Mazzini, John Brown e la guerra di guerriglia

Pubblichiamo questo saggio del professor T.M. Roberts dal titolo “La rilevanza delle idee sull’insurrezione di Giuseppe Mazzini nella crisi schiavile degli Stati Uniti degli anni ’50 dell’800”

La rilevanza delle idee sull’insurrezione di Giuseppe Mazzini nella crisi schiavile degli Stati Uniti degli anni ’50 dell’800


DI T.M. Roberts
Agli inizi del 1859 il noto abolizionista americano John Brown si trovava nei territori di frontiera dell’Arkansas, pianificando la fuga di undici afroamericani, ex-schiavi i quali erano stati da lui sottratti ai precedenti padroni, in Canada, dove avrebbero potuto essere liberi. Il suo raid fu un assoluto successo, e ciò lo indusse a pianificare una ancor più ardita azione nel cuore stesso della schiavitù, da attuarsi lo stesso anno ad Harpers Ferry, nello stato della Virginia. Tuttavia, catturato da dei marines in un arsenale federale da lui occupato durante il suo fatale attacco, Brown sarà poi impiccato con l’accusa di aver incitato gli schiavi alla rivolta, un crimine punibile con la pena di morte negli stati schiavisti.
Nonostante il suo successo in Arkansas, Brown non manifestava particolare gioia. Prima di incamminarsi verso il Canada sostenne che gli Stati Uniti si trovassero “alla vigilia di una delle più grandi guerre della storia”, nella quale “la schiavitù potrebbe trionfare e con ciò porre fine a tutte le aspirazioni degli uomini per la libertà”. Brown disse che se nel 1860 le elezioni sarebbero state vinte dal candidato abolizionista del Partito Repubblicano sarebbe scoppiata la guerra, perché gli interessi sudisti, saldamente agganciati allo schiavismo, avrebbero portato questi stati in rotta con l’Unione. Egli aggiunse anche che difficilmente in questa guerra essi si sarebbero trovati da soli, poiché avrebbero avuto “l’appoggio morale e materiale degli stati europei, fino all’annientamento del repubblicanesimo americano e all’abbattimento della libertà.
Una precedente generazione di storici evidenziò gli ovvi difetti del disperato assalto ad Harpers Ferry e l’ossessione di Brown con la schiavitù per dipingerlo come squilibrato e prossimo alla totale follia. Tuttavia, più recentemente molti studiosi hanno rifiutato l’idea di un Brown fuori dalla realtà, leggendo il suo presunto sguardo profetico alla luce delle tensioni fra Nord e Sud che il suo raid avrebbe sicuramente generato. Il piano di Brown è stato attribuito alla sua mentalità protestante calvinista, che lo portò a pensarsi come strumento per la liberazione degli schiavi e nell’estrema sicurezza nella volontà degli schiavi di insorgere.
Per questi motivi gli storici hanno posizionato giustamente John Brown al centro della spiegazione sul perché una guerra civile sia scoppiata negli Stati Uniti a metà del diciottesimo secolo, pur contestando la razionalità delle sue azioni. Un altro aspetto dell’importanza di Brown risiede nell’influenza degli eventi e delle idee rivoluzionarie europee nella sua riuscita carriera di cospiratore abolizionista, in particolare le idee e la figura di Giuseppe Mazzini.
Similmente alla trattazione scolastica delle vicende di John Brown, gli storici che enfatizzano la deviazione del risorgimento italiano dagli obbiettivi di Mazzini di una repubblica unita ed indipendente sottostimano la sua importanza. Tale visione suggerisce la definizione di un Mazzini, come accade per Brown, dogmatico o utopistico, poiché fermi sulle proprie posizioni quando altri cercavano un pratico compromesso. Ma agli occhi dei contemporanei nessuno dei due uomini era visto come irrilevante nel contesto dei rispettivi movimenti nazionali insurrezionalisti. I radicali europei interpretarono correttamente il raid di Harpers Ferry come un segnale della diffusione dello sconvolgimento rivoluzionario al di là dei confini europei, e Karl Marx arrivò a definirlo come uno dei sue “più sconvolgenti fatti che accadono ora nel mondo”. Sia i liberali che i conservatori videro nel raid e nella successiva esecuzione di Brown il rifiuto da parte dell’America delle riforme liberali. Nello stesso periodo William Lloyd Garrison e Margaret Fuller, i leader dei movimenti abolizionisti e femministi statunitensi, vedevano Mazzini come un punto di riferimento. Egli presto aiuto ai riformisti americani nella difesa delle loro posizioni secondo le quali la democrazia americana, nonostante la presunta tranquillità, sarebbe stata a rischio.
Il ripensamento delle precipitose azioni di John Brown mostra egli non come “un insignificante truffatore di frontiera e meschino ladro di cavalli”, come sostenne un’iniziale vulgata revisionista, ma anzi come un professionale studioso di politica e tattica militare dal respiro transatlantico. Brown visse in un periodo nel quale il sistema schiavistico, tollerato ad entrambe le sponde dell’Atlantico, sembrava godere di ottima salute. La Costituzione degli Stati Uniti proteggeva la schiavitù là dove questa esisteva, e nel 1857 la Corte Suprema stabilì l’impossibilità di conferire la cittadinanza ai neri americani. Inoltre, sia l’Inghilterra che la Francia espressero la loro vicinanza alla Confederazione nei primi momenti della guerra, in una postuma conferma della paura di Brown di un possibile supporto al Sud da parte delle monarchie e dalle dittature europee. Il Proclama di Emancipazione, con il quale il presidente Lincoln affrancava tutti gli schiavi degli stati secessionisti, bastò a malapena ad indurre la neutralità dei governi a Londra e Parigi. Lo stesso Lincoln, un abolizionista moderato, subito condannò il raid di Brown a Harpers Ferry, e con l’inizio delle ostilità fu dapprima ostile all’abolizione della schiavitù, sostenendo che l’emancipazione sarebbe stata equivalente al raid di Brown, ma su ampia scala. Fu alla fine solo per una “necessario provvedimento di guerra” che il Proclama fu emanato. Brown, dunque, ebbe gioco facile ad anticipare che i governi su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero avuto a che fare con la fine della schiavitù in America. Ma questa sua anticipazione di un’empia alleanza fra i conservatori europei e gli schiavisti americani nel 1859 non fu la prima volta in cui espresse le condizioni americane nei termini di sviluppi europei. Per decadi egli studiò le tattiche insurrezionali e di guerriglia dei movimenti patriottici europei al fine di replicarle nel territorio statunitense. Come Mazzini, anche Brown votò la sua vita alla diffusione degli ideali repubblicani ed al potere delle classi diseredate dei suoi compatrioti, se necessario anche attraverso un atto rivoluzionario violento e redentore.
Interessanti parallelismi si possono notare fra la carriera rivoluzionaria di John Brown e gli scritti sulla guerra per bande di Carlo Bianco di Saint-Jorioz, promotore dei moti repubblicani in Piemonte del 1821. Bianco passò i successivi anni fra Spagna, Malta e Grecia, prima di diventare negli anni ’30 un sostenitore della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, pubblicando nel frattempo due studi sulle tecniche di guerriglia nei quali produsse diverse interessanti considerazioni. Egli sostenne che un piccolo gruppo di uomini, “da dieci a diecimila”, e consci della “natura dei luoghi, del carattere degli abitanti e delle risorse del paese” sarebbero stati capaci di scatenare un movimento insurrezionale su larga scala. Il comandante della banda avrebbe dovuto consultare sia mappe che il territorio stesso scelto per la guerra di guerriglia, identificato idealmente in aree “dove il nemico principale dispone di fabbriche d’armi, arsenali e magazzini […] da attaccare per impossessarsi delle armi […] o almeno per renderne l’utilizzo impossibile al nemico”. Egli sarebbe dovuto essere comunque in grado, nelle fase iniziali, di “recuperare legno e metallo, facilmente reperibili, e di costruire con essi picche e lance”, oltre ad essere sempre preparato a compiere qualsiasi atto per “assicurarsi la distruzione dei tiranni e di tutti i loro sgherri, dei loro strumenti e di ogni loro difensore”. Solo essendo famigerato il capobanda avrebbe potuto accrescere le proprie forze per assicurarsi “il sicuro successo dell’impresa”.
Diversi aspetti dei successi di Brown sottolineano l’applicazione dei principi esposti da Bianco. Egli guidò due dozzine di uomini nella riuscita difesa di una città occupata dalle forze antischiaviste in Arkansas contro 400 attaccanti, e con gli stessi uomini attacco Harpers Ferry. Iniziò già negli anni ’30 a studiare l’area montagnosa nei pressi della città, subito notando le caratteristiche strategiche del luogo. Disse all’abolizionista Frederick Douglass nel 1847: “Dio ha dato la forza delle colline alla causa della libertà; esse sono colme di fortificazioni naturali, dove un uomo in difesa ne vale cento all’attacco. Il mio piano è quello di iniziare con venti, venticinque uomini, rifornirli con armi e munizioni e portarli di tanto in tanto, a seconda delle occasioni offerte dalla sorte, per i campi, e qui indurre gli schiavi a seguirci, cercando e scegliendo fra loro i più resistenti ed audaci”.
Già un migliaio di picche erano state preparate per gli schiavi fuggitivi che stimava si sarebbero uniti alla sua banda, ai quali sarebbero stati aggiunte le armi requisite dall’arsenale di Harpers Ferry, il quale ospitava 100.000 fra fucili e moschetti. Nel Kansas, Brown accompagnato da quattro dei suoi figli e altri tre dei suoi uomini giustiziarono quattro schiavisti, portati fuori dalle loro case e smembrati a colpi di spada. La vedova di uno di questi testimoniò in seguito che Brown disse che “avrebbe tolto la vita con la stessa freddezza con la quale consumava i suoi pasti ad ogni uomo che si sarebbe interposto fra lui e ciò che era giusto”. Da qui vennero le inquiete parole di Herman Melville, nelle quali Brown divenne “Weird John Brown”. Ebbe così inizio la sua reputazione di uomo impavido e senza scrupoli.
Probabilmente fu a causa della frequentazione di Hugo Forbes, inglese dapprima volontario a difesa della Repubblica di Venezia nel 1848 e poi con Garibaldi, che Brown venne a conoscenza delle idee teorizzate da Bianco. I due si conobbero negli anni ’50 a New York, dopo aver avuto entrambi esperienze dirette dell’Europa rivoluzionaria. Brown attraversò la Francia, la Germania e probabilmente l’Austria nel 1849, tenendo traccia degli scontri e dei combattenti. Il suo studio della battaglia di Waterloo lo convinse della debolezza delle teorie militari tradizionali sulla concentrazione delle truppe, e l’analisi dei lenti movimenti delle truppe austriache lo convinse dei vantaggi delle manovre rapide.
Le esperienze pregresse di Forbes colpirono a tal punto Brown da suscitare in lui la volontà di chiedere all’amico di dare nuovamente alle stampe un piccolo manuale di tattica militare da lui scritto, chiamato “Il manuale del volontario patriottico”, nel quale Forbes sottolineava come la “guerra detta insurrezionale sia l’unica possibile quando il tiranno impedisce alle sue vittime la possibilità di divenire esperte nell’uso delle armi.”. Come già fatto da Bianco, anch’egli aveva come principale riferimento la guerriglia antinapoleonica in Spagna, la quale venne più volte menzionata anche da Brown nei suoi studi. Il libercolo di Forbes venne dedicato ai “volontari italiani rivoluzionari che sono ansiosi di preparare se stessi alla guerra di guerriglia, poiché le circostanze alle quali ho assistito nel biennio ’48-’49 hanno mostrato ai miei occhi la necessità di un manuale scritto appositamente per i patrioti”. Vi era inoltre una sezione della Giovine Italia attiva a New York fra il 1840 ed il 1850, guidata da un tale Eugenio Foresti, detto “Felix”, un esule dei moti carbonari, ma senz’altro già Forbes anticipò la possibilità da parte dei patrioti opposti alla tirannia di trovare nel “Manuale” un utile strumento. Sulla copertina dello stesso vi era riportata l’opinione di un quotidiano sovversivo newyorkese secondo il quale il testo “avrebbero dovuto essere consegnato ad ogni persona emigrata verso l’Arkansas”. Non furono di certo le azioni di un folle quelle di Brown, ma anzi la pianificata applicazione di tattiche rivoluzionarie già sperimentate nei paesi mediterranei.
Nel “Manuale” Forbes espresse come il successo di un’insurrezione popolare fosse legato all’utilizzo della forza, non semplicemente alla correttezza di una causa. Una giusta causa portata avanti con scarse capacità strategiche non avrebbe avuto la fortuna di divenire “Rivoluzione”, ma di essere sconfitta come semplice atto di brigantaggio, e che sebbene “la penna possa preparare la mente degli uomini al cambiamento, è la spada che decide definitivamente fra la libertà e la schiavitù”. Questa sua enfasi sull’esecuzione pratica dello scontro più che su i suoi moventi ideali è in qualche modo sorprendente data l’importanza attribuita da Forbes a Mazzini, meritevole di aver “fornito materiale atto a creare insorti”: “chi in tutta Europa ha fatto tanto quanto Mazzini per preparare gli uomini al cambiamento?”. Tale valutazione mette in discussione l’interpretazione della politica di Mazzini come utopica. Infatti, fondando la Giovine Italia, Mazzini enfatizzò il ruolo dell’insurrezione, in quanto è solo attraverso la guerra per bande che una nazione può emanciparsi dal giogo straniero. Ma Mazzini non era un esperto militare. La critica spesso ha ridicolizzato “i suoi piani di conquista del Regno di Napoli con ventidue uomini”, o “l’invasione dell’Italia in duecento”. Similmente al giudizio dato alle azioni di Brown, quelle di Mazzini sono state più volte accusate di essere state “eccessivamente amatoriali”. Al suo processo fu chiesto sarcasticamente a Brown cosa stesse cercando di fare in Virginia, ed egli rispose di “essere venuto con diciotto uomini con l’obbiettivo di liberare gli schiavi e di porli nella condizione di difendere la libertà conquistata”. Brown e Mazzini condivisero l’idea del loro ruolo come quello di liberatori messianici delle masse afflitte mediante la guerra insurrezionale, e questo ostacolò la loro capacità di giudizio militare. La reverenza di Forbes verso Mazzini non era dovuta tanto ad una particolare brillantezza strategica, quanto ad altri elementi del suo pensiero in materia del processo d’unificazione nazionale.
