La “Rossa” Repubblica Romana, preludio di un’Italia libera

È il 28 gennaio, siamo all’Avana, e questa sera sfilano, torce alla mano, i militanti del Partito Comunista, gli studenti e i membri dell’esercito. Stanno ricordando la nascita di José Martí, rivoluzionario e poeta cubano che per primo teorizzo l’emancipazione del continente e la liberazione dei suoi popoli. Martí nacque il 28 gennaio del 1853 nella capitale dell’isola, e morì 42 anni dopo, in battaglia contro le truppe occupanti spagnole a Rio Cauto. Durante la sua breve vita ebbe modo di viaggiare e di scrivere, oltre che ad impegnarsi praticamente per la liberazione della sua patria. Fra tutti i suoi componimenti dedicò alcuni versi a Giuseppe Garibaldi: “Dalla Patria, come da una madre, nascono gli uomini/ la Libertà, madre del genere umano, ebbe un figlio:/ quello fu Giuseppe Garibaldi”. Grande ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, che nel continente sudamericano è molto famoso, venendo citato frequentemente anche da Maduro e, prima della sua morte, da Chavez. Viene da chiedersi il perché di un ricordo e di una ammirazione sentiti oltreoceano mentre nel paese natale di Garibaldi stesso le forze che si richiamano o ammirano i comunisti cubani scelgono di ignorare la storia e le gesta di Lui come di altri Rivoluzionari. Si sente invero più spesso citare Martí che il patriota nizzardo, quasi come se non ve ne fossero motivi. E così i compagni cubani salutano la nascita dell’eroe della loro indipendenza con celebrazioni ufficiali e cortei, mentre moltissimi “compagni” italiani ignoreranno persino che oggi, 9 febbraio, dovrebbe essere una delle date più rilevanti e ricordate, poiché oggi nel 1849 veniva proclamata la Repubblica Romana, uno dei più arditi tentativi di costruzione di un potere democratico e popolare nella storia italiana.

Il corteo per le strade della capitale cubana

La nascita di un repubblica democratica in seno al cuore della reazione può senza dubbio suscitare scalpore, ma proprio le condizioni socio-politiche dello Stato Pontificio, con la sua terribile arretratezza, la povertà crescente e l’autocrazia papale , saranno la causa scatenante di un’improvvisa sollevazione popolare che porterà alla fuga del monarca. Altro elemento paradossale fu l’iniziale entusiasmo per l’elezione (21 giugno 1846) del Cardinal Ferretti, il futuro Pio IX, al soglio pontificio. Si sperava in un Papa liberale, e quasi per una sorta di profezia autoavverante Ferretti si convinse, almeno per i primi anni, di essere ciò. Piccolissime concessioni, peraltro solite all’elezione di un nuovo pontefice, vennero scambiate per inoppugnabili indizi della natura progressista del Papa. Nello specifico si può ricordare la liberazione di 400 detenuti politici e il richiamo di altrettanti esiliati, a cui seguì l’anno successivo un’attenuazione della censura sulla stampa e di quella preventiva, oltre che alcuni progetti ferroviari. In questo clima sembrava divenir sempre più realistica l’ipotesi “neoguelfa”, ovvero quella secondo la quale un Papa avrebbe potuto farsi carico dell’unità nazionale agendo come centro super partes fra i vari regni della penisola. Pio IX sembrava voler incarnare il pontefice auspicato da Gioberti, basti pensare il suo supporto al progetto di una Lega Doganale della quale si stava parlando negli stessi anni, forse un primo passo verso un’unità federale.

Ad inizio ’48, scoppiati in Sicilia, in tutta Europa si diffondevano moti insurrezionali. Nel tentativo di arginare i movimento rivoluzionari molti sovrani concessero delle prime costituzioni ai loro popoli, e anche Pio IX seguì il loro esempio, emanando in data 14 marzo lo “Statuto Fondamentale per Governo temporale degli Stati della Chiesa”, il quale stabiliva la nascista di due camere legislative e apriva le porte del governo anche ai laici, che al vero erano già stati introdotti ad inizio anno con la nomina al ministero per il commercio, l’industria, l’agricoltura e le belle arti a Giuseppe dall’Onda. La situazione si aprì a rivolgimenti inattesi con le Cinque Giornate di Milani e l’insurrezione generale nelle regioni del Nord contro gli austroungarici, a cui seguì la guerra dichiarata da Carlo Alberto e l’invio da parte del Gran Duca di Toscana e del Re di Napoli di alcuni corpi armati per contribuire alla cacciata degli eserciti asburgici. Pio IX autorizzò la formazione e la partenza di un corpo di volontari, ma esclusivamente con compiti difensivi. Anche loro, come le loro controparti non sabaude, da lì a poco sarebbero stati richiamati a casa da un governo non più disposto a supportare la guerra sabauda. Il ritiro del Papa dal conflitto rispose a diverse esigenze: prima di tutto la guerra, se vinta, avrebbe unicamente reso il Regno di Sardegna la potenza egemone in Italia, garantendo ai Savoia tutto il Nord, in più vi erano anche le pressioni dell’Impero austriaco, potenza ultra-cattolica che però ora ventilava lo scisma, e non sono da dimenticare i pareri della parte più conservatrice del clero, spaventata dalla tendenze repubblicane che si andavano a formare e che erano esplose a Milano.

