La “Rossa” Repubblica Romana, preludio di un’Italia libera

È il 28 gennaio, siamo all’Avana, e questa sera sfilano, torce alla mano, i militanti del Partito Comunista, gli studenti e i membri dell’esercito. Stanno ricordando la nascita di José Martí, rivoluzionario e poeta cubano che per primo teorizzo l’emancipazione del continente e la liberazione dei suoi popoli. Martí nacque il 28 gennaio del 1853 nella capitale dell’isola, e morì 42 anni dopo, in battaglia contro le truppe occupanti spagnole a Rio Cauto. Durante la sua breve vita ebbe modo di viaggiare e di scrivere, oltre che ad impegnarsi praticamente per la liberazione della sua patria. Fra tutti i suoi componimenti dedicò alcuni versi a Giuseppe Garibaldi: “Dalla Patria, come da una madre, nascono gli uomini/ la Libertà, madre del genere umano, ebbe un figlio:/ quello fu Giuseppe Garibaldi”. Grande ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, che nel continente sudamericano è molto famoso, venendo citato frequentemente anche da Maduro e, prima della sua morte, da Chavez. Viene da chiedersi il perché di un ricordo e di una ammirazione sentiti oltreoceano mentre nel paese natale di Garibaldi stesso le forze che si richiamano o ammirano i comunisti cubani scelgono di ignorare la storia e le gesta di Lui come di altri Rivoluzionari. Si sente invero più spesso citare Martí che il patriota nizzardo, quasi come se non ve ne fossero motivi. E così i compagni cubani salutano la nascita dell’eroe della loro indipendenza con celebrazioni ufficiali e cortei, mentre moltissimi “compagni” italiani ignoreranno persino che oggi, 9 febbraio, dovrebbe essere una delle date più rilevanti e ricordate, poiché oggi nel 1849 veniva proclamata la Repubblica Romana, uno dei più arditi tentativi di costruzione di un potere democratico e popolare nella storia italiana.

Il corteo per le strade della capitale cubana

La nascita di un repubblica democratica in seno al cuore della reazione può senza dubbio suscitare scalpore, ma proprio le condizioni socio-politiche dello Stato Pontificio, con la sua terribile arretratezza, la povertà crescente e l’autocrazia papale , saranno la causa scatenante di un’improvvisa sollevazione popolare che porterà alla fuga del monarca. Altro elemento paradossale fu l’iniziale entusiasmo per l’elezione (21 giugno 1846) del Cardinal Ferretti, il futuro Pio IX, al soglio pontificio. Si sperava in un Papa liberale, e quasi per una sorta di profezia autoavverante Ferretti si convinse, almeno per i primi anni, di essere ciò. Piccolissime concessioni, peraltro solite all’elezione di un nuovo pontefice, vennero scambiate per inoppugnabili indizi della natura progressista del Papa. Nello specifico si può ricordare la liberazione di 400 detenuti politici e il richiamo di altrettanti esiliati, a cui seguì l’anno successivo un’attenuazione della censura sulla stampa e di quella preventiva, oltre che alcuni progetti ferroviari. In questo clima sembrava divenir sempre più realistica l’ipotesi “neoguelfa”, ovvero quella secondo la quale un Papa avrebbe potuto farsi carico dell’unità nazionale agendo come centro super partes fra i vari regni della penisola. Pio IX sembrava voler incarnare il pontefice auspicato da Gioberti, basti pensare il suo supporto al progetto di una Lega Doganale della quale si stava parlando negli stessi anni, forse un primo passo verso un’unità federale.

Ad inizio ’48, scoppiati in Sicilia, in tutta Europa si diffondevano moti insurrezionali. Nel tentativo di arginare i movimento rivoluzionari molti sovrani concessero delle prime costituzioni ai loro popoli, e anche Pio IX seguì il loro esempio, emanando in data 14 marzo lo “Statuto Fondamentale per Governo temporale degli Stati della Chiesa”, il quale stabiliva la nascista di due camere legislative e apriva le porte del governo anche ai laici, che al vero erano già stati introdotti ad inizio anno con la nomina al ministero per il commercio, l’industria, l’agricoltura e le belle arti a Giuseppe dall’Onda. La situazione si aprì a rivolgimenti inattesi con le Cinque Giornate di Milani e l’insurrezione generale nelle regioni del Nord contro gli austroungarici, a cui seguì la guerra dichiarata da Carlo Alberto e l’invio da parte del Gran Duca di Toscana e del Re di Napoli di alcuni corpi armati per contribuire alla cacciata degli eserciti asburgici. Pio IX autorizzò la formazione e la partenza di un corpo di volontari, ma esclusivamente con compiti difensivi. Anche loro, come le loro controparti non sabaude, da lì a poco sarebbero stati richiamati a casa da un governo non più disposto a supportare la guerra sabauda. Il ritiro del Papa dal conflitto rispose a diverse esigenze: prima di tutto la guerra, se vinta, avrebbe unicamente reso il Regno di Sardegna la potenza egemone in Italia, garantendo ai Savoia tutto il Nord, in più vi erano anche le pressioni dell’Impero austriaco, potenza ultra-cattolica che però ora ventilava lo scisma, e non sono da dimenticare i pareri della parte più conservatrice del clero, spaventata dalla tendenze repubblicane che si andavano a formare e che erano esplose a Milano.