Forbes si unì alla banda di Brown in qualità di istruttore ed esperto tattico, ma prestò tradì il suo compagno rivelando i dettagli del piano al Congresso degli Stati Uniti, il quale misteriosamente non fece nulla per impedirlo. Questo voltafaccia è attribuito alle diverse interpretazioni della capacità degli schiavi di impegnarsi in un’azione militare di tale portata. Tuttavia, questa spiegazione entra in contrasto con la precondizione posta da Forbes stesso per l’ingresso nella banda, ossia di non starsi recando in Kansas “unicamente per liberare i bianchi”. Forbes, dati i suoi trascorsi europei e il suo lodare Mazzini, può essere definito come un repubblicano radicale, il quale servì ideali rivoluzionari in America e negli Stati Uniti basandosi sull’idealistica convinzione della capacità delle masse di dimostrare sentimenti repubblicani. Attraverso Forbes e Mazzini Brown si fece portatore della transatlantica aspirazione di agire in una guerra insurrezionale in nome dei contadini e degli schiavi americani. I discorsi e gli scritti di Mazzini delineano una personalità affine a quella di Brown. Mazzini non era di certo un calvinista, ed era ostile alla corruzione della Chiesa Cattolica, e delineava la sua appartenenza “ad una fede più alta il cui tempo non è ancora giunto; e fino a quel momento la manifestazione cristiana rimane la più sacra rivelazione al sempre progressivo spirito dell’uomo”. Come fece Brown, anche Mazzini lesse e rispetto il regicida britannico Oliver Cromwell, il quale fu oggetto di diversi studi storici negli anni ’40 fra Stati Uniti ed Inghilterra. Sempre secondo Mazzini il Risorgimento italiano necessitava di martiri testimoni della volontà degli italiani di morire per la propria libertà e capaci col loro gesto di infondere consapevolezza politica. Nella sua ottica appariva sbagliata la condanna di “una popolazione schiavizzata armata di pugnali”. Tali sommosse, sebbene fallimentari per mancanza di mezzi o di capi preparati, erano da valutarsi comunque positive in quanto capaci di diffondere agitazione. Nell’introduzione ad un’edizione degli scritti di Mazzini pubblicata a ridosso della sua morte da Lloyd Garrison egli notò come “i dispotici governanti europei sembravano dare a Mazzini il dono dell’ubiquità, attribuendogli la paternità o la partecipazione a qualsiasi complotto tentasse di rovesciarli”. Mazzini capì l’importanza della leadership rivoluzionaria, ma sottolineò come “il rivoluzionario trascura la tattica, e commette migliaia di piccoli errori, redenti dalla proclamazione di massime generali prima o poi utili”. Contraddicendo Karl Marx, egli decretò “l’Unità della razza umana” e “l’educabilità di tutte le persone”. Ma affermò anche, e questo è un punto dimenticato da chi vide in lui solo un visionario, l’obbligo in una repubblica democratica di redistribuire le terre dai possidenti ai contadini, in modo da creare “una più equa divisione della ricchezza” […]
Con queste posizioni Mazzini si guadagnò un ruolo particolare nei punti di riferimento del movimento abolizionista e di quello femminista negli USA. Ovviamente egli era maggiormente impegnato nella lotta per l’emancipazione europea, e ammoniva i repubblicani americani di non dimenticarsi dei loro fratelli europei in lotta contro quella che era definita “schiavitù bianca” in Italia, Polonia ed Ungheria. A differenza di Kossut, il rivoluzionario ungherese il quale in visita negli States si rifiutò di denunciare le barbarie della schiavitù nella speranza di vincere il supporto economico degli schiavisti, Mazzini attaccò razzismo e schiavitù supportando il programma della “Young America”, definì quella abolizionista una “santa causa” e supportò l’estensione del diritto di voto ai neri dopo l’Emancipazione (atto con cui non solo venne a tornare la fiducia in Europa circa la democrazia americana ma anche contribuì a “vendicare” la guerriglia di Brown) William Lloyd Garrison salutò la mazziniana “rivendicazione etica dei diritti inalienabili dell’uomo e della sovranità popolare che dovrà trovare risconto nella liberazione di ogni servo”. Ma questo campione della causa abolizionista, nonostante un’indole non violenta, implicitamente afferma e riconosce un principio mazziniano che lega l’unificazione italiana alla battaglia anti-schiavista americana: l’ottenimento di un sistema repubblicano tramite l’insurrezione violenta. Disse Garrison: “è senza dubbio meglio vedere gli oppressi rivendicare i propri divini diritti con la forza delle armi, e donare il proprio corpo nella lotta, che osservarli nascondersi dietro il potere dispotico”. Similmente la femminista Margaret Fuller trovò in Mazzini “un grande uomo, l’anima ispiratrice dei patrioti di questa epoca”. Diversamente da Hugh Forbes, il quale enfatizzava l’importanza dei successi sul breve periodo della guerriglia nazionalista, Fuller credeva che “gli uomini come Mazzini vincono sempre, vincono anche nella sconfitta”. Ella si trovava in Europa come corrispondente del New York Times durante i moti del ’48, avendo così l’opportunità di essere testimone diretta della lotta per la liberazione dell’Italia. Fu in questi momenti che sorse in lei il supporto per gli ideali abolizionisti e il movimento democratico italiano. Queste due cause, viste come intersecate, furono da lei propugnate dalle colonne dei giornali. Inoltre, si impegnò per la distruzione degli stereotipi e difendendo le capacità dei democratici. Supportò la creazione di milizie cittadini per opporsi agli Asburgo, e giunse fino ad applaudire all’assassinio di Pellegrino Rossi. Durante l’attacco da parte di Napoleone III mirato a reinsediare il Papa Pio IX in città, la Fuller cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica americana e il suo governo chiedendo l’invio di cannoni e munizioni per la difesa della città.
Il suo supportò alla causa italiana e alla Repubblica Romana era da lei visto anche come un mezzo per combattere la schiavitù. A Roma egli esclamò: “Che piacere ho a pensare ora agli abolizionisti! La loro causa è degna dell’estremo sacrificio, per la liberazione di un grande paese da una terribile piaga”. Sul Tribune ella descrisse l’incontro con un americano il quale contestava la legittimità della Repubblica Romana poiché “i romani non sono come noi (degni della repubblica)”. La Fuller trovò questo arrogante viaggiatore americano rivoltante poiché parlava “come si usa per la schiavitù a casa nostra: se degli uomini sono afflitti e sottomessi da cattive istituzioni, essi non sono adatti a migliori condizioni”. Per molti americani era un pensiero allarmante quello di “masse degenerate”, dentro o fuori dagli Stati Uniti, fautrice di rivoluzioni. A Roma la Fuller descrisse come molti americani non avessero “fiducia nelle “nazioni sentimentali”. Ungheresi, Polacchi ed Italiani sono troppo espansivi, ardenti per loro”. Non era una coincidenza il suo supporto proprio per questi paesi, la cui sottomissione Mazzini descrisse come “schiavitù bianca”. Come sostenuto anche dal genovese, per la Fuller “la capacità rivoluzionaria e la virtù di essa non sono certo fatalmente affossate in Italia, e di esse di sono rivelati degni gli italiani semplicemente resistendo alla tirannia asburgica e borbonica”. Nella sua visione gli schiavi americani avrebbero dovuto insorgere avendo come obbiettivo la liberazione, provandosi così allo stesso modo degli italiani degni delle istituzioni repubblicane. L’influenza di Mazzini la portò quindi ad abbracciare l’idea di una violenza rivoluzionaria redentrice.
Ciò nonostante fu chiaro come dagli anni ’50 la controrivoluzione spadroneggiasse oramai su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mentre la Fuller moriva tragicamente in un naufragio nei pressi di New York, cadevano uno dopo l’altro tutti i tentativi di resistenza democratica sorti nel ’48-’49, compresa la Repubblica Romana, che cadde senza aver ricevuto il riconoscimento diplomatico americano. L’influenza di Mazzini in Italia sembrava ormai in declino, e con l’approvazione di dure leggi contro gli schiavi fuggitivi, il governo americano sembrava intenzionato a difendere il potere degli schiavisti contro le sempre più disperate tattiche degli abolizionisti.
In questo aspro scenario si trovò ad agire Brown in Arkansas, ma le sue azioni qui non erano che l’inizio. Ancora andava pensando all’Europa. In un idiosincratico trattato egli sostenne che gli schiavi non avrebbero dovuto desistere dall’utilizzare la violenza per difendersi, ricordando la simpatia che era stata espressa per “i polacchi oppressi dalla Russia, i greci dai Turchi e gli ungheresi da Austria e Russia combinate”. Queste lotte a lui mostravano come la lotta per la vita da parte di uomini coraggiosi, e forse di successo, avrebbe avuto più considerazione e supporto che le pene accumulate da più di tre milioni di neri sottomessi”. Similmente disse alla moglie: “Vi è un grande insieme di eventi interessanti che stanno accadendo dentro e fuori questa nazione, e nessuno sa prevedere cosa accadrà. L’Europa potrebbe presto ardere in una fiamma. Non dico di queste cose se non che gioisco per loro nella piena consapevolezza che Dio sta portando avanti il suo eterno compito in tutti loro”.
L’Europa rivoluzionaria aveva fornito a Brown prove sia materiali che “celesti” per la sua attività rivoluzionaria. Nel frattempo, constatando che “la natura umana è la stessa in ogni dove”, egli anticipò che “se agli schiavi si desse insegnamento delle arti meccaniche e di ogni altra faccenda si rivelerebbero pienamente capaci di autogovernarsi”.
Aveva apparentemente pianificato di indirizzare gli schiavi liberati in accampamenti lungo i monti Allegheny, ma per far questo si sarebbe resa necessaria “una violenta separazione degli schiavi dai padroni”. Per questo non era avverso agli spargimenti di sangue, perché “l’utilizzo delle armi avrebbe dato ai neri la prova della loro mascolinità: nessuna persona può lottare per la libertà senza fiducia e rispetto per se stessa”. Brown riuscì a mantenere una visione strategica anche a ridosso della sua morte, dopo il fallito attacco ad Harpers Ferry ed il suo arresto: “sarò incredibilmente più utile da impiccato che in ogni altro luogo”. Arrivò anche a plaudire ad un titolo di un giornale, “La Virginia lo renda un martire!”. Il suo piano di “liberare masse di lavoratori senza terra attraverso l’uso di una forza potenzialmente mortale al fine di dimostrare la virtù civica dei lavoratori, acquisire per essi educazione e terre, ed abbracciare il ruolo del martire” era colmo di echi mazziniani.
Il processo d’unificazione dell’Italia negli anni ’60 seguì un percorso antitetico rispetto alle idee di Mazzini: perdita di fede nelle capacità insurrezionali indigene, il supporto di Napoleone III, un monarca straniero, e la supremazia monarchica. Ma se al tempo la figura di Mazzini sembrò meno rilevante nella marcia italiana verso l’indipendenza, i suoi scritti sulla guerra di guerriglia e sul suo significato andarono ad innestarsi sulle vicende americane, in una nazione che stava interrogandosi sulla capacità dei lavoratori di essere cittadini. La sua concezione dell’insurrezione come dimostrazione di virtù civica e consacrazione del suolo attraverso il sangue dei martiri aiutò a convincere i riformisti americani della necessità e della giustificabilità dell’utilizzo di mezzi violenti. In particolare, la dottrina di Mazzini formò gli ideali del piano d’azione terroristica di John Brown. Ironicamente, il suo fallimento ad Harpers Ferry, il quale scatenò poi la guerra civile, fu dovuto al fatto che i suoi piani per la sollevazione degli schiavi non andarono in porto: in altre parole, fu il fallimento americano di uno dei calcoli di Mazzini sulla guerra di guerriglia a portare l’America sulla strada della guerra civile, la quale permise ad un altro suo elemento di compiersi.
Le relazioni fra le attività rivoluzionarie di John Brown e la successiva guerra civile sono un aspetto sottovalutato non solo dell’America del diciannovesimo secolo, ma anche della dimensione Atlantica della crisi sezionale americana: in un’epoca di guerre civili democratiche su entrambe le sponde dell’Atlantico, la violenza del Kansas, di Harpers Ferry e poi della guerra civile costituiscono un qualcosa di simile ad un ’48 americano. A supporto di questa interpretazione, è doveroso ricordare la spiegazione del presidente Lincoln data alla commemorazione di Gettysburg nel 1863, teatro della più sanguinosa ed importante battaglia del conflitto. Nel suo discorso sul campo di battaglia Lincoln valutò il conflitto come la lotta dell’America per far si che “il governo del popolo, dal popolo, per il popolo non muoia sulla terra”. Questa frase è abitualmente considerata una pietra miliare dell’epigrafica americana. Ma Lincoln stava facendo eco alle parole di Giuseppe Mazzini, che scrisse nel 1833 che la “Giovine Italia vede la rivoluzione per il popolo, dal popolo e per il popolo”. La scelta lessicale di Lincoln tanto quanto le azioni di John Brown testimoniano la dimensione americana del patriottismo democratico di Mazzini. Duecento anni dopo la nascita di Mazzini, è attuale il ragionamento sulle sue opinioni in merito all’utilizzo della violenza al fine di costruire il sentimento nazionale e la democrazia.
Tradotto da Leonardo Sinigaglia

