Boldrin, lascia stare la scuola

Michele Boldrin, l’economista liberista, si presente alla seconda conferenza del movimento “Liberi, oltre le illusioni” con una volontà di fondo ben precisa, ossia distruggere l’impianto educativo dell’istruzione italiana a favore di un impianto mirato a sfornare “imprenditori di se stessi” drogati di competizione e scentismo spicciolo. “Abolire il classico, lo studio del latino è un lusso, la programmazione è un diritto”. Ma lusso per chi, Boldrin? Lo studio della lingua e della letteratura latina è funzionale agli scopi della scuola, ossia l’educazione di futuri cittadini, il tramandare la paideia che si vorrebbe dimenticare in nome della produttività capitalistica. No Boldrin, il latino non è un lusso, ma anzi un’esigenza. E’ un’esigenza per un popolo che deve tornare a sentirsi tale, che vuole esistere nel mondo come libero, unico ed in pace coi propri fratelli. E’ un’esigenza per chi punta a qualcosa di più di una misera esistenza passata alla ricerca del profitto fra gavette interminabili e “bellum omnium contra omnes”, per chi punta ad essere un Cittadino, non un consumatore. I linguaggi di programmazione, conoscenza importantissima e rispettabile al pari di ogni altra, sono utili unicamente all’atto pratico, e solamente come elementi di determinati tipi di lavoro, per i quali esiste una preparazione specializzata che si sviluppa in corsi universitari o privati. Essendo una conoscenza pratica indirizzata al lavoro non dovrebbero essere argomento della scuola dell’obbligo, che NON deve formare lavoratori, ma educare. Ancor più miserabile risulta la tua proposta se vista col fine di preparare masse schiavili alle “sfide del mercato”, sempre più alla ricerca di personale specializzato per diminuire i costi del lavoro ed aumentare i profitti degli imprenditori-vampiri da te idolatrati e propagandati come punti di riferimento per la società. Non aboliamo ma potenziamo invece lo studio del latino, in modo tale che gli studenti possano leggere dei Gracchi, di Catilina, di Spartaco, e imparare che tiranni ed oligarchi, gli stessi che oggi opprimono il mondo tramite “i Mercati” possono essere combattuti e vinti. Aboliamo il parassitismo di chi vorrebbe distruggere la cultura in nome del profitto. Aboliamo il pensiero liberista, bastoniamo ed allontaniamo chiunque professi e propagandi una società classista e diseguale. Te in primis.

La repressione si abbatte sui pastori sardi

Apprendiamo con disgusto la consegna di più di mille avvisi di garanzia ai pastori sardi che alcuni mesi fa si erano resi protagonisti di grandi e diffuse proteste a difesa del loro lavoro, assalito dalla sleale concorrenza causata dal libero scambio e dalle deregolamentazioni economiche.

Possiamo vedere già la malata costruzione politica che sta rapidamente prendendo il posto dell’ordinamento repubblicano: alla politica economica in favore dei grandi possessori di capitali si sposa perfettamente la follia securitaria del “decreto sicurezza”, il tutto sotto lo sguardo soddisfatto del totalitarismo europeo.

La rabbia dei pastori sardi, supportati da tutta la Sardegna, dagli studenti ai disoccupati, è la rabbia di tutto il popolo lavoratore che si vede giornalmente vessato da istituzioni sempre più collaborazioniste e ricchi sempre più arroganti. I loro blocchi del traffico erano intimamente giusti e motivati, e non loro, difensori delle libertà repubblicane, dovrebbero essere processari, ma la cancrena nazistoide che dal Parlamento ha varato negli ultimi 30 anni qualsiasi accordo e decreto anti-popolare che sia stato possibile. Nello specifico, i pastori sardi risento della competizione sleale dell’estero, dove latte a basso costo viene prodotto lasciando gli animali in condizioni ben peggiori e contenendo pesantemente gli stipendi.

Il Movimento ’48 si stringe ai pastori sardi in questo momento difficile per molte delle loro famiglie.

