Mazzini e i suoi limiti

Nel analizzare l’operato e le idee di una personalità storica ci si scontra sia con incontrastati meriti sia con limiti dettati dal contesto o dalla stessa persona. Giuseppe Mazzini non è un caso differente, ed è necessario quanto dovuto saper riconoscere i “punti deboli” del suo pensiero, le sue contraddizioni ed errori. Il suo ruolo nella storia dell’Italia moderna e la sua importanza nel movimento rivoluzionario sono indiscussi, la sua fede e la genuinità della sua lotta a favore del popolo e per una sua totale e completa emancipazione altrettanto. Si deve però convenire che non sempre il patriota genovese seppe avere una visione chiara su determinati eventi o situazioni, o formulare soluzioni concrete a problemi concreti.

Mazzini precursore

Fra i più grandi meriti di Giuseppe Mazzini vi è sicuramente quello di essere stato un precursore delle lotte sociali e democratiche contemporanee. A lui va il merito di aver tentanto di veicolare alle masse un messaggio di liberazione, seppur in maniera misticheggiante ed evangelica. Altri prima di lui avevano promosso le medesime idee, anche esprimendole in maniera più violenta e diretta, ma nessuno era mai riuscito ad uscire dalle anguste mura di una setta, un cenacolo di pochi intellettuali che per quanto volenterosi mancavano totalmente della preparazione pratica alla vita politica. E’ il caso di Filippo Buonarroti, giacobino in Francia, sostenitore della “Congiura degli Eguali” e poi delle sette degli “Apofasimeni” (alla quale aderirà Mazzini) e dei “Sublimi Maestri Perfetti”. Nello specifico, il pensiero di Buonarroti vedeva già in una prospettiva di classe la problematica sociale, ma ad egli mancava il legame pratico con la classe stessa. Fondò sette iniziatiche dedite alla preparazione di complotti e congiure a favore del popolo, ma di questo mancò sempre non solo il supporto, ma persino l’attenzione.

Filippo Buonarroti ormai anziano

Mazzini sin dal 1931 volle creare, senza riuscirci, un’organizzazione che potremmo dire “di massa”, rivolta al popolo, ed in particolare al popolo minuto, non ad un ristretto gruppo di intellettuali. per questo si premurò di diffondere il contenuto sociale della Rivoluzione, cercando sempre però di non allontanare con estremismi verbali la borghesia che tramite le sue donazioni rendeva possibile la preparazione delle insurrezioni e la vita clandestina e che, secondo lui spaventata dai socialisti, aveva permesso il colpo di stato di Luigi Napoleone. “Proclamate l’intento SOCIALE della rivoluzione, enunciatelo al popolo: chiamate le moltitudini all’opera: l’onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non operate se non per migliorare il loro destino: scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA E LIBERTÀ da un lato, e dall’altro DIO È CON VOI: fate della Rivoluzione una religione: un’idea generale che affratella gli uomini nella coscienza di un destino comune, ed il martirio. Ecco i due elementi eterni di ogni religione”. E possiamo leggere come sul giornale “Apostolato Popolare” si affermi come “il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo”, da realizzarsi tramite un “programma particolare” degli operai, che devono combattere anche in quanto tali. Per questo sono necessarie strutture associative e la capacità di sottrarsi alla tirannia dell’analfabetismo.