“I miei fratelli mi vendicheranno”. Vita e morte di Jacopo Ruffini

Ruffini. Ai più, specie se studenti, questo nome evocherà molto probabilmente il noto ed utile teorema, sicuro compagno delle scuole superiori e, a volte, degli studi universitari. Jacopo Ruffini, o i suoi fratelli, verranno in mente a pochi. Magari gli appassionati di storia possono avere familiarità col nome, ma questo non è che una nota a piè di pagina, un breve paragrafo, uno dei tanti nomi della nostra storia. Sicuramente la sua breve vita non gli diede modo di costruirsi un nome più “grande”, ma occorre sempre ricordarsi che non si tratta di un Cavour, di un Carlo Alberto o di un La Marmora, ma di uno dei “cattivi” del Risorgimento, di quelli che cospirava contro i pretesi “padri della Patria” sabaudi. La parte di Ruffini uscì sconfitta, la parte dei suoi assassini vittoriosa. Ecco perché per lui oggi ci sono solo vaghe e retoriche targhe, mentre per gli altri vie e monumenti a non finire,

La storia di Jacopo Ruffini procede assieme e si interseca a qulla dell’amico fraterno Giuseppe Mazzini: nati lo stesso giorno dello stesso anno condivideranno i luoghi, le amicizie, le frequentazioni, finanche gli studi universitari e l’esperienza cospirativa. Diversa sarà la fine.