“Combattimento presso palazzo Litta”, di Verrazzi. Si può leggere in alto a destra la scritta “w Pio IX”, slogan diffuso durante le Cinque Giornate

È il 15 settembre quando il Papa nomina presidente del Consiglio Peregrino Rossi. Questi era un esperto diplomatico, un uomo di cultura cosmopolita con un passato vicino alla Carboneria. Negli ultimi anni della sua vita aveva totalmente abiurato gli ideali democratici, mantenendosi su possizioni sí liberaleggianti e federalisti, tendenti al progresso economico ma del tutto concordi con il mantenimento del potere politico del pontefice. Esercito la carica al contempo anche di ministro della polizia e delle finanze, e fu per il suo intesificare la repressione politica che, molto probabilmente in ambienti carbonari desiderosi di “annerire” l’ex confratello caduto, ne fu decretata la condanna a morte. Il 15 novembre una folla di cittadini lo circonda, una pugnalata anonima lo raggiunge alla gola, lasciandolo morto sulla strada. Qui, alla guida di un corteo diretto dal Pontefice per chiedere la creazione di un nuovo governo totalmente laico e democratico, troviamo Ciceruacchio, una delle figure popolari più conosciute e rappresentative della Repubblica Romana. Piccolo commerciante ed artigiano, al secolo noto come Angelo Brunetti, egli si era rapidamente guadagnato la nomea di capopopolo fin dall’elezione di Pio IX, quando si era distinto per il supporto alle sue riforme. Fu lui a guidare la demolizione dei cancelli del ghetto ebraico nel ’47, unendo agli altri romani quelli da secoli rimasti divisi dall’intolleranza religiosa, e fu sempre lui, sconvolto e reso rabbioso dal voltafaccia del pontefice, a guidare i primi scontri che portarono alla fuga del pontefice, il quale riparò sotto protezione dei Bornone a Gaeta, uscendo da Roma nascosto da frate. Ciceruacchio rappresenta anche un buon esempio per analizzare l’evoluzione ideologica delle masse romane in questo periodo: partendo da posizioni liberali e riformiste, Brunetti radicalizzò il suo pensiero frequentando circoli neo-giacobini e socialisti, abbracciando le idee mazziniane democratiche e rivoluzionaire e arrivando a seguire con suo figlio la colonna garibaldina che dopo la caduta della città cercava di reggiungere Venezia. Sarà poi catturato lungo la strada e fucilato assieme al figlio dagli austriaci a Ca’ Tiepoli dopo una delazione.

La bandiera da guerra della Repubblica

La fuga del Papa aveva gettato Roma in un’estasi caotica. Cortei spontanei si susseguivano a feste e danze, le quali non poterono che aumentare d’intensità alla notizia che l’Assemblea Nazionale con 118 favorevoli, 8 contrari e 10 astenuti aveva proclamato la Repubblica. Tale decisione non era stata facile. I lavori dell’Assemblea, inziati il 5 dello stesso mese, erano stati segnati dal contrasto fra i democratici repubblicani e i conservatori, fra i quali si estendeva un’ampia area liberale moderata pavida ed incerta sulla decisione da prendere. È importante ricordare come tale assemblea fosse etoregenea perché eletta, prima volta in Italia, a suffragio universale, da qui la presenza anche di elementi controrivoluzionari ed ostili ai progetti progressisti. Il 9 febbraio venne quindiproclamata la Repubblica, la quale fin da subito stabilì delle garanzie per la tutela del ruolo spirituale del Papa, una mano tesa all’ex sovrano, un invito alla pacificazione che non sarà raccolto: Pio IX scomunicherà non solo tutti i membri dell’Assemblea, ma persino ogni elettore.

La Repubblica ebbe una breve vita. Non vedrà la fine del ’49, schiacciata da un infame intervento del Presidente, ma futuro imperatore, Luigi Napoleone e dei suoi alleati austriaci, ma in quei pochi mesi d’esistenza si scrissero alcune delle pagine più belle della storia popolare italiana. Non è nostro interesse raccontare con spirito annalistico tutti i vari capovolgimenti bellici e diplomatici, ma far rivivere il ricordo di alcuni fatti, leggi, provvedimenti e fatti che fecero salutare dagli operai scioperanti francesi la Repubblica Romana come la “Repubblica Rossa”.