“Combattimento presso palazzo Litta”, di Verrazzi. Si può leggere in alto a destra la scritta “w Pio IX”, slogan diffuso durante le Cinque Giornate

È il 15 settembre quando il Papa nomina presidente del Consiglio Peregrino Rossi. Questi era un esperto diplomatico, un uomo di cultura cosmopolita con un passato vicino alla Carboneria. Negli ultimi anni della sua vita aveva totalmente abiurato gli ideali democratici, mantenendosi su possizioni sí liberaleggianti e federalisti, tendenti al progresso economico ma del tutto concordi con il mantenimento del potere politico del pontefice. Esercito la carica al contempo anche di ministro della polizia e delle finanze, e fu per il suo intesificare la repressione politica che, molto probabilmente in ambienti carbonari desiderosi di “annerire” l’ex confratello caduto, ne fu decretata la condanna a morte. Il 15 novembre una folla di cittadini lo circonda, una pugnalata anonima lo raggiunge alla gola, lasciandolo morto sulla strada. Qui, alla guida di un corteo diretto dal Pontefice per chiedere la creazione di un nuovo governo totalmente laico e democratico, troviamo Ciceruacchio, una delle figure popolari più conosciute e rappresentative della Repubblica Romana. Piccolo commerciante ed artigiano, al secolo noto come Angelo Brunetti, egli si era rapidamente guadagnato la nomea di capopopolo fin dall’elezione di Pio IX, quando si era distinto per il supporto alle sue riforme. Fu lui a guidare la demolizione dei cancelli del ghetto ebraico nel ’47, unendo agli altri romani quelli da secoli rimasti divisi dall’intolleranza religiosa, e fu sempre lui, sconvolto e reso rabbioso dal voltafaccia del pontefice, a guidare i primi scontri che portarono alla fuga del pontefice, il quale riparò sotto protezione dei Bornone a Gaeta, uscendo da Roma nascosto da frate. Ciceruacchio rappresenta anche un buon esempio per analizzare l’evoluzione ideologica delle masse romane in questo periodo: partendo da posizioni liberali e riformiste, Brunetti radicalizzò il suo pensiero frequentando circoli neo-giacobini e socialisti, abbracciando le idee mazziniane democratiche e rivoluzionaire e arrivando a seguire con suo figlio la colonna garibaldina che dopo la caduta della città cercava di reggiungere Venezia. Sarà poi catturato lungo la strada e fucilato assieme al figlio dagli austriaci a Ca’ Tiepoli dopo una delazione.

La bandiera da guerra della Repubblica

La fuga del Papa aveva gettato Roma in un’estasi caotica. Cortei spontanei si susseguivano a feste e danze, le quali non poterono che aumentare d’intensità alla notizia che l’Assemblea Nazionale con 118 favorevoli, 8 contrari e 10 astenuti aveva proclamato la Repubblica. Tale decisione non era stata facile. I lavori dell’Assemblea, inziati il 5 dello stesso mese, erano stati segnati dal contrasto fra i democratici repubblicani e i conservatori, fra i quali si estendeva un’ampia area liberale moderata pavida ed incerta sulla decisione da prendere. È importante ricordare come tale assemblea fosse etoregenea perché eletta, prima volta in Italia, a suffragio universale, da qui la presenza anche di elementi controrivoluzionari ed ostili ai progetti progressisti. Il 9 febbraio venne quindiproclamata la Repubblica, la quale fin da subito stabilì delle garanzie per la tutela del ruolo spirituale del Papa, una mano tesa all’ex sovrano, un invito alla pacificazione che non sarà raccolto: Pio IX scomunicherà non solo tutti i membri dell’Assemblea, ma persino ogni elettore.

La Repubblica ebbe una breve vita. Non vedrà la fine del ’49, schiacciata da un infame intervento del Presidente, ma futuro imperatore, Luigi Napoleone e dei suoi alleati austriaci, ma in quei pochi mesi d’esistenza si scrissero alcune delle pagine più belle della storia popolare italiana. Non è nostro interesse raccontare con spirito annalistico tutti i vari capovolgimenti bellici e diplomatici, ma far rivivere il ricordo di alcuni fatti, leggi, provvedimenti e fatti che fecero salutare dagli operai scioperanti francesi la Repubblica Romana come la “Repubblica Rossa”.

“Sventoli per ogni dove, sulle torri, sui campanili, la rossa bandiera!” “Ai popoli della Repubblica”, proclama dei triumviri del 21 maggio

Proprietà ecclesiastiche nazionalizzate e distribuite fra i poveri, latifondi espopriati, prestiti forzosi da parte dei cittadini ricchi, e tutto questo senza versare una goccia di sangue, senza lo scatenare nessun Terrore, ma anzi abolendo la pena di morte. È fine marzo quando si affida il potere ad un Triumvirato rivoluzionario composto da Aurelio Saffi, Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini, e già il 15 aprile, nel mezzo di invasioni austriache e borboniche, viene emanato dal pugno del rivoluzionario genovese un decreto legge che assegna ad ogni famiglia povera un lotto di terra da coltivare “capace del lavoro di un paio di buoi” e a ogni individuo nullatenente un vigneto da coltivare con le sue braccia. Tale provvedimento rivoluzionario sarà salutato da Gramsci nel “Avanti!” del 27 luglio 1917 come il più grande regalo di Mazzini al proletariato. Nel mentre, sedeva in assemblea Quirico Filopanti, scienziato socialista. A lui si deve la scrittura del decreto che sanciva la nascista della Repubblica, primo emanato da un politico socialista nella storia del paese. Non era il solo a comporre la “Montagna” nella Repubblica: assieme ai già citati Mazzini e Saffi vi erano Garibaldi, tornato insoddisfatto dalla “Guerra Regia” al nord e Carlo Pisacane, il quale tentava di dare a Roma un nuovo esercito professionale ma popolare, volontario e fortemente ideologizzato. Persino la bandiera rossa prese ad essere utilizzata a sfondo politico: col bombardamento francese si erano segnalate le bombe inesplose con delle bandiere di quel colore, che presto furono utilizzate dal popolo come emblema del nuovo sistema in costruzione e simbolo dell’emancipazione sociale. Esse potevano essere viste di fianco al tricolore dappertutto, persino su Castel Sant’Angelo, dove le due bandiere sventolavano assieme sulla sommità della struttura. La partecipazione popolare non si basò solamente sulle elezioni e sulla partecipazione a cortei ed assemblee, e nemmeno sulla difesa della Repubblica, ma si sviluppo proficuamente anche nella creazione di svariati club di diversa composizione e tendenza politica, i quali fungevano al contempo da organo di diffusione del pensiero politico e di sviluppo dialettico di esso. Occorre sottolineare anche l’aspetto internazionalista della Repubblica, la quale già al secondo principio fondamentale della Costituzione riconosceva gli altri popoli come fraterni e ne propugnava il rispetto della nazionalità. Tutto ciò appare ancora più importante alla luce dell’afflusso di volontari che si recarono a Roma, non solo da tutta Italia ma anche dalla Svizzare, dall’Austria, dalla Polonia e persino francesi, molti dei quali disertori del contingente di Oudinot venuto a spegnere la rivoluzione, a “difendere la libertà dai suoi eccessi”.

