 a 1,03. Dunque la svalutazione dell’euro è stata pari al 25,8%. A qualcuno risulta che in questo periodo in Italia, ma dovremmo dire in Europa, sia esplosa l’inflazione? Per la verità le cronache continuano ancora a parlarci della necessità di debellare la deflazione. Eppure il dollaro è la moneta con la quale si acquistano le materie prime.

Con quale onestà intellettuale, nella situazione data, si possa continuare a disegnare scenari catastrofici dovuti all’elevata inflazione che seguirebbe alla svalutazione lo giudichino i lettori. Eppure è proprio lì che si continua a battere. E tra i temi che vengono agitati, dagli autori citati come da altri, ve ne sono due in particolare: quello dei mutui e quello del prezzo dei carburanti. Due questioni sulle quali rimandiamo a quanto scritto già tre anni fa:

«Per chi ha dei mutui da pagare la situazione non potrebbe che migliorare. I mutui verrebbero anch’essi ridenominati nella nuova moneta e dunque, in caso di svalutazione, si svaluterebbero anch’essi; mentre l’eventuale inflazione aggiuntiva ridurrebbe di fatto il valore reale delle rate dei mutui a tasso fisso. Diverso è il problema del prezzo dei carburanti, che indubbiamente esiste ma non nei termini che comunemente ci si immagina. Se prendiamo, ad esempio, il caso della benzina, bisogna considerare che il costo della materia prima (il petrolio) – che è l’unico che risentirebbe della svalutazione, dato che i pagamenti vengono effettuati in dollari – incide solo per il 25% sul prezzo alla pompa. Il 57% sono tasse (accise e Iva), mentre il restante 18% include i costi di trasporto e raffinazione, nonché il margine lordo delle aziende distributrici. Se proprio vogliamo fare i conti, ne risulta che un’ipotetica svalutazione sul dollaro del 15% produrrebbe un aumento del costo alla pompa del 3,75%. Come si vede, siamo a percentuali ben più basse di quel che normalmente si pensa, che potrebbero comunque essere tranquillamente azzerate con una parallela riduzione del carico fiscale. Che è poi quel che fanno normalmente gli stati, quando non sono con il cappio al collo come quelli dell’area mediterranea dell’Eurozona, per assorbire le oscillazioni continue del prezzo del greggio sui mercati internazionali». Dal «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità» [9] 

In conclusione, l’eventuale effetto inflattivo della svalutazione conseguente all’uscita dall’euro si presenta come assolutamente gestibile.

3. L’Italexit e la fuga dei capitali 
C’è o no il rischio che l’attesa della rottura dell’eurozona porti ad una consistente fuga di capitali dall’Italia? In realtà più che di un rischio si tratta di una certezza. Anzi, questa fuga è già in atto, come ci mostrano anche i saldi Target2. Essa finirà, non sembri un paradosso, proprio con l’uscita dall’euro. La fuga di capitali è infatti tipica di ogni situazione di incertezza che precede una modifica sostanziale dei rapporti di cambio. Precede, non segue, questo è il punto. Con la fuga si cerca infatti di anticipare questo evento, mentre a cose fatte (nel nostro caso la rottura dell’eurozona o comunque l’Italexit) la fuga non avrebbe più alcun senso, anzi sarebbe piuttosto pericolosa per i detentori di capitali. Se si vuole impedire (o quantomeno limitare) la fuga dei capitali la regola di sempre è dunque quella di agire con la massima rapidità.

Quel che è importante sottolineare è che il fenomeno denominato “fuga di capitali” non è legato in maniera specifica all’uscita dalla moneta unica, bensì – più in generale – a quel che ci si attende in termini di svalutazione. La fuga avverrebbe dunque anche a fronte dell’attesa di una forte svalutazione dell’euro verso il dollaro. E’ sempre stato così, e non si vede proprio perché se ne parli in termini catastrofisti solo riguardo all’Italexit. Tra l’altro, con i loro argomenti, i catastrofisti di ogni risma che si esercitano sul punto, in quanto sostenitori di un’aspettativa di svalutazione alta quanto irrealistica, sono in realtà i principali alimentatori di quella fuga che pure dicono di temere come la peste. Piccole contraddizioni che è difficile non notare.

Ma perché proprio l’Italexit fermerebbe invece la fuga in corso? E’ presto detto. Chi esporta capitali – o aprendo conti all’estero od acquistando titoli in altra valuta – lo fa per aggirare la ridenominazione dei propri capitali da euro a lira con un rapporto 1:1. Una volta che la ridenominazione sarà avvenuta si determineranno i nuovi rapporti di cambio; prima in maniera più convulsa, poi arrivando ad una maggiore stabilità. Parallelamente andranno a determinarsi i nuovi tassi di interesse sui mercati finanziari e dunque i nuovi spread. A quel punto – e solo a quel punto – i capitali usciti rientreranno, perché lo scopo della fuga non è quello di tenere i propri soldi a Berlino, bensì quello di speculare sulle variazioni del cambio. Naturalmente, non è questo un giochino senza rischi. Ad esempio, se le cose dovessero andare come prevede il già citato OFCE, chi avesse deciso di comprare oggi titoli francesi (con un tasso di rendimento di un punto e mezzo inferiore rispetto ai corrispettivi italiani) rischierebbe un bel salasso. Rischierebbe meno chi avesse comprato dei Bund tedeschi, ma non è un caso che questi ultimi abbiano tassi negativi che risulterebbero piuttosto pesanti nel tempo.

Insomma, ecco un altro apparente paradosso, saranno proprio gli stessi meccanismi dei mercati finanziari a far rientrare i capitali usciti verso l’Italia. Rientro che, a quel punto, contribuirà ad un certo apprezzamento della lira. Questo significa che non esista il problema di un controllo sul movimento dei capitali? Assolutamente no. Un controllo contro la speculazione andrebbe esercitato sempre, anche al di fuori delle situazioni di emergenza, ma a maggior ragione dovrà esservi nel momento dell’Italexit. Momento che andrà gestito con la massima determinazione e rapidità.