Con l’Europa contro l’Unione

Abbiamo salutato il risultato delle ultime elezioni britanniche con gioia. L’abbiamo fatto non tanto per la vittoria di Boris Johnson, del quale non siamo assolutamente dei fan, o per la scofitta di Corbyn, che per quanto portatore di un programma assolutamente condivisibile fece il fatale errore di fingere di non vedere le elezioni per quello che erano: un seconddo referendum sulla Brexit. L’abbiamo fatto perché il risultato di quelle elezioni è stato un durissimo colpo all’Unione Europea. Ma qual’è la differenza fra noi e Boris Johnson?

Noi nell’Europa ci crediamo. E qua molti si scandalizzeranno: da anni tutte le parti in campo hanno giovato dal propagandare una lotta basata sulla dicotomia fra isolazionisti ed europeisti, fomentatori dell’immigrazione contro apologeti dei confini chiusi. Non è così. La loro lotta, interna al sistema, è finalizzata alla riconfigurazione degli equilibri di potere in seno al capitalismo. La nostra lotta, portata avanti contro quel sistema, è volta alla restituzione della libertà e dell’indipendenza ai popoli e alle singole persone. Proprio perché crediamo che possa esistere amicizia e collaborazione fra i popoli, proprio perché pensiamo che la nazione sia un mezzo per arrivare ad uno scopo, che è l’Umanità, proprio perché lottiamo per la giuatizia sociale e l’uguaglianza che siamo opposti, che siamo in guerra a quella malsana struttura padronale nota come Unione Europea.

L’Europa di cui ci sentiamo parte non è un aggregato etnico, o l’estensione di un potere finanziario, ma è la comunità dei popoli, dei lavoratori, che ogni giorno vivono e lottano sul Continente, lottano per essere liberi e per sottrarsi dal giogo del mercato e della competizione. La nostra Europa è opposta alla loro, nello stesso modo nel cui erano opposte la Giovine Europa di Mazzini alla Santa Alleanza. La nostra Europa è l’Europa socialista, che è la negazione dell’Europa neo-liberista dell’Unione Europea.

Contro l’Unione quindi, contro lo sciovinismo isolazionista e contro la sua imitazione continentale, per un internazionalismo che significhi collaborazione e associazione progressiva, contro le derive autoritarie e dispotiche dei Mercati, per un’Italia libera in un mondo egualmente libero, indirizzato alla pace e al progresso, per la democrazia, il potere popolare, contro il capitalismo, arbitrio dei ricchi.

Mes: dossier e denuncia

Questo sabato, 8 dicembre, la sezione varesotta di M-48 “Mu’ammar Gheddafi” ha esposto nel centro cittadino uno striscione di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità e la sua ultima riforma, particolarmente perniciosa per il popolo italiano e tutti gli europei. Il MES si configura come uno strumento di dissoluzione della democrazia in mano alla finanza continentale, un organismo che non deve rispondere a nessuno e che potrà controllare le decisioni politiche di tutti i paesi ai quali è necessaria la vedita dei propri titoli di stato.

Di seguito riportiamo il dossier di Moreno Pasquinelli apparso sul sito di “Liberiamo l’Italia”:

Le menzogne degli europeisti e le ambiguità dei “sovranisti”

Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

IL MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz),  è stata introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