Venuto alla luce il 22 giugno 1805 da una famiglia della piccola nobiltà, Jacopo crebbe in un ambiente familiare meno “democratico” di quello dell’amico Mazzini. Il padre, per quanto di tendenze liberali, rimaneva un fervente monarchico, distante anni-luce dalle idee sovversive del figlio. Come tutti i giovani della Genova altolocata ricevette un’istruzione privata dapprima in legge, poi in medicina. Nella città ligure benessere era sinonimo non tanto di latifondo, ma di traffici commerciali, e la famiglia si sarebbe aspettata questo da Jacopo, un rispettabile e proficuo impegno mercantile, ma il suo temperamento e i suoi forti ideali non potevano essere costretti dalle mura di una bottega: egli sognava la Libertà, per tutti gli individui, per tutti i popoli, per sé e per la sua città, che in 10 anni aveva più volte cambiato padrone senza che mai venisse meno il servaggio. La famiglia Mazzini fu per lui una seconda casa. I rapporti erano strettissimi non solo con Giuseppe, ma anche con i suoi genitori. Giacomo, il padre di Mazzini, indirizzò Jacopo allo studio della medicina, carriera che aveva ipotizzata per il figlio, ma alla quale questo dovette rinunicare per diversi spiacevoli svenimenti alla vista del sangue. Ruffini si laureò, ma non fu questo l’unico grande avvenimento di quela parte della sua vita: nel 1829, sotto la spinta di un Mazzini più che mai galvanizzato dalla scoperta del mondo delle società segrete, entrò nella Carboneria. Presto si compresero i limiti di questo mondo: piccoli gruppi di uomini sconnessi dalle masse, per quanto dotati di membri valenti e colti, non avevano serie prospettive rivoluzionarie. Fu per questo che nel ’31 fu tra i fondatori della Giovine Italia. Lo stesso anno salì al trono sardo Carlo Felice. Il nuovo Re portava, come sempre avviene ad ogni cambio di sovrano, grandi aspetative di riforma, le quali però sembravano più concrete e realizzabili: Carlo aveva un passato abbastanza ambiguo fatto di simpatie liberali e carbonare, Certo, non un democratico, ma abbastanza per essere sfruttato dai giovani sovversivi. Carlo era posto, retoricamente, davanti ad una scelta: essere colui che sarebbe passato alla storia come il più illuminato dei Savoia, il che avrebbe portato a piccoli ma importanti guadagni materiali, o essere l’ennesimo monarca-boia, il che avrebbe radicalizzato l’opposizione di sinistra. La strada che imboccò Carlo Felice fu la seconda. Mazzini dalla Francia intanto si interrogava su come scatenare la rivoluzione, valutava prospettive insurrezionali e omicidi. Arrivò a dare il beneplacito ad un tentativo d’assassinio ipotizzato da un giovanissimo torinese, il quale aveva proposto un piano poco più che suicida: accoltellare il Re durante una sfilata. In due occasioni diverse lui si trovò vicino al sovrano, ed in entrambi non riuscì a colpire. Reso folle dal rammarico e dalla paura, fece perdere le tracce di sé. Scartata questa ipotesi, restava quella della sollevazione popolare. Si reclutarono dunque uomini fra gli esuli, si comprarono armi, si cercarono collegamenti nelle forze armate, le quali vennero sfruttate per diffondere materiale propagandistico. La Giovine Italia crebbe esponenzialmente nei numeri, fino a contare decine di migliaia di aderenti. Ma qualità e quantità sono cose diverse. La stragrande maggioranza di questi non si poteva definire un’esercito rivoluzionario, ma al più simpatizzanti, spesso dalle idee confuse e poco salde. I numeri reali erano di molto inferiori. Adesioni superficiali e progetti cospirativi non sono un buon mix, e dove non arrivava la polizia arrivava l’inesperienza e la leggerezza dei vari affiliati. Fu una banale rissa a condannare a morte Ruffini: due ufficiali dell’esercito si confrontarono per una donna. Furono arrestati ed interrogati sull’accaduto. Entrambi, per sbarazzarsi del rivale, rivelarono del piano di sollevazione in città e della simultanea invasione della Savoia da parte di fuoriusciti, facendo nomi e indicando abitazioni e punti di ritrovo. Era il 28 aprile del 1833. Poche settimane dopo, il 13 giugno, Jacopo Ruffini fu riconosciuto dalle guardie sotto casa sua.- Ci fu un rapido inseguimento, ma alla fine il patriota fu bloccato ed arrestato. Condotto davanti alle autorità, si rifiutò di rivelare i segreti della Giovine Italia, permettendo così a moltissimi di salvarsi fuggendo in Francia. Torturato quotidianamente nelle segrete della Torre Grimaldina, riuscì una sera a recuperare una scheggia di metallo da un muro. Passò la notte ad affilarla e, memore delle sue conoscenze anatomiche, si recise gola e polsi. Prima di morire scrisse col suo sangue sulle pareti della cella “i miei fratelli mi vendicheranno”.

La sua scomparsa, di cui si seppero i dettagli solo alcuni anni dopo, scosse profondamente Mazzini. Fu la prima di una lunga serie di morti che pesarono sempre sulla sua coscienza. Nel 1834 si tentò l’insurrezzione in Piemonte. Mazzini tentò di vendicare il suo fratello caduto. Non ci riuscì, ma fu anche il sacrificio di Ruffini, fonte di tanti sentimenti contrastanti, a spronarlo alla lotta.

Mazzini e i suoi limiti

Nel analizzare l’operato e le idee di una personalità storica ci si scontra sia con incontrastati meriti sia con limiti dettati dal contesto o dalla stessa persona. Giuseppe Mazzini non è un caso differente, ed è necessario quanto dovuto saper riconoscere i “punti deboli” del suo pensiero, le sue contraddizioni ed errori. Il suo ruolo nella storia dell’Italia moderna e la sua importanza nel movimento rivoluzionario sono indiscussi, la sua fede e la genuinità della sua lotta a favore del popolo e per una sua totale e completa emancipazione altrettanto. Si deve però convenire che non sempre il patriota genovese seppe avere una visione chiara su determinati eventi o situazioni, o formulare soluzioni concrete a problemi concreti.

Mazzini precursore

Fra i più grandi meriti di Giuseppe Mazzini vi è sicuramente quello di essere stato un precursore delle lotte sociali e democratiche contemporanee. A lui va il merito di aver tentanto di veicolare alle masse un messaggio di liberazione, seppur in maniera misticheggiante ed evangelica. Altri prima di lui avevano promosso le medesime idee, anche esprimendole in maniera più violenta e diretta, ma nessuno era mai riuscito ad uscire dalle anguste mura di una setta, un cenacolo di pochi intellettuali che per quanto volenterosi mancavano totalmente della preparazione pratica alla vita politica. E’ il caso di Filippo Buonarroti, giacobino in Francia, sostenitore della “Congiura degli Eguali” e poi delle sette degli “Apofasimeni” (alla quale aderirà Mazzini) e dei “Sublimi Maestri Perfetti”. Nello specifico, il pensiero di Buonarroti vedeva già in una prospettiva di classe la problematica sociale, ma ad egli mancava il legame pratico con la classe stessa. Fondò sette iniziatiche dedite alla preparazione di complotti e congiure a favore del popolo, ma di questo mancò sempre non solo il supporto, ma persino l’attenzione.

Filippo Buonarroti ormai anziano

Mazzini sin dal 1931 volle creare, senza riuscirci, un’organizzazione che potremmo dire “di massa”, rivolta al popolo, ed in particolare al popolo minuto, non ad un ristretto gruppo di intellettuali. per questo si premurò di diffondere il contenuto sociale della Rivoluzione, cercando sempre però di non allontanare con estremismi verbali la borghesia che tramite le sue donazioni rendeva possibile la preparazione delle insurrezioni e la vita clandestina e che, secondo lui spaventata dai socialisti, aveva permesso il colpo di stato di Luigi Napoleone. “Proclamate l’intento SOCIALE della rivoluzione, enunciatelo al popolo: chiamate le moltitudini all’opera: l’onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non operate se non per migliorare il loro destino: scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA E LIBERTÀ da un lato, e dall’altro DIO È CON VOI: fate della Rivoluzione una religione: un’idea generale che affratella gli uomini nella coscienza di un destino comune, ed il martirio. Ecco i due elementi eterni di ogni religione”. E possiamo leggere come sul giornale “Apostolato Popolare” si affermi come “il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo”, da realizzarsi tramite un “programma particolare” degli operai, che devono combattere anche in quanto tali. Per questo sono necessarie strutture associative e la capacità di sottrarsi alla tirannia dell’analfabetismo.

Mazzini maestro a Londra

Così lo stesso Mazzini, esule a Londra, nel 1840 convinse degli operai italiani a fondare una scuola gratuita ed aperta a tutti avente come scopo l’educazione dei figli dei proletari, nella quale insegnò lo stesso Mazzini senza richiedere compenso alcuno. La stessa scuola, oramai casa per centinaia di studenti, arrivò a patrocinare gli incontri e gli eventi di associazioni operaie. La carità, seppur bizzarra, era sopportabile dall’Inghilterra reazionaria, ma il permettere al proletariato di parlare di politica in termini progressisti e rivoluzionari no, ed iniziarono ad arrivare le prime proteste da parte dell’alta società e gli aperti atti d’ostilità. Mazzini si stava scontrando con una realtà che lui, forse per educazione, non sembrava comprendere: la borghesia osteggiava ogni rivendicazione reale del proletariato perché timorosa di perdere il proprio potere, di vedere intaccati i propri privilegi. Per lui la questione era intimamente morale, fondata sull’educazione e sui principi sui quali essa si basava, non materiale. La borghesia si comportava in un tale modo, applicava determinate leggi e non si curava delle sorti del popolo perché “avvelenata” dall’ideologia dei diritti individuali. Con la Repubblica e il rovesciamento del paradigma dei valori sarebbe stata spontanea una rinuncia attiva a tutti i privilegi economici di questa classe, con una collaborazione con gli elementi proletari per arrivare ad una società senza classi, priva di egoismi e conflitti. Da un lato l’educazione, dall’altro l’associazione sindacale e produttiva degli operai, il tutto guidato da solidi principi morali che vedevano in Dio la sorgente stessa di un piano che indiscutibilmente tende all’uguaglianza e al progresso, ma che dal lato pratico pecca di ingenuità e di messianico ottimismo. D’altronde lo stesso Mazzini, questa volta in “Fede ed Avvenire”, testo del 1835, afferma come sia controproducente aspettarsi un aiuto genuino e sincero da parte dei monarchi, poiché essi giammai potrebbero rinunciare al potere faticosamente conquistato a favore della plebe. Perché dunque pensare che la borghesia, in specie la potentissima borghesia industriale o creditizia, possa fare altrettanto? La visione del genovese era limitata alla sua città natale, da sempre città mercantile, dove tutti, o quasi, erano in qualche modo “borghesi”. Pensando a questa classe la sua mente immaginava principalmente le botteghe delle sue vie natali, i farmacisti, i dottori come suo padre, i notai: quella piccola borghesia da secoli presente in Italia che condivideva aspirazioni, problemi e ricchezze con la stragrande maggioranza dei concittadini. Venutosi a scontrare con il terribile mondo industriale fatto di workhouses, criminalizzazione della povertà, interi quartieri composti da nauseabonde catapecchie abitati dal sottoproletariato londinese lui non poté che condannare ed osteggiare tale stato di cose, ma la soluzione da lui proposta era troppo “italiana” per un mondo del genere. Se gli appelli alla moralità e alla giustizia potevano, forse, animare il dottore del nord Italia (come successe a suo padre, capitano della Guardia Nazionale), erano lettera morta per il magnate petrolifero o ferroviario, l’industriale o il proprietario di miniere.

