6 e 7 dicembre: esserci per resistere

Due appuntamenti molto importanti in questo mese di dicembre, che purtroppo potrebbe passare alla storia come uno degli ultimi atti della definitiva soppressione dell’ordinamento repubblicano. Il 6 dicembre sotto Montecitorio avverrà un presidio di protesta contro il terribile Meccanismo Europeo di Stabilità, vero e proprio esproprio autorizzato ai danni della ricchezza del popolo, contro la legge finanziaria e la progressiva soppressiobe del contante. Il 7 dicembre, sempre a Roma in Via Frentani 4, ci sarà la prima assemblea costituente del movimento popolare “Liberiamo l’Italia”, atto fondamentale per la Liberazione Nazionale.

A nome di tutto il movimento vi aspettiamo!

Crepuscolo dei liberali

La mente dei liberali, soprattutto dei liberali contemporanei, è un vizioso mix di illusioni e malizia, una contraddizione che ignora se stessa per perpetuarsi propagandandosi in maniera alterata, cosicché possano covivere assieme istanze contrarie, principî opposti, valori inconciliabili. I liberali sono ipocriti prima che malvagi. Solo loro sono in grado allo stesso tempo di far l’elogio della pace e condannare la violenza mentre si da per assiomatica la guerra di tutti contro tutti e la ricerca del proprio profitto privato a discapito e contro gli altri. Forse i loro “padri ideali” possono in qualche modo essere scusati, o per lo meno contestualizzati, alla fine come avrebbero potuto -da dire in maniera retorica, avrebbero potuto farlo. Altri lo hanno fatto- i vari Locke, Mill, Hume, Kant capire che sarebbe stato impossibile legittimare la ricerca della potenza infinita e coniugare ciò alla libertà altrui? Ebbene, serve ricordare che molti dei pensatori sopracitati giustificavano il colonialismo, la sovranità politica di una minoranza o di un individuo, a volte possedevano schiavi. Per loro nessuna incoerenza:si, gli uomini sono creati uguali, Dio giudica alla stessa maniera, ma ciò che avviene dopo la creazione, i rapporti di forza che si vengono a creare è tutto un altro discorso. Il creolo, il proletario, il campesino sono liberi perché nulla vieta loro a monte di leggere un libro piuttosto che un altro, criticare -nei limiti dell’ordine pubblico- un governo o di andare a scuola. Certo, nella pratica magari diventa difficile leggere dopo turni di 10 ore, e magari non è così facile avere successo a scuola se si è abbandonati a se stessi perché i propri genitori o lavorano o dormono, ma questo non conta. La libertà è tutta contenuta, per questi liberali, nel reame della possibilità, nella teoria, nei sofismi. Nella materialità vige la diseguaglianza, che porta ad una divisione dell’umanità in oppressi ed oppressori, ma questo non invalida le loro idee, perché basta, alla fine, “rimboccarsi le maniche”, mettersi a lavorare sodo, ciecamente, sperando un domani di essere tu a calpestare i tuoi simili, e magari di essere un po’ meno calpestato a tua volta. Il liberalismo, nei fatti, nasce come istanza di una classe che raggiunte grandi ricchezze e peso politico voleva liberarsi dai vincoli di quella che era ancora legalmente la classe egemone, ossia quella aristocratica. Il liberalismo nasce come istanza della libertà materiale di pochi, pochissimi, a discapito della libertà puramente teorica e quasi ironicamente annunciata delle moltitudini. Ancora oggi i giovani rampolli della Milano bene o dei Parioli cianciano di “libertà”, intendendola nella loro peculiare maniera, fortificati dalla diarrea verbale dei vari Friedman, Monti, Parenzo, Travaglio. Tutti partecipi loro di una perversa mentalità pressoché egenome dall’altro lato dell’Atlantico, dove l’ipotesi di saldare dall’alto i debiti universitari (che negli Usa, la terra dei “liberi”, relegano migliaia di giovani a lavori servili e senza prospettiva, e alienando la formazione universitaria a molti altri) ha causato molto scalpore perché secondo gli “esperti” avrebbe creato un pericoloso “precedente morale”, dove il 21% dei bambini può vivere in condizioni di povertà assoluta ma dove vi è inflazione di armi e bagni “gender-neutral”, dove si può morire, e si muore, tranquillamente di malattie curabili perché si è troppo poveri. La libertà dei pochi vale più della vita stessa dei molti, perché il mio diritto di arricchirmi, reso possibile dalla mia violenza, non può essere attaccato dalle vostre pretese di vivere in pace. Se ogni sistema si è retto su di una serie di contraddizioni quelle del sistema liberlale sono tanto palesi e spaventose che ci si chiede come questo si possa in qualsiasi maniera appoggiare o giustificare. Sognando una non meglio specificata libertà hanno spianato la strada alla più brutale oppressione, perché dall’arena che per loro è la vita può uscire solo un vincitore, e nella competizione non esistono amici. Il liberalismo è l’ideologia della guerra, del suprematismo, delle discriminazioni, dell’annullamento della democrazia e di qualsiasi prospettiva di libertà e fratellanza. L’accentramento delle risorse e del potere procede spedito, ma quello che ora pochi egoisti viene percepito come apogeo sarà prodromo di una violentissima caduta: quando tutto il mondo sarà egualmente servo, sarà anche egualmente loro nemico, e allora si renderanno conto che i sofismi sui diritti contano poco contro la cruda materialità delle forche.

Quello che ci fa incazzare


Quello che ci fa incazzare
È così che è necessario iniziare questo piccolo testo. Siamo incazzati. Ed è colpa dell’ipocrisia moderna; no, non salvini. O meglio non solo. Un’ipocrisia generalizzata a tutti i politici, di tutte le posizioni ed idee.
Quando si sente elogiare la resistenza, lo si chiama (coerentemente) il secondo RISORGIMENTO si dovrebbe essere solo che orgogliosi del percorso fatto dai patrioti e socialisti , quelli veri, dal 1861 passando per il 1943 sino alle lotte per il lavoro degli anni, tanto elogiati, della prima repubblica . Ma chi osa nominarli? Personaggi che ci costringeranno ad un terzo risorgimento! Uomini “politici” che ci portano ad avvicinarci, a mischiarci, anche con chi (in una futura guerra di liberazione) ha idee avverse alle nostre ma che, in un modo o nell’altro, è resistente al sistema eurocratico e tardocapitalista moderno.
Sentire parlare di “patriottismo” da personaggi emeriti della repubblica odierna è ripugnante, una blasfemia pari all’elogio della nazione durante il Ventennio.
Ma non finisce qui! Sono incazzato perché a scuola, quando si affronta l’ottocento, si elogiano i movimenti operai che portarono avanti le prime lotte. Con un sentimento quasi di pena, poverini questi lavoratori sfruttati. Però, guarda caso, i movimenti socialisti e comunisti non vanno più bene nel novecento. Servono solo ad alcuni per pulirsi dalla coscienza le vittime fatte dai precursori passate. Nel novecento “si è esagerato”; si banalizza dicendo che “hanno fatto troppe vittime, hanno portato ad un disastro, ad anni di tensione”. Qualcuno si è mai messo a conteggiare i morti sul lavoro nel periodo post rivoluzione industriale, le cui condizioni sono ben descritte da Engels? No. Non interessa, semplice. Sono incazzato perché oggigiorno non gli interessa a nessuno dei riders, magari(non è neanche detto, forse questo potrebbe essere l’ultimo secolo di lotta, alcuni lo hanno già ipotizzato vedi Fukuyama) si faranno gli stessi discorsi moralisti che facciamo oggigiorno nei luoghi del sapere sui poveri lavoratori dell’ottocento.
Ed ancora i nuovi colonialismi, le ingerenze in Africa moderne: a scagliarci contro le campagne coloniali dell’ottocento e novecento siamo subito pronti; pronti, però, a chiamare anche dei semiterroristi i patrioti del nord Africa che commettevano attacchi contro il governo autoritario di De Gaulle. Questo è un grido di rabbia, da cui deve nascere una voce dissidente forte che riecheggi nei secoli a venire.

Democrazia: alcuni ragionamenti

La questione della lingua

Una parola non è che uno strumento, essa serve un fine che è la comunicazione di un certo contenuto. La scelta di un termine e la definizione che si da di esso sono strumentali al tipo di contenuto che si vuole comunicare. Non esiste nessun significato intrinseco, e tantomeno una naturale tendenza nella parola, che non ha caso necessitano per esistere di una mente umana che la componga, verbalmente o graficamente. Avendo come fine la comunicazione di un messaggio tanto soggetto a fraintendimenti più o meno voluti quale è quello di natura politica, è estremamente necessario fermarsi a definire i termini. Ci concentreremo ora su alcune parole necessitanti di definizione, la quale è da comprendere, per riuscire ad intendere i nostri successivi ragionamenti. Ciò che ci interessa non è la formalità, l’aspetto esteriore dei termini, ma il loro contenuto. Sentitevi dunque liberi, una volta letta ed intesa la sostanza, di sostituire al termine dato quello che più si confà alla vostra cultura e mentalità.


-Partito: vogliamo intendere con questo termine una particolare organizzazione sociopolitica a carattere gerarchico e verticistico, la quale si basa su vincoli di interesse materiale, ed inserita all’interno di una universale guerra di tutti contro tutti, data per assiomatica e, sovente, moralmente giustificata. Da questa guerra si vuole uscirne vincitori, mantenendo gli sconfitti in una posizione di inferiorità e di sudditanza. Il partito prevede un modello competitivo, che si fonda sulla discordia e che per essa vive. Diciamo “Partito” quella forza integrata all’interno di un sistema classista espressione degli interessi di un particolare gruppo, una parte, che vuole arrivare al vertice della piramide sociale senza intaccare le fondamenta di questa, ossia la natura competitiva e gerarchica. Un’organizzazione politica rappresenta in nuce un mondo che si vuole creare, un dover essere da imporre all’essere. Essendo il partito non indirizzato ad un cambiamento ma unicamente ad una diversa distribuzione del potere esso si può definire come l’organismo antipolitico per eccellenza.