a cura di Moreno Pasquinelli

Crepuscolo dei liberali

La mente dei liberali, soprattutto dei liberali contemporanei, è un vizioso mix di illusioni e malizia, una contraddizione che ignora se stessa per perpetuarsi propagandandosi in maniera alterata, cosicché possano covivere assieme istanze contrarie, principî opposti, valori inconciliabili. I liberali sono ipocriti prima che malvagi. Solo loro sono in grado allo stesso tempo di far l’elogio della pace e condannare la violenza mentre si da per assiomatica la guerra di tutti contro tutti e la ricerca del proprio profitto privato a discapito e contro gli altri. Forse i loro “padri ideali” possono in qualche modo essere scusati, o per lo meno contestualizzati, alla fine come avrebbero potuto -da dire in maniera retorica, avrebbero potuto farlo. Altri lo hanno fatto- i vari Locke, Mill, Hume, Kant capire che sarebbe stato impossibile legittimare la ricerca della potenza infinita e coniugare ciò alla libertà altrui? Ebbene, serve ricordare che molti dei pensatori sopracitati giustificavano il colonialismo, la sovranità politica di una minoranza o di un individuo, a volte possedevano schiavi. Per loro nessuna incoerenza:si, gli uomini sono creati uguali, Dio giudica alla stessa maniera, ma ciò che avviene dopo la creazione, i rapporti di forza che si vengono a creare è tutto un altro discorso. Il creolo, il proletario, il campesino sono liberi perché nulla vieta loro a monte di leggere un libro piuttosto che un altro, criticare -nei limiti dell’ordine pubblico- un governo o di andare a scuola. Certo, nella pratica magari diventa difficile leggere dopo turni di 10 ore, e magari non è così facile avere successo a scuola se si è abbandonati a se stessi perché i propri genitori o lavorano o dormono, ma questo non conta. La libertà è tutta contenuta, per questi liberali, nel reame della possibilità, nella teoria, nei sofismi. Nella materialità vige la diseguaglianza, che porta ad una divisione dell’umanità in oppressi ed oppressori, ma questo non invalida le loro idee, perché basta, alla fine, “rimboccarsi le maniche”, mettersi a lavorare sodo, ciecamente, sperando un domani di essere tu a calpestare i tuoi simili, e magari di essere un po’ meno calpestato a tua volta. Il liberalismo, nei fatti, nasce come istanza di una classe che raggiunte grandi ricchezze e peso politico voleva liberarsi dai vincoli di quella che era ancora legalmente la classe egemone, ossia quella aristocratica. Il liberalismo nasce come istanza della libertà materiale di pochi, pochissimi, a discapito della libertà puramente teorica e quasi ironicamente annunciata delle moltitudini. Ancora oggi i giovani rampolli della Milano bene o dei Parioli cianciano di “libertà”, intendendola nella loro peculiare maniera, fortificati dalla diarrea verbale dei vari Friedman, Monti, Parenzo, Travaglio. Tutti partecipi loro di una perversa mentalità pressoché egenome dall’altro lato dell’Atlantico, dove l’ipotesi di saldare dall’alto i debiti universitari (che negli Usa, la terra dei “liberi”, relegano migliaia di giovani a lavori servili e senza prospettiva, e alienando la formazione universitaria a molti altri) ha causato molto scalpore perché secondo gli “esperti” avrebbe creato un pericoloso “precedente morale”, dove il 21% dei bambini può vivere in condizioni di povertà assoluta ma dove vi è inflazione di armi e bagni “gender-neutral”, dove si può morire, e si muore, tranquillamente di malattie curabili perché si è troppo poveri. La libertà dei pochi vale più della vita stessa dei molti, perché il mio diritto di arricchirmi, reso possibile dalla mia violenza, non può essere attaccato dalle vostre pretese di vivere in pace. Se ogni sistema si è retto su di una serie di contraddizioni quelle del sistema liberlale sono tanto palesi e spaventose che ci si chiede come questo si possa in qualsiasi maniera appoggiare o giustificare. Sognando una non meglio specificata libertà hanno spianato la strada alla più brutale oppressione, perché dall’arena che per loro è la vita può uscire solo un vincitore, e nella competizione non esistono amici. Il liberalismo è l’ideologia della guerra, del suprematismo, delle discriminazioni, dell’annullamento della democrazia e di qualsiasi prospettiva di libertà e fratellanza. L’accentramento delle risorse e del potere procede spedito, ma quello che ora pochi egoisti viene percepito come apogeo sarà prodromo di una violentissima caduta: quando tutto il mondo sarà egualmente servo, sarà anche egualmente loro nemico, e allora si renderanno conto che i sofismi sui diritti contano poco contro la cruda materialità delle forche.

“Che rivoluzione abbiamo alle porte?” dal blog di Sollevazione

Degno erede dei padri fondatori»ì”, “l’uomo che tiene alto il sogno europeo”, “Colui che ha salvato l’euro”.