La Repubblica non si arrese mai. La città capitolo vinta dalle armi una volta aperte diverse brecce sulle mura per evitare il massacro, peraltro già iniziato, della cittadinanza, ma formalmente essa non cessò mai di esistere. Sia Mazzini che Garibaldi portarono avanti l’idea di un suo proseguimento con la lotta armata, e mentre il secondo, marciando verso Venezia, sostenne che la Repubblica sarebbe stata dovunque ci fosse stata battaglia, il primo scrisse una lettera ai romani datata 5 luglio 1849:

“Romani!La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile …Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d’accento la dichiarazione ch’essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all’abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s’impianti senza l’approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. … Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! …I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla”

A 171 dalla proclamazione della Repubblica non ci saranno molte voci a ricordarla, forse qualche autorità statale e associazioni storiche, ma pochissimi saranno coloro i quali tributeranno del giusto rispetto queste pagine di gloria del popolo italiano, pagine che invero appartengono a tutti gli uomini che combattono, hanno combattuto e combatteranno per la libertà.

“I miei fratelli mi vendicheranno”. Vita e morte di Jacopo Ruffini

Ruffini. Ai più, specie se studenti, questo nome evocherà molto probabilmente il noto ed utile teorema, sicuro compagno delle scuole superiori e, a volte, degli studi universitari. Jacopo Ruffini, o i suoi fratelli, verranno in mente a pochi. Magari gli appassionati di storia possono avere familiarità col nome, ma questo non è che una nota a piè di pagina, un breve paragrafo, uno dei tanti nomi della nostra storia. Sicuramente la sua breve vita non gli diede modo di costruirsi un nome più “grande”, ma occorre sempre ricordarsi che non si tratta di un Cavour, di un Carlo Alberto o di un La Marmora, ma di uno dei “cattivi” del Risorgimento, di quelli che cospirava contro i pretesi “padri della Patria” sabaudi. La parte di Ruffini uscì sconfitta, la parte dei suoi assassini vittoriosa. Ecco perché per lui oggi ci sono solo vaghe e retoriche targhe, mentre per gli altri vie e monumenti a non finire,

La storia di Jacopo Ruffini procede assieme e si interseca a qulla dell’amico fraterno Giuseppe Mazzini: nati lo stesso giorno dello stesso anno condivideranno i luoghi, le amicizie, le frequentazioni, finanche gli studi universitari e l’esperienza cospirativa. Diversa sarà la fine.

