Avanti popolo: storia di un inno di lotta

Tutti la conoscono: “Bandiera Rossa”, celeberrimo canto d’area socialista, è da più di un secolo conosciuto sia in Italia che all’estero. Non serve essere politicamente attivi per averla sentita cantare e conoscerne, anche se forse non interamente, il testo. Tuttavia pochi ne conoscono l’origine. Il testo di “Bandiera Rossa” nasce come canto repubblicano intorno al 1848. Il drappo rosso era infatti già largamente utilizzato sin dal secolo scorso, e se ne testimonia il comparire sia nelle rivolte in Francia contro Napoleone III, sia a Milano sia durante la Repubblica Romana, dove addirittura una bandiera rossa venne posta sulla sommità di Castel Sant’Angelo assieme ad un tricolore. Il testo originale presenteva ovviamente delle variazioni, era composto da una sola strofa e seguiva una melodia differente. “Avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/bandiera rossa/avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/trionferà/ evviva la Repubblica e la libertà”. Ad inizio ‘900 venne rielaborato sulla base di un canto popolare lombardo “Ciapa on saa, pica la porta”, e la parola “Repubblica” fu sostituita da “socialismo”. Tale versione, scritta da Carlo Tuzzi, continuava con diverse strofe contenenti all’unità della classe operaia “dai campi al mare/alla miniera”. Con la Grande Guerra e la rivoluzione bolscevica iniziò a prendere piede una versione che sostituiva “socialismo” con “comunismo”, versione che sarà poi la più conosciuta nella seconda metà del ‘900 e che sarà per alcuni mesi l’inno ufficiale del Partito Comunista Italiano. “Bandiera Rossa” è un canto di lotta che, attraversando il Risorgimento, le lotte di inizio ‘900 e la Resistenza, giunge fino a noi come testimone della lunga battaglia affrontata dalle classi popolari per il loro riscatto e la loro libertà

Dal Balilla a Mameli: storia di una ribellione

Erano i primi giorni di dicembre del 1746, l’Europa intera era stravolta da un sanguinoso conflitto dinastico, quello legato alla successione del trono d’Austria, che non era il primo del secolo e che non sarebbe stato l’ultimo. L’intero continente diviso in due blocchi: da un lato quello borbonico, con Francia, Spagna, Svezia, la Repubblica di Genova e i rispettivi alleati minori, dall’altra un blocco asburgico, che andava dall’Inghilterra allo Zar di Russia, passando per il Regno di Savoia e le Province Unite. Oggetto del contenzioso era la legittimità di Maria Teresa d’Austria ad ascendere al trono imperiale dopo la morte di suo padre Carlo VI, il quale aveva rivisto le norme legate alla successione eliminando anche la “legge salica”, emanando così la “prammatica sanzione”, che cambiava le norme di successione dell’Arciducato d’Austria, e ad essa si appellò la fazione imperiale, posizione contestata invece dai sovrani di Slesia e Sassonia, che si erano trovati così esclusi dalla prospettiva di divenire imperatori. Il conflitto ebbe presto un risvolto continentale, con l’intervento al fianco dell’una o dell’altra fazione da parte di moltissimi stati europei. Nel 1744 l’Italia fu terreno di scontro per le truppe ispano-napoletane e quelle austriache e piemontesi. Mentre al sud furono i primi a prevalere, l’intera Val Padana cadde sotto l’occupazione austriaca, ivi compresa la città di Genova, da secoli strettamente legata alla Spagna. L’intera Europa era in fiamme, la popolazione doveva sopportare gli orrori e i pericoli di una guerra sempre più moderna e letale, di eserciti sempre più grandi. Per Genova, città marinara per la quale il commercio era la vita, l’occupazione militare significava più che per molte altre realtà urbane un completo annichilimento della vita pubblica, e risultava ancora più odiosa vista la tradizionale indipendenza della Repubblica, custodita gelosamente sopratutto dai Savoia, che ora assieme agli Asburgo presidiavano in armi la Superba. La situazione era arrivata alla massima tensione, bastava letteralmente una scintilla per causare l’insurrezione generale, voluta smaniosamente dalla stragrande maggioranza dei genovesi. Fu un ragazzo, ora avvolto fra mito e leggenda, originario probabilmente di Montoggio, nell’entroterra, chiamato Gian Battista Perasso, che diede col suo gesto il segnale: assistendo all’ennesimo sopruso perpetrato sui suoi concittadini alzo il braccio e scagliò una pietra contro i soldati intenti a forzare alcuni genovesi al trasporto di un mortaio. Immediatamente tutta la folla fu su questi, come incoraggiata dall’attacco che seppur tanto profondamente desiderato, non si era ancora compiuto per la paura che quel feroce occupante incuteva ai cittadini. In pochi giorni gli invasori austro-piemontesi evacuarono la città, inseguiti per le valli dal popolo rabbioso.