Mazzini maestro a Londra

Così lo stesso Mazzini, esule a Londra, nel 1840 convinse degli operai italiani a fondare una scuola gratuita ed aperta a tutti avente come scopo l’educazione dei figli dei proletari, nella quale insegnò lo stesso Mazzini senza richiedere compenso alcuno. La stessa scuola, oramai casa per centinaia di studenti, arrivò a patrocinare gli incontri e gli eventi di associazioni operaie. La carità, seppur bizzarra, era sopportabile dall’Inghilterra reazionaria, ma il permettere al proletariato di parlare di politica in termini progressisti e rivoluzionari no, ed iniziarono ad arrivare le prime proteste da parte dell’alta società e gli aperti atti d’ostilità. Mazzini si stava scontrando con una realtà che lui, forse per educazione, non sembrava comprendere: la borghesia osteggiava ogni rivendicazione reale del proletariato perché timorosa di perdere il proprio potere, di vedere intaccati i propri privilegi. Per lui la questione era intimamente morale, fondata sull’educazione e sui principi sui quali essa si basava, non materiale. La borghesia si comportava in un tale modo, applicava determinate leggi e non si curava delle sorti del popolo perché “avvelenata” dall’ideologia dei diritti individuali. Con la Repubblica e il rovesciamento del paradigma dei valori sarebbe stata spontanea una rinuncia attiva a tutti i privilegi economici di questa classe, con una collaborazione con gli elementi proletari per arrivare ad una società senza classi, priva di egoismi e conflitti. Da un lato l’educazione, dall’altro l’associazione sindacale e produttiva degli operai, il tutto guidato da solidi principi morali che vedevano in Dio la sorgente stessa di un piano che indiscutibilmente tende all’uguaglianza e al progresso, ma che dal lato pratico pecca di ingenuità e di messianico ottimismo. D’altronde lo stesso Mazzini, questa volta in “Fede ed Avvenire”, testo del 1835, afferma come sia controproducente aspettarsi un aiuto genuino e sincero da parte dei monarchi, poiché essi giammai potrebbero rinunciare al potere faticosamente conquistato a favore della plebe. Perché dunque pensare che la borghesia, in specie la potentissima borghesia industriale o creditizia, possa fare altrettanto? La visione del genovese era limitata alla sua città natale, da sempre città mercantile, dove tutti, o quasi, erano in qualche modo “borghesi”. Pensando a questa classe la sua mente immaginava principalmente le botteghe delle sue vie natali, i farmacisti, i dottori come suo padre, i notai: quella piccola borghesia da secoli presente in Italia che condivideva aspirazioni, problemi e ricchezze con la stragrande maggioranza dei concittadini. Venutosi a scontrare con il terribile mondo industriale fatto di workhouses, criminalizzazione della povertà, interi quartieri composti da nauseabonde catapecchie abitati dal sottoproletariato londinese lui non poté che condannare ed osteggiare tale stato di cose, ma la soluzione da lui proposta era troppo “italiana” per un mondo del genere. Se gli appelli alla moralità e alla giustizia potevano, forse, animare il dottore del nord Italia (come successe a suo padre, capitano della Guardia Nazionale), erano lettera morta per il magnate petrolifero o ferroviario, l’industriale o il proprietario di miniere.

i moti di Milano in una stampa d’epoca

Fu il 1948 il vero punto di svolta: la borghesia iniziava ad avere paura, a temere che le rivendicazioni “liberali” diventassero “democratiche”, che si passasse da una critica ai dazi doganali ad una alle disuguaglianze sociali. Gli scioperi operai di Parigi avevano fatto alzare la guardia a tutti i ceti abbienti, in Italia preoccupati sopratutto perché questi avvenivano anche in solidarietà alla Repubblica Romana, che di per sé, con le sue stramberie sull’eguaglianza, i prestiti forzosi, l’educazione pubblica e l’assistenza sociale, era comunque fonte di turbamento per l’ala più liberale e moderata dello schieramento politico. Caduta la repubblica, Mazzini si trovò solo: da una parte moltissimi sedotti, volenti o nolenti, dalle sirene dei Savoia, oramai percepiti come unica speranza per l’unità nazionale, dall’altra i rubinetti dei tradizionali finanziatori ermeticamente chiusi, come altrettanto chiuse erano le porte delle case di persone che erano a lui state amiche. Testimonianza di ciò è l’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853, organizzata completamente da operai guidati dallo stesso Mazzini, i quali assalirono gli austriaci praticamente privi di armi ed invisi alla cittadinanza agiata. La lista dei 16 insorti fucilati dopo la repressione del moto è eloquente sulla partecipazione al moto: garzoni, falegnami, maestri , facchini, venditori di latte. Karl Marx stesso ammirò questo tentativo rivoluzionario, ma condannò fermamente l’impreparazione e la scarsa organizzazione imputate a Mazzini, da lui chiamato sarcasticamente Teopompo: ” «L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo. Ed è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa […] Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami e delle sue tirate contro il popolo francese, è un risultato molto meschino. È da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi […] In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione.»