Venuto alla luce il 22 giugno 1805 da una famiglia della piccola nobiltà, Jacopo crebbe in un ambiente familiare meno “democratico” di quello dell’amico Mazzini. Il padre, per quanto di tendenze liberali, rimaneva un fervente monarchico, distante anni-luce dalle idee sovversive del figlio. Come tutti i giovani della Genova altolocata ricevette un’istruzione privata dapprima in legge, poi in medicina. Nella città ligure benessere era sinonimo non tanto di latifondo, ma di traffici commerciali, e la famiglia si sarebbe aspettata questo da Jacopo, un rispettabile e proficuo impegno mercantile, ma il suo temperamento e i suoi forti ideali non potevano essere costretti dalle mura di una bottega: egli sognava la Libertà, per tutti gli individui, per tutti i popoli, per sé e per la sua città, che in 10 anni aveva più volte cambiato padrone senza che mai venisse meno il servaggio. La famiglia Mazzini fu per lui una seconda casa. I rapporti erano strettissimi non solo con Giuseppe, ma anche con i suoi genitori. Giacomo, il padre di Mazzini, indirizzò Jacopo allo studio della medicina, carriera che aveva ipotizzata per il figlio, ma alla quale questo dovette rinunicare per diversi spiacevoli svenimenti alla vista del sangue. Ruffini si laureò, ma non fu questo l’unico grande avvenimento di quela parte della sua vita: nel 1829, sotto la spinta di un Mazzini più che mai galvanizzato dalla scoperta del mondo delle società segrete, entrò nella Carboneria. Presto si compresero i limiti di questo mondo: piccoli gruppi di uomini sconnessi dalle masse, per quanto dotati di membri valenti e colti, non avevano serie prospettive rivoluzionarie. Fu per questo che nel ’31 fu tra i fondatori della Giovine Italia. Lo stesso anno salì al trono sardo Carlo Felice. Il nuovo Re portava, come sempre avviene ad ogni cambio di sovrano, grandi aspetative di riforma, le quali però sembravano più concrete e realizzabili: Carlo aveva un passato abbastanza ambiguo fatto di simpatie liberali e carbonare, Certo, non un democratico, ma abbastanza per essere sfruttato dai giovani sovversivi. Carlo era posto, retoricamente, davanti ad una scelta: essere colui che sarebbe passato alla storia come il più illuminato dei Savoia, il che avrebbe portato a piccoli ma importanti guadagni materiali, o essere l’ennesimo monarca-boia, il che avrebbe radicalizzato l’opposizione di sinistra. La strada che imboccò Carlo Felice fu la seconda. Mazzini dalla Francia intanto si interrogava su come scatenare la rivoluzione, valutava prospettive insurrezionali e omicidi. Arrivò a dare il beneplacito ad un tentativo d’assassinio ipotizzato da un giovanissimo torinese, il quale aveva proposto un piano poco più che suicida: accoltellare il Re durante una sfilata. In due occasioni diverse lui si trovò vicino al sovrano, ed in entrambi non riuscì a colpire. Reso folle dal rammarico e dalla paura, fece perdere le tracce di sé. Scartata questa ipotesi, restava quella della sollevazione popolare. Si reclutarono dunque uomini fra gli esuli, si comprarono armi, si cercarono collegamenti nelle forze armate, le quali vennero sfruttate per diffondere materiale propagandistico. La Giovine Italia crebbe esponenzialmente nei numeri, fino a contare decine di migliaia di aderenti. Ma qualità e quantità sono cose diverse. La stragrande maggioranza di questi non si poteva definire un’esercito rivoluzionario, ma al più simpatizzanti, spesso dalle idee confuse e poco salde. I numeri reali erano di molto inferiori. Adesioni superficiali e progetti cospirativi non sono un buon mix, e dove non arrivava la polizia arrivava l’inesperienza e la leggerezza dei vari affiliati. Fu una banale rissa a condannare a morte Ruffini: due ufficiali dell’esercito si confrontarono per una donna. Furono arrestati ed interrogati sull’accaduto. Entrambi, per sbarazzarsi del rivale, rivelarono del piano di sollevazione in città e della simultanea invasione della Savoia da parte di fuoriusciti, facendo nomi e indicando abitazioni e punti di ritrovo. Era il 28 aprile del 1833. Poche settimane dopo, il 13 giugno, Jacopo Ruffini fu riconosciuto dalle guardie sotto casa sua.- Ci fu un rapido inseguimento, ma alla fine il patriota fu bloccato ed arrestato. Condotto davanti alle autorità, si rifiutò di rivelare i segreti della Giovine Italia, permettendo così a moltissimi di salvarsi fuggendo in Francia. Torturato quotidianamente nelle segrete della Torre Grimaldina, riuscì una sera a recuperare una scheggia di metallo da un muro. Passò la notte ad affilarla e, memore delle sue conoscenze anatomiche, si recise gola e polsi. Prima di morire scrisse col suo sangue sulle pareti della cella “i miei fratelli mi vendicheranno”.

La sua scomparsa, di cui si seppero i dettagli solo alcuni anni dopo, scosse profondamente Mazzini. Fu la prima di una lunga serie di morti che pesarono sempre sulla sua coscienza. Nel 1834 si tentò l’insurrezzione in Piemonte. Mazzini tentò di vendicare il suo fratello caduto. Non ci riuscì, ma fu anche il sacrificio di Ruffini, fonte di tanti sentimenti contrastanti, a spronarlo alla lotta.

Avanti popolo: storia di un inno di lotta

Tutti la conoscono: “Bandiera Rossa”, celeberrimo canto d’area socialista, è da più di un secolo conosciuto sia in Italia che all’estero. Non serve essere politicamente attivi per averla sentita cantare e conoscerne, anche se forse non interamente, il testo. Tuttavia pochi ne conoscono l’origine. Il testo di “Bandiera Rossa” nasce come canto repubblicano intorno al 1848. Il drappo rosso era infatti già largamente utilizzato sin dal secolo scorso, e se ne testimonia il comparire sia nelle rivolte in Francia contro Napoleone III, sia a Milano sia durante la Repubblica Romana, dove addirittura una bandiera rossa venne posta sulla sommità di Castel Sant’Angelo assieme ad un tricolore. Il testo originale presenteva ovviamente delle variazioni, era composto da una sola strofa e seguiva una melodia differente. “Avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/bandiera rossa/avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/trionferà/ evviva la Repubblica e la libertà”. Ad inizio ‘900 venne rielaborato sulla base di un canto popolare lombardo “Ciapa on saa, pica la porta”, e la parola “Repubblica” fu sostituita da “socialismo”. Tale versione, scritta da Carlo Tuzzi, continuava con diverse strofe contenenti all’unità della classe operaia “dai campi al mare/alla miniera”. Con la Grande Guerra e la rivoluzione bolscevica iniziò a prendere piede una versione che sostituiva “socialismo” con “comunismo”, versione che sarà poi la più conosciuta nella seconda metà del ‘900 e che sarà per alcuni mesi l’inno ufficiale del Partito Comunista Italiano. “Bandiera Rossa” è un canto di lotta che, attraversando il Risorgimento, le lotte di inizio ‘900 e la Resistenza, giunge fino a noi come testimone della lunga battaglia affrontata dalle classi popolari per il loro riscatto e la loro libertà