“C’è molto di più”, scrive tuttavia Repubblica, nella cerimonia svoltasi a Francoforte con cui Draghi ha lasciato il testimone alla Lagarde.

Sì, c’è molto di più.

La cerimonia, presenti tutti i primi ministri ed capi di stato dell’Unione è stata la più plastica raffigurazione di cosa essa sia: una confederazione slabbrata di regni e feudi il cui principale collante è la moneta unica, di qui la figura del banchiere centrale come reale imperatore. 

Spesso, per raffigurare il sistema neoliberista globale e individuare i membri della sua cupola pensante e strategica, si è ricorsi all’analogia storica con la Chiesa cattolica durante il Medioevo. Un nuovo clero si è scritto spesso, un ordine sacerdotale, con in cima una vera e propria curia. La cerimonia dell’altri ieri è stato infatti come un vero e proprio conclave, l’adunanza solenne con cui cardinali scelgono il Papa. Il super-banchiere non solo come imperatore, ma Papa allo stesso tempo, anzi uno stregone dai poteri straordinari e salvifici poiché in grado di padroneggiare le facoltà magiche di quel mistero che è la moneta.

Ciò che accade, detto per inciso, anzitutto nell’Unione europea, a dimostrazione che quest’ultima, del sistema neoliberista globale rappresenta la sua più avanzata depravazione bancocratica e finanziarista. A dimostrazione di una specie di circolare “eterno ritorno”, di una ripetizione di ciò che l’Europa ha già vissuto. Più il capitalismo avanza, ovviamente in nome del progresso, più esso sembra invece condannato a ricalcare un ordine politico e di classe piramidale di tipo feudale.

Io non so se si attagli a questa configurazione destinale la categoria di “capitalismo assoluto”. Quale che sia il nome che vogliamo dare all’ordine di cose esistenti, una cosa è chiara, esso non è solo post-democratico, esso è per sua natura anti-democratico.

Qui ci spieghiamo le fortissime spinte popolari e “sovraniste” che si fanno largo in Occidente e soprattutto dentro l’Unione europea. A dispetto del colore politico che esse assumono, la loro sostanza è intimamente democratica.

La rotta di collisione tra quest’ordine neo-feudale e le spinte “sovraniste” dei popoli è ineluttabile. Quale potrà essere l’esito di questa collisione? Sarà una rivoluzione popolare che come uno tsunami spazzerà via l’ordine di cose esistenti e con esso la sua onnipotente casta clericale di bancocrati.

Un nuovo 1789 più che un altro 1917.
Nessun dorma.

Articolo originale: https://sollevazione.blogspot.com/2019/10/che-rivoluzione-abbiamo-alle-porte-di.html?spref=fb&m=1

Un milione a Santiago contro la dittatura

Immagini commoventi quelle che da ieri affluiscono sulla rete riguardo alla colossale manifestazione dei cittadini cileni a Santiago. Più di un milione di manifestanti hanno bloccato la città come atto di protesta contro la violentissima repressione ad opera del nostalgico di Pinochet Piñera che ha già causato decine di morti e centinaia fra feriti e violentati, e contro il totale silenzio mediatico in atto. Se per ogni sassata tirata dai rampolli dei quartieri alti del Venezuela aveva risonanza mondiale, poco o nulla si sa delle manifestazioni in Cile, manifestazioni patriottiche e democratiche che da mesi contestano il sistema liberista, figlio della scuola dei “Chigago Boys” che ha reso il Cile uno dei paesi con più marcate disuguaglianze, dove persino acqua e pensioni sono gestite da privati speculatori. La prova di coraggio del popolo cileno è destinata a fare la storia e, in attesa di poterci unire a loro nella lotta nella nostra Italia, salutiamo queste donne e questi uomini che sfidano piombo e manganelli per tenere alta la bandiera della libertà.

