4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Stati Uniti dalle contraddizioni

«Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America, e alla Repubblica che essa rappresenta: una Nazione al cospetto di Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti.»

Questo il testo del “Pledge of Allegiance”, giuramento attraverso il quale il cittadino americano professa la sua fedeltà alle istituzioni federali al Paese. Presente fin dalla fine del ‘900 come “rituale” mattutino all’interno delle scuole, crebbe in popolarità durante la Seconda Guerra Mondiale, popolarità che mantiene tutt’ora anche al di fuori del mondo scolastico. Il presidente D. Eisenhower interpretò il testo del giuramento nel seguente modo: una nazione indivisibile, così per grazia di Dio, dal quale il popolo trae forza morale, in cui libertà significa la possibilità di ricercare il benessere e la felicita, e in cui giustizia significa imparziale applicazione del diritto. Inutile dire che questa interpretazione risente enormemente delle contraddizioni interne alla cultura e alla retorica dello stato americano. Partiamo dall’Inizio:

“Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America…”: la bandiera nazionale è il simbolo materiale che rappresenta una comunità e la sua unità, rappresenta cioè una realtà sociale e fraterna. E’ lo stato di cose vigenti in America assimilabile al concetto di comunità, ossia esistono vincoli di fraterna solidarietà fra i cittadini ed immedesimazione del prossimo, visto come fine e non esclusivamente come mezzo? Assolutamente no. La società americana è composta da atomi impegnati in una eterna guerra di tutti contro tutti. Non esiste solidarietà, l’altro è un nemico, un avversario. L’obbiettivo di ogni individuo è di trionfare nello scontro, contro e a discapito di ogni altro concorrente. Gli americani giurano fedeltà ad un qualcosa che non esiste e della quale impediscono con tutta forza la nascita, ossia di una comunità nazionale americana.

“…e alla Repubblica che essa rappresenta…”: il termine repubblica deriva, come è ben noto, dalla locuzione latina Res Publica, che indicava lo stato. Letteralmente è traducibile come “cosa di tutti”, ergo logicamente un qualcosa, in questo caso l’istituzione politica, sulla quale ogni cittadino esercita una pari forza. Per esercitare una pari forza politica se ne consegue che ogni cittadino deve disporre di una pari forza economica. Non vi è eguaglianza finché esistono persone costrette a vendersi e persone disposte a comprarne altre, poiché i rapporti di forza che vanno a crearsi pregiudicano la libertà e l’indipendenza dei sottoposti, oltre che fornire ai possidenti risorse ingenti con le quali infiltrare le istituzioni. Viene spontaneo chiedersi a quale repubblica giurino fedeltà gli americani, visto che l’attuale assetto socio-politico statunitense si regge sul privilegio e sulla potestà economica di una ristrettissima cerchia di ultra-miliardari attorniati da una leggermente più vasta schiera di milionari, i quali assoggettano ai propri interessi interi apparati ed agenzie dello stato. Parlando dell’Unione si potrebbe senza paura di esagerare parlare di uno stato totalmente privatizzato, solo nominalmente diverso da una s.p.a.

“…una Nazione al cospetto di Dio…”: nonostante i secoli passati ed il”melting pot”, la società americana rimane, tutt’ora, profondamente sottoposta ai dogmi e alla forma mentis del fondamentalismo cristiano dei primi coloni. Il loro Dio non è quello del nostro Illuminismo, non è un Dio-ragione, non è nemmeno un Dio-Cosmo panteista, non è un qualcosa di relativo, sorgente di una morale che è a discrezione dell’individuo, e nemmeno un Dio pieno d’amore e di comprensione, ma è un Dio terribile, dogmatico, che punisce i poveri e premia i “meritevoli” ricchi. Da esso non c’è scampo, predomina, anche velatamente, in ogni aspetto della società, dalle scuole dove tutt’ora sono insegnate le leggende creazioniste alle Università dove qualsiasi forma di dibattito che non sia tollerabile dai vari puritanesimi ora esistenti è bandita, dalla contestazione del sistema liberista alle, giustissime, critiche ai vari folli corsi su pretesi “studi di genere”.