Dal Balilla a Mameli: storia di una ribellione

Erano i primi giorni di dicembre del 1746, l’Europa intera era stravolta da un sanguinoso conflitto dinastico, quello legato alla successione del trono d’Austria, che non era il primo del secolo e che non sarebbe stato l’ultimo. L’intero continente diviso in due blocchi: da un lato quello borbonico, con Francia, Spagna, Svezia, la Repubblica di Genova e i rispettivi alleati minori, dall’altra un blocco asburgico, che andava dall’Inghilterra allo Zar di Russia, passando per il Regno di Savoia e le Province Unite. Oggetto del contenzioso era la legittimità di Maria Teresa d’Austria ad ascendere al trono imperiale dopo la morte di suo padre Carlo VI, il quale aveva rivisto le norme legate alla successione eliminando anche la “legge salica”, emanando così la “prammatica sanzione”, che cambiava le norme di successione dell’Arciducato d’Austria, e ad essa si appellò la fazione imperiale, posizione contestata invece dai sovrani di Slesia e Sassonia, che si erano trovati così esclusi dalla prospettiva di divenire imperatori. Il conflitto ebbe presto un risvolto continentale, con l’intervento al fianco dell’una o dell’altra fazione da parte di moltissimi stati europei. Nel 1744 l’Italia fu terreno di scontro per le truppe ispano-napoletane e quelle austriache e piemontesi. Mentre al sud furono i primi a prevalere, l’intera Val Padana cadde sotto l’occupazione austriaca, ivi compresa la città di Genova, da secoli strettamente legata alla Spagna. L’intera Europa era in fiamme, la popolazione doveva sopportare gli orrori e i pericoli di una guerra sempre più moderna e letale, di eserciti sempre più grandi. Per Genova, città marinara per la quale il commercio era la vita, l’occupazione militare significava più che per molte altre realtà urbane un completo annichilimento della vita pubblica, e risultava ancora più odiosa vista la tradizionale indipendenza della Repubblica, custodita gelosamente sopratutto dai Savoia, che ora assieme agli Asburgo presidiavano in armi la Superba. La situazione era arrivata alla massima tensione, bastava letteralmente una scintilla per causare l’insurrezione generale, voluta smaniosamente dalla stragrande maggioranza dei genovesi. Fu un ragazzo, ora avvolto fra mito e leggenda, originario probabilmente di Montoggio, nell’entroterra, chiamato Gian Battista Perasso, che diede col suo gesto il segnale: assistendo all’ennesimo sopruso perpetrato sui suoi concittadini alzo il braccio e scagliò una pietra contro i soldati intenti a forzare alcuni genovesi al trasporto di un mortaio. Immediatamente tutta la folla fu su questi, come incoraggiata dall’attacco che seppur tanto profondamente desiderato, non si era ancora compiuto per la paura che quel feroce occupante incuteva ai cittadini. In pochi giorni gli invasori austro-piemontesi evacuarono la città, inseguiti per le valli dal popolo rabbioso.

illustrazione novecentesca della rivolta di Portoria

Il tutto non ebbe sbocchi maggiori del ripristino dell’antico regime repubblicano aristocratico, il quale fu comunque soppresso prima dalla Francia Rivoluzionaria e poi, definitivamente, dal congresso di Vienna, che assegnò la potestà su quelle terre agli antichi pretendenti, i Savoia. Cento anni dopo il contesto è sempre quello: una semi-occupazione militare mal vissuta e osteggiata profondamente dalla società ligure, tolti alcuni nobili. Genova è stata circondata di forti dai suoi nuovi padroni, non in funzione di difesa, ma anzi col compito di intimidire e colpire la città in caso di sommosse. Questi formano un anello sui monti del circondario, e sono presidiati da migliaia di soldati piemontesi. In città sono i gesuiti a comandare, ma anche loro non sono visti di buon occhio, sopratutto da quanto Pio IX è stato eletto al soglio pontificio portandosi dietro moltissime aspettative, che si fondevano a quelle riposte in Carlo Alberto, Re “carbonaro” che sembrava poter consentire sbocchi perlomeno liberali all’assetto politico del Regno di Sardegna. Tutto ciò non era ovviamente abbastanza, ma per molti studenti universitari era sufficiente per moltiplicare la loro ansia per una Storia che stava compiendosi, ma ancora troppo lentamente. Fra di loro vi era Goffredo Mameli, figlio di una nobildonna locale e di un ufficiale di marina, iscritto al secondo anno di Legge nella stessa Università che aveva frequentato tempo prima Mazzini. Si può dire che condivise molto della formazione di quello che sarà il suo maestro: educazione in una famiglia dalle tendenze democratiche, frequentazione di associazioni e circoli politico-letterari capaci di soddisfare la sua fame di cultura, carriera universitaria segnata dalla tensione politica e dal conflitto con le istituzioni scolastiche. Nei primi giorni di dicembre si era soliti a Genova ricordare il “Balilla” con una processione, che l’anno precedente, per timore di urtare il sovrano, non si era tenuta. Goffredo e i suoi compagni, indignati dalla codardia dell’amministrazione locale che volutamente sceglieva di dimenticare un eroe popolare nel centenario della rivolta, decidono di organizzare una manifestazione a forte connotato politico. Dopo giorni di comizi e dimostrazioni, il 9 dicembre 1847 un grande corteo animato sopratutto dagli studenti sfila per la città con la bandiera Tricolore, simbolo totalmente eversivo ed osteggiato dallo status quo. Qui Mameli declamerà la sua famosa poesia “Dio e il Popolo”, pregna di contenuti democratici ed insurrezionalisti dedicata proprio alla rivolta di Portoria .

“Come narran sugli Apostoli,
Forse in fiamma sulla testa
Dio discese dell’Italia…
Forse è ciò; ma anch’è una festa.
Nelle feste che fa il Popolo
Egli accende monti e piani ;
Come bocche di vulcani.
Egli accende le città.

Poi, se il Popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Uno scherzo ora fa il popolo ;
A una festa ei si convita.
Ma se è il popolo che è l’ospite,
Guai a lui ch’ei non invita!
Grande è sempre quel ch’egli opera
Or saluta una memoria,
Ma prepara una vittoria ;
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Noi credete ? Ecco la storia :
All’incirca son cent’anni
Che scendevano su Genova,
L’armi in spalla, gli Alemanni ;
Quei che contano gli eserciti
Disser : l’Austria è troppo forte;
E gli aprirono le porte.
Questa vil genia non sa

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Un fanciullo gettò un ciottolo ;
Parve un ciottolo incantato,
Che le case vomitarono
Sassi e fiamme da ogni lato.
Perché quando sorge il Popolo
Sovra i ceppi e i re distrutti.
Come il vento sovra i flutti
Passeggiare Iddio lo fa.