L’alba di una nuova primavera

La storia sembrava finita. Lo dicevano dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del relativo blocco, lo speravano, speravano di poter dare inizio al loro incontrastato Impero millenario. Si sono dovuti ricredere, si stanno ricredendo e si ricrederanno. Mezzo mondo è in fiamme. Haiti, Colombia, Palestina, Ecuador, Cile, Honduras, Libano, Catalogna, Iraq, Francia, Sudan, Perù: ogni giorno nuovi scontri, nuovi morti, nuove battaglie, tutte unite da un filo conduttore ben preciso, ossia la rivolta ad un sistema socio-economico e morale che si è imposto ai popoli e contro di essi, un regime internazionale che a colpi di dissoluzione degli organi democratici, austerità e culto del profitto ha oppresso per fin troppo tempo l’Umanità. Siamo difronte agli esordi di una nuova Primavera dei Popoli. Il contagio rivoluzionario è possibile oramai, e non solo nelle periferie del sistema capitalista, ma all’interno del suo stesso cuore, l’Occidente autocratico e liberista. Anni di tensioni sociali rimaste latenti sono finalmente sul punto di scoppiare, alimentate dalla cupidigia di classi dirigenti inette e prone agli interessi dei gruppi lobbistici. Certo, non è detto che le proteste di questi giorni riescano ad avere uno sbocco che non sia solamente negativo, ossia riescano a produrre una modifica reale dello scenario politico e sociale, ma sono importanti segni della vitalità dei popoli. Tutte queste singole esperienze sono da contestualizzare in un più grande contesto di una lotta sociale e morale fra due schieramenti contrapposti, quello dei popoli e quello delle cosche che su di essi vorrebbero regnare. Occorre comprendere che non esiste un terreno neutro, che la presa di posizione è obbligata, e la negazione di ciò comporta anzi una scelta di campo ben precisa. Condannare qualche vetrina in frantumi o una macchina data alle fiamme è quanto di più meschino si possa fare oggi, sintomo non solo di totale ignoranza politica e della situazione contingente, ma anche di un’interiore malizia ben più grave di qualsiasi fraintendimento. Al posto di condannare i movimenti patriottici e democratici di liberazione che spontaneamente stanno sorgendo si dovrebbero anzi ammirare, e cercare di sfruttarne la risonanza per suscitarne l’emulazione. L’Europa, instupidita da decenni di propaganda liberista, è forse uno dei terreni più difficili, ma è anche il teatro di feroci contraddizioni, basti pensare alle cure chemioterapiche sospese in Grecia per mancanza di fondi e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza. L’Europa ha bisogno di dar fuoco alla minaccia. I Gilet Gialli sono stati un inizio di ciò, inizio ancora imperfetto e segnato all’interno da divisioni forse irrisolvibili che ne pregiudicano l’azione, ma occorre ora che il movimento si espanda. Ovviamente a tentare di impedire ciò stanno tutti i vari “populisti”, che da Salvini all’AFD tedesco passando per la Le Pen intercettano il dissenso e propongono soluzioni di compromesso o puramente estetiche, ma ciò non può durare per sempre. L’unica strada per l’emancipazione è la lotta di popolo, prima si capisce questo prima si potranno abbandonare capitani e filosofi da salotto al loro destino.

Fridays for Future: genesi e finanziatori

Circa un mese fa abbiamo pubblicato un articolo che parlava dei falsi miti sul riscaldamento globale e sull’ipocrisia della green economy e delle manifestazioni friday for the future.
Tuttavia quest’ultimo argomento lo abbiamo intaccato relativamente poco, parlando in linea generica del capitalismo e delle sue conseguenze dannose alla Natura.
Dobbiamo quindi parlare più dettagliatamente delle manifestazioni condotte da Greta Thunberg per comprendere meglio perché queste non mettano in dubbio i meccanismi reali che si celano dietro all’inquinamento messo in atto dal grande capitale.