Mondi sconosciuti: le campagne

Tornando indietro di due anni un altro tentativo rivoluzionario era stato tentato, la Spedizione di Sapri, dove troveranno la morte Carlo Pisacane e molti altri patrioti. Nato nella parte d’Italia più di tutte ancora legata al latifondo e ad un’economia totalmente agricola, Pisacane conosceva benissimo, o almeno pensava di conoscere, un mondo che a Mazzini restò sempre lontano: quello rurale. Le società di metà ‘800, pur ad industrializzazione in corso, era ancora sopratutto una società rurale. Questo vale come norma generale, poi andando ad analizzare il caso particolare si riscontrano situazioni di urbanizzazione e di industrializzazione già molto avanzate, pensiamo all’Olanda o all’Inghilterra, con Manchester e Londra in testa. Anche se le masse operaie erano di discendenza contadina, originatesi dal pauperismo cinquecentesco, il loro ambiente d’origine non perse d’importanza. Le masse rurali erano la chiave di volta per la Rivoluzione, e Pisacane questo lo sapeva. Quello che però non si aspettava era la constatazione dell’immensa presa che, a dispetto di fame e soprusi, avevano ancora le autorità ecclesiastiche e i vari notabili locali sui poveri contadini. Fu così che dipinto come brigante Pisacane venne assalito dalla stessa plebe che voleva liberare. La perdita dell’amico e compagno rattristò molto Giuseppe Mazzini, che vide in questo fatto una conferma del suo pensiero maturato già decenni prima: i contadini non riescono a recepire il nostro messaggio, sono ora impermeabili ad ogni propaganda politica. Tentativi erano stati fatti, e si contano consigli da parte sua alle società operaie affinché estendessero l’opera di propaganda al contado, ma non ci furono mai tentativi più energici. Antonio Gramsci terrà conto di questo in una critica al movimento democratico risorgimentale, che generalmente non seppe farsi portatore di una “riforma agraria” che avrebbe potuto essere il punto di svolta in una battaglia contro la monarchia che sarà poi persa.

Il rapporto con la proprietà e la lotta di classe

“Non bisogna abolire la proprietà perché essa oggi è di pochi, bisogna aprire le vie perché i molti possano acquistarla”. Questa frase tratta dal “Dei Doveri dell’Uomo”, del 1860, potrebbe apparire in contraddizione con altri elementi del pensiero sociale di Mazzini, come il passaggio alla proprietà sociale delle aziende e il conseguente decadimento di quella che lui stesso definiva “tirannia” del Capitale sul lavoro e del salariato, schiavitù moderna. La concezione della proprietà che egli ebbe non permette un paragone fra le sue affermazioni in merito e quelle di altri pensatori politici. Quando Marx parlava di abolizione della proprietà privata, Mazzini, che Marx non lo lesse mai se non tramite articoli di giornale (“Giuseppe Mazzini” di Roland Sarti”), era convinto di trovarsi difronte all’idea di uno Stato assoluto proprietario di tutto dalle fabbriche agli effetti personali, uno stato più che totalitario. Visione distorta e anch’essa ingenua del pensiero marxista? Certamente. Mazzini, come anche Pisacane, fece proprio il motto “Associazione e Libertà”, dove entrambi i concetti erano indispensabili al progresso umano. Difendendo la proprietà, dove per questa si intendeva, e i suoi testi lo confermano, la proprietà dei frutti del proprio lavoro e i propri personali possessi, il genovese difendeva la libertà del singolo e delle comunità. “Padrone libero della totalità del valore della produzione che esce da voi”: questo è l’indirizzo del progresso sociale prospettato ai lavoratori, coniugazione, seppur vaga, di eguaglianza e di libertà. ma come ottenere questa emancipazione? Qui, purtroppo, ritorna l’ingenuità idealista e la Provvidenza. E’ proprio questa ad essere garante del moto libertario della condizione del proletariato: la sua emancipazione è progetto divino, ineluttabile. Noi uomini dobbiamo unicamente incamminarci lungo questa strada associando il capitale e il lavoro, ponendo nelle mani dei lavoratori, oramai tutti eguali, la gestione dei vari mezzi di produzione, creati dall’impegno degli stessi lavoratori o ceduti da una borghesia che non vuole più essere tale. L’educazione e la morale tornano ad avere un ruolo primario e privilegiato: alla lotta di classe si oppone una metafisica assunzione di tutte le persone, ora “gente” slegata ed egoista, al “Popolo”, con conseguente abbattimento di ogni classe sociale, in una società dove le uniche distinzioni sarebbero state quelle generate dall’inclinazione personale e dalla volontà. Una situazione da raggiungersi “gradatamente e pacificamente”, perché il vero problema risiede nella moralizzazione dell’Italia. Si ripetono le nostre conclusioni già prima esposte: buonissimi propositi di una società socialista e libertaria resi nella prassi irraggiungibili da un pacifismo evangelico che più che malizioso potremmo definire miope, poiché focalizzato unicamente all’ideale e solo di riflesso impegnato nella materialità. Occorre dire che, seppur senza trarne le dovute conseguenza, Mazzini constatò e seppe rispondere energicamente alle posizioni antidemocratiche ed antipopolari della borghesia, e ciò avvenne sempre all’interno della Repubblica Romana, unica esperienza in cui egli poté tentare la costruzione di un progetto statale, seppur soggetto alle contraddizioni di un’assemblea eletta a suffragio universale composta da un ampissimo spettro di parlamentari, dai socialisti come Quirico Filipanti ai reazionari monarchici. Si tratta dei forzosi “prestiti” che la Repubblica obbligò ricchi borghesi e latifondisti ad erogare, ed un poco conosciuto decreto, firmato da Mazzini stesso, che così commentava Antonio Gramsci sull’Avanti! il 26 luglio 1917:

“Mazzini offrì al popolo non il vano nome di libertà, che può anche essere il morir d’inedia, bensì la redenzione del pane e del lavoro: e fra i primi provvedimenti fu diminuito il prezzo del sale […] e specialmente fu bandito un decreto 15 aprile 1849, che è ancor oggi il maggior documento che Mazzini abbia elevato a se stesso nel cuore di ogni cosciente proletario! Con grato animo verso il suo ideatore rileggiamo insieme il breve e rivoluzionario decreto, che porta precisamente la sua firma e fu probabilmente da lui stilato <<Articolo 1°- Ogni famiglia povera, composta di almeno 3 individui, avrà a coltivazione una quantità di terra capace del lavoro di un paio di buoi, corrispondenti ad un buon rubbio romano, cioè due quadrati censuari, pari a metri quadri 20.000. Articolo 2°- I vigneti saranno dati a coltura all’individuo senza che sia richiesta famiglia, e verranno divisi in ragione della metà dell’indicata misura>>. Oggi i socialisti non potrebbero accettare un simile provvedimento perché lo stimerebbero inefficiente nella pratica ed inadeguato allo sviluppo economico della società, ma esso ha segnato allora la negazione aperta del diritto di proprietà, un tentativo di dare la terra e gli strumenti del lavoro ai lavoratori. Per questo può essere ricordato come esempio e come monito.”

Un rapporto ambiguo, dunque, sottomesso più alla mala-interpretazione delle idee straniere che ai miraggi di una pacifica ed ordinata società utopica, Il Mazzini reale ci svela come la borghesia stessa possa essere “punita” e la sua proprietà violata se essa non accetta l’avvenire di eguaglianza e libertà congruo alle idee da lui esposte, ma tutto non riesce ad avere ricadute pratiche, e i principi vengono proclamati nell’astratto, ed affidati nella realtà alla Provvidenza e all’interpretazione di Mazzini stesso. Bolton King osserva: “Mazzini pare che mai si domandasse quale sarebbe il destino ultimo del suo piano cooperativo; se l’avesse fatto avrebbe dovuto avvedersi che, sia pure per via diversa, sarebbe finito di necessità nel collettivismo”.