Quando il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Quei che contano gli eserciti
Vi son oggi come allora :
Se crediamo alle lor ciance
Aprirem le porte ancora.

Confidiamo in Dio. nel Popolo .
I satelliti dei forti
Non si contano che morti.
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa
La sua folgore gli dà. “

La bandiera della Repubblica Romana recante il celebre motto mazziniano
Partigiani della “brigata Balilla” in posa nei monti di Genova

Nelle stesse giornate prese a divenire popolare un altro componimento di Mameli, che proponeva in versi il programma politico della Giovine Italia, associazione alla quale il poeta stesso aveva aderito un anno prima: si tratta del Canto degli Italiani, che animò le piazze democratiche del Risorgimento fino ad arrivare, dimenticato dal Regno e dal Fascismo (se non retoricamente negli ultimi mesi), alla Resistenza e alla Repubblica, che lo scelse come suo inno nazionale. Un testo altamente poetico, che si apre con un’invocazione alla fratellanza fra gli italiani che si espande nel corso del componimento ad ogni altro popolo. Un inno sì all’Amore, perfettamente stile mazziniano, ma anche alla lotta, alla riscossa, al sacrificio supremo a difesa della libertà e dell’indipendenza. Da Genova questo canto si trasmise alle pianure lombarde, dove lo stesso Goffredo fu sottotenente volontario durante la prima Guerra d’Indipendenza, ma fu solo dopo la prima parentesi di questa guerra che il “Canto degli Italiani” poté accompagnare atti concreti del tutto coerenti col suo significato: la Repubblica Romana colse Mameli già presente nella Città Eterna, ad essa lui dedicò gli ultimi mesi della sua vita, difendendola dagli invasori borbonici, asburgici e dai traditori al soldo di Napoleone III. Fu durante una carica alla baionetta che Goffredo ricevette la ferita che lo porterà alla morte. Ma Mameli non fu dimenticato, il suo esempio eta vivo in tutta Italia: mentre a Roma si difendeva la “Repubblica Rossa”, come era chiamata dagli operai francesi che in solidarietà ad essa scioperavano, Genova insorgeva contro i Savoia, e lo faceva anche in nome di Mameli. Furono giorni duri, ancora peggiori di quelli subiti dalla città un secolo prima, e che culminarono in un saccheggio devastante ad opera delle truppe del generale La Marmora, che fu per i suoi crimini premiato dal nuovo sovrano, Vittorio Emanuele I. Ancora cento anni dopo, strana coincidenza, le figure del Balilla e di Mameli tornano ad accompagnare esempi e gesta degni di loro, e lo fanno durante la lotta di Liberazione contrassegnando i nomi moltissime brigate partigiane. Tra queste è importante ricordare la “Brigata Mameli” a comando misto azionista-comunista, che partecipò alla Liberazione di Treviso ad aprile ’45, e i GAP del quartiere di Bolzaneto a Genova, che formeranno la “Brigata Volante Balilla”, al comando di Angelo Scala che prese esso stesso il nome dell’antico rivoltoso genovese.

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Wir weben…

Il risorgimento è ancora oggi, ahimè, un tema dibattuto. Non solo per il nostro paese, ma per tutti i popoli e le nazioni europee. Nell’analizzare, però, il risorgimento a livello europeo (in questo caso ci troviamo in Germania) si ritrovano degli spunti interessanti. H. Heine, ideologo della Giovine Germania, ci permette di comprendere le dinamiche sul territorio tedesco e di come fosse vissuto lo sviluppo degli eventi in questi anni travagliati.
Heine fu un pensatore molto influente in Germania ed è celebre la sua opera “die schlesischen Weber”(i tessitori della Slesia) , in cui denuncia il trattamento dei lavoratori della Slesia in quel periodo storico.
Vi fu infatti, nel 1844, una rivolta nella regione che fu repressa nel sangue. Nella poesia, i lavoratori (che nell’ultima strofa inizieranno la rivolta) lanciano 3 maledizioni: una contro Dio, che non li aiuta. L’altra contro il Re di Prussia, oppressore. La terza e più importante, contro la Germania che non riconoscono come Madrepatria. Credono , infatti, di sostenere attivamente il Re prussiano”di tessere per lui”senza che, loro stessi, abbiano alcun tipo di ruolo, né ottengano alcun vantaggio dall’unione nazionale. Ora, la questione è da analizzare sotto molti punti di vista. La Slesia si trova al confine fra Germania, Repubblica Ceca e Polonia ed ancora oggi è spartita fra questi tre paesi.
Che non ci fosse un sentimento patriottico è chiaro. Ed è interessante constatare come le masse povere fossero deluse dagli ideali di nazione. Da questo piccola poesia, non certo celebre in tutto il mondo, possiamo ricavare alcuni spunti e, forse, alcune risposte a temi più grandi quali “i lavoratori non hanno patria”. Questi tessitori non riconoscevano la Germania, non ancora unificata ma presente sui testi di molti pensatori dell’epoca, come loro legittima madrepatria anche per colpa di un egoismo, quello del monarca, che è anche sintomo di supponenza :crede di poter unire un territorio da solo, anzi al massimo sfrutta i veri patrioti per la sua futura accentrazione di ricchezze. E ciò è riscontrabile pure in altri paesi, fra cui l’Italia, in cui l’unificazione fu portata avanti dalle monarchie profondamente reazionarie, affiancate da valorosi cittadini che dovettero, poi, piegarsi alle volontà dei sovrani ben più potenti .
Oltretutto, solo a scopo informativo, la prima unione doganale “Bund” fra le 4 città stato tedesche e la Prussia, viene considerata il primo abbozzo di Unione Europea. Passa, indirettamente, il messaggio che la riunificazione tedesca sia un passaggio importante per la distruttiva UE, che, invece di liberare i popoli, li sottomette. In questo presunto elogio vengono trascinati Heine, Mazzini in Italia e molti altri. Spiegato, di conseguenza, il motivo per cui oggi il movimento (che non si deve neanche nominare per rispetto allo stesso Mazzini) è profederalismo europeo, traviando così il significato stesso di unione dei popoli europei. E intanto, giusto da monito, anche noi tessiamo le fila della rivoluzione . Come i lavoratori della Slesia che, al termine della poesia, si ribellano. “wir weben, wir weben, wir weben”