Cominciamo quindi parlando della sedicenne Greta e da dove è partita questa manifestazione.
Tutto iniziò nell’agosto 2018, con un semplice cartellone: “Skolstrejk för klimatet”, cioé “sciopero per il clima”, posto al di fuori del parlamento Svedese.
Questa decisione venne presa da Greta a causa della situazione climatica anomala che si registrava in Svezia, saltando le ore di lezione posizionandosi fuori dal parlamento tutti i giorni fino alle elezioni, cercando di fare pressione affinché il Paese seguisse gli accordi climatici di Parigi.
Giunte le elezioni decise però di continuare queste manifestazioni ogni venerdì invitando gli studenti a “saltare” le ore di lezione. Ed effettivamente ci riuscì.
Incredibilmente nel giro di 2 Mesi queste manifestazioni si espansero in tutto il mondo.
Greta è figlia di un attore ed una cantante d’opera particolarmente celebre in Svezia, Malena Ernman; e quest’ultima, a soli 4 giorni dalla prima protesta messa in atto dalla figlia, pubblicò un libro: “Scenes from the heart”.
Qualche settimana dopo invece esce un secondo libro, questa volta scritto anche da Greta: “La nostra casa è in fiamme”, vendendo milioni di copie.
Tra i finanziatori/avvoltoi di Greta troviamo fin dai primi giorni Ingmar Rentzhog e Kristina Persson.
Il primo è un imprenditore, proprietario di “we do not have time” (slogan poi usato da Greta): anche lui ha avuto un bel po’ di successo visto che ha incassato ben 2,8 milioni di euro in 3 giorni grazie ad una campagna lanciata dalla Thunberg per l’azienda.
La seconda è un ex ministro dello sviluppo, “socialdemocratica”, molto avversa verso i “nazionalismi” e i “sovranismi”.

Che sia in un certo senso sfruttata come una “mucca da mungere” quindi l’abbiamo capito. Ma c’è ancora molto dietro.
La manifestazione non è semplicemente finanziata da questi “4 gatti”, bisogna nominare soprattutto la ONE Campaign.
Questa è infatti una società che fa da sponsor e da principale organizzatore del fridays for the future, e se andate a controllare sul sito ufficiale dell’organizzazione (https://www.one.org/us/about/financials/) troverete tutti i finanziatori.
Tra questi possiamo citarne alcuni: Coca-Cola, Kraft, Cargill, América móvil, E-bay, Bloomberg, Bank of America, Open society foundation, Apple, Microsoft, e Google.
Tra le persone celebri che fanno parte della “board of directors” e che sono finanziatori dell’organizzazione invece possiamo citare: Bono Vox (cantante degli U2 che finanzia anche diverse ONG), l’ex primo ministro britannico David Cameron, Lawrence Summer (segretario della tesoreria degli Stati Uniti), Tom Freston (CEO della Mtv e Paramount), Bob Iger e sua moglie Willow Bay (Iger è un imprenditore, amministratore delegato della Disney; avrete sentito tutti il recente acquisto della Fox, rendendo la Disney quasi un monopolio del cinema e della televisione).

Già, proprio la Coca-Cola: questa, insieme a Pepsi e Nestlē, è responsabile del 45% dell’inquinamento della plastica presente negli Oceani.
Queste aziende ogni minuto immettono nell’Oceano una quantità di plastica pari a quella di un camion. Ogni minuto.

Proprio la Kraft: sottogruppo della Mondelēz, una dei più grandi oligopoli dell’alimentare e responsabile di una grande quantità dell’inquinamento della plastica.

Cargill: una multinazionale statunitense che opera nel settore agroalimentare. Quest’azienda è così green che ha fatto disboscare vaste aree della Foresta Amazzonica (Brasile) per piantare immense quantità di soia OGM. Questa azienda è presente anche in Italia e fornisce molte aziende.

América móvil: un operatore di telefonia mobile Messicano presente in tutto il continente Americano.

E-bay: il noto sito di commercio online, una piattaforma che spedisce al dettaglio migliaia di prodotti. Evidentemente i mezzi di trasporto per molti non sono inquinanti.

Bloomberg: una delle più grande aziende mediatiche che non fanno nient’altro che spargere bufale e propaganda imperialista per creare consensi alle repressioni mandate avanti da Israele contro la Palestina (oltre al fatto che diversi dirigenti di Bloombeg siano di origine Israeliana), e alle guerre mandate avanti dagli Stati Uniti e dalla NATO; ci sono riusciti in Libia e in Siria, e ora cercano di iniziarla, anche economicamente, col Venezuela, l’Iran e la Cina.