-Democrazia: “potere del popolo”. Per attribuire un significato a questa parola è necessario prima di tutto definire i termini “popolo” e “potere”, per cui: -Popolo: Assieme di individui che sono, o si vogliono, liberi ed eguali, e che si definiscono storicamente con un passato ed un futuro comuni. Tale ente è delimitato nel tempo e nello spazio dai limiti della sua azione storica.
-Potere: facoltà di poter intervenire liberamente e senza costrizione alcuna, al di fuori del soddisfacimento dei bisogni naturali, sull’ambiente d’azione, sia esso esterno al soggetto o esso stesso. Si è potenti in ragione di quanto si è liberi, la capacità di esercitare tale potenza è detta sovranità.
Risolta questa questione possiamo passare al termine che mette in correlazione i due precedenti, ossia “democrazia”, che risulta dunque essere la capacità del popolo di intervenire spontaneamente su se stesso e sulla sua sfera d’azione senza restrizioni che il rispetto dell’altrui diritto di fare altrettanto, ossia di autodeterminarsi. Democrazia significa progresso di tutti ad opera di tutti, ossia l’assenza di classi sociali o di interessi divergenti, i quali generano per natura una situazione di guerra che impedisce l’esercizio della collettiva autodeterminazione. Significa perfetta comunanza d’intenti data dal riconoscimento dei propri diritti naturali e del limite di questi posto nell’altrui diritto. La democrazia è dunque definibile anche come l’assenza del conflitto e della competizione fra parti, poiché non prevede l’esistenza di queste. E’ l’antitesi del privilegio, poiché prevede la perfetta eguaglianza, poiché una disparità economica si traduce in disparità di potere politico. E’ l’antitesi del narcisismo individualista e del becero campanilismo, che maschera l’egoismo con il mantello di un simulato senso d’appartenenza comunitaria.
Con la questione terminologica risolta almeno in parte possiamo addentrarci in alcune brevi riflessioni su alcuni aspetti della situazione corrente.

Cretinismo elettorale

Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma tuttavia persiste l’esistenza di un forte zoccolo duro ancora convinto che all’interno del totalitarismo liberal-liberista le elezioni siano qualcosa in più che una semplice formalità, l’illusione del controllo popolare su una sovranità che è sempre con più insistenza rivendicata da gruppi privato aventi interessi propri e proprie agende. Abbiamo visto la privatizzazione della Banca d’Italia, abbiamo visto l’euforico ingresso nell’area euro, abbiamo visto la firma del Trattato di Lisbona e finanche la menzione in diversi articoli della nostra Costituzione dell’Unione Europea e delle sue direttive. Abbiamo visto interi pacchetti di riforme varati in ossequio a direttive di un organismo evidentemente di maggior peso come l’Unione Europea. In aggiunta a ciò, sul nostro territorio nazionale trovano riparo migliaia di soldati stranieri, intere flotte e persino armi nucleari. Serve una certa dose di coraggio per portare avanti con tutti questi dati evidenti il pensiero che basti raccogliere alcune migliaia di firme o di voti per poter liberarsi da tutte queste catene. Come se il processo fosse così lineare poi, come se per costruire il consenso non servissero ingentissimi mezzi di cui ogni forza che vuole porsi al di fuori di certe dinamiche di potere è destinata a rimanere totalmente sprovvista. Pensieri del genere possono nascere solamente in mancanza di una capacità d’analisi sistemica, dal concentrarsi sulla forma e non sulla sostanza dell’epoca storica da noi vissuta. Questo atteggiamento leguleio rende sterile ogni azione politica, ogni sano slancio verso il cambiamento, ogni energia riposta in un progetto. Certo, il partecipare alle elezioni garantisce una, seppur minima, visibilità, ma c’è da chiedersi se un progetto di crescita a lungo termine sia possibile visto il sempre più terribile potere degli oligarchi. Occorre aggiungere che questa comoda illusione che prevede unicamente lo sforzo propagandistico per assicurarsi la vittoria va spesso di pari passo al feticismo per mai esistiti “bei tempi andati”. Analizziamo un periodo diventato molto comune da idolatrare dopo l’introduzione della locuzione “sovranismo costituzionale” nella terminologia politica: la Prima Repubblica. E’ inutile dire che questi anni nulla ebbero di “glorioso”: i diritti sociali furono sì maggiori rispetto agli attuali, e sicuramente si riuscì a godere di un benessere abbastanza diffuso, ma ciò fu reso possibile da violentissime manifestazioni volte a contestare lo status quo democristiano. La Prima Repubblica è il periodo dell’IRI, del proporzionale puro e del boom economico, ma è anche il periodo degli anni di piombo, della Gladio, dell’ombrello della N.A.T.O, del terrorismo, della repressione, delle asprissime lotte sociali che sovente lasciavano morti per le strade, della rivolta di Reggio e della strage di Modena, degli accordi Stato-mafia e dei tentati golpe. Un conto è riconoscere le caratteristiche economiche e sociali di un dato periodo, elaborando quindi una critica storica che metta alla luce pregi e difetti, l’altro è il feticismo nostalgico che pone come fine un passato non solo inventato, ma materialmente non replicabile.

Individuo e comunità

L’esistenza di una dicotomia fra individuo e comunità è retaggio dei pensatori individualisti ed egoisti, i quali arrivarono all’estremo del solipsismo e al ritenere la comunità come una finzione. In realtà, come innumerevoli sapienti insegnano, da Proudhon a Pisacane a Mazzini, l’individuo non è soppresso o “castrato” dalla comunità, ma reso più libero, e di conseguenza più potente. La libertà cresce in corrispondenza dell’aumentare delle relazioni sociali che l’individuo stabilisce con i suoi simili, non rinunciando alla sua precedente libertà ma anzi aumentandola. Si potrebbe dire che sia proprio questo il ruolo dello Stato: non solo tutelare ma anzi aumentare la libertà d’ognuno, garantita da un patto sociale e dal vivere in comunità. Pensare che limitando la propria libertà si arrechi beneficio al gruppo è come pensare che si possa correre più veloce tagliandosi una gamba. La comunità è un’astrazione dell’individuo, il quale riconosce il proprio vicino come assimilabile a lui, vede in lui un minimo comune denominatore che permette di creare un concetto unitario che vada a mettere in correlazione tutti e due i soggetti. E’ d’uopo andare a contestare una popolare quanto stupida credenza, ossia quella secondo la quale l’astrazione non farebbe parte del reale. Per ridurre al silenzio ciò basta pensare alla vita quotidiana, come concetti astratti quali la famiglia, il denaro, una società per azioni, una legge e un titolo di studio riescano ad avere enormi ricadute sul reale nonostante il loro essere astrazioni, convenzioni sociali, pensieri sviluppatisi nella mente degli uomini e diffusi intorno a loro. L’astrazione non si ferma al singolo che scopre nel suo vicino un membro della sua famiglia, ma porta le famiglie ad unirsi formando città, le città nazioni, le nazioni l’Umanità. In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che ogni attacco contro la persona sia un attacco non solo alla famiglia e alla nazione, ma alla totalità degli esseri, in quanto il singolo questi genera e in questi è contenuto.

Contro la gerarchia

Ogni ripartizione ineguale di potere fra gli uomini non è solo dannosa per la vita sociale, ma profondamente antidemocratica. Poco importa il titolo che si vuole dare ad un superiore: sia esso presidente, segretario, capo, duce, comandante la sostanza è una divisione verticale destinata a generare interessi contrastanti e dunque conflitto. Gli uomini sono eguali e liberi di natura, la nostra etologia vuole che ci si raggruppi nella maniera tale da garantirci le migliori possibilità di sopravvivenza, ed essa non è il potere del singolo sul gruppo, ma la sovranità del singolo su sé stesso, della comunità sulla comunità. Ogni livello della socialità umana ha una sua particolare sfera d’azione, ed entro questa sfera d’azione è giusto che agisca solamente il soggetto in questione. Tutto ciò che non inficia la comunità è lecito al singolo, tutto ciò che non arreca danno all’Umanità è lecito alla nazione, questo perché il limite della libertà è l’altrui diritto, di conseguenza non sono diritti il furto, l’omicidio e la schiavitù, ma anzi il loro contrario, ossia l’imposizione di un privilegio. Ovviamente all’interno della comunità ci si pone il problema del soddisfacimento di certi bisogni, sempre crescenti col passare della Storia. Dalle semplici necessità di cibo e riparo si è passati a dover regolare la distribuzione di beni in territori vastissimi, la riscossione delle tasse e il mantenimento di servizi di igiene pubblica. E’ lecito e giusto che ogni cittadino, ossia il libero uomo conscio dei doveri nati con la vita comunitaria, svolga la mansione a lui più consona, e che tragga da questa tutti i bene a lui necessari. Essendo la vita in grandi comunità estremamente complessa, è legittimo che esistano commissari deputati dalla comunità stessa a svolgere particolari compiti, siano essi il regolare gli orari dei treni o a condurre trattative commerciali. Questi commissari non devono però essere dotati di per sé di nessun potere al di fuori del mandato concesso dal popolo per un particolare compito da svolgersi in un particolare tempo, devono essere in ogni momento sindacabili e revocabili dalla loro posizione. Il potere del popolo su sé stesso deve essere assoluto, non esiste carica che il popolo debba valutare come “superiore” a quella del cittadino normale, ossia dotata di diritti maggiori.