Conclusione

Giuseppe Mazzini, con i suoi limiti e il suo limitato spazio d’azione, rappresenta ancor oggi un esempio a cui guardare non solo per la sua opera sociale e politica, ma anche per le sue qualità di instancabile rivoluzionario, capace di cadere mille volte e sempre di rialzarsi. Nemmeno con la morte venne meno la sua opera ed il suo esempio, che venne raccolto dalle migliaia di società operaie evolutesi poi in sindacati e del Partito Socialista, dai suoi più giovani amici come Aurelio Saffi, dai volontari garibaldini in gracia nel ’92, nel ’98, in Francia nel ’14 e in Spagna nel ’36. Ancora attuali sono i suoi moniti nei confronti del materialismo, poiché l’interesse materiale, se non posto alla tutela di un più ampio disegno, che lui dipingeva come morale e religioso ma di cui altre interpretazioni sono possibili, è soggetto alla degenerazione in egoismo, in ricerca dell’utile materiale. Corretti con una sana dose di realtà, che possiamo dire bilanci il suo idealismo, i suoi scritti sono fonte d’inestimabile valore per la crescita politica, e la sua biografia patrimonio di tutti gli oppressi e gli uomini che anelano alla libertà, convinti che l’avvenire debba avere il libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti.

Mazzini e la rivoluzione sociale

Un patriota dimenticato

Giuseppe Mazzini. Una delle figure più importanti del nostro paese…e tuttavia una delle più dimenticate ed ignorate. Nonostante sia stato tra i padri ideali dello stato repubblicano, la sua figura è reclusa nei libri di testo e nelle sempre meno partecipate commemorazioni istituzionali in suo nome.

Giuseppe Mazzini fu un rivoluzionario, un pensatore, un Apostolo. La sua imponente figura dovrebbe essere onnipresente nella coscienza di ogni italiano, di ogni uomo libero, ma così non è.

Tutti lo conoscono per le varie agitazioni e i moti popolare, pochi per la sua fede politica e quasi nessuno per il contenuto sovversivo e superbamente attuale di questa. Vogliamo, perciò, rendere omaggio a questo grande Uomo svelando il Mazzini nascosto, il suo pensiero sociale ed economico, passato in sordina per troppi anni.

Fra Robespierre e Giansenio

Giuseppe Mazzini nacque a Genova, in una strada a pochi minuti di distanza dal porto, da Giacomo Mazzini, medico ex-ufficiale della Guardia Nazionale, e Maria Drago, pia donna originaria di Pegli, animata da forti sentimenti religiosi che la portarono ad abbracciare la rigida scuola giansenista. Ebbe come precettore due religiosi, anch’essi seguaci di Giansenio, tali Luca De Scalzi e Stefano De Gregori, i quali sin da subito notarono la caratura morale e l’intelligenza dell’allievo. E’ in queste quattro figure che sono da rintracciarsi le origini del suo pensiero, animato da un fervore inestinguibile, da un’incrollabile fedeltà alla causa e da un’intransigenza tali da suscitare stima ed ammirazione negli stessi nemici. Scrisse di lui Klemens Von Metternich, Cancelliere dell’Impero Asburgico:


«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.»

Questo suo animo fu manifesto sin dalla giovane età: dovette abbandonare gli studi di legge dopo una diatriba scoppiata a causa del suo rifiuto di lasciare il posto a sedere nella Chiesa, dove era obbligato a confessarsi dall’Università, ai cadetti del Reale Collegio d’Austria.

Gli istinti repubblicani, l’ortodossia, l’intransigenza e il bisogno di vedere “non il ricco o il potente nel prossimo, ma l’uomo” sono la radice di quello che sarà il suo pensiero e la sua azione. Esule, ricercato, imprigionato, eternamente in fuga, clandestino e perseguitato Mazzini non interromperà la sua attività rivoluzionaria e il suo “apostolato popolare”. Questa locuzione, che diverrà il titolo di un giornale da lui diretto, è un’importante chiave di lettura per il suo operato che è “apostolico”, in quanto mirato a diffondere una Verità, un Verbo di liberazione da annunciare al mondo, e “popolare”, in quanto indirizzato al popolo, ai lavoratori, agli umili e agli oppressi.

L’Uomo e i suoi doveri

Inizieremo dalla fine, dal “Dei Doveri dell’Uomo”, pubblicato nel 1860 , vera e propria summa del pensiero Mazziniano. Il testo, indirizzato agli operai italiani, ribalta la concezione “canonica” del diritto, ponendo questo come frutto di un dovere compiuto. Cosa significa ciò? Significa porre la libertà del singolo non più come possibilità astratta, ma come condizione raggiungibile solo tramite la liberazione collettiva, significa porre gli uomini in uno stato di interdipendenza e solidarietà comunitaria. Mazzini scrive ciò in polemica con i pensatori liberali ed individualisti, che, ponendo la libertà del singolo come limite, causavano la nascita di privilegi e disparità.