illustrazione novecentesca della rivolta di Portoria

Il tutto non ebbe sbocchi maggiori del ripristino dell’antico regime repubblicano aristocratico, il quale fu comunque soppresso prima dalla Francia Rivoluzionaria e poi, definitivamente, dal congresso di Vienna, che assegnò la potestà su quelle terre agli antichi pretendenti, i Savoia. Cento anni dopo il contesto è sempre quello: una semi-occupazione militare mal vissuta e osteggiata profondamente dalla società ligure, tolti alcuni nobili. Genova è stata circondata di forti dai suoi nuovi padroni, non in funzione di difesa, ma anzi col compito di intimidire e colpire la città in caso di sommosse. Questi formano un anello sui monti del circondario, e sono presidiati da migliaia di soldati piemontesi. In città sono i gesuiti a comandare, ma anche loro non sono visti di buon occhio, sopratutto da quanto Pio IX è stato eletto al soglio pontificio portandosi dietro moltissime aspettative, che si fondevano a quelle riposte in Carlo Alberto, Re “carbonaro” che sembrava poter consentire sbocchi perlomeno liberali all’assetto politico del Regno di Sardegna. Tutto ciò non era ovviamente abbastanza, ma per molti studenti universitari era sufficiente per moltiplicare la loro ansia per una Storia che stava compiendosi, ma ancora troppo lentamente. Fra di loro vi era Goffredo Mameli, figlio di una nobildonna locale e di un ufficiale di marina, iscritto al secondo anno di Legge nella stessa Università che aveva frequentato tempo prima Mazzini. Si può dire che condivise molto della formazione di quello che sarà il suo maestro: educazione in una famiglia dalle tendenze democratiche, frequentazione di associazioni e circoli politico-letterari capaci di soddisfare la sua fame di cultura, carriera universitaria segnata dalla tensione politica e dal conflitto con le istituzioni scolastiche. Nei primi giorni di dicembre si era soliti a Genova ricordare il “Balilla” con una processione, che l’anno precedente, per timore di urtare il sovrano, non si era tenuta. Goffredo e i suoi compagni, indignati dalla codardia dell’amministrazione locale che volutamente sceglieva di dimenticare un eroe popolare nel centenario della rivolta, decidono di organizzare una manifestazione a forte connotato politico. Dopo giorni di comizi e dimostrazioni, il 9 dicembre 1847 un grande corteo animato sopratutto dagli studenti sfila per la città con la bandiera Tricolore, simbolo totalmente eversivo ed osteggiato dallo status quo. Qui Mameli declamerà la sua famosa poesia “Dio e il Popolo”, pregna di contenuti democratici ed insurrezionalisti dedicata proprio alla rivolta di Portoria .

“Come narran sugli Apostoli,
Forse in fiamma sulla testa
Dio discese dell’Italia…
Forse è ciò; ma anch’è una festa.
Nelle feste che fa il Popolo
Egli accende monti e piani ;
Come bocche di vulcani.
Egli accende le città.