i moti di Milano in una stampa d’epoca

Fu il 1948 il vero punto di svolta: la borghesia iniziava ad avere paura, a temere che le rivendicazioni “liberali” diventassero “democratiche”, che si passasse da una critica ai dazi doganali ad una alle disuguaglianze sociali. Gli scioperi operai di Parigi avevano fatto alzare la guardia a tutti i ceti abbienti, in Italia preoccupati sopratutto perché questi avvenivano anche in solidarietà alla Repubblica Romana, che di per sé, con le sue stramberie sull’eguaglianza, i prestiti forzosi, l’educazione pubblica e l’assistenza sociale, era comunque fonte di turbamento per l’ala più liberale e moderata dello schieramento politico. Caduta la repubblica, Mazzini si trovò solo: da una parte moltissimi sedotti, volenti o nolenti, dalle sirene dei Savoia, oramai percepiti come unica speranza per l’unità nazionale, dall’altra i rubinetti dei tradizionali finanziatori ermeticamente chiusi, come altrettanto chiuse erano le porte delle case di persone che erano a lui state amiche. Testimonianza di ciò è l’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853, organizzata completamente da operai guidati dallo stesso Mazzini, i quali assalirono gli austriaci praticamente privi di armi ed invisi alla cittadinanza agiata. La lista dei 16 insorti fucilati dopo la repressione del moto è eloquente sulla partecipazione al moto: garzoni, falegnami, maestri , facchini, venditori di latte. Karl Marx stesso ammirò questo tentativo rivoluzionario, ma condannò fermamente l’impreparazione e la scarsa organizzazione imputate a Mazzini, da lui chiamato sarcasticamente Teopompo: ” «L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo. Ed è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa […] Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami e delle sue tirate contro il popolo francese, è un risultato molto meschino. È da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi […] In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione.»

Mondi sconosciuti: le campagne

Tornando indietro di due anni un altro tentativo rivoluzionario era stato tentato, la Spedizione di Sapri, dove troveranno la morte Carlo Pisacane e molti altri patrioti. Nato nella parte d’Italia più di tutte ancora legata al latifondo e ad un’economia totalmente agricola, Pisacane conosceva benissimo, o almeno pensava di conoscere, un mondo che a Mazzini restò sempre lontano: quello rurale. Le società di metà ‘800, pur ad industrializzazione in corso, era ancora sopratutto una società rurale. Questo vale come norma generale, poi andando ad analizzare il caso particolare si riscontrano situazioni di urbanizzazione e di industrializzazione già molto avanzate, pensiamo all’Olanda o all’Inghilterra, con Manchester e Londra in testa. Anche se le masse operaie erano di discendenza contadina, originatesi dal pauperismo cinquecentesco, il loro ambiente d’origine non perse d’importanza. Le masse rurali erano la chiave di volta per la Rivoluzione, e Pisacane questo lo sapeva. Quello che però non si aspettava era la constatazione dell’immensa presa che, a dispetto di fame e soprusi, avevano ancora le autorità ecclesiastiche e i vari notabili locali sui poveri contadini. Fu così che dipinto come brigante Pisacane venne assalito dalla stessa plebe che voleva liberare. La perdita dell’amico e compagno rattristò molto Giuseppe Mazzini, che vide in questo fatto una conferma del suo pensiero maturato già decenni prima: i contadini non riescono a recepire il nostro messaggio, sono ora impermeabili ad ogni propaganda politica. Tentativi erano stati fatti, e si contano consigli da parte sua alle società operaie affinché estendessero l’opera di propaganda al contado, ma non ci furono mai tentativi più energici. Antonio Gramsci terrà conto di questo in una critica al movimento democratico risorgimentale, che generalmente non seppe farsi portatore di una “riforma agraria” che avrebbe potuto essere il punto di svolta in una battaglia contro la monarchia che sarà poi persa.

Il rapporto con la proprietà e la lotta di classe

“Non bisogna abolire la proprietà perché essa oggi è di pochi, bisogna aprire le vie perché i molti possano acquistarla”. Questa frase tratta dal “Dei Doveri dell’Uomo”, del 1860, potrebbe apparire in contraddizione con altri elementi del pensiero sociale di Mazzini, come il passaggio alla proprietà sociale delle aziende e il conseguente decadimento di quella che lui stesso definiva “tirannia” del Capitale sul lavoro e del salariato, schiavitù moderna. La concezione della proprietà che egli ebbe non permette un paragone fra le sue affermazioni in merito e quelle di altri pensatori politici. Quando Marx parlava di abolizione della proprietà privata, Mazzini, che Marx non lo lesse mai se non tramite articoli di giornale (“Giuseppe Mazzini” di Roland Sarti”), era convinto di trovarsi difronte all’idea di uno Stato assoluto proprietario di tutto dalle fabbriche agli effetti personali, uno stato più che totalitario. Visione distorta e anch’essa ingenua del pensiero marxista? Certamente. Mazzini, come anche Pisacane, fece proprio il motto “Associazione e Libertà”, dove entrambi i concetti erano indispensabili al progresso umano. Difendendo la proprietà, dove per questa si intendeva, e i suoi testi lo confermano, la proprietà dei frutti del proprio lavoro e i propri personali possessi, il genovese difendeva la libertà del singolo e delle comunità. “Padrone libero della totalità del valore della produzione che esce da voi”: questo è l’indirizzo del progresso sociale prospettato ai lavoratori, coniugazione, seppur vaga, di eguaglianza e di libertà. ma come ottenere questa emancipazione? Qui, purtroppo, ritorna l’ingenuità idealista e la Provvidenza. E’ proprio questa ad essere garante del moto libertario della condizione del proletariato: la sua emancipazione è progetto divino, ineluttabile. Noi uomini dobbiamo unicamente incamminarci lungo questa strada associando il capitale e il lavoro, ponendo nelle mani dei lavoratori, oramai tutti eguali, la gestione dei vari mezzi di produzione, creati dall’impegno degli stessi lavoratori o ceduti da una borghesia che non vuole più essere tale. L’educazione e la morale tornano ad avere un ruolo primario e privilegiato: alla lotta di classe si oppone una metafisica assunzione di tutte le persone, ora “gente” slegata ed egoista, al “Popolo”, con conseguente abbattimento di ogni classe sociale, in una società dove le uniche distinzioni sarebbero state quelle generate dall’inclinazione personale e dalla volontà. Una situazione da raggiungersi “gradatamente e pacificamente”, perché il vero problema risiede nella moralizzazione dell’Italia. Si ripetono le nostre conclusioni già prima esposte: buonissimi propositi di una società socialista e libertaria resi nella prassi irraggiungibili da un pacifismo evangelico che più che malizioso potremmo definire miope, poiché focalizzato unicamente all’ideale e solo di riflesso impegnato nella materialità. Occorre dire che, seppur senza trarne le dovute conseguenza, Mazzini constatò e seppe rispondere energicamente alle posizioni antidemocratiche ed antipopolari della borghesia, e ciò avvenne sempre all’interno della Repubblica Romana, unica esperienza in cui egli poté tentare la costruzione di un progetto statale, seppur soggetto alle contraddizioni di un’assemblea eletta a suffragio universale composta da un ampissimo spettro di parlamentari, dai socialisti come Quirico Filipanti ai reazionari monarchici. Si tratta dei forzosi “prestiti” che la Repubblica obbligò ricchi borghesi e latifondisti ad erogare, ed un poco conosciuto decreto, firmato da Mazzini stesso, che così commentava Antonio Gramsci sull’Avanti! il 26 luglio 1917:

“Mazzini offrì al popolo non il vano nome di libertà, che può anche essere il morir d’inedia, bensì la redenzione del pane e del lavoro: e fra i primi provvedimenti fu diminuito il prezzo del sale […] e specialmente fu bandito un decreto 15 aprile 1849, che è ancor oggi il maggior documento che Mazzini abbia elevato a se stesso nel cuore di ogni cosciente proletario! Con grato animo verso il suo ideatore rileggiamo insieme il breve e rivoluzionario decreto, che porta precisamente la sua firma e fu probabilmente da lui stilato <<Articolo 1°- Ogni famiglia povera, composta di almeno 3 individui, avrà a coltivazione una quantità di terra capace del lavoro di un paio di buoi, corrispondenti ad un buon rubbio romano, cioè due quadrati censuari, pari a metri quadri 20.000. Articolo 2°- I vigneti saranno dati a coltura all’individuo senza che sia richiesta famiglia, e verranno divisi in ragione della metà dell’indicata misura>>. Oggi i socialisti non potrebbero accettare un simile provvedimento perché lo stimerebbero inefficiente nella pratica ed inadeguato allo sviluppo economico della società, ma esso ha segnato allora la negazione aperta del diritto di proprietà, un tentativo di dare la terra e gli strumenti del lavoro ai lavoratori. Per questo può essere ricordato come esempio e come monito.”

Un rapporto ambiguo, dunque, sottomesso più alla mala-interpretazione delle idee straniere che ai miraggi di una pacifica ed ordinata società utopica, Il Mazzini reale ci svela come la borghesia stessa possa essere “punita” e la sua proprietà violata se essa non accetta l’avvenire di eguaglianza e libertà congruo alle idee da lui esposte, ma tutto non riesce ad avere ricadute pratiche, e i principi vengono proclamati nell’astratto, ed affidati nella realtà alla Provvidenza e all’interpretazione di Mazzini stesso. Bolton King osserva: “Mazzini pare che mai si domandasse quale sarebbe il destino ultimo del suo piano cooperativo; se l’avesse fatto avrebbe dovuto avvedersi che, sia pure per via diversa, sarebbe finito di necessità nel collettivismo”.