Naturalmente i catastrofisti ci diranno che simili controlli sono vietati, che comunque si rivelerebbero inefficaci, per non parlare del panico che così si determinerebbe. Eppure si tratterebbe soltanto di fare – non necessariamente nelle stesse forme, s’intende – quel che due paesi dell’eurozona hanno già fatto e – ancora più importante – l’Unione europea gli ha imposto di fare. Oltre al più noto caso greco del 2015, ci riferiamo alla crisi di Cipro del 2013, quando vennero adottate le seguenti misure:

«Un limite massimo di 5mila euro al mese per le transazioni all’estero mediante carta di credito. Un tetto di 3mila euro in contanti – per ogni viaggio – a chi intende uscire dal Paese. Divieto di riscuotere assegni. Prelievo dai bancomat non superiore ai 300 euro giornalieri. Limiti molti severi a chi vuole trasferire denaro all’estero. E un’autorizzazione ad hoc, dietro esibizione di documenti giustificativi – formula che ha il sapore di una pericolosa discrezionalità – per i pagamenti delle imprese che importano beni e prodotti». 

Così scriveva Marco Onado sul Sole 24 Ore del 28 marzo 2013. [10] 

Dunque i controlli sono possibili, eccome. Che l’ortodossia liberista lo neghi non stupisce. Ma non si vede proprio perché quel che è stato già fatto in nome degli interessi delle banche e della moneta unica, non possa esser fatto a difesa degli interessi dell’economia nazionale.

4. L’Italexit e la ridenominazione del debito
Arriviamo ora al tema della ridenominazione del debito. Inutile dire quel pensano in proposito i nostri catastrofisti: il caos generalizzato nel migliore dei casi, un terribile aumento del valore del debito verso l’estero in quello che loro reputano ovviamente lo scenario più probabile.

Per accertare l’attendibilità di tutto ciò è bene partire innanzitutto da un principio generale, quello della cosiddetta Lex Monetae, che stabilisce che uno stato sovrano ha il potere di determinare il tasso di conversione tra la precedente e la successiva moneta avente corso legale. [11] Anche su questa materia i catastrofisti si sono lungamente esercitati per spaventare i debitori, ad esempio le persone che hanno da pagare un mutuo in euro, e che ne vedrebbero aumentare il valore in conseguenza della svalutazione della nuova lira. E’ un problema che semplicemente non esiste.

Il nostro Codice Civile [12] così traduce il principio della Lex Monetae: 

«Art. 1277. Debito di somma di denaro: I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima». 

Dunque, nel caso di un’esplosione dell’intera eurozona – visto che a quel punto l’euro semplicemente non ci sarebbe più – non esisterebbe alcun problema né per i debiti interni né per quelli esteri.

Se, invece, l’euro continuasse ad aver corso legale in altri paesi, ma non in Italia, si applicherebbe l’art 1278 del Codice Civile: 

«Art. 1278. Debito di somma di monete non aventi corso legale: Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento». 

Anche in questo caso il pagamento avverrebbe in lire, ma poiché farebbe riferimento «al corso del cambio nel giorno della scadenza» il debitore potrebbe trovarsi a dover pagare con una lira svalutata. Per ovviare a questo problema basterà però applicare l’art. 1281:

«Art. 1281. Leggi speciali: Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato». E’ chiaro – e difatti sul punto i catastrofisti hanno ormai abbassato la cresta – che qualsiasi governo che si troverà a gestire l’Italexit non potrà che intervenire con una legge speciale sulla questione, così come affermato da tempo da Alberto Bagnai: «Lo Stato ovviamente dovrà, nel decreto di uscita, prevedere una deroga all’art. 1278 stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data del changeover (cioè uno a uno), e non a quella della scadenza del pagamento (che incorporerebbe la svalutazione)». [13] 

Sul tema dell’applicazione della Lex Monetae è intervenuto di recente l’economista francese Jacques Sapir. Anche in Francia non manca infatti chi, a partire dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, mostra di non credere a questo principio. Sapir dimostra invece come la Lex Monetae sia riconosciuta esplicitamente dallo stesso diritto dell’UE. Nel regolamento relativo all’introduzione dell’euro (CE n° 1103/97) così si legge:

 «Considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi». In altre parole, commenta Sapir: «Se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese». [14] 

Bene, si dirà, ma cosa succede invece con il debito estero? Qui i catastrofisti davvero non hanno freni. Secondo costoro con l’Italexit il debito pubblico aumenterebbe a dismisura, dato che – a loro avviso – la quota detenuta da soggetti esteri andrebbe restituita in euro. Non solo, ancora più grave sarebbe il problema del debito privato verso l’estero, sul quale evitano non a caso di citare le cifre reali. Esaminiamo dunque separatamente questi due aspetti – pubblico e privato – di una questione che scopriremo essere assai meno preoccupante di come si vorrebbe far credere.

La quota estera del debito pubblico italiano è superiore agli 800 miliardi di euro. Ormai nessuno mette però in discussione il diritto dello Stato (Lex Monetae) di ripagare in nuove lire il debito emesso sotto la propria legislazione. Si cerca allora di spostare l’attenzione su due altri aspetti: 1) la quota di debito estero emessa sotto altre legislazioni, 2) l’effetto delle cosiddette “clausole CAC” introdotte dal governo Monti nel dicembre 2012. Sul primo punto la propaganda tesa a spaventare sugli effetti dell’Italexit è facilmente smontabile, dato che la quota di titoli del debito emessi sotto legislazione straniera è pari a soli 48 miliardi (un misero 2,5% del totale). Sul secondo punto, quello delle “clausole di azione collettiva” (CAC), che riguardano all’incirca la metà dei titoli in circolazione, esistono diversi pareri, ma sta di fatto che le CAC sono state concepite come strumento di tutela dello Stato non degli investitori. Questi ultimi avrebbero sì la possibilità teorica di opporsi alla ridenominazione (basterebbe una minoranza da un quarto ad un terzo dei creditori), ma l’esperienza insegna (vedi il caso greco) come nei casi di ristrutturazione del debito – e la ridenominazione nei fatti lo è – i grandi creditori preferiscono sempre accettare quel che gli viene proposto piuttosto che rischiare di perdere tutto con un più pesante default. Lo Stato – e questo è un punto davvero decisivo – uscirebbe dunque dall’Italexit con un debito pubblico ridotto, non aumentato come invece si vorrebbe far credere.