Il capitolo dedicato alla questione economica approfondisce la critica al liberalismo, portandola dal piano politico-filosofico a quello sociale. Il salariato sarebbe la prosecuzione dei sistemi servili precedenti, da abbattere e superare affinché i gli uomini possano divenire “produttori liberi, padroni della totalità della produzione che esce da loro” . Il salario, e di conseguenza il sistema capitalista, sono quindi un giogo per nulla antitetico rispetto al sistema feudale, ma anzi prosecuzione degli stessi principi gerarchici, egoisti e basati sul privilegio. Difatti, la potestà economica appartiene solo alla classe dei capitalisti, i quali soli sono i padroni di “promuovere, indugiare, accelerare, dirigere verso certi fini” la produzione. Il capitale risulta quindi “despota del lavoro”, in quella che Mazzini definisce “piaga della società economica contemporanea”.

Se il salariato è oppressione, l’associazione è libertà. Le stesse meccaniche che gettano le basi per la democrazia politica svolgono lo stesso ruolo per quella economica. Essa, “progresso di tutti per opera di tutti” non mira esclusivamente a fini materiali, ma ad opera pedagogica e quindi ad un miglioramento morale. Solo da associato l’uomo è libero, poiché così in grado di moltiplicare le proprie forze al fine di sopravvivere e farsi creatore di storia. La società democratica e repubblicana auspicata da Mazzini vedrebbe la ricchezza ripartita equamente a seconda del lavoro compiuto, infatti egli stesso scrive che “qualunque è disposto a dare, per il bene di tutti, ciò ch’ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono”. A conclusioni simili arrivava il rivoluzionario russo Vladimir Lenin, che nel suo “Stato e Rivoluzione”, parlando della dittatura del proletariato, afferma che il sistema economico durante la fase di transizione debba seguire la logica di chiedere a ciascuno secondo le sue capacità, e dare a ciascuno a seconda del merito.

La critica di Mazzini non si limita al sistema del salario, ma si espande a tutto il mondo dell’economia di mercato. “Gli economisti”, egli scrive, “libertà di traffici, libertà di commercio, abbassamento progressivo dei dazi […]incoraggiamenti alle grandi imprese, alle macchine che rendono più attiva la produzione: questo secondo loro è quanto deve fare la Società: ogni altro intervento è, per essi, sorgente di male”. Questo pensiero porta a incrementare la produzione senza pensare all’uomo, reificandolo e condannandolo ad un’esistenza bestiale, infatti “sotto il regime di “libertà” che essi predicano […] i documenti ci mostrano un aumento della produttività e dei capitali, non della prosperità universalmente diffusa: la miseria delle classi operaie è identica a prima”. Progresso tecnico che si tramuta in ricchezza per pochi, in supplizio per i molti. Gli operai “esposti continuamente alla mancanza assoluta di lavoro all’arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari” non possono essere cittadini, non possono conoscere la Libertà, ma unicamente una condizione mai ferma e sicura.

La “questione morale”

“Tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale […] lavorano almeno dieci, dodici, talvolta quattordici ore della loro giornata, e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica. Insegnare ad essi il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, è, nell’ordine sociale attuale, una vera ironia”. In questi termini Mazzini commentava quella che è una caratteristica di ogni analisi del sistema capitalista, ossia l’alienazione del lavoratore, non solo di egli dal suo lavoro, ma addirittura dalla sua natura umano, che lo vorrebbe “sociale e progressivo”. L’operaio, inebetito e reso non più ricco, ma in ultima analisi più povero, dalla sua giornata lavorativa non ha né il tempo né l’energia per rendersi conto della sua situazione, per immaginare un mondo diverso da quello in cui mattina dopo mattina è costretto a svegliarsi e a lottare per poter sopravvivere. Mazzini anticipa di un secolo con le sue semplici, concise ed evocative parole tematiche che saranno proprie della Scuola di Francoforte, a dimostrazione di come il sistema capitalista non sia mai mutato nella sua essenza.