Conclusione

Giuseppe Mazzini, con i suoi limiti e il suo limitato spazio d’azione, rappresenta ancor oggi un esempio a cui guardare non solo per la sua opera sociale e politica, ma anche per le sue qualità di instancabile rivoluzionario, capace di cadere mille volte e sempre di rialzarsi. Nemmeno con la morte venne meno la sua opera ed il suo esempio, che venne raccolto dalle migliaia di società operaie evolutesi poi in sindacati e del Partito Socialista, dai suoi più giovani amici come Aurelio Saffi, dai volontari garibaldini in Grecia nel ’92, nel ’98, in Francia nel ’14 e in Spagna nel ’36. Ancora attuali sono i suoi moniti nei confronti del materialismo, poiché l’interesse materiale, se non posto alla tutela di un più ampio disegno, che lui dipingeva come morale e religioso ma di cui altre interpretazioni sono possibili, è soggetto alla degenerazione in egoismo, in ricerca dell’utile materiale. Corretti con una sana dose di realtà, che possiamo dire bilanci il suo idealismo, i suoi scritti sono fonte d’inestimabile valore per la crescita politica, e la sua biografia patrimonio di tutti gli oppressi e gli uomini che anelano alla libertà, convinti che l’avvenire debba avere il libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti.

Il malinteso fra democratici e socialisti nelle parole di Mazzini

Riportiamo qua di seguito l’estratto di una lettera di Giuseppe Mazzini al patriota spagnolo Ferdinando Garrido riguardo al suo ultimo testo sul socialismo europeo. Da queste erighe emerge tutta la volontà conciliatrice di Mazzini nei confronti delle frange materialiste del socialismo, opposte per un’incomprensione al movimento democratico, che mentre ne condivideva le finalità di radicale cambiamento sociale né osteggiava le basi filosofiche. Davanti ad un nemico comune e ad un comune obbietivo la pluralità di punti di vista può essere solo che un’arma in più, ma per saperla adoperare occorre una volontà di sintesi e una non indifferente dose l’umiltà. Né Mazzini né i suoi compagni/avversari materialisti seppero compiutamete mettere in atto un processo positivo, ma la volontà, seppur altamente, ci fu. Oggi più che mai è necessario trarre i dovuti insegnamenti dalla storia passata.

“Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe media dalle classi operaje. Questo malinteso consiste nell’aver confuso, sì gli uni che gli altri, i sistemi socialisti col pensiero sociale, col principio d’associazione.
Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana, quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.
Gli altri credettero che l’antagonismo della Democrazia verso i loro sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e condannarono quindi la Democrazia, in nome dell’Associazione.
Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.
Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti uniti.
Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse anzitutto devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.
E neppure può esservi una rivoluzione puramente sociale. La questione politica, cioè a dire, l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l’antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale.
È necessaria all’operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.
La parola d’ordine dei nostri tempi è l’Associazione, che deve estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell’avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l’ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell’attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l’intera Società, poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.
Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî ogni giorno maggiore.
Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre, che non cesso di ripetere: LIBERTÀ—ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un’ampia via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?
Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti; progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero democratico, che non s’inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l’associazione?
Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta![…]”.

Mazzini, lotta di classe ed interclassismo

Giuseppe Mazzini, come da noi ricordato in un precedente articolo, si rendeva benissimo conto tanto della necessità di un programma che raccogliesse le istanze e gli interessi della classe operaia quanto della mancanza di questo. Questi interessi, nella visione mazziniana, non dovevano però rispondere unicamente ad un bisogno materiale, ma all’applicazione di una più ampia legge morale. “Senza morale non vi è Rivoluzione”. Una mero cambio della guardia, la variazione delle persone detentrici della sovranità non è sufficiente. Quello che occorre è l’imposizione di una Legge, che Mazzini fa discendere da Dio, non unicamente economica, ma totalmente umana. Questa legge può essere da chiunque intesa, e chiunque può battersi a suo favore, da qui il suo “interclassismo”, ben diverso da quello corporativo che vorrebbe far conciliare le opposte istanze delle classi padronali e salariate. La società deve avviarsi verso un avvenire di giustizia, dove ognuno sia “padrone della totalità della ricchezza da lui prodotta”, ma anche dove lo scopo ultimo non sia la sopravvivenza, ma il miglioramento, il progresso, in un’ottica tanto individuale quanto comunitaria. La lotta di classe fondata puramente su conflitti d’interesse di natura economica non risulta quindi lo strumento più sicuro, in quanto il bisogno materiale porta l’individuo a mettere se stesso al primo posto, anche anteponendosi alla propria classe. La lotta dev’essere condotta al sistema classista in sé, ai suoi principî e ad ogni sua manifestazione, portando avanti le istanze di giustizia sociale, eguaglianza e fraternità ma scongiurando la tirannide sottomettendo la lotta ad uma direttrice profondamente morale. Strumento per questo è l’Associazione, ossia unione frsterna avente il Progresso come scopo. Si badi bene: non associazione fra padroni e sudditi, ma fra uomini liberi.
Mazzini peccó indubbiamente di idealismo nel ritenere che il suo messaggio potesse essere non solo accettato, ma addirittura compreso, dalla stragrande maggioranza del tessuto sociale italiano, in special modo la medio-piccola borghesia, che mai avrebbe rinunciato ai propri privilige in nome di una giustizia che a loro non avrebbe arrecato altro che una perdita di potere politico. Detto questo, è bene sottolineare come anche l’eccesso opposto, il materialismo economicista, non abbia che portato alla soppressione di qualsiasi istanza rivoluzionaria in nome di un caduco miglioramento della situazione materiale di pochi “capipopolo”. Come negare ciò guardando il mondo attuale, dove sono i sindacati a bloccare gli scioperi, come avvenne a Genova nel 2013, per paura delle conseguenze della lotta, dove le organizzazioni autoproclamatesi “socialiste” se non addirittura “comuniste” fungono da quinta colonna per le organizzazioni padronali neo-feudali come l’Unione Europea, o guardando ad ogni rivolta sedata da un “piatto di minestra”, da Giolitti a Tsipras. La giusta via sta nel mezzo, nell’analisi pragmatica della situazione materiale e nella guida di una direttrice morale ed ideale, via che anche se sottaciuta è stata alla base di ogni esperienza rivoluzionaria vittoriosa. I cuori non si conquistano con le discussioni sulle variazioni del saggio del profitto, né da queste sono rassicurati se stretti in un cella o difronte alla morte, né allontanati dalle possibilità di corruzione. È la bellezza di un’Idea a tener saldi i corpi davanti al fuoco nemico, a spronare verso l’incorruttibilità, il radicalismo e la coerenza.

Dio e popolo

Dietro questa apparentemente semplice locuzione sta racchiuso gran parte del pensiero politico e filosofico del rivoluzionario Giuseppe Mazzini. La sua intera costruzione ideale parte da basi trascendentali, morali e metafisiche, arrivando da queste a conclusioni pratiche non viste come negazione delle cause, ma anzi come consequenziali sviluppi in un Cosmo che è spirito e materia, Pensiero ed Azione

Dio come sorgente progressiva della Legge

Per comprenderne il significato occorre analizzare la concezione mazziniana della storia. Per il patriota genovese la storia è progresso, l’uomo un “animale che impara sempre”, Questo progresso non è determinato dall’azione degli uomini, che di epoca in epoca contribuiscono a portare “…di epoca in epoca un elemento più o meno importante nella vita delle generazioni successive”. “Voi avete vita, dunque avete legge”, e sorgente di questa legge è Dio che si incarna progressivamente nell’Umanità. Ogni generazione, ogni popolo, ogni uomo porta la sua pietra al “tempio della verità”, ognuno esplorandola da una diversa angolazione e con i suoi peculiari strumenti.

Il Dio di Mazzini non è dunque un dio rivelato, come quello delle religioni monoteistiche, ma piuttosto un dio rivelante, che partecipa dell’uomo e che con esso e per esso si esplica. Questa visione è profondamente romantica, e in qualche modo simile allo Spirito hegeliano, pur differendo nelle modalità e nel soggetto del progresso. Dio per Mazzini, al contrario dello Spirito di Hegel, non governa il progresso degli uomini da un punto di vista esterno e totalmente trascendente, ma è partecipe di esso, vive di esso, in qualche modo esiste in esso e per esso. L’incarnazione divina nella storia avviene attraverso diversi passaggi, tanti quante sono le epoche affrontate dall’umanità, ognuna segnata da un progresso nelle credenze e nel pensiero degli uomini, e di conseguenza nella società materiale. Il cristianesimo allargò il campo della fratellanza umana ad ogni uomo, prima limitato dal paganesimo a determinate classi in seno ad un solo popolo, ma col passare del tempo la sua carica positiva venne meno, e la “Roma dei Papi” smise di essere sorgente di progresso per divenire roccaforte della reazione. Allo stesso modo la “dottrina dei diritti individuali” ha rappresentato un progresso rispetto alla rigida ed immutabile società feudale, ma nel suo seno si sono generate le contraddizione di ordine sociale che ne devono determinare un superamento. Mazzini contribuire all’avanzamento dell’Umanità tramite il superamento della detta dottrina, degenerata in egoismo, affarismo e prevaricazione. Se prima l’oggetto della speculazione era l’uomo astrattamente immaginato come singolo è doveroso ora porlo nella realtà, ossia come essere sociale.

L’uomo è stato creato da Dio “sociale e progressivo”, questa è la sua natura: sociale perché portato naturalmente alla vita comunitaria, progressivo perché è la legge del progresso a regolare la sua vita, progresso morale, politico, materiale e sociale. Questa legge ne deve determinare ora il passaggio ad un’altra epoca, al completamento della “dottrina dei diritti”, inserendo in essi la società, ossia il dovere.