Passiamo ora al debito privato verso l’estero. Secondo i dati riportati in un articolo di Enrico Grazzini [15] questo debito semplicemente non esiste. O meglio, esistono dei singoli debitori come dei singoli creditori, ma la somma di queste posizioni finanziarie verso l’estero dà un saldo attivo di 580 miliardi di euro. Ne consegue che l’insieme di questi soggetti trarrebbe un beneficio anziché un danno dall’Italexit e dalla svalutazione della nuova lira. E forse un beneficio ci sarebbe per la stessa economia italiana nel suo insieme, perché almeno una parte di questi capitali avrebbe buoni motivi per rientrare in Italia dopo la stabilizzazione dei cambi.

Naturalmente, un saldo positivo non esclude singole posizioni negative che potrebbero mettere in sofferenza qualche azienda, e principalmente qualche banca. Ma anche questo aspetto – sul quale lo Stato potrebbe intervenire di volta in volta (non scordiamoci che al momento dell’Italexit molte saranno le cose oggetto di trattativa), va visto in un contesto che è invece complessivamente positivo. Tutto questo senza dimenticarci che in questi casi è pressoché inevitabile che vi siano soggetti che riescono a guadagnare (come gli investitori sull’estero di cui sopra), come altri destinati a rimetterci. Per cui ha poco da lamentarsi il già citato Fontana quando ci ricorda (peraltro con cifre inattendibili) il problema delle aziende italiane che hanno emesso bond sotto legislazione straniera. Queste aziende lo hanno fatto per spuntare tassi più bassi, una maniera per scommettere al gran casinò dei mercati finanziari. Non sempre queste scommesse – al pari di quelle sulle valute – vanno a buon fine. Ma si tratta di aziende private che si assumono coscientemente certi rischi ogni giorno, ed è assurdo che se ne parli solo a proposito di quelli connessi con l’uscita dall’euro.

5. Un Italia troppo “piccola”?
Veniamo ora ad un argomento più generale, che concerne sempre la sfera economica pur travalicandola. E’ la tesi secondo cui l’Italia – e più precisamente l’economia italiana – sarebbe comunque troppo piccola per affrontare la sfida dell’Italexit. A questa tesi se ne affianca un’altra, quella secondo cui l’Italia si troverebbe politicamente più “sola”.

Ora, a parte il fatto che pensando all’UE a dominanza tedesca non può non venirci in mente il detto “meglio soli che male accompagnati”, perché questa preoccupazione? Uscendo dall’euro l’Italia mica dichiarerebbe guerra a qualcuno, semplicemente (cosa che oggi non fa) difenderebbe i propri legittimi interessi. Certo che ci sarebbero anche turbolenze politiche – sarebbe assurdo sostenere il contrario -, ma alla fine gli attuali partner economici non avrebbero molto interesse a farci una guerra prolungata. Le sanzioni, poi, sono un’arma a doppio taglio. In ogni caso il mondo è grande, e quello al di fuori dei confini dell’UE è in espansione.

In realtà la tesi di un’Italia “troppo piccola” non fa neppure i conti con le conseguenze della crisi della globalizzazione. Naturalmente, ed è normale che sia così, in materia esistono diverse opinioni, ma è difficile negare l’evidenza dell’accrescersi delle misure protezionistiche in tutto il mondo, così come quella della tendenza alla riduzione della quota del commercio estero sul Pil mondiale. E’ giusto, tuttavia, prendere questo argomento sul serio.

Intanto bisogna rilevare che quella italiana rimane pur sempre una delle più importanti economie del mondo. E se oggi lo è un po’ meno del passato lo si deve anche (certo, non esclusivamente) all’euro. Ed è un’economia che comprende un’industria manifatturiera che, nonostante gli effetti micidiali della crisi, in Europa resta seconda solo alla Germania. Ora, è pacifico che uno scioglimento concordato dell’eurozona sarebbe preferibile ad un’uscita unilaterale. Peccato che il primo scenario sia poco probabile. Ed è altresì pacifico che meglio sarebbe affrontare il dopo-Italexit in stretta alleanza con altri paesi. Ma non si può mettere il carro davanti ai buoi, dato che la costruzione di nuove alleanze e/o di nuove aree macro-economiche (non però di nuove aree valutarie) dipende dalle scelte politiche dei vari paesi. Scelte che deriveranno da tanti fattori e che di sicuro non possiamo disegnare oggi a tavolino.

Lo scenario da considerarsi come quello di gran lunga più probabile è dunque l’Italexit, e questo ci riporta appunto al tema delle “dimensioni” dell’Italia. In proposito l’opinione di chi scrive è molto semplice: riguardo alla scelta di tornare alla moneta nazionale più che le dimensioni contano i fondamentali dell’economia. Ma se questi ultimi sono messi in discussione proprio dall’appartenenza alla moneta unica è chiaro che la decisione è di fatto obbligata.

Se sulla questione delle “dimensioni” le opinioni sono le più disparate, l’unico modo di orientarci è quello di guardarci attorno. Di esaminare cioè la realtà. Limitandoci all’Europa si possono osservare diversi paesi membri dell’UE che, pur avendone i requisiti, si guardano bene dall’entrare nell’euro. E’ questo il caso della Polonia, ma ancora più significativo è quanto accaduto di recente con la decisione della Repubblica Ceca di sganciare la propria valuta nazionale – la corona – dall’euro. L’aggancio, in vigore da tre anni, avrebbe dovuto essere il primo passo verso un futuro ingresso nell’eurozona. Adesso il passo c’è stato, ma nella direzione opposta di quella sperata dai partigiani della moneta unica. [16] Da notare che subito dopo lo sganciamento la corona si è rivalutata rispetto all’euro. Eppure la Repubblica Ceca ha un sesto della popolazione ed un ottavo del Pil dell’Italia. Non solo. Pare che nella stessa direzione di Praga – quella dello sganciamento – voglia muoversi l’ancor più piccola Danimarca, la cui moneta è legata da sempre all’euro.