“…indivisibile…”: questa parola suona particolarmente amara oggi giorno , con un terzo degli americani classificabili come indigenti, con più di 600.000 persone prive di fissa dimora, un sistema sanitario che induce al suicidio i malati, i quali non hanno spesso il coraggio di caricare sulla famiglia le esorbitanti spese, conflitti razziali ancora in corso e che si protraggono da secoli, consumi altissimi di psicofarmaci e diffusa violenza da parte delle forze dell’ordine il tutto convivente col 41% delle persone più ricche del pianete, con alcune delle più grandi aziende al mondo. La verità è che gli USdA furono divisi dai primissimi momenti, spente le illusioni popolari della guerra d’indipendenza, in classi assolutamente contrapposte e senza possibilità di intesa o confronto: sfruttati, di ogni colore, e sfruttatori, di ogni colore.

“…con libertà…”: come può esistere la libertà all’interno della guerra eterna? Come può l’uomo autodeterminarsi se in perenne conflitto, obbligato ad essere padrone o servo? Cosa è la libertà per il povero, il senzatetto, il ragazzo analfabeta del ghetto, il tossicodipendente, l’indiano alcolista delle riserve, il salariato se non una crudele presa in giro? La “terra dei liberi” è abitata da schiavi.

“…e giustizia per tutti.”: bambini uccisi dalla polizia perché scambiati per pericolosi armati, famiglie sfrattate e buttate per strada, diabetici lasciati a morire senza che il Dio protettore dell’Unione suggerisca qualche provvedimento a riguardo, prigioni più utili per nuove Soluzioni Finali che a scopo riabilitativo, imperialismo spudorato, sfruttamento e deportazione della mano d’opera immigrata: solo un folle potrebbe vedere in un sistema che permette ciò la giustizia. la loro giustificazione morale è semplice: che vinca il migliore. Quella legale da questa discende. Ma questa non è giustizia, e, anzi, questa non potrà mai esserci finché esisteranno l’oppressione, il privilegio, la prepotenza e lo sfruttamento.

Joseph Weydemeyer, comunista, soldato dell’Unione, fondatore del “Die Revolution” e della Lega dei Lavoratori Americani

Esaminato il testo del “Pledge of Allegiance” è doveroso ora porre sotto accusa tutto il pensiero “patriottico” statunitense, che porta l’americano medio, ingordo di fast food, birra e armi, ad innalzare una bandiera da lui in realtà non compresa ed osteggiata nel suo giardino e, al contempo, a rispondere al molesto questuante, magari pure reso disabile da qualche guerra padronale, un sonoro “Trovati un lavoro!”. Gli Stati Uniti non hanno patrioti, ne hanno avuti pochi, pochissimi,morti illusi di farlo per un avvenire di giustizia nella rivoluzione o protestando davanti a fabbriche e miniere. Ma non ha senso colpevolizzare: il grasso americano, col suo giardino, la sua birra e le sue armi è una vittima, tanto quanto il proletario africano, asiatico o europeo. Per lui la situazione è drammatica, mancandogli il bagaglio culturale che permette a noi, forti di secoli di lotte e di speculazione filosofica, di analizzare il sistema capitalista e di ribellarci a questo. Occorre agire sui pochi, pochissimi americani non sottomessi, e favorire la comprensioni delle basi della Democrazia, della Giustizia e della Libertà. Per far questo occorre, fra molte altre cose, fare in modo che la bandiera nazionale non stia più nelle mani della polizia, del “deep state”, di qualche brufoloso “libertarian”, ma in quelle dei lavoratori affiancata dalla bandiera rossa. Il potenziale rivoluzionario che risiede nell’idea della comunità è enorme, e i continui attacchi a questa e ai suoi simboli ne sono prova.

A 162 anni dalla Spedizione di Sapri

Il 25 giugno del 1857 salpavano da Genova, clandestinamente, diversi patrioti guidati dal socialista Carlo Pisacane, imbarcatisi su un piroscafo di linea. Quelli che in apparenza parevano normali viaggiatori erano in realtà audaci rivoluzionari, pronti a compiere un colpo di mano che, per quanto fallimentare, scrisse una pagina indelebile nella storia della lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Carlo Pisacane, soldato e rivoluzionario

“Socialismo o schiavitù: non esiste altra via per la nostra società”