La dottrina del dovere

“Dio vi ha dato il consenso dei vostri fratelli e la vostra coscienza come due ali per innalzarvi quanto è possibile sino a Lui. Perché v’ostinate a troncarne una?”. Così Mazzini apostrofa coloro i quali cedono in eccessi, focalizzandosi unicamente sull’individuo, slegandolo dal mondo reale, e coloro che invece vorrebbero abolirlo, negando una realtà di fatto incontestabile. Comunità e singolo non sono opposti termini di una dicotomia irriducibile, ma anzi due aspetti complementari e necessari della natura umana. Ciò che lega un uomo agli altri è, secondo Mazzini, il dovere di solidarietà che lega fra di loro due fratelli. Carlo Pisacane rifiuterà questa posizione sostituendo al dovere di origine ideale una naturale tendenza data dalla realtà biologica dell’uomo. Due visioni che partono da punti differenti per arrivare al medesimo risultato, ossia alla necessità di agire non solo per se stessi, ma per l’altro. Il diritto, isolato, genera esclusivamente privilegio, poiché una volta garantito per il singolo nulla lo spronerà più ad allargare ai suoi simili l’usufruire di questo. Qui subentra il Dovere, ossia l’imperativo di combattere affinché le condizioni di tutti subiscano un cambiamento, perché il diritto sia realmente tale e non unicamente privilegio di una ristretta classe. La dottrina dei diritti, analizza Mazzini, nella Francia rivoluzionaria ha portato a questo: presa da sola ha contribuito, da un punto di vista materiale, semplicemente ad un violento cambio della guardia della classe dirigente, lasciando immutate le sorti per gran parte del popolo. Ognuno è legato a tutti gli altri da precisi vincoli di fratellanza, questi vincoli vanno onorati. Nessuno può dirsi libero se vicino a sé non vi è la libertà, se l’altro è ancora in catene. Questo pensiero non si applica esclusivamente nei cerchi più ristretti del vivere sociale, come quello municipale o nazionale, ma si estende su scala globale. Fra i popoli sono in vigore i medesimi rapporti che regolano le relazioni fra gli individui, gli stessi legami fraterni. Ogni nazione è sorella di tutte le altre, essendo ogni uomo, per prima cosa, un essere umano.

Libertà ed Associazione

Non basta declamare astrattamente il dovere per far si che questo sia compiuto, occorre agire nel concreto. Il singolo non dispone di abbastanza forza per fare la differenza, per questo, secondo Mazzini, Dio ha fatto si che la nostra natura fosse sociale, ossia avrebbe donato a noi la facoltà di associarci. L’associazione moltiplica le forze degli uomini, permette ad essi di essere soggetto storico e di raggiungere grandi conquiste. Ogni progresso è frutto di dinamiche innescate su scala comunitaria, mai esclusivamente di origine individuale. L’Associazione porta alla Libertà, della quale, assieme al progresso, ne rappresenta il fine. Da associato l’uomo può dirsi libero, perché veramente in grado di difendersi, perché veramente in grado di abbattere il privilegio. L’Associazione è un patto fra uomini liberi, è la scelta di chi vuole essere più che individuo in balia della Storia. La politica, la lotta sindacale, la nazionalità, la famiglia e l’internazionalismo sono tutti quanti tipi di associazione, dal diverso campo d’applicazione ma dalla medesima natura, e tendenti al medesimo scopo. Esaminato questo pensiero, non sorprende il fatto che furono proprio grazie all’opera di Mazzini ed i suoi seguaci che nacquero le prime Società di Mutuo Soccorso e le prime associazioni operaie e femminili, in quanto il pensiero del patriota esplicita la funzione progressista ed emancipatrice di questo naturale strumento.

L’attualità del pensiero

Come Mazzini stesso affermò, la Storia è progresso, ossia essa è soggetta ad un cambiamento, che se non annulla i traguardi del passato li supera e li inserisce in un più ampio contesto. Sicuramente oggi può all’apparenza sembrare inattuale il fondare un pensiero su un’idea metafisica, addirittura si potrebbe correre il rischio di essere additati come fondamentalisti, ma questo non è che l’involucro del pensiero mazziniano. Il porre Dio in stretta relazione con l’agire umano, quasi ribaltando i tradizionali rapporti facendo in modo che sia l’uomo a porre l’ideale, e non questo ad esistere aprioristicamente, apre le porte alla possibilità di un pensiero attivista e rivoluzionario, ma allo stesso tempo ostile ad ogni dogmatismo e all’ostilità rispetto al pensiero divergente. Se l’uomo è artefice, assieme ai suoi fratelli, del domani e contribuisce alla scoperta della Verità, allora la sua azione, per quanto possa apparire disperata, ha un senso, uno scopo, e presto o tardi ne sarà oggettiva l’utilità. Mazzini insegna a noi, a due secoli di distanza, che l’uomo non deve essere nemico dei suoi simili, ma fratello, e concorrere con loro al “progresso di tutti per opera di tutti”, che per Mazzini altro non è che la democrazia nella sua più autentica essenza. Ci insegna a non abbandonarci mai alla disperazione, poiché la nostra battaglia è un qualcosa che trascende la nostra vita, e che dietro come davanti a noi stanno altri Amici, ben più di quanti noi ne possiamo vedere al nostro fianco. Mazzini, col suo Dio dell’Azione, ci fa capire che non basta non fare il male, ma occorre, è dovere, fare il Bene.

Mazzini e la rivoluzione sociale

Un patriota dimenticato

Giuseppe Mazzini. Una delle figure più importanti del nostro paese…e tuttavia una delle più dimenticate ed ignorate. Nonostante sia stato tra i padri ideali dello stato repubblicano, la sua figura è reclusa nei libri di testo e nelle sempre meno partecipate commemorazioni istituzionali in suo nome.

Giuseppe Mazzini fu un rivoluzionario, un pensatore, un Apostolo. La sua imponente figura dovrebbe essere onnipresente nella coscienza di ogni italiano, di ogni uomo libero, ma così non è.

Tutti lo conoscono per le varie agitazioni e i moti popolare, pochi per la sua fede politica e quasi nessuno per il contenuto sovversivo e superbamente attuale di questa. Vogliamo, perciò, rendere omaggio a questo grande Uomo svelando il Mazzini nascosto, il suo pensiero sociale ed economico, passato in sordina per troppi anni.

Fra Robespierre e Giansenio

Giuseppe Mazzini nacque a Genova, in una strada a pochi minuti di distanza dal porto, da Giacomo Mazzini, medico ex-ufficiale della Guardia Nazionale, e Maria Drago, pia donna originaria di Pegli, animata da forti sentimenti religiosi che la portarono ad abbracciare la rigida scuola giansenista. Ebbe come precettore due religiosi, anch’essi seguaci di Giansenio, tali Luca De Scalzi e Stefano De Gregori, i quali sin da subito notarono la caratura morale e l’intelligenza dell’allievo. E’ in queste quattro figure che sono da rintracciarsi le origini del suo pensiero, animato da un fervore inestinguibile, da un’incrollabile fedeltà alla causa e da un’intransigenza tali da suscitare stima ed ammirazione negli stessi nemici. Scrisse di lui Klemens Von Metternich, Cancelliere dell’Impero Asburgico:


«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.»

Questo suo animo fu manifesto sin dalla giovane età: dovette abbandonare gli studi di legge dopo una diatriba scoppiata a causa del suo rifiuto di lasciare il posto a sedere nella Chiesa, dove era obbligato a confessarsi dall’Università, ai cadetti del Reale Collegio d’Austria.

Gli istinti repubblicani, l’ortodossia, l’intransigenza e il bisogno di vedere “non il ricco o il potente nel prossimo, ma l’uomo” sono la radice di quello che sarà il suo pensiero e la sua azione. Esule, ricercato, imprigionato, eternamente in fuga, clandestino e perseguitato Mazzini non interromperà la sua attività rivoluzionaria e il suo “apostolato popolare”. Questa locuzione, che diverrà il titolo di un giornale da lui diretto, è un’importante chiave di lettura per il suo operato che è “apostolico”, in quanto mirato a diffondere una Verità, un Verbo di liberazione da annunciare al mondo, e “popolare”, in quanto indirizzato al popolo, ai lavoratori, agli umili e agli oppressi.

L’Uomo e i suoi doveri

Inizieremo dalla fine, dal “Dei Doveri dell’Uomo”, pubblicato nel 1860 , vera e propria summa del pensiero Mazziniano. Il testo, indirizzato agli operai italiani, ribalta la concezione “canonica” del diritto, ponendo questo come frutto di un dovere compiuto. Cosa significa ciò? Significa porre la libertà del singolo non più come possibilità astratta, ma come condizione raggiungibile solo tramite la liberazione collettiva, significa porre gli uomini in uno stato di interdipendenza e solidarietà comunitaria. Mazzini scrive ciò in polemica con i pensatori liberali ed individualisti, che, ponendo la libertà del singolo come limite, causavano la nascita di privilegi e disparità.

Il capitolo dedicato alla questione economica approfondisce la critica al liberalismo, portandola dal piano politico-filosofico a quello sociale. Il salariato sarebbe la prosecuzione dei sistemi servili precedenti, da abbattere e superare affinché i gli uomini possano divenire “produttori liberi, padroni della totalità della produzione che esce da loro” . Il salario, e di conseguenza il sistema capitalista, sono quindi un giogo per nulla antitetico rispetto al sistema feudale, ma anzi prosecuzione degli stessi principi gerarchici, egoisti e basati sul privilegio. Difatti, la potestà economica appartiene solo alla classe dei capitalisti, i quali soli sono i padroni di “promuovere, indugiare, accelerare, dirigere verso certi fini” la produzione. Il capitale risulta quindi “despota del lavoro”, in quella che Mazzini definisce “piaga della società economica contemporanea”.

Se il salariato è oppressione, l’associazione è libertà. Le stesse meccaniche che gettano le basi per la democrazia politica svolgono lo stesso ruolo per quella economica. Essa, “progresso di tutti per opera di tutti” non mira esclusivamente a fini materiali, ma ad opera pedagogica e quindi ad un miglioramento morale. Solo da associato l’uomo è libero, poiché così in grado di moltiplicare le proprie forze al fine di sopravvivere e farsi creatore di storia. La società democratica e repubblicana auspicata da Mazzini vedrebbe la ricchezza ripartita equamente a seconda del lavoro compiuto, infatti egli stesso scrive che “qualunque è disposto a dare, per il bene di tutti, ciò ch’ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono”. A conclusioni simili arrivava il rivoluzionario russo Vladimir Lenin, che nel suo “Stato e Rivoluzione”, parlando della dittatura del proletariato, afferma che il sistema economico durante la fase di transizione debba seguire la logica di chiedere a ciascuno secondo le sue capacità, e dare a ciascuno a seconda del merito.