Rimanendo ancora in Europa, ma uscendo dall’UE, come non considerare i casi di due piccoli paesi come la Svizzera e la Norvegia? Da sempre, i sostenitori della tesi avversa ci fanno notare che questi potrebbero essere solo dei casi particolari. Ma il fatto che questi “casi particolari” stiano però aumentando vorrà pur dire qualcosa. Come qualcosa di ancora più importante ci dice la banale osservazione – questa francamente inconfutabile – di come (indipendentemente dalle dimensioni) tutti i paesi europei non-euro abbiano retto molto meglio alla crisi rispetto a quelli con la moneta unica.

Ma il tema delle “dimensioni” non può essere ovviamente solo europeo. Prendiamo il caso di un paese simile all’Italia (in termini di popolazione e di Pil), anche se più piccolo: la Corea del Sud. Questo paese fa forse parte di una qualche unione monetaria? Ovviamente no. Ma con la sua moneta nazionale (lo won) continua a tenere ritmi di crescita annua superiori al 3%. Tuttavia la Corea del Sud non è un’eccezione, bensì la regola, dato che nel mondo non ci sono altri “euri” in vista. E questo è un punto dirimente. Infatti, se la spinta alla creazione di macro-aree monetarie vi fosse davvero, nei cinque continenti dovremmo assistere ad un pullulare di iniziative in tal senso. Ma così non è. In nessun angolo del pianeta, dalla lontana Oceania all’arretrata Africa, dalla tumultuosa Asia alla speranzosa America Latina, nulla si muove in quella direzione. L’euro, a vent’anni dalla sua nascita, non ha nessun fratello con cui giocare. Ci sarà pure una ragione.

Evidentemente le dimensioni contano quando si parla di un’azienda, o di una filiera produttiva. Diverso è il discorso quando si tratta dell’economia di un paese e della sua moneta.

Brevi conclusioni 
Questo articolo non ha certo lo scopo di negare i problemi dell’Italexit. Questi problemi ci sono, e sarebbe assurdo affermare il contrario. Ma si tratta comunque di problemi gestibili. Insomma, dall'”Hotel California” dell’euro si può uscire, eccome. Del resto, l’alternativa sarebbe solo quella dell’incancrenimento della crisi, con i suoi terribili aspetti sociali che conosciamo. Il problema che si pone è semmai un altro: quale sarà la gestione del passaggio dall’euro alla nuova lira? La risposta a questa domanda dipende dal governo che – ci auguriamo quanto prima – si troverà ad affrontare concretamente la questione. Chi scrive crede in un governo popolare d’emergenza, frutto di una larga alleanza di tipo costituzionale (una sorta di Cln), che prenda in mano le redini dell’Italia in questo decisivo frangente.

E’ importante che questo governo abbia a cuore il futuro del Paese, e in particolare gli interessi e i bisogni delle classi popolari. Anche per questo l’uscita dalla moneta unica dovrà essere accompagnata da un programma di misure urgenti (dalla nazionalizzazione del sistema bancario ad un piano per il lavoro) che rappresentino una decisiva svolta rispetto ai disastri prodotti dal sistema neoliberista. Sistema che i meccanismi dell’euro vorrebbero rendere eterno.

* Questo saggio venne originariamente pubblicato sulla rivista IL PONTE  nel numero di maggio-giugno 2017.


NOTE

(1) https://ilmanifesto.it/le-conseguenze-di-unuscita-dalleuro/

(2) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/06/euro-draghi-la-moneta-unica-e-irrevocabile-la-questione-delluscita-non-e-contemplata-dal-trattato/3371615/

(3) http://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/06-03-2017/index.shtml

(4) http://www.ofce.sciences-po.fr/pdf/dtravail/WP2016-31.pdf

(5)http://www.repubblica.it/economia/2017/02/09/news/germania_bilancia_commerciale_al_top_e_nel_2016_l_export_vola_a_1207_miliardi-157902113/

(6) http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2017-02-27/cinque-luoghi-comuni-no-euro-sfatare-112318.shtml?uuid=AEwoNIe

(7)http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/interscambio.pdf

(8) La Repubblica del 12 settembre 1993

(9) «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità», a cura del Coordinamento nazionale Sinistra contro l’euro. 

(10) https://www.pressreader.com/italy/il-sole-24-ore/20130328/281560878248490

(11) https://it.wikipedia.org/wiki/Lex_monetae

(12) http://www.altalex.com/documents/news/2015/01/08/delle-obbligazioni-in-generale

(13) http://goofynomics.blogspot.it/2012/09/a-rata-der-mutuo.html

(14) http://vocidallestero.it/2017/03/23/sapir-lex-monetae-e-diritto-europeo/

(15) http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutti-i-conti-dellitalexit-nessuna-catastrofe-se-litalia-uscisse-dalleuro/#_ftnref9 
(16) http://sollevazione.blogspot.it/2017/04/czexit-la-repubblica-ceca-si-sgancia.html

Forte Pietralata: una cospirazione inesistente

“I rivoluzionari appartenevano alla setta anarchica e al partito repubblicano. Riusciti a impossessarsi delle bombe al Forte Pietralata si sarebbero diretti in città per trovarsi alle ore quattro in piazza Colonna, dove alcuni anarchici ed altri rivoluzionari dovevano attenderli per impadronirsi a mezzo bombe a mano del Parlamento e del ministero dell’Interno. Contemporaneamente sarebbero state inviate a mezzo camions bombe al quartiere Testaccio dove rivoluzionari , per precedenti accordi con la cooperazione dei soldati dell’81° Fanteria accasermati nei sotteranei di uno stabile che trovasi prossimo al Lungo Tevere avrebbero ceduto le armi e si sarebbero uniti a loro, per impadronirsi della caserma dei Reali Carabinieri e di quella di Pubblica Sicurezza. Sollevato poi l’elemento popolare del quartiere Testaccio e munitolo di bombe si sarebbero diretti nel centro di Roma. Il gruppo più numeroso degli Arditi doveva assalire il Quirinale ed il ministero della Guerra spalleggiati in questo dal gruppo di anarchici che con bombe a mano dovevano invadere il quartiere di Porta Pia e dirigersi verso Villa Savoia. Essi contavano concertezza dell’appoggio di una buona parte del 2° Bersaglieri e di batteria di Monte Mario.”