Libertà e sacrificio

Da ciò di cui abbiamo discusso prima se ne può dedurre che una mutilazione della libertà del singolo non rechi giovamento alla comunità, ma che anzi la libertà di questa venga in modo proporzionale ridotta. Di conseguenza una riduzione della libertà non si traduce in un sacrificio, ma in un attentato alla vita pubblica. La parola “sacrificio” deriva dal latino, e significa “rendere sacro”. Ciò di cui l’uomo si negava in favore di un qualcosa di maggiore, sia stato cibo, capi di bestiame o anche la vita, era ritenuto reso sacro dal gesto. Elementi fondanti di questo processo erano la sua spontaneità del dono e il suo valore in termini di lavoro, di attaccamento o di importanza. Il sacrificio non era automutilazione, ma rinuncia ai frutti del proprio lavoro, della propria fatica, della vita. Esso si traduce nell’impegno quotidiano, nell’instancabilità, della repulsione verso la pigrizia. Si traduce nella scelta di inserire in una scala valoriale ben precisa ciò che è dovere e ciò che è superfluo, sacrificabile. Impegnandomi per la comunità, combattendo pro aris et focis non perdo una libertà individuale per guadagnare un potere collettivo, ma aumento la mia libertà e con essa quella della mia comunità

5 punti per l’azione politica

Vogliamo elencare sommariamente 5 consigli che ci sentiamo di fare a noi stessi e ad ogni nostro interlocutore, 5 punti essenziali e semplici per la correzione dei vizi ai quali si può andare naturalmente in contro, ancora di più in questi tempi bui che suscitano reazioni retoricamente estremistiche ma sostanzialmente “conservatrici”.
1-Rinunciare ad ogni aspirazione ad un ruolo messianico, prendere coscienza che l’agire del singolo per essere fruttuoso deve essere inserito in un contesto comunitario, così come quello comunitario deve essere posto in un contesto più ampio.
2-Bando al feticismo e all’idolatria. Non c’è bisogno di santini o di madonne, non serve ricordare improbabili età dell’oro. Serve una presa di coscienza del presente, il porre questo in continuità col passato, il rifarsi creativamente e criticamente ad esso, senza erigere altari, poco consoni ad un popolo che si vuole civile.
3-Non avere paura dei termini. Lasciamo le coscienze spaventate dai toni a sé stesse, esse non sono soggetti storici, ma spettatori passivi. Chiamiamo le cose per quello che sono, con intelligenza ma senza paura di causare turbamenti negli animi degli insicuri. Questo è l’unico modo per costringerli a prendere campo: porli davanti ad una scelta.
4-Aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Farsi illusioni di improbabili intercessioni divine, capovolgimenti improvvisi o altre sciocchezze è assolutamente controproducente. Siamo in una situazione estremamente difficile dove solo ancora per poco saranno rispettate certe formalità “democratiche”. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza, i nostri discendenti chiederanno conto delle nostre azioni.
5-Sentirsi parte del tutto, non parte fra le parti. Ogni ente è scomponibile, ogni ente è assimilabile ad altri per arrivare ad un ente maggiore. Non esiste contraddizione in ciò, anche se avviene tutto al contempo. Prendiamo atto di questo, prendiamo atto che la nostra individualità esiste come collettività di livello minore, e la nostra collettività come individualità di livello maggiore.

Cambiano i burattini, non i burattinai.

Il Primo Ministro Conte ha annunciato la sua volontà di consegnare le dimissioni, bagarre in aula su “climi d’odio” e fondi russi, tutti uniti per agenda economica “liberale e dinamica”.

Conte col suo “europeismo critico” rappresenta una quinta colonna del sistema liberista. Salvini, con la sua critica delle “regolette”, è il peggior nemico del popolo e il miglior alleato di Bruxelles e dell’internazionale neoliberista di Bannon. La destra berlusconiana, non contenta dei suoi vent’anni all’insegna del precariato e delle privatizzazioni, invoca misure liberali. Il Partito Democratico, con la sua solita pappa del cuore, non desiste da una pretesa battaglia morale, ignorando che la guerra fra poveri è stata scatenata anche dai suoi provvedimenti sociali. Silenzioso il Movimento.

In poche parole si sta assistendo all’ennesima partita fra le varie correnti del Partito Unico Liberale, le quali sono tutte saldamente arroccate su posizioni liberal-liberiste, ultraeuropeiste ed antidemocratiche.

Salvini è un pericolo per la democrazia tanto quanto i suoi molto poco onorevoli colleghi che ogni giorno infangano il Parlamento con la loro ignobile presenza. Nessuna di queste figure dovrebbe godere della benché minima credibilità difronte al popolo italiano, ma anzi dovrebbero essere celermente giudicati da tribunali popolari assieme ai propri padroni e vassalli.

Contro la Lega, contro l’Unione del Padronato Europeo, contro ogni deriva liberista.

Sinistra patriottica e classe operaia dal blog di Sollevazione

Condividiamo dal sito di Sollevazione questi due articoli strettamente correlati scritti dai nostri compagni ed amici di P101.

9 Tesi per una sinistra patriottica


(1) GLOBALIZZAZIONE AL TRAMONTO

Il lungo ciclo che va sotto il nome di “globalizzazione”, toccato il suo punto più alto con la dissoluzione dell’URSS e la trasformazione della Cina in grande potenza capitalistica, si avvia al suo tramonto. Se il processo di globalizzazione dispiegata è riuscito a dilagare anche nel nostro Paese, è perché le élite sono riuscite a nascondere la sua natura liberista e classista dietro alla maschera del progressismo cosmopolitico. Una delle chiavi di volta di questa narrazione ideologica è infatti la distopia di una irenica repubblica capitalistica mondiale. Il superamento degli stati nazionali era ed è non solo auspicato, ma considerato inevitabile. La stessa Unione europea veniva e viene ancora presentata ai cittadini come una tappa in questa direzione.

(2) LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DI QUESTA FASE

Cosa effettivamente è accaduto con la globalizzazione? Attraverso un processo ineguale ma combinato, abbiamo un ordine imperialistico policentrico per cui un pugno di potenze hanno non solo preservato, ma rafforzato le loro prerogative sovrane, mentre la grande maggioranza degli stati nazionali ha progressivamente perduto sovranità, cedendola ai primi e/o, come nel caso dell’Unione europea, ad organismi oligarchici sovranazionali. Di qui la contraddizione principale di questa fase: quella tra il pugno di paesi dominanti e le nazioni dipendenti e semi-dipendenti le cui forze produttive sociali non possono più crescere a causa dei ceppi che le incatenano —dinamica che all’interno della Ue vede contrasti tra i paesi “core” e quelli bollati già “periferici” e, dalla Bce, denominati “vulnerabili”. Questa contraddizione principale si porta appresso un secondo aspetto: l’opposizione, all’interno degli stessi paesi soggiogati, tra la grande maggioranza dei cittadini e le frazioni più potenti e globaliste delle borghesie autoctone le quali, come nuove borghesie compradores, fungono da intermediari della rapina ai danni delle nazioni.

(2) UNIONE EUROPEA E GRANDE GERMANIA

L’Unione europea, edificata con l’ambizione di dare vita al principale polo imperialistico mondiale (nell’illusione che gli USA avrebbero accettato di spartire il mondo in more uxorio) traballa per diverse ragioni, una delle quali è che essa ha accresciuto gli squilibri tra gli stati, tra il centro tedesco e le diverse sue “periferie” le quali, private delle loro sovranità, possono sviluppare solo quelle forze produttive sociali funzionali alla macchina mercantilistica tedesca ed ai conglomerati finanziari carolingi. Il predominio della Grande Germania riunificata, stato-potenza egemone della Ue, siccome tende per sua natura a germanizzare, a soggiogare le altre nazioni, è concausa del tramonto della Ue ed accentua il contrasto tra le spinte centrifughe e quella centripeta. Ultimo ma non meno importante: il predominio tedesco ha il fiato corto perché la Germania, oggi come ieri, è incapace di trasformare il suo predominio in vera egemonia continentale.

(4) IL DESTINO DELL’ITALIA

Anche l’Italia ha subito questo processo di desovranizzazione e spoliazione, reso possibile dall’abdicazione delle élite intellettuali nostrane e dall’accettazione del comando esterno da parte della grande borghesia italiana. Esse hanno consegnato alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche le decisive  leve di comando. Il parlamento è diventato un simulacro, i politici di regime dei Gaulaiter, mentre lo Stato, già sovrintendente territoriale dello spazio giuridico imperiale a guida geopolitica americana, è diventato locale custode del protettorato tedesco. In queste condizioni, se non spezza la catena euro-liberista, l’Italia corre addirittura il rischio di spezzarsi come nazione unitaria, con un Nord agganciato alla locomotiva tedesca e il Mezzogiorno lasciato alla deriva, in mano al capitalismo mafioso.

(5) IL RITORNO DEGLI STATI NAZIONE

Il tramonto della globalizzazione non solo frena le ambizioni imperialistiche tedesche, alimenta la spinta opposta, quella che vede gli stati nazionali recuperare le loro sovranità, erigere proprie barriere difensive contro il libero scambismo selvaggio ed il mercantilismo che sono i vettori del dominio dei grandi conglomerati finanziari. Quando un edificio crolla restano le sue fondamenta. La dissoluzione della Ue dimostrerà che gli stati nazionali su cui si sorregge restano per i popoli la sola base per ricostruire le loro società. Il ritorno degli stati nazione sulla scena ha molteplici ragioni, guai a non comprenderle. Esse sono molteplici: economiche, geopolitiche, storico-culturali, religiose e psicologiche. Due spiccano su tutte: da una parte le forze produttive dei paesi dipendenti (eccetto quelle che avanzano e fanno profitti grazie alla globalizzazione) tendono ad autodifendersi invocando la protezione statuale; dall’altra le masse popolari (tranne i settori che traggono a loro volta vantaggi perché al servizio delle frazioni globaliste della borghesia) invocano sicurezza, lavoro, dignità, stato sociale.

(6) IL RISVEGLIO DEI NAZIONALISMI

Questo conflitto, manifestazione della contraddizione di fase principale, spiega il risveglio dei nazionalismi, sia in versione fascistoide che liberista, tutti accomunati da comuni denominatori revanchisti, autoritari e xenofobi. Il nazionalismo avanza perché fa incontrare e offre un orizzonte di senso a queste due spinte. Ne ricava maggiore forza grazie ad una narrazione opposta a quella cosmopolitica: contro l’umiliazione esibisce la volontà di riscatto, all’atomizzazione sociale oppone l’identità collettiva, contro lo spaesamento globalista insiste sul senso di appartenenza alla patria, alla società multietnica oppone il mito della nazione come comunità, al disordine oppone l’ordine. L’ostinazione delle élite eurocratiche a proseguire sulla strada della centralizzazione e della demolizione degli stati nazionali, lungi dall’indebolire i nazionalismi, li alimenta. Come in ogni grande crisi, in ogni fase di passaggio da un regime ad un altro, vale il principio per cui le energie scatenate dagli interessi sociali e di classe sono condannate a volatilizzarsi se non vengono incanalate, indirizzate strategicamente. E’ qui che entrano in gioco le ideologie, le visioni del mondo, le idee forti, religiose o secolarizzate che siano. Il nazionalismo, in società dominate dal nichilismo valoriale, è un’idea forte destinata ad accrescere la sua presa sulle larghe masse, anzitutto sui settori sociali più deboli, proprio quelli che dovrebbero fungere da forza motrice della trasformazione socialista della società. Contrastare dunque i nazionalismi avanzanti ma come?