La critica di Mazzini non si limita al sistema del salario, ma si espande a tutto il mondo dell’economia di mercato. “Gli economisti”, egli scrive, “libertà di traffici, libertà di commercio, abbassamento progressivo dei dazi […]incoraggiamenti alle grandi imprese, alle macchine che rendono più attiva la produzione: questo secondo loro è quanto deve fare la Società: ogni altro intervento è, per essi, sorgente di male”. Questo pensiero porta a incrementare la produzione senza pensare all’uomo, reificandolo e condannandolo ad un’esistenza bestiale, infatti “sotto il regime di “libertà” che essi predicano […] i documenti ci mostrano un aumento della produttività e dei capitali, non della prosperità universalmente diffusa: la miseria delle classi operaie è identica a prima”. Progresso tecnico che si tramuta in ricchezza per pochi, in supplizio per i molti. Gli operai “esposti continuamente alla mancanza assoluta di lavoro all’arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari” non possono essere cittadini, non possono conoscere la Libertà, ma unicamente una condizione mai ferma e sicura.

La “questione morale”

“Tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale […] lavorano almeno dieci, dodici, talvolta quattordici ore della loro giornata, e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica. Insegnare ad essi il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, è, nell’ordine sociale attuale, una vera ironia”. In questi termini Mazzini commentava quella che è una caratteristica di ogni analisi del sistema capitalista, ossia l’alienazione del lavoratore, non solo di egli dal suo lavoro, ma addirittura dalla sua natura umano, che lo vorrebbe “sociale e progressivo”. L’operaio, inebetito e reso non più ricco, ma in ultima analisi più povero, dalla sua giornata lavorativa non ha né il tempo né l’energia per rendersi conto della sua situazione, per immaginare un mondo diverso da quello in cui mattina dopo mattina è costretto a svegliarsi e a lottare per poter sopravvivere. Mazzini anticipa di un secolo con le sue semplici, concise ed evocative parole tematiche che saranno proprie della Scuola di Francoforte, a dimostrazione di come il sistema capitalista non sia mai mutato nella sua essenza.

Senza progresso morale non può esserci vera emancipazione politica. Solo il Dovere, ossia il lottare non per sé stessi esclusivamente, ma per la collettività e il sé in essa inserito, può garantire vera Democrazia, vera eguaglianza, vera libertà. Senza la consapevolezza che l’uomo davanti a noi è Uomo, è dotato di dignità, di un’anima direbbero i credenti, può instillarci quel rispetto e quella compassione che riserviamo ai fratelli. “Tutti gli uomini sono uguali perché la Natura gli ha resi necessari i medesimi bisogni” sosteneva Carlo Pisacane, intimo amico e compagno di Mazzini. La differenza fra i concetti dai due, come sostenne lo steso Mazzini, fu puramente terminologica: il primo poneva la questione in termini puramente materiali, il secondo aggiungeva la spiritualità al discorso, ma il punto d’arrivo ed il significato sono i medesimi. La moralità è dunque un fatto concreto, e l’azione materiale fatto morale, in quanto causa di cambiamenti all’interno della mente, diciamo noi, o dello spirito, avrebbe detto Mazzini, umana. Il rapporto è ambivalente: tanto lo spirito influenza la materia quanto la materia lo spirito. Sia che a questo termine vengano dati connotati religiosi o meno, il tutto rimane invariato: non può esistere progresso in un campo senza una controparte in quello “opposto”. La rivoluzione deve essere dunque “politica e social al contempo”, senza cadere nell’errore di chi vorrebbe cambiare unicamente la forma del sistema, un avvertimento ancora valido ai giorni nostri.

Mazzini e il socialismo

Per capire l’opera di questo pensatore occorre contestualizzarlo nel clima culturale dell’Italia di inizio ‘800, con un’istruzione ancora per la maggior parte saldamente nelle mani del clero e un’economia prevalentemente agricola quando non segnata da una piccola manifattura lontana dalla rivoluzione industriale. La Genova in cui Mazzini crebbe, arretratissima rispetto alle città tedesche o inglesi, era tuttavia una delle realtà più moderne del panorama italiano. Capito questo, è facile comprendere come mai Mazzini non seppe ragionare in termini sufficientemente pratici riguardo alla condizione operaia, che egli sperimentò in maniera diretta solamente rifugiatosi esule a Londra. Una volta trovatosi nella grande capitale, non esitò a condannare il sistema delle “workhouses” e le condizioni di indicibile sfruttamento a cui erano sottoposti i proletari, sopratutto gli immigrati, ai quali Mazzini offrì i suoi servizi, organizzando associazioni operaie, tenendo lezioni elementari ai loro figli e promuovendo l’emancipazione culturale tramite pamphlet e giornali.

Mazzini si rendeva conto nella necessità di dotare gli operai di un loro programma politico, di rendere essi stessi Cittadini di un nuovo Stato, come esplicita nell’edizione dell’Aprile 1842 di “Apostolato Popolare”: “Braccia di operai assaltarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d’operai rovesciarono Carlo X: che cosa ottennero le moltitudini dall’insurrezione del 1830? […] Mancava agli operai un ordinamento speciale, mancava l’espressione de’ loro bisogni. L’operaio accettò il programma di classi ordinate da secoli, non diede il suo.”. D’altronde, l’influenza giacobina aveva lasciato l’impronta, sia su di lui, tramite il padre, che nell’ambiente patriottico italiano, rifiorito sotto le “Repubbliche Sorelle”.

Nonostante le sue intenzione, Mazzini non ebbe mai gli strumenti, potremmo dire anche linguistici, per mettere per iscritto un programma più chiaro e formale di quello espresso nei suoi scritti. Si può vedere come lo stesso Pisacane, fermamente socialista, risentì dell’allora arretratezza culturale dell’Italia ottocentesca, utilizzando termini filosofici e scientifici mischiati ad una sincera e ragionata critica sociale senza mai, però, arrivare ad una formulazione razionale di un programma politico operaio.

Il movimento operaio italiano deve enormemente al contributo di Mazzini e di Garibaldi, i quali furono i primi ad incentivare e promuovere la formazione di associazioni di mutuo soccorso e di rappresentanza dei lavoratori. Se prima l’associazionismo politico era stato dominato dal “club” di derivazione francese illuminista, adesso, grazie all’operato di questi due eroi del Risorgimento, questo mondo si apriva ad una dimensione meno elitaria e dai connotati schiettamente popolari.

La nota polemica con Marx trae origine da due fattori: la già menzionata diversità del contesto della formazione dei due pensatori, e una sorta di conflitto generazionale che provocava in uno la volontà di mettere in ombra quello che fino a quel momento era stato il leader del movimento insurrezionale europeo, nell’altro una triste invidia, acuita anche dalla vecchiaia, data dal successo riscontrato dalla teorie marxiste fra i lavoratori. Ciò che Marx analizzò con il suo materialismo dialettico, Mazzini vide ancora legato all’idealismo romantico. Questo non lo falsò nell’analisi, ma non gli diede gli strumenti per impostare un discorso “moderno” per il resto d’Europa. Egli stesso ammetteva che le idee “alla base del comunismo, del fourierismo, del sansimonismo […] sono in massima parte buone, ma rovinate spesso dai mezzi con le quali vengono attuate”. L’interesse materiale non è sufficiente per Mazzini a garantire il progresso: serve riconoscere all’uomo una dignità intrinseca, serve vederlo, appunto, Uomo. Solo così si può evitare che, combattendo contro una tirannide, un ex-schiavo sfrutti la sua forza per opprimere nuovamente quelli che furono i suoi compagni di sofferenza. Inoltre “il cambiamento dovrebbe rendere migliori, non solo materialmente felici”, quella del Mazzini era una paura derivata dall’aver vissuto a stretto contatto con quella scuola liberale tanto in voga nell’Italia del nord, scuola individualista che a più riprese tradì la comune causa dell’indipendenza, appoggiando ora “l’Austria Felix”, ora i Savoia, ora i disegni neoguelfi, ora l’intervento straniero: tutte ipotesi aberrate dal patriota italiano.

La coscienza di classe dovrebbe porre rimedio a questo, e qui si può vedere come anche nei pensatori più materialisti come Marx la comunità abbia un ruolo essenziale. Essa infatti non è negata dalla materia, essendo un qualcosa derivato dalla vita concreta della nostra specie, ma dall’altro lato anche concependola in maniera ideale non cambiano i rapporti di fratellanza e di solidarietà che dovrebbero vigere all’interno di essa. Ci si accorge quindi che non esiste una vera dicotomia, che la realtà è una, e che Marx, Mazzini, Buonarroti, Pisacane, Saint-Simon la vedevano semplicemente da una prospettiva diversa, animati però dalle stesse esigenze di giustizia sociale e di libertà. Poco importa il punto di partenza, quando le strade sono parallele (anzi, complementari) e il punto d’arrivo, spurgato dagli artifici della lingua, rimane il medesimo: una società dove a regnare sono l’eguaglianza, la giustizia e la libertà.

Resoconto incontro-dibattito sull’Unione Europea tenutosi a Genova il 13 Aprile 2019

Nella giornata di ieri si è tenuto, nella sede di un sindacato genovese, un incontro per discutere dell’Unione Europea, della sua natura e delle sue contraddizioni, del modo in cui il Capitalismo oggigiorno si esplica, del libero mercato, dell’assenza dello stato dalla vita sociale ed economica, del paese, dell’imperialismo ad esso connesso e l’incessante costruzione di un regime continentale, Un’ottima occasione per chiarire, anche con esponenti esterni di altri movimenti e del mondo sindacale, le posizioni che possono essere accomunabili e i punti cardini da tenere fissi nella mente. La conversazione ha, poi, toccato alcuni vicende storiche, quali la rivoluzione francese e bolscevica, il concetto di società capitalista secondo scrittori e storici e i principi filosofici e morali sui quali questa si basa, concludendo con un’analisi sulla figura di Mazzini e i suoi rapporti con altri esponenti europei del movimento anti-classista e democratico.

Punto centrale della discussione è stato, come da programma, il rapporto fra l’Europa, l’Unione Europea e il Capitalismo. Come più volte ripetuto nel corso dell’evento, essendo l’Ue espressione della classe padronale europea, essa non può che avere interessi distinti ed opposti rispetto ai popoli, i quali, per fronteggiare questo mostro imperialista, sono tenuti ad associarsi in nome dei comuni principi di fratellanza, libertà ed eguaglianza.