(16 luglio 1919, informazioni fiduciarie, busta 84, f. Movimento sovversivo II-Roma, sf Complotto del forte di Pietralata)

Siamo a Roma immersi nel fuoco del Biennio Rosso. Le forze dell’ordine sono in costante allarme con fabbriche occupate, cortei e scontri di piazza che sempre più spesso lasciano a terra morti e feriti. In questo clima di tensione sono moltissimi gli attori in gioco: vi sono i socialisti legati al Partito Socialista, divisi, disorganizzati ed incapaci di dare uno sbocco pratico tanto ai proclami massimalisti quanto al riformismo; vi sono i nazionalisti monarchici, impegnati nella repressione di ogni moto “bolscevico”, supportati spesso da esercito e polizia; vi sono i repubblicani, anche loro divisi fra rivoluzionari e riformisti; vi sono gli anarchici, molto agguerriti, ma molto pochi. In mezzo a tutti questi stanno gli ex-combattenti, coloro che avevano partecipato al conflitto più o meno di loro volontà e con diversi desideri e scopi. Osannati retoricamente dai nazionalisti ed osteggiati in massima parte dal socialismo ufficiale, sin da subito coloro i quali, ed erano milioni, avevano vestito il grigio-verde si sentirono in necessità di riunirsi autonomente per difendere la posizione che pensavano di aver meritato, le “conquiste della Vittoria” o semplicemente la sicurezza economica che dovrebbe per lo meno essere garantita da uno stato il quale ha richiesto impassibilmente l’estremo sacrificio. Se molti d’area nazionalista si riunirono a difesa della Corona da un possibile sbocco rivoluzionario, non meno reduci si raggrupparono in risposta al’aumento del costo dei viveri e del costo generale della vita. In mezzo alla miriade d’associazioni, per citarne due, opposte, la nazional-monarchica “Unione Popolare Antibolscevica” e la socialista “Lega Proletaria Reduci”, svettavano per spirito combattivo quelle formate da ex-arditi, che inizialmente radunati nella Fratellanza Fra gli Arditi d’Italia, di stampo vagamente sociale, patriottico ed apartitico, ben presto si polarizzarono in formazioni opposte e spesso contrapposte, anche fisicamente, le quali arrivarono nelle loro estreme propaggini alla base di diverse sezioni fasciste e nel primo gruppo militante antifascista, gli Arditi del Popolo.

Cosa portava un ex-ardito a compiere quella che agli occhi di un moderno poco informato può sembrare una scelta ossimorica come quella di aderire a correnti anarchiche, repubblicane o socialiste, spesso divise da un labile confine, pur conservando il suo passato da combattente, spesso volontario? Innanzitutto va detto che per molti, come per lo stesso Secondari, la guerra avrebbe potuto rappresentare la miccia per lo scontro sociale, al termine della quale i proletari, ora addestrati ed armati, avrebbero potuto prendere il potere. Inoltre la guerra contro gli Imepri Centrali rappresentava di abbattere odiosi costrutti assolutamente reazionari e fautori di un militarismo aggressivo che nulla aveva da invidiare all’imperialismo inglese o a quello nascente americano. In Italia la guerra non porto la Rivoluzione, e questo per una serie di cause ed errori, ma sicumente porto un periodo di altissima tensione. L’ardito rappresentava sul campo l’equivalente militare di un sovversivo politico: dotato di larga autonomia, abituato all’azione rapida e brutale, sdegnoso nei confronti degli alti graduati e degli “imboscati”, tornato alla vita civile non poteva di certo rassegnarsi alla passività, in specie se abbandonati dalle istituzioni ed assaliti non solo dall’affitto e dalla fame, ma anche dalla sensazione di aver combattuto per nulla, poiché la tanto sudata “Vittoria” non solo non aveva dato all’Italia alcune delle “Terre Irredente”, ma aveva anche permesso di squarciare il velo di Maya della retorica sciovinista vedendo l’enorme profitto degli speculatori, arrichitisi sulla vita di milioni di giovani italiani.

Argo Secondari

Non sorprende dunque leggere nelle comunicazioni interne alla Pubblica Sicurezza uno smisurato timore per le Camere del Lavoro, le associazioni e le sezioni di partito a forte componente di ex-arditi, molti dei quali, nonostante la posteriore propaganda fascista, avevano da subito scelto il campo progressista. Ma passiamo ai fatti. Abbiamo riportato all’inizio di questo articolo un estratto di un documento ad uso interno delle forze dell’ordine. Ebbene, il contenuto di questo è totalmente falso, corrisponendo a verità solo quando menziona un tentato attacco al Forte Pietralata, nel romano. Perché quindi produrre un documento del genere? Parlare di cosa avvenne nella notte del 16 luglio 1919 può essere utile.

il forte oggi

Da una parte abbiamo alcuni uomini, anarchici, repubblicani, qualche socialista, fra i quali vi è anche il Tenente Argo Secondari, e dall’altra un forte presidiato dagli arditi del 17° battaglione. Un forte sì pieno di armi, ma anche, e sopratutto, di viveri. I romani non sopportavano più il continuo aumento dei prezzi, che unito alla cristalizzazione degli stipendi condannava l’intera popolazione cittadina alla fame. Volontà degli “attaccanti” è quella di penetrare nel forte se possibile grazie all’aiuto dei soldati di presidio, e, oltre a qualche utile bomba, recuperare vettovaglie da distribuire alla popolazione. Nessun progetto, almeno nell’immediato, di golpe o attacco a sedi istituzionali, ma solo una mossa nello scacchiere del conflitto sociale. Una pattuglia di soldati viene fermata, e viene coinvolta nel piano. Viene detto loro di tornare al forte, recuperare il materiale e portarlo ad una grotta lì vicino. Nonostente l’apparenza non tutti sono concordi, e tornati al forte vi sono alcuni delatori che allertano i comandanti. Si inizia la ricerca dei sovversivi, i quali vengono arrestati sia sul momento in città che nei giorni seguenti. Incarcerati, saranno rilasciati solo in novembre dopo mesi di proteste in loro favore, che anche se partecipate dalla popolazione, saranno vergognosamente ignorate dai settori “ufficiali” tanto del partito socialista quanto di quello repubblicano. Ma perché fabbricare la notizia di aver sventato un pericoloso piano insurrezionale che avrebbe attentato alla vita stessa della famiglia reale quanto al parlamento? Perchè alzare la tensione era uno dei principali obbiettivi delle forze reazionarie, le quali miravano senza troppe remore ad un golpe militare che ristabilisse l’ordine perseguitando ogni dissidente politico. La stampa, nutrita di notizie false ed esagerate, contribuì nel creare in seno alla società borghese quel clima di paura che porterà all’avvento della dittatura fascista.