Senza progresso morale non può esserci vera emancipazione politica. Solo il Dovere, ossia il lottare non per sé stessi esclusivamente, ma per la collettività e il sé in essa inserito, può garantire vera Democrazia, vera eguaglianza, vera libertà. Senza la consapevolezza che l’uomo davanti a noi è Uomo, è dotato di dignità, di un’anima direbbero i credenti, può instillarci quel rispetto e quella compassione che riserviamo ai fratelli. “Tutti gli uomini sono uguali perché la Natura gli ha resi necessari i medesimi bisogni” sosteneva Carlo Pisacane, intimo amico e compagno di Mazzini. La differenza fra i concetti dai due, come sostenne lo steso Mazzini, fu puramente terminologica: il primo poneva la questione in termini puramente materiali, il secondo aggiungeva la spiritualità al discorso, ma il punto d’arrivo ed il significato sono i medesimi. La moralità è dunque un fatto concreto, e l’azione materiale fatto morale, in quanto causa di cambiamenti all’interno della mente, diciamo noi, o dello spirito, avrebbe detto Mazzini, umana. Il rapporto è ambivalente: tanto lo spirito influenza la materia quanto la materia lo spirito. Sia che a questo termine vengano dati connotati religiosi o meno, il tutto rimane invariato: non può esistere progresso in un campo senza una controparte in quello “opposto”. La rivoluzione deve essere dunque “politica e social al contempo”, senza cadere nell’errore di chi vorrebbe cambiare unicamente la forma del sistema, un avvertimento ancora valido ai giorni nostri.

Mazzini e il socialismo

Per capire l’opera di questo pensatore occorre contestualizzarlo nel clima culturale dell’Italia di inizio ‘800, con un’istruzione ancora per la maggior parte saldamente nelle mani del clero e un’economia prevalentemente agricola quando non segnata da una piccola manifattura lontana dalla rivoluzione industriale. La Genova in cui Mazzini crebbe, arretratissima rispetto alle città tedesche o inglesi, era tuttavia una delle realtà più moderne del panorama italiano. Capito questo, è facile comprendere come mai Mazzini non seppe ragionare in termini sufficientemente pratici riguardo alla condizione operaia, che egli sperimentò in maniera diretta solamente rifugiatosi esule a Londra. Una volta trovatosi nella grande capitale, non esitò a condannare il sistema delle “workhouses” e le condizioni di indicibile sfruttamento a cui erano sottoposti i proletari, sopratutto gli immigrati, ai quali Mazzini offrì i suoi servizi, organizzando associazioni operaie, tenendo lezioni elementari ai loro figli e promuovendo l’emancipazione culturale tramite pamphlet e giornali.

Mazzini si rendeva conto nella necessità di dotare gli operai di un loro programma politico, di rendere essi stessi Cittadini di un nuovo Stato, come esplicita nell’edizione dell’Aprile 1842 di “Apostolato Popolare”: “Braccia di operai assaltarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d’operai rovesciarono Carlo X: che cosa ottennero le moltitudini dall’insurrezione del 1830? […] Mancava agli operai un ordinamento speciale, mancava l’espressione de’ loro bisogni. L’operaio accettò il programma di classi ordinate da secoli, non diede il suo.”. D’altronde, l’influenza giacobina aveva lasciato l’impronta, sia su di lui, tramite il padre, che nell’ambiente patriottico italiano, rifiorito sotto le “Repubbliche Sorelle”.

Nonostante le sue intenzione, Mazzini non ebbe mai gli strumenti, potremmo dire anche linguistici, per mettere per iscritto un programma più chiaro e formale di quello espresso nei suoi scritti. Si può vedere come lo stesso Pisacane, fermamente socialista, risentì dell’allora arretratezza culturale dell’Italia ottocentesca, utilizzando termini filosofici e scientifici mischiati ad una sincera e ragionata critica sociale senza mai, però, arrivare ad una formulazione razionale di un programma politico operaio.

Il movimento operaio italiano deve enormemente al contributo di Mazzini e di Garibaldi, i quali furono i primi ad incentivare e promuovere la formazione di associazioni di mutuo soccorso e di rappresentanza dei lavoratori. Se prima l’associazionismo politico era stato dominato dal “club” di derivazione francese illuminista, adesso, grazie all’operato di questi due eroi del Risorgimento, questo mondo si apriva ad una dimensione meno elitaria e dai connotati schiettamente popolari.