Dio e popolo

Dietro questa apparentemente semplice locuzione sta racchiuso gran parte del pensiero politico e filosofico del rivoluzionario Giuseppe Mazzini. La sua intera costruzione ideale parte da basi trascendentali, morali e metafisiche, arrivando da queste a conclusioni pratiche non viste come negazione delle cause, ma anzi come consequenziali sviluppi in un Cosmo che è spirito e materia, Pensiero ed Azione

Dio come sorgente progressiva della Legge

Per comprenderne il significato occorre analizzare la concezione mazziniana della storia. Per il patriota genovese la storia è progresso, l’uomo un “animale che impara sempre”, Questo progresso non è determinato dall’azione degli uomini, che di epoca in epoca contribuiscono a portare “…di epoca in epoca un elemento più o meno importante nella vita delle generazioni successive”. “Voi avete vita, dunque avete legge”, e sorgente di questa legge è Dio che si incarna progressivamente nell’Umanità. Ogni generazione, ogni popolo, ogni uomo porta la sua pietra al “tempio della verità”, ognuno esplorandola da una diversa angolazione e con i suoi peculiari strumenti.

Il Dio di Mazzini non è dunque un dio rivelato, come quello delle religioni monoteistiche, ma piuttosto un dio rivelante, che partecipa dell’uomo e che con esso e per esso si esplica. Questa visione è profondamente romantica, e in qualche modo simile allo Spirito hegeliano, pur differendo nelle modalità e nel soggetto del progresso. Dio per Mazzini, al contrario dello Spirito di Hegel, non governa il progresso degli uomini da un punto di vista esterno e totalmente trascendente, ma è partecipe di esso, vive di esso, in qualche modo esiste in esso e per esso. L’incarnazione divina nella storia avviene attraverso diversi passaggi, tanti quante sono le epoche affrontate dall’umanità, ognuna segnata da un progresso nelle credenze e nel pensiero degli uomini, e di conseguenza nella società materiale. Il cristianesimo allargò il campo della fratellanza umana ad ogni uomo, prima limitato dal paganesimo a determinate classi in seno ad un solo popolo, ma col passare del tempo la sua carica positiva venne meno, e la “Roma dei Papi” smise di essere sorgente di progresso per divenire roccaforte della reazione. Allo stesso modo la “dottrina dei diritti individuali” ha rappresentato un progresso rispetto alla rigida ed immutabile società feudale, ma nel suo seno si sono generate le contraddizione di ordine sociale che ne devono determinare un superamento. Mazzini contribuire all’avanzamento dell’Umanità tramite il superamento della detta dottrina, degenerata in egoismo, affarismo e prevaricazione. Se prima l’oggetto della speculazione era l’uomo astrattamente immaginato come singolo è doveroso ora porlo nella realtà, ossia come essere sociale.

L’uomo è stato creato da Dio “sociale e progressivo”, questa è la sua natura: sociale perché portato naturalmente alla vita comunitaria, progressivo perché è la legge del progresso a regolare la sua vita, progresso morale, politico, materiale e sociale. Questa legge ne deve determinare ora il passaggio ad un’altra epoca, al completamento della “dottrina dei diritti”, inserendo in essi la società, ossia il dovere.

La dottrina del dovere

“Dio vi ha dato il consenso dei vostri fratelli e la vostra coscienza come due ali per innalzarvi quanto è possibile sino a Lui. Perché v’ostinate a troncarne una?”. Così Mazzini apostrofa coloro i quali cedono in eccessi, focalizzandosi unicamente sull’individuo, slegandolo dal mondo reale, e coloro che invece vorrebbero abolirlo, negando una realtà di fatto incontestabile. Comunità e singolo non sono opposti termini di una dicotomia irriducibile, ma anzi due aspetti complementari e necessari della natura umana. Ciò che lega un uomo agli altri è, secondo Mazzini, il dovere di solidarietà che lega fra di loro due fratelli. Carlo Pisacane rifiuterà questa posizione sostituendo al dovere di origine ideale una naturale tendenza data dalla realtà biologica dell’uomo. Due visioni che partono da punti differenti per arrivare al medesimo risultato, ossia alla necessità di agire non solo per se stessi, ma per l’altro. Il diritto, isolato, genera esclusivamente privilegio, poiché una volta garantito per il singolo nulla lo spronerà più ad allargare ai suoi simili l’usufruire di questo. Qui subentra il Dovere, ossia l’imperativo di combattere affinché le condizioni di tutti subiscano un cambiamento, perché il diritto sia realmente tale e non unicamente privilegio di una ristretta classe. La dottrina dei diritti, analizza Mazzini, nella Francia rivoluzionaria ha portato a questo: presa da sola ha contribuito, da un punto di vista materiale, semplicemente ad un violento cambio della guardia della classe dirigente, lasciando immutate le sorti per gran parte del popolo. Ognuno è legato a tutti gli altri da precisi vincoli di fratellanza, questi vincoli vanno onorati. Nessuno può dirsi libero se vicino a sé non vi è la libertà, se l’altro è ancora in catene. Questo pensiero non si applica esclusivamente nei cerchi più ristretti del vivere sociale, come quello municipale o nazionale, ma si estende su scala globale. Fra i popoli sono in vigore i medesimi rapporti che regolano le relazioni fra gli individui, gli stessi legami fraterni. Ogni nazione è sorella di tutte le altre, essendo ogni uomo, per prima cosa, un essere umano.