(7) SEPARARE QUINDI UNIRE

Le sinistre occidentali, sistemiche e radicali, avendo avallato o addirittura sostenuto la globalizzazione e il disegno euro-liberista, hanno contribuito a spianare la strada a questi nazionalismi e saranno messe all’angolo. Con il suo internazionalismo dottrinario, col suo lottaclassismo prepolitico anche l’estrema sinistra si è resa corresponsabile. Non si contrastano i nazionalismi facendo esorcismi, demonizzandoli, facendo dell’internazionalismo un totem e della nazione un tabù. Una via sicura per lasciare campo libero alle destre nazionaliste è consegnare loro il monopolio della battaglia patriottica, facendo spallucce davanti al ritorno sulla scena degli stati nazione, peggio ancora, apparendo subalterni alle élite neoliberiste, che restano il nemico principale dei popoli. Errore madornale, dunque, condannare come univocamente reazionarie le pulsioni sociali e ideali che alimentano i nazionalismi. Occorre invece distinguere e separare il carburante,  le spinte sociali e ideali che alimentano i nazionalismi — la difesa delle forze produttive nazionali dalla predazione imperialistica esterna ed il desiderio di sentirsi parte di una comunità solidale — dalle formazioni nazionaliste che puntano a diventare il comburente. Bisogna quindi tenere assieme questione nazionale, questione di classe e questione democratica, insistendo sul principio che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale.

(8) PATRIOTTISMO REPUBBLICANO

Per contrastare i nazionalismi si deve sfidarli sul terreno dell’egemonia: mito buono contro mito cattivo, radici rivoluzionarie contro quelle reazionarie, narrazione sana contro narrazione tossica, identità etnica contro identità politica, comunità forte contro comunità debole. Al mito cattivo dell’Italia guerriera, annessionista, fascista e imperiale, noi opponiamo quello buono dell’Italia come faro di civilizzazione universale, ruolo che la nostra Patria ha saputo esibire nei momenti più alti della storia mondiale. Alle radici reazionarie del nazionalismo, proprie delle destre che ebbero la meglio dopo il Risorgimento e che le classi dominanti utilizzarono per giustificare, oltre agli innumerevoli crimini contro il popolo, i propri appetiti imperialistici, noi opponiamo quelle rivoluzionarie e democratiche dei padri nobili ed ai martiri della Patria. Alla narrazione nazionalista che esalta le gesta dell’Italia monarchica e fascista, con tutto il loro corollario di nefandezze, noi opponiamo il patriottismo popolare che dalle correnti democratiche del Risorgimento passa al movimento operaio, e di lì alla Resistenza antifascista che riscatterà l’onore del Paese e che s’incarnerà nella Costituzione repubblicana. All’identità etnica fondata sul sangue, sul suolo e sul destino, noi opponiamo quello della Patria come associazione politica di liberi e uguali, quale che sia la loro “razza”, provenienza, confessione ideologica o religiosa. Debole e fallace è la comunità dilaniata dai contrasti sociali, di casta, di classe, etnici, e dove ristrette élite hanno il monopolio delle leve di comando. Forte è invece quella patria dove sovrano è il popolo, dove i più forti non opprimono i deboli, dove non ci sono privilegi e conflitti sociali, dove lo Stato garantisce la sicurezza generale e difende come inviolabili i diritti di libertà della persona e delle minoranze.

(9) RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Non passerà molto tempo che il futuro del paese sarà deciso dallo scontro tra i due fronti opposti: quello del nazionalismo reazionario e imperialista (sia esso dominato da neoliberisti o neofascisti) e quello del patriottismo repubblicano e internazionalista. Occorre dunque costruire un grande partito (con i suoi diversi strumenti) che intercetti i sentimenti nazionali risorgenti tra il popolo e riesca ad indirizzarli verso il solo esito che potrà determinare la grande svolta, la sollevazione popolare. Abbiamo segnalato i due aspetti della contraddizione: le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo, facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dobbiamo invece tenerli concatenati: sollevazione per liberare il Paese dal dominio esterno e lotta per strappare il potere alle élite dominanti senza la cui collaborazione fattiva questo dominio non ci sarebbe. Sarà quindi, quella italiana, una rivoluzione democratica e patriottica. Sorgerà per tempo, prima di un altro 8 settembre, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale? Riusciremo ad evitare di cadere, come successo in Grecia, in un regime di protettorato? Forse no, forse, come altre volte capitato al nostro Paese,  la sollevazione seguirà la catastrofe nazionale e il popolo dovrà ricostruire il Paese sulle sue macerie. Sia come sia noi dobbiamo fare la mossa strategica da cui tutto il resto dipende, diventare i campioni della battaglia patriottica contro l’aristocrazia finanziaria predatoria esterna e le élite economiche e politiche italiane ad esse asservite. Solo a questa condizione potremo far sì che la rivoluzione democratica e costituzionale possa costituire il punto d’appoggio per quella socialista, visto che solo un Paese socialista potrà essere davvero sovrano.

Il Mito della classe operaia

«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».
[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865]

*  *  *Tra i tanti critici che abbiamo alle calcagna ci sono coloro i quali, pur allattatisi al nostro seno e scopiazzando qua e la quanto andiamo sostenendo da anni, ci accusano di aver dimenticato la centralità del “fattore di classe”. Cosa questi critici intendano per “fattore di classe” non è affatto chiaro, dal momento che non sono in grado di dare rigore logico alle loro critiche. Tuttavia è evidente come essi ci stiano lanciando la scomunica: saremmo eretici perché il nostro discorso rivaluta i concetti di popolo e nazione “a spese” di quelli di classe operaia e rivoluzione comunista. L’accusa di eresia (una variante tutto sommato garbata dell’accusa di “rossobrunismo”) implica ci sia una “ortodossia”, ma non chiedete loro, tra i disparati marxismi, quale sia il loro. Non lo sanno, e quel che è peggio, non gli interessa saperlo. Ai faciloni basta e avanza aggrapparsi a certa vulgata. Comunque sia, ove essi, invece di procedere per frasi fatte, accettassero un serrato confronto teorico, qui siamo ed a loro dedichiamo queste riflessioni.

*  *  *

No al pressapochismo teorico

Com’è che Marx è considerato un gigante rivoluzionario nonostante non abbia guidato né un movimento di rivolta né tantomeno alcuna rivoluzione sociale? Polemista implacabile bisticciò con la maggior parte dei socialisti del tempo. Morì in esilio e nel massimo isolamento. AI suoi funerali c’erano poco più di dieci persone. 

Egli fu rivoluzionario a causa delle sue idee e della grandezza della sua visione teorica. In altri tempi questa precisazione sarebbe stata pleonastica — Lenin: “senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”. Non è così oggi, dove tutti sono stati infettati dall’analfabetismo funzionale, dal pressapochismo teorico. E’ triste dirlo ma ciò vale anche per tanti militanti marxisti che di Marx conoscono, sì e no, l’abc. L’alibi di chi non ha profondità teorica è mascherare questa deficienza apponendo i dati di fatto, i risultati pratici ai principi teorici. E’ vero che il pensiero da solo non cambia il mondo, ma non si è mai visto cambiarlo da chi pensiero profondo non possedeva. L’America ha vinto anche grazie all’egemonia della sua peculiare filosofia, il pragmatismo: meglio l’uovo oggi che la gallina domani, la prassi trasmutata in calvinistica operosità performativa, la filosofia disprezzata come superflua metafisica.

Esula da questo breve saggio, poiché chiederebbe molto più spazio, un’indagine sistematica sulle idee fondamentali di Marx — per meglio dire, e non è la stessa cosa, quelle che gli epigoni han fatto diventare fondamentali a spese di altre sottacendo le evidenti antinomie marxiane —, quelle che hanno dilagato nel ‘900, in molti casi diventando egemoniche. Dobbiamo limitarci, per stare ai nostri critici, a quella che può essere definita la madre di tutte le idee marxiste: il mito della classe operaia

Dei miti e delle loro funzioni

I seguaci che considerano il marxismo una scienza — nel senso di una concezione esatta e infallibile della storia — sobbalzeranno sulla sedia, ci accuseranno di blasfemia. Per essi il mito è per sua natura irrazionale, fantasticheria primitiva, un’anticaglia seppellita da progresso. Per essi dunque, affermare che Marx (lo scienziato!) abbia fondato un mito, significa squalificarlo, attribuirgli una tremenda nota di demerito. Per noi è l’esatto contrario: una delle ragioni della grandezza di Marx è proprio quella di avere fabbricato il potente mito di una classe che per sua stessa natura era destinata a riscattare tutti gli oppressi ed a salvare il mondo.

L’essere umano, data la sua natura antropologica, ha bisogno di miti in cui credere e per cui battersi; essi sono infatti espressioni simboliche di istanze psichiche profonde, istintive e emotive, archetipi che soggiacciono, come strati nascosti, alle sovrastrutture ideologiche successive, che dunque preesistono all’esperienza. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo”.