La nota polemica con Marx trae origine da due fattori: la già menzionata diversità del contesto della formazione dei due pensatori, e una sorta di conflitto generazionale che provocava in uno la volontà di mettere in ombra quello che fino a quel momento era stato il leader del movimento insurrezionale europeo, nell’altro una triste invidia, acuita anche dalla vecchiaia, data dal successo riscontrato dalla teorie marxiste fra i lavoratori. Ciò che Marx analizzò con il suo materialismo dialettico, Mazzini vide ancora legato all’idealismo romantico. Questo non lo falsò nell’analisi, ma non gli diede gli strumenti per impostare un discorso “moderno” per il resto d’Europa. Egli stesso ammetteva che le idee “alla base del comunismo, del fourierismo, del sansimonismo […] sono in massima parte buone, ma rovinate spesso dai mezzi con le quali vengono attuate”. L’interesse materiale non è sufficiente per Mazzini a garantire il progresso: serve riconoscere all’uomo una dignità intrinseca, serve vederlo, appunto, Uomo. Solo così si può evitare che, combattendo contro una tirannide, un ex-schiavo sfrutti la sua forza per opprimere nuovamente quelli che furono i suoi compagni di sofferenza. Inoltre “il cambiamento dovrebbe rendere migliori, non solo materialmente felici”, quella del Mazzini era una paura derivata dall’aver vissuto a stretto contatto con quella scuola liberale tanto in voga nell’Italia del nord, scuola individualista che a più riprese tradì la comune causa dell’indipendenza, appoggiando ora “l’Austria Felix”, ora i Savoia, ora i disegni neoguelfi, ora l’intervento straniero: tutte ipotesi aberrate dal patriota italiano.

La coscienza di classe dovrebbe porre rimedio a questo, e qui si può vedere come anche nei pensatori più materialisti come Marx la comunità abbia un ruolo essenziale. Essa infatti non è negata dalla materia, essendo un qualcosa derivato dalla vita concreta della nostra specie, ma dall’altro lato anche concependola in maniera ideale non cambiano i rapporti di fratellanza e di solidarietà che dovrebbero vigere all’interno di essa. Ci si accorge quindi che non esiste una vera dicotomia, che la realtà è una, e che Marx, Mazzini, Buonarroti, Pisacane, Saint-Simon la vedevano semplicemente da una prospettiva diversa, animati però dalle stesse esigenze di giustizia sociale e di libertà. Poco importa il punto di partenza, quando le strade sono parallele (anzi, complementari) e il punto d’arrivo, spurgato dagli artifici della lingua, rimane il medesimo: una società dove a regnare sono l’eguaglianza, la giustizia e la libertà.

Resoconto incontro-dibattito sull’Unione Europea tenutosi a Genova il 13 Aprile 2019

Nella giornata di ieri si è tenuto, nella sede di un sindacato genovese, un incontro per discutere dell’Unione Europea, della sua natura e delle sue contraddizioni, del modo in cui il Capitalismo oggigiorno si esplica, del libero mercato, dell’assenza dello stato dalla vita sociale ed economica, del paese, dell’imperialismo ad esso connesso e l’incessante costruzione di un regime continentale, Un’ottima occasione per chiarire, anche con esponenti esterni di altri movimenti e del mondo sindacale, le posizioni che possono essere accomunabili e i punti cardini da tenere fissi nella mente. La conversazione ha, poi, toccato alcuni vicende storiche, quali la rivoluzione francese e bolscevica, il concetto di società capitalista secondo scrittori e storici e i principi filosofici e morali sui quali questa si basa, concludendo con un’analisi sulla figura di Mazzini e i suoi rapporti con altri esponenti europei del movimento anti-classista e democratico.

Punto centrale della discussione è stato, come da programma, il rapporto fra l’Europa, l’Unione Europea e il Capitalismo. Come più volte ripetuto nel corso dell’evento, essendo l’Ue espressione della classe padronale europea, essa non può che avere interessi distinti ed opposti rispetto ai popoli, i quali, per fronteggiare questo mostro imperialista, sono tenuti ad associarsi in nome dei comuni principi di fratellanza, libertà ed eguaglianza.