“Sventoli per ogni dove, sulle torri, sui campanili, la rossa bandiera!” “Ai popoli della Repubblica”, proclama dei triumviri del 21 maggio

Proprietà ecclesiastiche nazionalizzate e distribuite fra i poveri, latifondi espopriati, prestiti forzosi da parte dei cittadini ricchi, e tutto questo senza versare una goccia di sangue, senza lo scatenare nessun Terrore, ma anzi abolendo la pena di morte. È fine marzo quando si affida il potere ad un Triumvirato rivoluzionario composto da Aurelio Saffi, Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini, e già il 15 aprile, nel mezzo di invasioni austriache e borboniche, viene emanato dal pugno del rivoluzionario genovese un decreto legge che assegna ad ogni famiglia povera un lotto di terra da coltivare “capace del lavoro di un paio di buoi” e a ogni individuo nullatenente un vigneto da coltivare con le sue braccia. Tale provvedimento rivoluzionario sarà salutato da Gramsci nel “Avanti!” del 27 luglio 1917 come il più grande regalo di Mazzini al proletariato. Nel mentre, sedeva in assemblea Quirico Filopanti, scienziato socialista. A lui si deve la scrittura del decreto che sanciva la nascista della Repubblica, primo emanato da un politico socialista nella storia del paese. Non era il solo a comporre la “Montagna” nella Repubblica: assieme ai già citati Mazzini e Saffi vi erano Garibaldi, tornato insoddisfatto dalla “Guerra Regia” al nord e Carlo Pisacane, il quale tentava di dare a Roma un nuovo esercito professionale ma popolare, volontario e fortemente ideologizzato. Persino la bandiera rossa prese ad essere utilizzata a sfondo politico: col bombardamento francese si erano segnalate le bombe inesplose con delle bandiere di quel colore, che presto furono utilizzate dal popolo come emblema del nuovo sistema in costruzione e simbolo dell’emancipazione sociale. Esse potevano essere viste di fianco al tricolore dappertutto, persino su Castel Sant’Angelo, dove le due bandiere sventolavano assieme sulla sommità della struttura. La partecipazione popolare non si basò solamente sulle elezioni e sulla partecipazione a cortei ed assemblee, e nemmeno sulla difesa della Repubblica, ma si sviluppo proficuamente anche nella creazione di svariati club di diversa composizione e tendenza politica, i quali fungevano al contempo da organo di diffusione del pensiero politico e di sviluppo dialettico di esso. Occorre sottolineare anche l’aspetto internazionalista della Repubblica, la quale già al secondo principio fondamentale della Costituzione riconosceva gli altri popoli come fraterni e ne propugnava il rispetto della nazionalità. Tutto ciò appare ancora più importante alla luce dell’afflusso di volontari che si recarono a Roma, non solo da tutta Italia ma anche dalla Svizzare, dall’Austria, dalla Polonia e persino francesi, molti dei quali disertori del contingente di Oudinot venuto a spegnere la rivoluzione, a “difendere la libertà dai suoi eccessi”.

La Repubblica non si arrese mai. La città capitolo vinta dalle armi una volta aperte diverse brecce sulle mura per evitare il massacro, peraltro già iniziato, della cittadinanza, ma formalmente essa non cessò mai di esistere. Sia Mazzini che Garibaldi portarono avanti l’idea di un suo proseguimento con la lotta armata, e mentre il secondo, marciando verso Venezia, sostenne che la Repubblica sarebbe stata dovunque ci fosse stata battaglia, il primo scrisse una lettera ai romani datata 5 luglio 1849:

“Romani!La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile …Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d’accento la dichiarazione ch’essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all’abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s’impianti senza l’approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. … Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! …I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla”

A 171 dalla proclamazione della Repubblica non ci saranno molte voci a ricordarla, forse qualche autorità statale e associazioni storiche, ma pochissimi saranno coloro i quali tributeranno del giusto rispetto queste pagine di gloria del popolo italiano, pagine che invero appartengono a tutti gli uomini che combattono, hanno combattuto e combatteranno per la libertà.

Libri consigliati: “1849” di Valerio Evangelisti

È la prima volta che sul nostro sito recensiamo e consigliamo un romanzo. Ci siamo limitati fino ad adesso a saggi di natura politica e/o economica, ma riteniamo dopo averlo letto che questo romanzo storico possa non solo intrattenere il lettore, ma veicolare anche un grande messaggio.

Siamo nella Roma di Pio IX, appena dopo l’ordine dato alle truppe pontificie di abbandinare la lotta agli austriaci assieme ai soldati di Carlo Alberto. Il protagonista, uno dei pochi personaggi di fantasia, è Folco, un tranquillo fornaio bolognese. Attraverso i suoi occhi vedremo tutta l’epopea della Repubblica Romana, i momenti concitati della sua proclamazione, gli scontri fra repubblicani e reazionari, l’assalto degli eserciti di mezza Europa, la resistenza e la caduta. Evangelisti ci restituisce una dettagliata immagine della città e dei suoi abitanti, riuscendo ad inserire anche completi resoconti di natura politica e militare. Ne emerge un quadro a trecentosessanta gradi frutto di ingenti ricerche e letture. Ci sentiamo di consigliare questa rapida e scorrevole lettura per ricordare che noi italiani, anche noi italiani, siamo capaci di moti di dignità e coraggio, e la Repubblica Romana fu uno di questi.