Il Sorel, checché se ne possa pensare della commistione tra marxismo e vitalismo bergsoniano, è stato quello che con più forza ha sottolineato la potenza demiurgica e creativa del mito sociale, come figura che spinge le masse all’azione, per lui quindi opposta a quella dell’utopia —dove utopia sta per la credenza che si possa cambiare il mondo senza rivoluzione: 

«Si può parlare all’infinto di rivolte sociali senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse […] Il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna». [Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza]

Ciò che sterminate masse, anche negli angoli più sperduti del pianeta, accettarono come mito nel secolo grandioso che ci siamo lasciati alle spalle, è l’idea che vi fosse una classe, quella degli operai dell’industria, destinata a liberarci una volta per tutte dalla catene dell’oppressione e dell’abiezione, e quindi a condurre l’umanità al socialismo. Non è che nella modernità fosse scomparso il mito: merito di Marx è averlo strappato dal cielo facendolo scendere sulla terra, costruendolo come mito storico-sociale.


Il mito nel giovane Marx…

Vale la pena soffermarsi su come Marx sia giunto a tanto. Basti dire che come materiali grezzi ha usato, genialmente assemblandoli, la filosofia finalistica della storia hegeliana (con la sua dialettica del negativo come motore del progresso storico) e la sociologia positivistica di Saint Simon (col suo culto dell’industria, delle forze tecnico-scientifiche, delle moderne classi produttive).

Ogni teoria politica ha una base filosofica. Prima di diventare marxista, ovvero prima di individuare la classe operaia industriale come la moderna e peculiare forza sociale levatrice del socialismo, nei vulcanici scritti giovanili, Marx così pose filosoficamente la questione:

«La liberazione è la liberazione dal punto di vista di quella teoria che proclama l’uomo la più alta essenza dell’uomo (…) la condizione operaia è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell’uomo. (…) Quando il proletariato annunzia la dissoluzione dell’ordinamento tradizionale del mondo, esso esprime soltanto il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è la dissoluzione effettiva di questo ordinamento del mondo». [K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Dicembre 1843-Gennaio 1844].

Evidente la matrice umanistica e idealistica di questo filosofare. Pochi mesi dopo il nostro, riflettendo sulle prime rivolte operaie in Germania, ribadiva questa matrice filosofica:

«Una rivoluzione sociale si trova dal punto di vista della totalità perché — se pure essa ha luogo solo in un distretto industriale — essa è una protesta dell’uomo contro la vita disumanizzante, perché muove dal punto di vista del singolo individuo reale, perché la comunità, contro cui la separazione da sé l’individuo reagisce, è la vera comunità dell’uomo, l’essenza dell’uomo». [ K. Marx, Glosse critiche all’articolo di un prussiano. Agosto 1844 ]

Qui, con le categorie di essenza umana, di comunità e totalità, sta la sorgente filosofica del successivo mito della classe operaia, qui abbiamo già, infatti, la figura simbolica di una classe sociale dalla missione salvifica e universale. E’ a questo punto che Marx compie una seconda mossa filosofica: l’innesto su questa matrice umanistica della dialettica hegeliana servo-signore, radicalizzandola:

«Proletariato e ricchezza sono opposti. Essi formano come tali un tutto. Entrambi sono figure del mondo della proprietà privata. Ciò che conta è la posizione determinata che entrambi occupano nell’opposizione. Non basta dire che sono lati di un tutto. (…) Il proletariato è costretto è costretto a togliere sé stesso e con ciò l’opposto che lo condiziona e lo fa proletariato, la proprietà privata. Esso è il lato negativo dell’opposizione, la sua irrequietezza in sé, la proprietà privata dissolta e dissolventesi». [K. Marx, La sacra famiglia. Settembre 1844]

Da questa mossa Marx ricava e propone una versione estrema di teleologia deterministica:

«Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere». [ K. Marx, Ibidem]

… e in quello “maturo”

Come si vede qui non abbiamo nessuna analisi del capitalistico modo di produzione, nemmeno un riferimento alle sue leggi di movimento tra cui la presunta essenziale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Non abbiamo le categorie di merce, di valore e plusvalore, nessun accenno al lavoro astratto come fonte del valore. Pur tuttavia, come detto, è qui che vengono gettate le basi filosofiche del mito della classe operaia come soggetto che proprio in base alla sua intrinseca essenza, pur senza averne coscienza, quali che siano le sue rivendicazioni, è destinato, anzi costretto, a compiere la propria missione. Non si discute quindi di possibilità, qui c’è il dogma finalistico della necessità. Usando il paradigma di Carl Schmitt, per cui le moderne categorie delPolitico non sono che concetti teologici secolarizzati, dovremmo parlare di una visione soteriologica ed escatologica.

C’è qui, infine, implicita un’idea, anzi un teorema: che la battaglia dei proletari in difesa dei propri interessi immediati, anche meramente sindacali, sia consustanziale a quella ideale e rivoluzionaria per il comunismo. Sarà Lenin a prendere atto che così purtroppo non è, che le lotte sindacali ed economiche sono “la politica borghese in seno alla classe operaia”, che la coscienza rivoluzionaria non sorge spontaneamente ma “può essere portata solo dall’esterno” dei meri rapporti di fabbrica. [ V.I.Lenin, Che fare ] 

Chiediamoci: il Marx maturo, quello del Capitale, quello che pretese di aver trasformato il socialismo da utopia a scienza, rinnegò forse, come ebbe a sostenere Luis Althusser, la sua visione filosofica originaria? Per niente. Egli utilizzerà le sue analisi empiriche del capitalismo e le sue scoperte scientifiche, come conferme a fortiori della sua visione finalistica della storia. Solo si sbarazzerà di certo linguaggio astratto e concetti metafisici — ad esempio l’idea del proletario come agente di una rivoluzione sociale che nel suo essere totale e radicale doveva addirittura fare a meno di essere politica — affinché il mito di una classe rivoluzionaria in sé potesse essere più solido e quindi penetrare tra le masse, affinché diventasse una forza invincibile. 

Il proletariato della fase idealistica subiva un processo di transustanziazione, il suo carattere provvidenziale dipendeva ora non più dall’essere la parte più alienata e abietta della società, bensì dal posto centrale che esso deteneva nel processo di produzione sociale, in quanto incarnazione della forza produttiva generale.

«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente». [K. Marx F, Engels, L’ideologia tedesca, 1845-46]

Spazzato via, a favore dell’oggettivismo storicista hegeliano, ogni dualismo kantiano tra essere e dover essere. E’ l’essere stesso così, il movimento oggettivo della storia, a procedere, motu proprio, verso il comunismo.

Una forza è tanto più invincibile se crede nel mito di sé medesima, se si convince che la propria liberazione non è mera possibilità — che quindi dipende dall’incontro di molteplici fattori  — ma risponde a necessità, ad un movimento oggettivo, ad un ordine destinale della storia. Invincibile poiché addirittura impersona la spinta delle moderne forze produttive. Di qui la tesi che il socialismo sia l’ineluttabile frutto dello stesso sviluppo delle forze produttive capitalistiche; di qui il mito che la classe operaia (orami individuata negli operai dell’industria moderna) abbia intrinseca la missione di sopprimere, col capitale, se stessa, in vista del definitivo approdo al “regno della libertà”. Il comunismo come inveramento in terra della “città di Dio”.

Non abbiamo così solo un mito, ma mito raddoppiato in quanto si addobba coi paramenti sacerdotali della scienza. Un mito che sarà poi Engels a giustificare, fabbricando un marxismo come sintesi di storicismo, positivismo e evoluzionismo — con ciò aggiungendo al corpo teorico marxiano ulteriori antinomie.

Che qualche dubbio si sia insinuato già in Marx sulla natura e il ruolo attribuito alla classe operaia è certo. Non ci spiegheremmo altrimenti il seguente lapidario giudizio:

«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865 ]

Né capiremmo il ricorso di Marx (nei Grundrisse) alla categoria del “general intellect”, che infatti verrà utilizzata da certo operaismo italiano, dopo la sbornia fabbrichista, come controfigura e successore della classe operaia. Anche questo tentativo era il sintomo del tramonto di un mito, anzi il tentativo, disperato quanto elegante, d’inventarsene uno nuovo.

E’ proprio così, la classe operaia o è rivoluzionaria o non è nulla, per la precisione, e stando alle categorie del Marx maturo, solo la parte variabile del capitale. E quando questa classe è riuscita a svolgere, momentaneamente, un ruolo rivoluzionario è stato grazie all’esistenza, nel suo seno, di un’avanguardia organizzata, un’avanguardia forte appunto dell’arma del mito. 

Dopo l’oblio, quale mito?

Ha resistito il mito della classe operaia — quello che il postmodernista Francois Lyotard ridenominò “meta-narrazione” — alla prova della storia? La risposta è no. Non solo non ha resistito, dopo essersi appassito è stato dimenticato dalle masse, abbandonato anzitutto dalla classe operaia medesima, stanca di portare addosso quella pesante croce. Quel mito è stato condannato alla desuetudine, è oramai un’arma scarica, un’idea priva di ogni potenza evocativa. 

C’è stato un momento storico decisivo in cui il mito della classe operaia è stato messo alla prova: dopo la rivoluzione bolscevica. Davanti a quel poderoso assalto al cielo, compiuto per nome e per conto della classe operaia mondiale, di quella europea anzitutto, questa classe, nella sua maggioranza, è restata appresso ai socialdemocratici, in Italia e Germania subendo addirittura un processo di fascistizzazione, così che l’avanguardia russa è stata lasciata drammaticamente sola, fino a collassare su sé stessa. Oggi possiamo dirlo: quello fu un colpo letale, un colpo dal quale il grande mito non si riprenderà più.

Nulla di nuovo che ci siano in giro testardi i quali, sordi alle lezioni della storia, non vogliano riconoscerlo, che sperano nel miracolo della sua palingenesi. Che si rifiutano di ammettere che la dipartita di quel mito è forse la ragione fondamentale del supplizio subito dal marxismo, poiché esso era il vero e proprio fulcro su cui poggiava l’intera  costruzione teorica.

Nulla di strano che i miti siano destinati ad appassire per poi soccombere all’opera distruttrice del divenire storico. L’umanità, le civiltà, molti ne hanno conosciuti, rimpiazzando miti vecchi con miti nuovi. 