No al taglio dei parlamentari!

La Costituzione è prima di tutto un programma politico, un testo di profonda giustizia sociale, pregno di tutte le conquiste ideali della storia dell’Italia. Preciso sunto di diritti e doveri, la Costituzione difende i cittadini, garantendo loro una base giuridica alla quale appellarsi per avere riconosciute le proprie libertà, i propri diritti, la loro capacità di agire nel sociale, e dunque nel mondo. La Costituzione tutela il Cittadino, impedendogli di divenire solo un numero. Fra tutti gli attacchi meschini portati a quello che è il frutto del sacrificio di intere generazioni, uno fra i peggiori è senza dubbio la proposta di diminuire il numero dei parlamentari, spacciando per “risparmio” l’assassinio del principio della rappresentatività politica. Questa tattica, già più volte utilizzata per distruggere lo stato sociale e i diritti fondamentali dei cittadini, risulta particolarmente infame perché aizza lo stesso popolo contro i meccanismi che di norma lo difendono dai soprusi: diminuendo il numero dei parlamentari non sono si ha già un guadagno collettivo dato da un risibile “risparmio”, ma un enorme danno al processo democratico. I nostri Padri Costituenti fissarono a 945 il numero di cittadini in grado di rappresentare 45 milioni di italiani. Oggi gli italiani sono 60 milioni e mezzo, ma viene proposto che i rappresentanti non siano già aumentati in maniera congrua alla crescita della popolazione, ma anzi diminuiti di più di un terzo. Parlano di “risparmio”, quando gli stipendi di quei parlamentari (che nulla vieterebbe di diminuire) non valgono che lo 0,007% della spesa pubblica, la quale va spesso a finanziare senza troppo scandalo acquisti di armamenti, donativi di varia natura o richieste da parte di enti terzi. La Cosa Pubblica guadagnerebbe questo dal taglio dei parlamentari, ma cosa perderebbe? Perderebbe ulteriormente ciò che caratterizza ogni stato democratico, ossia il controllo popolare sulle istituzioni, che se non si limita alla mera rappresentanza politica vede in essa sicuramente uno degli aspetti fondamentali. Il Parlamento non può e non deve essere un mondo a sé stante, sempre più chiuso e ridotto, aperto solo a pochi iniziati, ma al contrario deve aprirsi, essere luogo vivo in cui dibattere e far valere gli interessi del popolo. Questo non può accadere con la progressiva incapacità della cittadinanza di far eleggere propri rappresentanti, che tra esternazioni contro il suffragio universale e distruzione della rappresentanza assume sempre più i caratteri sinistri di un autoritarismo. Per questo ogni cittadino consapevole, e ancor di più se studente o giovane lavoratore, deve opporsi a questa scellerata proposta.

Nato il coordinamento giovanile di Liberiamo l’Italia

Apprendiamo con piacere la nascita del coordinamento giovanile di Liberiamo l’Italia, col quale ci impegnamo a collaborare. Di seguito proponiamo il documento fondativo:

Per molto tempo noi giovani ci siamo divisi nelle piazze, ma mai come oggi i nostri diritti fondamentali sono effettivamente in pericolo. Non siamo mai riusciti a mettere realmente in discussione il vero potere: il potere economico/finanziario, che oggi ci asfissia. Noi giovani di Liberiamo l’Italia chiediamo a tutti gli studenti, lavoratori, disoccupati, ai giovani poveri e a tutti quelli che, nonostante tutto, sono ancora capaci di indignarsi di fronte alle ingiustizie subite dai coetanei dimenticati dalla società, chiediamo di unirci per fare fronte comune. Ci rivolgiamo a quei giovani che nonostante anni e anni di educazione all’individualismo e alla competizione hanno ancora una coscienza e il senso della collettività. Destra e centro-sinistra sono due facce della stessa medaglia, sue opposti dello stesso sistema. Il sistema economico neoliberista, la dittatura delle élite finanziarie e delle multinazionali. A tutti i giovani noi chiediamo di unirci nella lotta, di mettere da parte gli attriti, di fare tutti un passo indietro per farne uno più grande in avanti, insieme. Ci accomuna che siamo Italiani, viviamo in questa terra sempre più in mano al capitale interno e straniero, governata da personaggi indegni che hanno svenduto l’Italia, promuovono opere come il Tav, che distruggono il nostro territorio ed il nostro futuro. Cosa ci accomuna? Che l’Italia è casa nostra, che abbiamo il diritto a non emigrare. Abbiamo il diritto di rimanere, di crescere qui. Chi comanda ci vuole divisi e nemici perché sa bene la forza che avremmo uniti. Quindi, invitiamo tutti singoli e associazioni che condividano i nostri stessi obbiettivi ad unirci in un movimento studentesco e giovanile, che possa attivamente contrastare le misure di questa Unione Europea antidemocratica e antipopolare.