Protagonista ed ideatore dell’impresa fu Pisacane, ex ufficiale del genio presso l’esercito borbonico, socialista, mazziniano ed eccellente soldato. Nato nel nel 1818 da una famiglia della nobiltà partenopea. Dopo una fuga d’amore in Francia e un periodo come ufficiale della Legione Straniera partecipò come volontario alla Prima guerra d’Indipendenza, prendendo parte, dopo la sconfitta piemontese, alla Repubblica Romana mettendo a disposizione di questa la sua esperienza di militare di carriera. Dopo la sconfitta ad opera degli eserciti reazionari Pisacane fuggi a Londra, da dove nel 1853 si trasferirà a Genova. Da qui pianificherà la sua ultima impresa, canto del cigno di un uomo coerente e coraggioso, pronto a sacrificare tutto – ricchezza, stabilità, famiglia- per la causa degli oppressi. Influenzato, oltre che da Mazzini e dai pensatori illuministi, da Proudhon, Bakunin e dai cosiddetti “socialisti utopici”, vide il cambiamento politico come inutile e velleitario se non accompagnato da una rivoluzione sociale. Propugnatore della propaganda del fatto, teorizzava una guerra popolare da causare tramite un’insurrezione vittoriosa fra i contadini del sud, qui l’origine della Spedizione di Sapri.

La spedizione

Guidati da Pisacane, 24 uomini si imbarcarono sul ‘Cagliari’, piroscafo di linea Genova-Tunisi. Preso la notte stessa il controllo della nave, si fece rotta per l’isola di Ponza, dove dal carcere qui presente si aveva l’intenzione di reclutare volontari fra coloro i quali più di tutti avevano motivi per odiare i Borbone. Si costituì così un piccolo esercito, composto sia da ex-detenuti che da guardie passate sotto la bandiera tricolore che da alcuni passeggeri del piroscafo.

La morte di Pisacane in un quadro d’epoca

Sbarcati a Sapri, i rivoluzionari si accorsero prima di tutto della diffidenza della popolazione, ben maggiore rispetto a quella che sarebbe da aspettarsi nei confronti di estranei armati. La polizia era un passo avanti ai patrioti, aveva da tempo diffuso la voce di un’imminente attacco da parte di un gruppo di banditi, aveva fatto armare i latifondisti locali e i loro servi, aveva istruito il clero a sobillare i superstiziosi contadini contro chiunque sembrasse straniero. Trovatisi soli e diffamati in un territorio altalenante fra l’ostile e l’indifferente, i militi della colonna di Pisacane furono braccati ed uccisi dalla soldataglia borbonica e dalle milizie padronali. Lo stesso Pisacane venne ucciso, e 150 dei suoi uomini furono presi prigionieri dal regime monarchico,

L’importanza della memoria

Pisacane fu un ribelle. Egli, portando avanti la bandiera rossa unita al tricolore italiano instillò il terrore nel padronato meridionale, che preferì mascherare il suo tentativo rivoluzionario con uno dei numerosi raid banditeschi che piagavano il non così felice regno dei Borbone. Pisacane, assieme a Mazzini, Mameli e Garibaldi, rappresenta l’altro Risorgimento, quello del popolo che sogna l’emancipazione, quello lontano dagli intrighi di palazzo e dagli accordi fra potenti. Contro la narrazione neo-borbonica, la quale dipinge un “Meridione Felix”, un’età dell’oro rovinata in qualche vago modo dall’Unità, contro il tutt’ora presente sfruttamento dei braccianti agricoli, sottoposti ad un terribile regime da parte di un baronato-caporalato a trazione mafiosa, contro un capitalismo sfruttatore ed un finto socialismo cosmopolita e sottomesso alla retorica liberista occorre oggi più che mai tenere a mente l’eroico esempio di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, caduti per la libertà, l’emancipazione delle classi lavoratrici e l’indipendenza, per la patria e per il socialismo.

Nuovo attacco padronale alla nazione italiana e ai lavoratori tutti

Con la chiusura dei seggi sembra essersi concluso il ciclo di propaganda europeista volto a trasmettere la ridicola immagine di un’Unione vicina ai giovani e ai lavoratori. Gli appelli al voto su facebook lasciano ora il posto alla dura realtà del regime liberista europeo. Cade oggi una delle ultime tutele nei confronti delle “classi subalterne”, come vengono vergognosamente chiamate dal nemico del popolo Gad Lerner: il licenziamento di una donna in gravidanza è perfettamente conforme al diritto comunitario.

Questo non rappresenta che l’ultimo attacco ai danni dei lavoratori e delle loro famiglie, rei di andare contro la Santissima Trinità liberista flessibilità-competitività-produttività. Ora più che mai è doveroso tenere a mente che ogni singola vita umana ha un valore inestimabile, incredibilmente maggiore alla somma di tutto il denaro posseduto dai feticisti del profitto.

Imposizione di tagli allo stato sociale, apertura indiscriminata ai mercati schiavistici dell’Oriente e non, soppressione di ogni forma di autogestione e controllo popolare sulla Cosa Pubblica: questa è la realtà dell’Unione, realtà totalitaria e distopica.