Poi, se il Popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Uno scherzo ora fa il popolo ;
A una festa ei si convita.
Ma se è il popolo che è l’ospite,
Guai a lui ch’ei non invita!
Grande è sempre quel ch’egli opera
Or saluta una memoria,
Ma prepara una vittoria ;
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Noi credete ? Ecco la storia :
All’incirca son cent’anni
Che scendevano su Genova,
L’armi in spalla, gli Alemanni ;
Quei che contano gli eserciti
Disser : l’Austria è troppo forte;
E gli aprirono le porte.
Questa vil genia non sa

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Un fanciullo gettò un ciottolo ;
Parve un ciottolo incantato,
Che le case vomitarono
Sassi e fiamme da ogni lato.
Perché quando sorge il Popolo
Sovra i ceppi e i re distrutti.
Come il vento sovra i flutti
Passeggiare Iddio lo fa.

Quando il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Quei che contano gli eserciti
Vi son oggi come allora :
Se crediamo alle lor ciance
Aprirem le porte ancora.

Confidiamo in Dio. nel Popolo .
I satelliti dei forti
Non si contano che morti.
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa
La sua folgore gli dà. “

La bandiera della Repubblica Romana recante il celebre motto mazziniano
Partigiani della “brigata Balilla” in posa nei monti di Genova

Nelle stesse giornate prese a divenire popolare un altro componimento di Mameli, che proponeva in versi il programma politico della Giovine Italia, associazione alla quale il poeta stesso aveva aderito un anno prima: si tratta del Canto degli Italiani, che animò le piazze democratiche del Risorgimento fino ad arrivare, dimenticato dal Regno e dal Fascismo (se non retoricamente negli ultimi mesi), alla Resistenza e alla Repubblica, che lo scelse come suo inno nazionale. Un testo altamente poetico, che si apre con un’invocazione alla fratellanza fra gli italiani che si espande nel corso del componimento ad ogni altro popolo. Un inno sì all’Amore, perfettamente stile mazziniano, ma anche alla lotta, alla riscossa, al sacrificio supremo a difesa della libertà e dell’indipendenza. Da Genova questo canto si trasmise alle pianure lombarde, dove lo stesso Goffredo fu sottotenente volontario durante la prima Guerra d’Indipendenza, ma fu solo dopo la prima parentesi di questa guerra che il “Canto degli Italiani” poté accompagnare atti concreti del tutto coerenti col suo significato: la Repubblica Romana colse Mameli già presente nella Città Eterna, ad essa lui dedicò gli ultimi mesi della sua vita, difendendola dagli invasori borbonici, asburgici e dai traditori al soldo di Napoleone III. Fu durante una carica alla baionetta che Goffredo ricevette la ferita che lo porterà alla morte. Ma Mameli non fu dimenticato, il suo esempio eta vivo in tutta Italia: mentre a Roma si difendeva la “Repubblica Rossa”, come era chiamata dagli operai francesi che in solidarietà ad essa scioperavano, Genova insorgeva contro i Savoia, e lo faceva anche in nome di Mameli. Furono giorni duri, ancora peggiori di quelli subiti dalla città un secolo prima, e che culminarono in un saccheggio devastante ad opera delle truppe del generale La Marmora, che fu per i suoi crimini premiato dal nuovo sovrano, Vittorio Emanuele I. Ancora cento anni dopo, strana coincidenza, le figure del Balilla e di Mameli tornano ad accompagnare esempi e gesta degni di loro, e lo fanno durante la lotta di Liberazione contrassegnando i nomi moltissime brigate partigiane. Tra queste è importante ricordare la “Brigata Mameli” a comando misto azionista-comunista, che partecipò alla Liberazione di Treviso ad aprile ’45, e i GAP del quartiere di Bolzaneto a Genova, che formeranno la “Brigata Volante Balilla”, al comando di Angelo Scala che prese esso stesso il nome dell’antico rivoltoso genovese.

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

8 settembre: in tutta Italia inizia la resistenza!