Bank of America, fa già ridere così: una delle più controverse banche presenti in una delle più controverse nazioni che finanzia una manifestazione “ambientalista”.

Open society foundation: una organizzazione molto influente sul piano geopolitico ed economico, con a capo George Soros; di quest’ultimo potremmo facilmente scrivere un libro da 1000 pagine elencando tutti i crimini commessi contro l’Umanità.
Le sue mail e vari suoi documenti sono stati inoltre trapelati, ad affermare le accuse contro di lui già abbastanza fondate.
Soros è alla guida di più di 50 fondazioni sparse nel mondo, ed ha influenzato enormemente le guerre, i conflitti, i colpi di stato, e le “rivoluzioni colorate” degli ultimi 25-30 anni. Soros è finanziatore della sanguinaria Hillary Clinton e di Emma Bonino, l’amante dell’austerità che ansima nel tagliare i servizi sociali.
Di Soros avremmo molto da parlare, magari in un prossimo articolo.

Apple, Microsoft, e Google: i tre colossi dell’high tech, proprio quel settore che è responsabile del 14% dell’inquinamento terrestre.
Apple è anche celebre per le scelte “green” che ha fatto negli ultimi anni; queste scelte hanno portato addirittura all’emissione 0, ma continuano comunque ad acquistare materie prime inquinanti prese da altre aziende inquinanti che le prendono da territori “sfruttati”, di questo parleremo tra poco.
A capo della Microsoft, come tutti sanno, c’è Bill Gates. Probabilmente molti di voi sapranno della sua filantropia e del suo aiuto presso i Popoli Africani. Niente di più falso: la “Bill and Melinda Gates Foundation” ha infatti finanziato nel 2009 uno studio sugli effetti di certi vaccini contro il cancro cervicale, e ovviamente su chi avrà condotto queste sperimentazioni? Su 16.000 ragazze di età compresa tra i 9 e i 15 anni in India.
Riassumendo, per evitare di distaccarci troppo dall’argomento principale, queste ragazze furono in poche parole costrette a subire sperimentazioni in cambio di pochi “spiccioli”: i consensi da parte dei genitori (visto che queste ragazze erano minorenni) furono falsificati, spesso con delle impronte che non combaciavano con quelle dei genitori effettivi (essendo analfabeti firmano in genere con delle impronte). E non solo, 120 ragazze ebbero convulsioni epilettiche, mestruazioni precoci con sanguinamenti eccessivi, altre morirono. Stessa sorte accadde a 14.000 bambini, questa volta in Colombia, vittime degli stessi aguzzini.
Le autorità giustificarono la morte di questi ragazzi dicendo che si fossero tutti suicidati buttandosi poi da dei pozzi.
Infine Google, colosso del web ma non solo: si è scoperto relativamente di recente che collaborò col pentagono senza che i dipendenti ne fossero a conoscenza; a seguito delle proteste Google rifiutò la partecipazione ad un progetto con il pentagono, continuando comunque a collaborare con esso su diversi ambiti, tra cui il funzionamento e la ricerca di certi droni militari.
Per non parlare ovviamente, riguardo tutti i colossi dell’high tech, degli scandali sulle violazioni della privacy, dell’obsolescenza programmata, e delle tasse eccessivamente basse che tra l’altro hanno il coraggio di evadere (visto che ormai sono più potenti loro che gli Stati nazionali).