Segnaliamo inoltre l’ennesima intromissione nella vita economica nazionale dei gerarchi di Bruxelles, con il vero e proprio ultimatum dato da loro allo stato italiano. Il nazistoide ordine rimane invariato: “fate quadrare i conti!”. Poco importa se quelli che per loro sono numeri nella vita reale sono famiglie, sono disabili, sono indigenti o infortunati, se sono anziani o malati: i conti devono quadrare.

Ora più che mai è necessario far fronte alla scomoda idea di trovarsi in piena guerra. La Repubblica è sotto attacco, sia dai nemici interni, come il padronato nazionale, le organizzazioni criminali e dalle varie “corporazioni”, sia da quelli esterni come la Nato e la Santa Alleanza europea. L’articolo 52 della nostra Costituzione sancisce chiaramente la difesa della Patria come “sacro dovere del Cittadino”. E’ ora di divenire cittadini e di compiere il nostro dovere.

Italia libera, ora e sempre.

La Libertà non è mai un dono, ma sempre una sanguinosa conquista. i popoli che nei secoli si sono trovati soggiogati dalle tirannidi lo hanno ben sperimentato, poiché mai essi si emanciparono se non dietro cospicua offerta di sangue. Non elargizione, ma conquista, non fatto ma atto. Per essere liberi occorre agire e pensarsi come tali.

“Per concessioni, per beneplaciti principeschi, per addobbate menzogne non si redimono i popoli, essendo Libertà un dono sì caro e sì grande che Iddio nol concede se non a prezzo di patimenti e di sangue”
G. Mameli, patriota

Oggi per le strade italiane sfileranno anche molti ipocriti, desiderosi di infarcire il proprio messaggio reazionario e filo-oligarchico di nobili termini quali Libertà, Patria e Fraternità. Ci stiamo riferendo a quell’immondo insieme composto dai partiti istituzionali e delle sigle a loro amiche, lacchè dei tiranni ostili all’emancipazione del popolo italiano. Questi finti democratici, che mai hanno condannato abusi ed oppressioni reali, da quella vissuta dai popoli africani ai vari tentativi di golpe a danno di governi incaricati dai popoli, sono da osteggiare e da combattere, come lo sono gli enti che fungono da loro mandanti. Indegni del sacrifico di chi vorrebbero ricordare, per ogni vero italiano il fatto stesso che questi servi opportunisti si fregino del tricolore, che evochino i nomi dei martiri è un affronto intollerabile.

“Se Dio m’assisterà, un giorno potrò sacrificarmi per la Libertà, la Giustizia e la Fratellanza […]. Possa questa fiamma che ci arde nel cuore mantenersi viva in queste pagine, preservarle dalla morte e propagandarsi ad ogni nobile animo che le avvicini!”

G. Buranello, patriota

Il semplice reducismo, la commemorazione fine a se stessa sono sterili. Occorre incarnare seguire l’esempio incarnando le idee nell’azione. E’ inutile continuare a contemplare il passato quando quotidianamente si chiudono gli occhi sul mondo contemporaneo, ed altrettanto inutile è parlare di vittorie su nemici sconfitti quando ve ne sono ancora di vivi e vegeti, e per di più incredibilmente pericolosi e potenti. Diciamo i loro nomi, colpiamoli con tute le nostre forze. Facciamogli sapere che un popolo che per secoli ha lottato contro tirannie straniere e domestiche non ha intenzione di essere nuovamente sottomesso. L’Unione Europea, la Nato, il neocolonialismo a trazione occidentale, il capitalismo: ecco chi sono i moderni despoti, coloro che, ostili alla libertà dell’Uomo, per ogni dove si adoperano per soggiogarlo con catene politiche ed economiche.

Ricordiamo quali sono i nostri fratelli di battaglia, esempi contemporanei di lotta e resistenza al regime, ricordiamo i siriani vittoriosi contro l’assalto terrorista internazionale, ricordiamo i venezuelani vittime di complotti e congiure, ricordiamo i francesi destatisi dopo un sonno pluridecennale, ricordiamo tutti i popoli che resistono sotto l’embargo e tutti i patrioti che ogni giorno combattono la tirannia sul proprio suolo. La nostra battaglia per quanto dura non è senza speranze, noi siamo in tanti, e crediamo più di loro. Sarà la nostra volontà, il nostro voler essere liberi, come italiani, come Uomini, come Cittadini, a garantirci, oggi come ieri, la Vittoria.