Oggi, domenica 8 settembre, Giovine Italia ha preso parte ai presidi che in tutta Italia si sono tenuti in solidarietà al popolo greco, vittima sacrificale sull’altare dell’austerità. Oggi più che mai, coi mercati che sorridono al nuovo governo, è necessario compattare il fronte dell’opposizione democratica, cercando l’amicizia e la collaborazione di ogni patriota. Sempre più cittadini prendono le parti del popolo nella lotta fra questo e il capitale, ed è solo questione di tempo prima che questi raggiungano una massa critica. Noi siamo convinti che la sempre più vicina data del 12 ottobre rappresenterà un saldo punto d’inizio per la costruzione di un fronte popolare.

Italia libera, ora e sempre.

La Libertà non è mai un dono, ma sempre una sanguinosa conquista. i popoli che nei secoli si sono trovati soggiogati dalle tirannidi lo hanno ben sperimentato, poiché mai essi si emanciparono se non dietro cospicua offerta di sangue. Non elargizione, ma conquista, non fatto ma atto. Per essere liberi occorre agire e pensarsi come tali.

“Per concessioni, per beneplaciti principeschi, per addobbate menzogne non si redimono i popoli, essendo Libertà un dono sì caro e sì grande che Iddio nol concede se non a prezzo di patimenti e di sangue”
G. Mameli, patriota

Oggi per le strade italiane sfileranno anche molti ipocriti, desiderosi di infarcire il proprio messaggio reazionario e filo-oligarchico di nobili termini quali Libertà, Patria e Fraternità. Ci stiamo riferendo a quell’immondo insieme composto dai partiti istituzionali e delle sigle a loro amiche, lacchè dei tiranni ostili all’emancipazione del popolo italiano. Questi finti democratici, che mai hanno condannato abusi ed oppressioni reali, da quella vissuta dai popoli africani ai vari tentativi di golpe a danno di governi incaricati dai popoli, sono da osteggiare e da combattere, come lo sono gli enti che fungono da loro mandanti. Indegni del sacrifico di chi vorrebbero ricordare, per ogni vero italiano il fatto stesso che questi servi opportunisti si fregino del tricolore, che evochino i nomi dei martiri è un affronto intollerabile.

“Se Dio m’assisterà, un giorno potrò sacrificarmi per la Libertà, la Giustizia e la Fratellanza […]. Possa questa fiamma che ci arde nel cuore mantenersi viva in queste pagine, preservarle dalla morte e propagandarsi ad ogni nobile animo che le avvicini!”

G. Buranello, patriota

Il semplice reducismo, la commemorazione fine a se stessa sono sterili. Occorre incarnare seguire l’esempio incarnando le idee nell’azione. E’ inutile continuare a contemplare il passato quando quotidianamente si chiudono gli occhi sul mondo contemporaneo, ed altrettanto inutile è parlare di vittorie su nemici sconfitti quando ve ne sono ancora di vivi e vegeti, e per di più incredibilmente pericolosi e potenti. Diciamo i loro nomi, colpiamoli con tute le nostre forze. Facciamogli sapere che un popolo che per secoli ha lottato contro tirannie straniere e domestiche non ha intenzione di essere nuovamente sottomesso. L’Unione Europea, la Nato, il neocolonialismo a trazione occidentale, il capitalismo: ecco chi sono i moderni despoti, coloro che, ostili alla libertà dell’Uomo, per ogni dove si adoperano per soggiogarlo con catene politiche ed economiche.

Ricordiamo quali sono i nostri fratelli di battaglia, esempi contemporanei di lotta e resistenza al regime, ricordiamo i siriani vittoriosi contro l’assalto terrorista internazionale, ricordiamo i venezuelani vittime di complotti e congiure, ricordiamo i francesi destatisi dopo un sonno pluridecennale, ricordiamo tutti i popoli che resistono sotto l’embargo e tutti i patrioti che ogni giorno combattono la tirannia sul proprio suolo. La nostra battaglia per quanto dura non è senza speranze, noi siamo in tanti, e crediamo più di loro. Sarà la nostra volontà, il nostro voler essere liberi, come italiani, come Uomini, come Cittadini, a garantirci, oggi come ieri, la Vittoria.