Del fatto che gli umani abbiano bisogno di miti, di simboli che indichino orizzonti di senso alla storia, lo vediamo anche nei nostri tempi. In barba ai sapientoni liberali che considerano i miti arcaiche fantasie, vediamo oggi che il mito a cui la civiltà occidentale (e non solo quella) consegna il suo destino è quello della scienza, per la precisione della potenza della tecnica e dei suoi prodigi. Ogni civiltà ha un suo mito, che corrisponde al suo proprio spirito. E’ un paradosso solo apparente che il mito che nella modernità abbia resistito sia proprio quello della scienza, che proprio questa sia diventata la religione civile, con la sua corte dei miracoli di apostoli, sacerdoti e ministri del culto. Non cadete nell’inganno: il mito della tecno-scienza non cade dal cielo, è la maschera dietro alla quale la nuova borghesia nasconde sé stessa, spacciandosi come agente del progresso universale. 

Ma che sia un travestimento ingannevole non deve impedirci di smentire quella che Marx considerava come la principale contraddizione sistemica, quella tra rapporti di produzione e forze produttive, per cui il capitalismo sarebbe diventato una camicia di forza del “progresso”. In verità il capitale è per sua natura dinamico, mosso anzi da un frenetico impulso vitale. Esso non può infatti fare a meno di sviluppare le sue forze produttive, quindi ad utilizzare pro domo sua ogni scoperta scientifica per accrescere la propria produttiva potenza. Il capitalismo è una “brutta bestia” per diverse ragioni, ma la prima delle quali è proprio che in fatto di progressismobatte in breccia ogni concorrente.

Così forse ci spieghiamo come mai, siccome questo progressismo si manifesta come spietato Moloch che sacrifica ai suoi piedi tutto quanto di propriamente umano incontra sulla sua strada, s’avanza nelle viscere del mondo un comune sentire anti-progressista e tradizionalista, che certe élite politiche tentano di usare come carburante reazionario.

Il fatto è che avendo la storia scippatoci il vecchio mito, non abbiamo un contro-mito da opporre a quello di cui il capitale si serve per giustificare la propria supremazia. E non si vede all’orizzonte, né questo contro-mito, né un profeta che lo annunci.

Per questo dovremmo forse chiuderci in un cenacolo? No, l’umanità è sempre in cammino e noi dobbiamo procedere con essa, sapendo anzi che siamo dentro una crisi di civiltà, che il mondo conoscerà nuove scosse telluriche, che dentro questo gorgo siamo condannati a stare, a pensare, ad organizzarci per agire. Dobbiamo accendere il fuoco con la legna che abbiamo in cascina. E che legna abbiamo? Quanta ne abbiamo?

Abbiamo un neo-capitalismo che nel suo vorticoso sviluppo, come non mai, ha ammucchiato ricchezza smisurata ad un polo e miseria crescente a quello opposto. Abbiamo un sistema che mentre ha neutralizzato la classe operaia salariata ha creato una moltitudine di dannati costretti a loro volta a mettersi in vendita per tirare a campare. Non è propriamente una classe, è una nuova plebe. Una poltiglia sociale che tuttavia recalcitra, si oppone come può allo stato di cose presente. Queste plebe rifiuta tuttavia questa condanna, sa che oggi non è nulla ma vuole essere tutto, inizia lentamente a sentirsi popolo, vuol diventare popolo ed in quanto tale chiede democrazia reale e sovranità. Questa consapevolezza può sembrare poca cosa, in verità porta seco un impulso che, per quanto frammisto a diversi detriti, sta entrando in rotta di collisione con la nuova aristocrazia liberal-capitalistica, perché contiene un’eccedenza comunitaria e democratica che non può essere esaudita dal sistema, che quindi può (sottolineiamo può) avere una dimensione rivoluzionaria.

Da qui occorre partire, dal fatto di sentirsi e voler essere popolo di questi nuovi e tiranneggiati plebei, dal loro considerarsi l’anima stessa della comunità nazionale, dall’aver scoperto che loro è la nazione, che anche per questo il super-capitalismo globalista (di cui la Ue  è protesi) vuole mandare in frantumi. 

Crescono i populismi delle più diverse fattezze, ed i nazionalismi con loro. Siamo nella fase di ascesa di questi populismi non quindi per un accidente, ma perché il populismo è la modalità funzionale, la forma politica più adeguata che questa plebe ha partorito, per dimostrare di esistere, per sfidare il potere dell’élite, per rivendicare giustizia sociale. Se le sinistre sono escluse da questa sfida è perché si sono messe di traverso alla riscossa plebea, quelle di regime per ovvie ragioni, quelle radicali anche per essere restate aggrappate a mito morto della “classe operaia”, riciclato e sputtanato in quello del “povero migrante”, così che la lotta di classe è diventata la pietistica e impolitica “accoglienza” a prescindere, con la violazione delle frontiere come simbolo di massimo antagonismo (sic!).

Classe e nazione

Maggio 2004, era il tempo dei 21 giorni di lotta allo stabilimento FIAT di Melfi, in Lucania. Uno sciopero prolungato animato da un pugno di sindacalisti della FIOM. Si concluse con una sostanziale vittoria. Avvenne un fatto che ci colpì profondamente. Davanti alla carica della polizia gli operai si sedettero a terra e mentre i celerini si accanivano con i loro manganelli gli operai, tutti assieme, intonarono non Bandiera Rossa ma… Fratelli d’Italia.

AI critici che ci dicono che dimentichiamo il “fattore di classe” diciamo che è l’esatto contrario, poiché questa lotta plebea è, nelle concrete condizioni, una forma, per quanto sui generis, di lotta di classe. Il compito non è quello di trasformare questa plebe in classe, ma di sostenere l’impulso di questa plebe a diventare popolo, affinché diventi una forza rivoluzionaria. Affinché ciò sia possibile occorre oggi, non un riverniciato partito comunista, ma un partito che invece di fare spallucce davanti ai fenomeni populisti, agisca per dividere il grano dal loglio, per depurare l’impulso democratico implicito nel populismo dai detriti anche reazionari che lo contaminano. Un partito populista di massa, rivoluzionario e democratico.

Avremo convinto i nostri critici? Ne dubitiamo. Come minimo le loro critiche ci son servite a precisare quanto pensiamo. Per noi è abbastanza.

Tuttavia, dato che essi vogliono trastullarsi al gioco del chi è più “fedele alla linea” chiudiamo con una citazione di Engels, che mentre era convinto della missione salvifica della classe operaia, sapeva altrettanto bene che per farlo detta classe doveva appunto diventare l’avanguardia politica della nazione, il campione di altre classi popolari. 

“Come si può uscire da questa miseria? Solo una via è possibile. Una classe deve diventare abbastanza forte da far dipendere dalla sua ascesa quella di tutta la nazione, dal progresso e dallo sviluppo dei suoi interessi il progresso degli interessi di tutte le altre classi. L’interesse di questa unica classe deve diventare per il momento interesse nazionale”. [F. Engels, Lo status quo in Germania, 1847]

Ammesso che gli operai assumano un ruolo dirigente, non ci riusciranno mai con un classismo ottuso, sezionale e corporativo, non sotto la bandiera dei propri interessi particolari ma, al contrario, nel nome dei diritti universali della società, della nazione e dei suoi cittadini.

Articoli originali: https://sollevazione.blogspot.com/2019/06/tesi-per-una-sinistra-patriottica.html?m=1

https://sollevazione.blogspot.com/2019/07/il-mito-della-classe-operaia-di-moreno.html?m=1

Rivoluzione, reazione ed Avanguardia

Un messaggio che non si adatta al tempo corrente è destinato a morire. Poco importa se sarà riscoperto da un’altra generazione: anni si sono persi per l’incapacità di quelli che avrebbero dovuto esserne gli apostoli. Occorre riflettere sulla situazione contingente per comprendere e definire quali siano le classi, quali i gruppi di individui che oggi, in una società pienamente globalizzata dove il capitalismo regna incontrastato, in grado di portare avanti istanze rivoluzionarie.

Quali istanze sono rivoluzionarie?

Prima di tutto occorre definire cosa si intende realmente per “istanze rivoluzionarie” vista la continua inflazione di questo aggettivo ad opera di forze tutt’altro che ribelli, anzi fondamentalmente prone al sistema. Rivoluzione significa radicale cambiamento dei paradigmi sociali, economici e morali. Significa chiudere le porte della Storia dietro di sé per andare verso il futuro, spesso anticipando, seppur per un breve periodo, interi secoli. Rivoluzione significa capovolgimento, sottrarre il potere a i gruppi che ne erano i detentori per darlo al suo unico legittimo proprietario, il popolo nella sua interezza. Sono rivoluzionarie le istanze che a ciò mirano, sono invece reazionarie quelle che procedono nella direzione opposta. Spesso istanze del primo tipo convivono nello stesso soggetto con alcune del secondo. Ciò è dovuto non solo a semplificazione e ad interpretazioni errate della situazione globale, ma anche la parzialità dell’osservazione, che porta a propagandare come rivoluzionaria un’istanza che invece, guardando la situazione generale, si configura pienamente come reazionaria. Si può fare un esempio di questo parlando di quanti attaccando il mondo fondamentalmente egoista e narcisista del capitalismo gli contrappongono un ritorno ad una società fondata su valori sì comunitari ma anche religiosi. Costoro non si accorgono che pur essendo la fede esercitata adogmaticamente e in maniera aperta una valida barriera morale, la restaurazione di dogmi fortunatamente ora obsoleti non sarebbe la negazione del sistema, quanto un mutamento interno ad esso, un’involuzione temporale.

Chi sono i portatori di queste?

Chiunque può farsi portatore di istanze rivoluzionarie, a prescindere dalla propria situazione personale e dal contesto nel quale agisce. La vera Rivoluzione non è portata solo dalla volontà di migliorare una brutale situazione materiale, ma dal voler piegare l’essere al dover-essere, dal voler liberare il mondo dalle catene dell’ingiustizia fisica ed ideale e consacrarlo ad una maggiore idea di Giustizia. La rivoluzione deve essere tanto economica quanto morale quanto sociale. Se una sola di queste tre componenti manca si sarà ottenuto, presto o tardi, unicamente un misero cambio della guardia, risultato indegno dei sacrifici a cui sono stati sottoposti i generosi che si sono cimentati in un tentativo rivoluzionario.