Siamo qui per chiedervi un aiuto, perché abbiamo bisogno di tutti. Abbiamo bisogno di lavorare insieme, perché la verità è rivoluzionaria:

  • Fermiamo il Mes, strumento con i quali l’UE, a dominanza tedesca, impone l’austerità e schiaccia gli stati
  • Usciamo dalla gabbia dell’euro, che ha distrutto l’eredità economica di noi giovani cittadini
  • Difendiamo gli interessi del popolo lavoratore, abbandonato dallo stato e vittima di soprusi continui
  • Riconquistiamo la democrazia, difendendo la Costituzione del 1948, che è frutto della lotta partigiana e dei nostri padri e nonni

-lotta al razzismo e ad ogni forma di discriminazione, soprattutto quelle di matrice neofascista(sempre più frequenti) che è speculare a quella dei padroni

-costruzione di un fronte ambientalista, con caratteristiche popolari e proposte concrete che combutta contro Muos, Tav, Tap ed opere dannose per i cittadini (5G)

-Lotta ad ogni forma di imperialismo, alla Nato e alla costante presenza militare straniera sul nostro suolo. Lotta per il disarmo nucleare e il ritiro dalle “missioni di pace”

La repressione si abbatte sui pastori sardi

Apprendiamo con disgusto la consegna di più di mille avvisi di garanzia ai pastori sardi che alcuni mesi fa si erano resi protagonisti di grandi e diffuse proteste a difesa del loro lavoro, assalito dalla sleale concorrenza causata dal libero scambio e dalle deregolamentazioni economiche.

Possiamo vedere già la malata costruzione politica che sta rapidamente prendendo il posto dell’ordinamento repubblicano: alla politica economica in favore dei grandi possessori di capitali si sposa perfettamente la follia securitaria del “decreto sicurezza”, il tutto sotto lo sguardo soddisfatto del totalitarismo europeo.

La rabbia dei pastori sardi, supportati da tutta la Sardegna, dagli studenti ai disoccupati, è la rabbia di tutto il popolo lavoratore che si vede giornalmente vessato da istituzioni sempre più collaborazioniste e ricchi sempre più arroganti. I loro blocchi del traffico erano intimamente giusti e motivati, e non loro, difensori delle libertà repubblicane, dovrebbero essere processari, ma la cancrena nazistoide che dal Parlamento ha varato negli ultimi 30 anni qualsiasi accordo e decreto anti-popolare che sia stato possibile. Nello specifico, i pastori sardi risento della competizione sleale dell’estero, dove latte a basso costo viene prodotto lasciando gli animali in condizioni ben peggiori e contenendo pesantemente gli stipendi.

Il Movimento ’48 si stringe ai pastori sardi in questo momento difficile per molte delle loro famiglie.

Dal Balilla a Mameli: storia di una ribellione

Erano i primi giorni di dicembre del 1746, l’Europa intera era stravolta da un sanguinoso conflitto dinastico, quello legato alla successione del trono d’Austria, che non era il primo del secolo e che non sarebbe stato l’ultimo. L’intero continente diviso in due blocchi: da un lato quello borbonico, con Francia, Spagna, Svezia, la Repubblica di Genova e i rispettivi alleati minori, dall’altra un blocco asburgico, che andava dall’Inghilterra allo Zar di Russia, passando per il Regno di Savoia e le Province Unite. Oggetto del contenzioso era la legittimità di Maria Teresa d’Austria ad ascendere al trono imperiale dopo la morte di suo padre Carlo VI, il quale aveva rivisto le norme legate alla successione eliminando anche la “legge salica”, emanando così la “prammatica sanzione”, che cambiava le norme di successione dell’Arciducato d’Austria, e ad essa si appellò la fazione imperiale, posizione contestata invece dai sovrani di Slesia e Sassonia, che si erano trovati così esclusi dalla prospettiva di divenire imperatori. Il conflitto ebbe presto un risvolto continentale, con l’intervento al fianco dell’una o dell’altra fazione da parte di moltissimi stati europei. Nel 1744 l’Italia fu terreno di scontro per le truppe ispano-napoletane e quelle austriache e piemontesi. Mentre al sud furono i primi a prevalere, l’intera Val Padana cadde sotto l’occupazione austriaca, ivi compresa la città di Genova, da secoli strettamente legata alla Spagna. L’intera Europa era in fiamme, la popolazione doveva sopportare gli orrori e i pericoli di una guerra sempre più moderna e letale, di eserciti sempre più grandi. Per Genova, città marinara per la quale il commercio era la vita, l’occupazione militare significava più che per molte altre realtà urbane un completo annichilimento della vita pubblica, e risultava ancora più odiosa vista la tradizionale indipendenza della Repubblica, custodita gelosamente sopratutto dai Savoia, che ora assieme agli Asburgo presidiavano in armi la Superba. La situazione era arrivata alla massima tensione, bastava letteralmente una scintilla per causare l’insurrezione generale, voluta smaniosamente dalla stragrande maggioranza dei genovesi. Fu un ragazzo, ora avvolto fra mito e leggenda, originario probabilmente di Montoggio, nell’entroterra, chiamato Gian Battista Perasso, che diede col suo gesto il segnale: assistendo all’ennesimo sopruso perpetrato sui suoi concittadini alzo il braccio e scagliò una pietra contro i soldati intenti a forzare alcuni genovesi al trasporto di un mortaio. Immediatamente tutta la folla fu su questi, come incoraggiata dall’attacco che seppur tanto profondamente desiderato, non si era ancora compiuto per la paura che quel feroce occupante incuteva ai cittadini. In pochi giorni gli invasori austro-piemontesi evacuarono la città, inseguiti per le valli dal popolo rabbioso.