Di quel 14% dell’inquinamento terrestre, provocato dall’industria high tech, il 45% proviene dall’immensa energia utikzizata per far funzionare i vari “cloud” delle varie aziende, mentre il restante proviene principalmente dalla produzione degli hardware (telefoni, tablet, pc, cuffie, e tutto il resto).
Parliamo quindi di questa produzione.
Per produrre questi hardware è praticamente indispensabile un certo materiale: il coltan.
L’80% del coltan utilizzato proviene dalla Repubblica Democratica del Congo; qui, le miniere in cui si estrare il coltan hanno provocato la morte di circa 11 milioni di persone, secondo i dati delle Nazioni Unite.
Queste miniere non appartengono sostanzialmente a nessuno, e basta avere un esercito privato per venire a possesso di questo materiale particolarmente utile.
Esistono guerre continue in Congo: mercenari assoldati da varie aziende che combattono tra di loro per acquisire il controllo delle miniere; e pur di farlo bruciano villaggi, centinaia di villaggi dati alle fiamme con migliaia di abitanti.
E ovviamente, le vittime sopravvissute non avendo più niente per vivere, sono costrette a lavorare in queste miniere per un massimo di 3 dollari al giorno.
E non è finita qui: questo minerale è radioattivo e quindi dannoso alla salute. Che lo sappiano o meno i lavoratori (o schiavi) non importa: centinaia, migliaia muoiono ogni anno per un motivo o per un altro a causa di queste estrazioni del coltan.
Ti può crollare la miniera addosso; non mangiando abbastanza, se sei un bambino o una donna (già, lavorano anche loro, e non hanno il diritto di guadagnare più di 1-2 dollari al giorno) potresti venir a meno delle forze e quindi morire; potresti morire a causa del brigantaggio e degli attacchi da parte dei mercenari; potresti infine morire di cancro o di altre malattie. E se sopravvivi è scontato che hai dovuto pagare un prezzo troppo alto, non sareste più gli stessi: è praticamente impossibile non perdere dei cari in queste situazioni, ed è improbabile uscirne fisicamente illesi.
Questo coltan andrà poi trasportato (con delle navi incredibilmente inquinanti) in delle fabbriche, in genere presenti in Paesi asiatici ancora sottosviluppati.
I lavoratori, anch’essi sottopagati seppur più “agiati” dei compagni Africani, ovviamente verranno a contatto con questi minerali radioattivi.
Una volta finito il prodotto avrà una “vita” media di 2-3 anni, perché le industrie high tech hanno incredibilmente bisogno di questa obsolescenza programmata, in modo tale da incentivare il consumismo e quindi i profitti. Vengono prodotti infatti 1,5 miliardi di telefonini l’anno per una popolazione di 7,6 miliardi di Persone, di cui solo 2,7 miliardi con la possibilità di acquistarne uno.

Quindi, che sia Greta cosciente o meno di tutto questo è relativamente insignificante, ciò che importa davvero è che i manifestanti prendano coscienza dell’ipocrisia che si cela dietro alle manifestazioni del fridays for future.
Manifestare è senza ombra di dubbio legittimo, ma non si può indire una manifestazione pretendendo che rimanga apolitica, specialmente se parliamo di manifestazioni che riguardando questioni come quella dell’ambiente.
La politica è tutto. Qualsiasi istanza che esula dalla vita assolutamente individuale è politica. Ancor maggiormente politica è qualsiasi proposta che voglia, per combattere l’inquinamento, limitare produzione, scambi e consumi…ma forse è meglio parlare di mozziconi.

Ancora sangue e repressione in Cile

No, non è Kabul né tantomeno qualche villaggio della Siria settentrionale: le immagini di blindati dai quali escono soldati ad armi spianate vengono dal Cile, dal “moderno” e “liberale” Cile. Avevamo già parlato delle manifestazioni di contrasto al governo liberista che si suaseguono da mesi (http://www.giovineitalia.org/il-fantasma-di-pinochet-sul-cile-di-pinera/) ma ora la situazione sembra essersi scaldata ancor di più. L’esercito e i “carabineros” sparano sugli studenti, travolgono i manifestanti che lottano contro le riforme liberiste ed antidemocratiche del nostalgico di Pinochet Piñera. Ovviamente silenzio da parte dei media: non si guarda in casa agli amici. Ci auguriamo in una rapida insurrezione popolare e la deposizione di un governo autoritario e antipopolare, una rivoluzione che ridia speranza non solo al Sud America, oggi in fermento, ma a tutto il mondo.

Oggi a Santiago