Fra quelli che si fanno portatori di istanze rivoluzionarie si possono distinguere essenzialmente due gruppi: coloro che sentono sulla propria pelle la necessità di un cambiamento radicale e coloro che la intuiscono senza una necessità diretta.

Il primo gruppo è composto dalla massa internazionale dei lavoratori stipendiati ed indipendenti che ogni giorno sono battuti ed umiliati dal mercato e dalle sue esigenze, le cui aziende vengono delocalizzate, i cui settori vengono distrutti dalla competizione spietata, la cui vita si regge esclusivamente sul lavoro, avendo dovuto questi abdicare al demone della produttività la loro vera essenza umana, i loro rapporti, i loro sentimenti e le loro relazioni sociali. A questi vanno aggiunte le rispettive famiglie. mogli, mariti, parenti, figli e nipoti che risentono per questi legami doppiamente gli effetti criminali e dispotici del sistema. Tanto un lavoratore, quanto uno studente quanto un o una casalinga, se coscienti della situazione che è loro imposta, possono sentire il bisogno di portare avanti istanze rivoluzionarie. Inoltre, anche quella vasta schiera di micro e piccoli borghesi proletarizzati dalle varie crisi cicliche e dalla globalizzazione sono capaci, per la loro nuova situazione e se ben indirizzati, di portare avanti istanze progressiste, essendo loro oramai passati ad una posizione di subalternità totale nel contesto del sistema capitalista. Ci sono poi anche movimenti e scuole di pensiero che, più o meno a seconda del territorio, organizzati fungono da antitesi allo status quo. Stiamo parlando dei movimenti per la riconquista della sovranità democratica e per la salvaguardia dell’ambiente. Sarebbe da aprire un discorso a parte per confutare l’ipocrita retorica dei vari tirannucoli mascherati da capipopolo quali il Ministro Salvini, Donald Trump e via dicendo, o dei fenomeni mediatici ad uso e consumo della borghesia liberal quali “fridays for future”, ma ci limiteremo a far notare come il capitalismo sia l’unica vera causa materiale dell’inquinamento e della degradazione degli ecosistemi, così come gli stati nazionali e la democrazia siano fondamentalmente una minaccia per l’autoritarismo dei mercati e la libera circolazione delle merci assunta a dogma metafisico.

Il secondo è ben più ristretto, e comprende quelli che, anche se non toccati dagli svantaggi e dalle contraddizioni del sistema attuale, vuoi per empatia vuoi per spiccate capacità mentali riescono a squarciare la gabbia del loro privilegio di classe e a vedere il mondo per come è realmente. Questi pochi sono essenzialmente i “borghesi illuminati”, spesso borghesi per nascita ma cresciuti a contatto con ambienti popolari, e gli intellettuali non omologati al sistema. Possono certo esistere intellettuali d’estrazione proletaria, ma il loro numero è sicuramente minore rispetto a quelli che hanno potuto studiare anche per la propria agiatezza economica. Queste persone sono da ammirare se coerenti e radicali nelle loro scelte, poiché le istanze rivoluzionarie sono per loro natura contrapposte all’interesse egoistico della classe borghese, e quindi lesive nei confronti dei loro privilegi.

Il ruolo di un’avanguardia rivoluzionaria

Come abbiamo già detto, le possibili istanze rivoluzionarie vengono espresse spesso in una forma impura, spesso confuse fra altre reazionarie oppure non completamente sviluppate. Per far fronte a questo occorre un’avanguardia rivoluzionaria, ossia un’organizzazione collettiva che, da un punto di vista anti-narcisista ed umile, si ponga da pari alla guida del popolo e come catalizzatore delle varie aspirazioni. L’avanguardia dev’essere composta dagli individui politicamente più preparati, consci dei meccanismi del sistema e profondamente convinti della necessità imperativa della sua sovversione, ma sopratutto di uomini pronti ad ogni sacrificio, ad ogni privazione e a qualsiasi rinuncia in nome di un ideale di maggiore Giustizia. L’avanguardia rivoluzionaria non dev’essere un monolito politico, può e anzi deve essere variegata, vivace, viva. Il dogmatismo sta alla rivoluzione come il Sole cocente sta alle piante di un giardino: al giardiniere inesperto può sembrare che il Sole nutra le piante in maniera assoluta, ma un suo eccesso le renderà unicamente secche e morte. Sta a chi ha compreso la natura di questo sistema organizzarsi per essere lui stesso avanguardia, in ogni quartiere e in ogni città, a scuola come al posto di lavoro. La Rivoluzione si incarna ogni giorno.

Maurizio Acerbo se ne esce con un tweet di palese natura razzista, commentando l’ennesimo fatto di cronaca dando prova di uno sciacallaggio degno di Salvini, sostenendo che che i “maschi bianchi” rappresentino un problema per la sicurezza (e l’eunuco, intendendo se stesso, forse ha ragione). Ora servirebbe trovare la differenza rispetto ad un leghista che aspetta il fatto di cronaca per dire che gli assassini sono stranieri di colore. Sorpresa: non ce ne sono.
Stiamo assistendo finalmente al suicidio di una sinistra, ben radicata con Washington e Wall Street, che alla piazza rossa preferisce quelle degli outlet, persone che invece di occuparsi degli ultimi o combattere il razzismo contestualizzando ed annullando le generalizzazioni fanno l’opposto. Non basta l’ennesima figura di merda data con l’appoggio a Tsipras, alle passeggiate con i piddini o riducendosi allo zero virgola adesso si offende pure l’operaio che si sveglia alle 5 del mattino per pochi spiccioli perche’ ha il colore di un assassino.
La storia vi ha già sconfitti e condannati.

Sulla degenerazione della politica

Siamo nel 2019, sono passati undici anni dalla crisi del 2008 e siamo in una condizione alquanto ilare.
Le Destre vedono una nuova luce, la Sinistra si fossilizza, economia in decrescita, sempre più poveri diventano più poveri e sempre più ricchi diventano più ricchi, nell’era del tardo capitalismo globale siamo tutti più piccoli.

False promesse per false politiche “sociali”. Quali politiche sociali? Reddito di cittadinanza? Tagli al pubblico? Austerità? Jobs act?
Bah, roba da commercialisti.
La cosa più paradossale è che da qualche anno (un decennio?) a questa parte una larga fetta dell’elettorato di Sinistra sembra essere scomparsa misteriosamente. Rapimento politico? Repressione fascio-borghese? Desaparecidos in salsa italica? Forse la realtà è più insidiosa di così.

Sin dalle elezioni politiche del 1992 (considerate le ultime della prima repubblica) si ebbe una stagnazione della politica italiana: il popolo non aveva più un’ideologia di riferimento (un tempo si era divisi tra DC e il PSI-PCI, i grandi protagonisti della prima repubblica), con una conseguente diffidenza del meccanismo statale e la rappresentanza politica; il PCI era definitivamente uscito dai giochi, il PSI e la DC erano ai minimi storici e si sciolsero in tanti “rami cadetti” che formano il moderno panorama politico.
Si ruppe qualcosa nella società italiana.
Niente masse scroscianti radunate per il proprio leader, non più discorsi epocali in piena piazza, niente scioperi di massa, non più bandiere politiche ovunque, non blocchi politici, non come una volta. Da lì in avanti solo governi tecnici e frammentari, partiti morenti e profondamente cambiati dalla forza creatrice che li aveva originati.

Si può dire quindi che da lì in avanti ci fu un allontanamento dalla politica da parte del popolo, allontanamento arricchito dalle politiche dei governi successivi, che, da Destra a Sinistra, sono state di matrice squisitamente neoliberista.
Ci si chiede dunque come abbia fatto la Sinistra, nemico assoluto del neoliberismo, a scendere a patti con i sostenitori di questa politica scellerata.
Ebbene, le radici di questo fenomeno risalgono al ’93, quando dopo la dissoluzione dei grandi blocchi politici si assistette alla diffusione del moderatismo nelle ali della Sinistra meno intransigente, formando quindi partiti di ispirazione “liberal-progressista”. E così siamo passati dallo statuto dei lavoratori al Jobs Act, fino alle socialistissime (si fa per dire) politiche salva-banche e tagli al pubblico.

Ed ecco che arriviamo al nocciolo della questione: ci si può ancora fidare della Sinistra?
Rispondere alla domanda non è semplice, ma ci si può sicuramente interpellare sul perché ci sia stato uno scivolone a Destra così rovinoso.

Anzitutto, c’è da dire che affermazioni come “deriva di Destra” e “popolo di Destra” sono affermazioni vuote, prive di dati sufficienti, capite quindi che è difficile convalidare queste tesi con i semplici occhi. La verità non è mai palese.
Alle elezioni del 4 marzo 2018 l’affluenza è stata del 72%, per un totale di più di 12 milioni e mezzo di astensionisti, cifra record della nostra storia.

Il problema quindi non è solo strutturale, bensì ideologico. Una riluttanza crescente all’assecondare il sistema politico vigente perché esso non è più in grado di soddisfare i cittadini, con il conseguente spostamento e rovesciamento delle tendenze.
Chi era di Sinistra un tempo potrebbe odiernamente votare Destra e viceversa, anche se il fenomeno interessa più la Sinistra, questo perché essa è ormai divisa, incoerente, priva di potere, e quelle volte in cui è riuscita ad entrare nel governo ha soltanto deluso i suoi elettori. La Destra al contrario appare (l’apparenza inganna) più solida e coerente, in grado di esaudire, con la sua retorica (fattore inscindibile della politica, da qualsiasi lato) e le sue promesse, i desideri del popolo (o almeno quelli imposti dall’informazione), aggiunto ad un crescente malcontento e diffidenza per l’intellighenzia nazionale e i media consolidati in grado di direzionare l’opinione pubblica, che, se si parla di grandi nomi, sono per lo più sotto le mani di esponenti di Sinistra (falsa Sinistra aggiungerei) o simpatizzanti, mentre l’opposizione ha modo di espandersi nei territori elastici del Web e direzionare a sua volta l’opinione pubblica. È naturale quindi che si crei una zona grigia tra le due fonti politiche principali d’informazione, e che il cittadino comune si ritrovi a scegliere tra due fazioni estremamente distinte, che a seconda della fonte che l’ha influenzato di più, possono avere connotazioni positive o negative (buoni e cattivi in soldoni). Quindi, se esso non rimane neutrale, dovrà per forza scegliere con chi stare, e spesso cambiare schieramento, sentendosi tradito dal proprio, nella speranza che le promesse vengano mantenute. Molte volte si vota un dato partito avendo una mentalità opposta ad esso (capita spesso che cittadini di Sinistra, pur restando tali, votino partiti di Destra), creando quindi grande ambiguità. Ma se dovessimo declinare il celebre detto “penso quindi sono”, si potrebbe benissimo dire che “voto quindi sono”, e difficilmente ciò che voti trascende da ciò che sei.