illustrazione novecentesca della rivolta di Portoria

Il tutto non ebbe sbocchi maggiori del ripristino dell’antico regime repubblicano aristocratico, il quale fu comunque soppresso prima dalla Francia Rivoluzionaria e poi, definitivamente, dal congresso di Vienna, che assegnò la potestà su quelle terre agli antichi pretendenti, i Savoia. Cento anni dopo il contesto è sempre quello: una semi-occupazione militare mal vissuta e osteggiata profondamente dalla società ligure, tolti alcuni nobili. Genova è stata circondata di forti dai suoi nuovi padroni, non in funzione di difesa, ma anzi col compito di intimidire e colpire la città in caso di sommosse. Questi formano un anello sui monti del circondario, e sono presidiati da migliaia di soldati piemontesi. In città sono i gesuiti a comandare, ma anche loro non sono visti di buon occhio, sopratutto da quanto Pio IX è stato eletto al soglio pontificio portandosi dietro moltissime aspettative, che si fondevano a quelle riposte in Carlo Alberto, Re “carbonaro” che sembrava poter consentire sbocchi perlomeno liberali all’assetto politico del Regno di Sardegna. Tutto ciò non era ovviamente abbastanza, ma per molti studenti universitari era sufficiente per moltiplicare la loro ansia per una Storia che stava compiendosi, ma ancora troppo lentamente. Fra di loro vi era Goffredo Mameli, figlio di una nobildonna locale e di un ufficiale di marina, iscritto al secondo anno di Legge nella stessa Università che aveva frequentato tempo prima Mazzini. Si può dire che condivise molto della formazione di quello che sarà il suo maestro: educazione in una famiglia dalle tendenze democratiche, frequentazione di associazioni e circoli politico-letterari capaci di soddisfare la sua fame di cultura, carriera universitaria segnata dalla tensione politica e dal conflitto con le istituzioni scolastiche. Nei primi giorni di dicembre si era soliti a Genova ricordare il “Balilla” con una processione, che l’anno precedente, per timore di urtare il sovrano, non si era tenuta. Goffredo e i suoi compagni, indignati dalla codardia dell’amministrazione locale che volutamente sceglieva di dimenticare un eroe popolare nel centenario della rivolta, decidono di organizzare una manifestazione a forte connotato politico. Dopo giorni di comizi e dimostrazioni, il 9 dicembre 1847 un grande corteo animato sopratutto dagli studenti sfila per la città con la bandiera Tricolore, simbolo totalmente eversivo ed osteggiato dallo status quo. Qui Mameli declamerà la sua famosa poesia “Dio e il Popolo”, pregna di contenuti democratici ed insurrezionalisti dedicata proprio alla rivolta di Portoria .

“Come narran sugli Apostoli,
Forse in fiamma sulla testa
Dio discese dell’Italia…
Forse è ciò; ma anch’è una festa.
Nelle feste che fa il Popolo
Egli accende monti e piani ;
Come bocche di vulcani.
Egli accende le città.

Poi, se il Popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Uno scherzo ora fa il popolo ;
A una festa ei si convita.
Ma se è il popolo che è l’ospite,
Guai a lui ch’ei non invita!
Grande è sempre quel ch’egli opera
Or saluta una memoria,
Ma prepara una vittoria ;
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Noi credete ? Ecco la storia :
All’incirca son cent’anni
Che scendevano su Genova,
L’armi in spalla, gli Alemanni ;
Quei che contano gli eserciti
Disser : l’Austria è troppo forte;
E gli aprirono le porte.
Questa vil genia non sa

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Un fanciullo gettò un ciottolo ;
Parve un ciottolo incantato,
Che le case vomitarono
Sassi e fiamme da ogni lato.
Perché quando sorge il Popolo
Sovra i ceppi e i re distrutti.
Come il vento sovra i flutti
Passeggiare Iddio lo fa.

Quando il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Quei che contano gli eserciti
Vi son oggi come allora :
Se crediamo alle lor ciance
Aprirem le porte ancora.

Confidiamo in Dio. nel Popolo .
I satelliti dei forti
Non si contano che morti.
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa
La sua folgore gli dà. “

La bandiera della Repubblica Romana recante il celebre motto mazziniano
Partigiani della “brigata Balilla” in posa nei monti di Genova

Nelle stesse giornate prese a divenire popolare un altro componimento di Mameli, che proponeva in versi il programma politico della Giovine Italia, associazione alla quale il poeta stesso aveva aderito un anno prima: si tratta del Canto degli Italiani, che animò le piazze democratiche del Risorgimento fino ad arrivare, dimenticato dal Regno e dal Fascismo (se non retoricamente negli ultimi mesi), alla Resistenza e alla Repubblica, che lo scelse come suo inno nazionale. Un testo altamente poetico, che si apre con un’invocazione alla fratellanza fra gli italiani che si espande nel corso del componimento ad ogni altro popolo. Un inno sì all’Amore, perfettamente stile mazziniano, ma anche alla lotta, alla riscossa, al sacrificio supremo a difesa della libertà e dell’indipendenza. Da Genova questo canto si trasmise alle pianure lombarde, dove lo stesso Goffredo fu sottotenente volontario durante la prima Guerra d’Indipendenza, ma fu solo dopo la prima parentesi di questa guerra che il “Canto degli Italiani” poté accompagnare atti concreti del tutto coerenti col suo significato: la Repubblica Romana colse Mameli già presente nella Città Eterna, ad essa lui dedicò gli ultimi mesi della sua vita, difendendola dagli invasori borbonici, asburgici e dai traditori al soldo di Napoleone III. Fu durante una carica alla baionetta che Goffredo ricevette la ferita che lo porterà alla morte. Ma Mameli non fu dimenticato, il suo esempio eta vivo in tutta Italia: mentre a Roma si difendeva la “Repubblica Rossa”, come era chiamata dagli operai francesi che in solidarietà ad essa scioperavano, Genova insorgeva contro i Savoia, e lo faceva anche in nome di Mameli. Furono giorni duri, ancora peggiori di quelli subiti dalla città un secolo prima, e che culminarono in un saccheggio devastante ad opera delle truppe del generale La Marmora, che fu per i suoi crimini premiato dal nuovo sovrano, Vittorio Emanuele I. Ancora cento anni dopo, strana coincidenza, le figure del Balilla e di Mameli tornano ad accompagnare esempi e gesta degni di loro, e lo fanno durante la lotta di Liberazione contrassegnando i nomi moltissime brigate partigiane. Tra queste è importante ricordare la “Brigata Mameli” a comando misto azionista-comunista, che partecipò alla Liberazione di Treviso ad aprile ’45, e i GAP del quartiere di Bolzaneto a Genova, che formeranno la “Brigata Volante Balilla”, al comando di Angelo Scala che prese esso stesso il nome dell’antico rivoltoso genovese.