Quindi, c’è davvero una deriva di Destra?
È innegabile che la Destra, dopo la parabola berlusconiana, si sia espansa molto, sopratutto tramite mezzi alternativi come Internet, che permettono a tutti di diffondere informazione (spesso falsata). Internet non è uno specchio così preciso della nostra società come si pensa; mostra una massa eterogenea e spesso manipolata. Sistemi di alterazione dei dati come la cosiddetta “bestia” di Salvini inoltre complicano di gran lunga l’analisi oggettiva delle tendenze.
I dati suggeriscono invece che non vi sia una tendenza unanime, ma una grande spaccatura all’interno del pensiero comune (che riflette anche la spaccatura politica che vede decine di partiti diversi e in antitesi, spesso della stessa ala) testimoniata dalla scarsa affluenza e dal risultato ambiguo delle elezioni per l’esecutivo e le europee.

In conclusione, le tendenze sono qualcosa di mutevole e mai consolidate.
L’odierna politica riflette le insicurezze di una società cambiata e insicura, incapace di autodeterminarsi e quindi confusa sulle proprie scelte. Sinistra e Destra ora come ora hanno confini labili ed estremamente elastici, e le azioni dei loro rappresentanti allontanano le simpatie del popolo, mostrando chi sono per davvero: falliti che almeno in pubblico si prendono a mazzate e inveiscono contro i potenti, ma quando si va a scavare in profondità, stringono la mano agli oppressori (i sindacati che collaborano con il capitale sono solo uno degli esempi; il governo che fa il lupo contro l’Europa quando invece teme ogni atto di forza è anch’esso uno degli esempi).
E l’astensionismo crescerà.

Stracciamo le tessere di partito, nel nome della libertà.
Ci auguriamo quindi che tutti prima o poi si sveglino dalla favola politica e capiscano l’importanza dell’unione nazionale e dell’azione concreta e radicale.

Dal popolo per il popolo: ecco perché la democrazia diretta

Spesso quando si pensa alla democrazia si pensa ad un sistema rappresentativo, dove il popolo delega la propria sovranità a rappresentanti esterni ad esso. Questo è forse il sistema più comune, a livello formale, in tutto il mondo tant’è che è arrivato a “modellare” il significato stesso di Repubblica. Etimologicamente, questo termine, deriva da “Res Publica”, “cosa pubblica” o “cosa del popolo”, e un organismo che a tutti appartiene allo stesso modo e sul quale ogni cittadino esercita la medesima forza.

La Democrazia Diretta come alternativa ad un sistema gerarchico e capitalista

Molto spesso la democrazia rappresentativa è, nei fatti, degenerata in un sistema oligarchico capace di utilizzare le divisioni e le contraddizioni interne al popolo al fine di perpetuare una politica corporativa ed elitaria. Tutto ciò non può succedere all’interno della democrazia diretta, ossia all’interno di quel sistema dove è il popolo ad essere sovrano, senza intermediari. In realtà non vi è alcuna differenza fra un “rappresentante” dotato di un potere politico particolare ed un monarca, dato che entrambi, spinti dal rapporto di forza che si viene a creare fra deboli e forti, non possono che spingere per aumentare i propri privilegi. Il popolo, per essere libero ed emanciparsi, deve obbligatoriamente porre se stesso come unico artefice e timoniere del proprio destino. Eventuali commissari o portavoce non hanno da essere in nessun modo portatori di una maggiore sovranità, di una qualsiasi delega o di maggiori diritti, e devono essere costantemente passibili di revoca e sottoposti a giudizio popolare. Al contrario dei “politici” attuali, un commissario dev’essere al di sotto, non al di sopra del Popolo.

A ragion veduta, possiamo affermare che un sistema nel quale la sovranità delegata a terzi non possa definirsi come “democrazia”. Se il potere non è esercitato in maniera collettiva, se la capacità di esercitarlo non è identica per ogni Cittadino, se esistono poveri e ricchi, e di conseguenza potenti e deboli, non vi è situazione più lontana che la Democrazia. Il regime feudal-capitalista potrà pure professarsi democratico, ma ciò rimane vuota retorica difronte all’indiscutibile realtà dei fatti.

“Non c’è peggior dittatura di una falsa democrazia` “

Mohamed Fedi Ben Sa’adi


Dal popolo per il popolo: ecco perché la democrazia diretta



Le cosiddette “democrazie” occidentali sono il classico esempio di un elitarismo subdolo che controlla il popolo tramite una dittatura non tanto materiale quanto intellettuale, e che non accetta alcun tipo di dissidenza, cercando in ogni modo di emarginare questi ultimi tramite la censura ed una sistematica ostracizzazione.
L’oligarchica è un pericolo per il popolo in quanto non pensa a fare il bene collettivo, ma a fare il necessario poiché essa possa perpetuarsi, e le ricchezze dei suoi padrini prosperare. I tiranni, regnando tramite il privilegio, non possono perseguire gli interessi del popolo, opposti a i suoi. Per questo occorre combattere ogni sistema tirannico.
Ovviamente, lo stesso capitalismo è antitetico rispetto alla democrazia, in quanto "la Democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi" come ci ricorda Jean-Jacques Rousseau. Questo sistema vede le sue fondamenta economiche e morali proprio sullo squilibrio di forze e sulla sfrenata competizione, ma l’uomo non può essere libero se gli viene imposto questo terribile stato di guerra omnium contra omnes.

Poiché esiste la Democrazia è necessaria l’esistenza di un popolo cosciente di sé, e dunque libero dall’alienazione. Questa non è che uno dei tanti effetti del sistema capitalista, che già Mazzini individuò come la causa della totale ignoranza morale delle persone che, mortalmente stancate dal doversi vendere per ottenere quel poco sufficiente a mantenersi in piedi, non possono aspirare a null’altro che ad una condizione di automi. Ricordiamo anche Nelson Mandela, eroe rivoluzionario Sudafricano, il quale disse "Un popolo educato, illuminato e informato è una delle vie migliori per la promozione della democrazia".

Luoghi comuni ed infondate accuse

  • “il popolo non è in grado di autogovernarsi”: una delle accuse più comuni, ed una delle più ipocrite visto che spesso esce dalle bocche di chi, sulla carta, propugna la “sovranità” del popolo, non vedendo in essa che una difesa delle locali classi agiate. Il popolo è perfettamente in grado di autogovernarsi, ciò che conta è renderlo cosciente di ciò. L’Uomo non è fatto per essere schiavo, è fatto per essere libero e liberamente in grado di mettere a frutto le sue potenzialità. Ci sono stati migliaia di esempi storici di efficienti forme di autogoverno, dalla Libia al Chiapas, ma non vi è mai stato un esempio di padrone in grado di donare la libertà ai suoi sottoposti.
  • “Un potenziale tiranno potrebbe prendere più facilmente il potere”. Accusa infondata, in quanto un popolo libero e cosciente sarà geloso della sua condizione, pronto a combattere ogni suo nemico in maniera radicale e spietata. AL contrario, in un sistema gerarchico e disomogeneo, un tiranno potrebbe facilmente prendere il potere facendo leva sullo scontento degli oppressi.
  • “La democrazia diretta è pura utopia”. Siamo convinti, con una certa dose di sicurezza, che accuse simili siano state mosse ai propugnatori dell’immoralità della schiavitù, o della parità razziale e di genere, o a qualsiasi rivoluzionario in ogni tempo e luogo. La Storia, che è progresso, farà il suo corso.
  • “Si verrebbe a creare caos e malgoverno”. Come può il governo del popolo, ossia del soggetto che percepisce direttamente le conseguenze delle decisioni, decidere scientemente e ripetutamente per il male di se stesso? Ciò viola il principio di autoconservazione che sta alla base dell’azione degli essere senzienti, è un accusa illogica e frutto di una ristretto campo visivo mentale, il quale resta incatenato all’altrettanto incatenato uomo-suddito del sistema gerarchico.

Spunti sul funzionamento di un sistema a diretta sovranità popolare

La democrazia diretta prevede la massima dose d’indipendenza e di libertà per ogni uomo e per ogni comunità da lui formata, dal livello locale a quello mondiale. Ogni questione che esula dal contesto proprio di una comunità andando a ricadere ad un livello maggiore è giusta che sia presa al livello massimo di coinvolgimento di questa. Conseguentemente, tutto ciò che riguarda una sfera comunitaria limitata, sia essa il singolo o la nazione, dev’essere gestita unicamente da questa, senza influenze o pressioni esterne. Si deve evitare in qualsiasi modo che l’interesse personale, da scardinare comunque attraverso un’opera pedagogica, prevalga ora dall’alto verso il basso, ora viceversa, sulla sovranità dell’ente chiamato a decidere della propria sorte.

Per ogni settore della società, dall’economia all’esercito, occorre istituire comitati popolari, chiamati a deliberare sulla situazione. Tale modello organizzativo dev’essere mutuato ad ogni livello, creando un gran numero di istituzioni complementari e consecutive, dotate di un campo d’azione crescente ma di pari sovranità.

Unicamente questo sistema, il quale garantisce la piena sovranità all’uomo, esso, coerentemente con la sua vocazione e la sua etologia, potrà dare libero sfogo alla sua forza creatrice e al suo essere sociale, non essendo oppresso dalle malate logiche della competizione, del profitto, e di un’eterna guerra volta a fortificare i padroni.