Libertà ed Associazione

Non basta declamare astrattamente il dovere per far si che questo sia compiuto, occorre agire nel concreto. Il singolo non dispone di abbastanza forza per fare la differenza, per questo, secondo Mazzini, Dio ha fatto si che la nostra natura fosse sociale, ossia avrebbe donato a noi la facoltà di associarci. L’associazione moltiplica le forze degli uomini, permette ad essi di essere soggetto storico e di raggiungere grandi conquiste. Ogni progresso è frutto di dinamiche innescate su scala comunitaria, mai esclusivamente di origine individuale. L’Associazione porta alla Libertà, della quale, assieme al progresso, ne rappresenta il fine. Da associato l’uomo può dirsi libero, perché veramente in grado di difendersi, perché veramente in grado di abbattere il privilegio. L’Associazione è un patto fra uomini liberi, è la scelta di chi vuole essere più che individuo in balia della Storia. La politica, la lotta sindacale, la nazionalità, la famiglia e l’internazionalismo sono tutti quanti tipi di associazione, dal diverso campo d’applicazione ma dalla medesima natura, e tendenti al medesimo scopo. Esaminato questo pensiero, non sorprende il fatto che furono proprio grazie all’opera di Mazzini ed i suoi seguaci che nacquero le prime Società di Mutuo Soccorso e le prime associazioni operaie e femminili, in quanto il pensiero del patriota esplicita la funzione progressista ed emancipatrice di questo naturale strumento.

L’attualità del pensiero

Come Mazzini stesso affermò, la Storia è progresso, ossia essa è soggetta ad un cambiamento, che se non annulla i traguardi del passato li supera e li inserisce in un più ampio contesto. Sicuramente oggi può all’apparenza sembrare inattuale il fondare un pensiero su un’idea metafisica, addirittura si potrebbe correre il rischio di essere additati come fondamentalisti, ma questo non è che l’involucro del pensiero mazziniano. Il porre Dio in stretta relazione con l’agire umano, quasi ribaltando i tradizionali rapporti facendo in modo che sia l’uomo a porre l’ideale, e non questo ad esistere aprioristicamente, apre le porte alla possibilità di un pensiero attivista e rivoluzionario, ma allo stesso tempo ostile ad ogni dogmatismo e all’ostilità rispetto al pensiero divergente. Se l’uomo è artefice, assieme ai suoi fratelli, del domani e contribuisce alla scoperta della Verità, allora la sua azione, per quanto possa apparire disperata, ha un senso, uno scopo, e presto o tardi ne sarà oggettiva l’utilità. Mazzini insegna a noi, a due secoli di distanza, che l’uomo non deve essere nemico dei suoi simili, ma fratello, e concorrere con loro al “progresso di tutti per opera di tutti”, che per Mazzini altro non è che la democrazia nella sua più autentica essenza. Ci insegna a non abbandonarci mai alla disperazione, poiché la nostra battaglia è un qualcosa che trascende la nostra vita, e che dietro come davanti a noi stanno altri Amici, ben più di quanti noi ne possiamo vedere al nostro fianco. Mazzini, col suo Dio dell’Azione, ci fa capire che non basta non fare il male, ma occorre, è dovere, fare il Bene.

A 162 anni dalla Spedizione di Sapri

Il 25 giugno del 1857 salpavano da Genova, clandestinamente, diversi patrioti guidati dal socialista Carlo Pisacane, imbarcatisi su un piroscafo di linea. Quelli che in apparenza parevano normali viaggiatori erano in realtà audaci rivoluzionari, pronti a compiere un colpo di mano che, per quanto fallimentare, scrisse una pagina indelebile nella storia della lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Carlo Pisacane, soldato e rivoluzionario

“Socialismo o schiavitù: non esiste altra via per la nostra società”

Protagonista ed ideatore dell’impresa fu Pisacane, ex ufficiale del genio presso l’esercito borbonico, socialista, mazziniano ed eccellente soldato. Nato nel nel 1818 da una famiglia della nobiltà partenopea. Dopo una fuga d’amore in Francia e un periodo come ufficiale della Legione Straniera partecipò come volontario alla Prima guerra d’Indipendenza, prendendo parte, dopo la sconfitta piemontese, alla Repubblica Romana mettendo a disposizione di questa la sua esperienza di militare di carriera. Dopo la sconfitta ad opera degli eserciti reazionari Pisacane fuggi a Londra, da dove nel 1853 si trasferirà a Genova. Da qui pianificherà la sua ultima impresa, canto del cigno di un uomo coerente e coraggioso, pronto a sacrificare tutto – ricchezza, stabilità, famiglia- per la causa degli oppressi. Influenzato, oltre che da Mazzini e dai pensatori illuministi, da Proudhon, Bakunin e dai cosiddetti “socialisti utopici”, vide il cambiamento politico come inutile e velleitario se non accompagnato da una rivoluzione sociale. Propugnatore della propaganda del fatto, teorizzava una guerra popolare da causare tramite un’insurrezione vittoriosa fra i contadini del sud, qui l’origine della Spedizione di Sapri.

La spedizione

Guidati da Pisacane, 24 uomini si imbarcarono sul ‘Cagliari’, piroscafo di linea Genova-Tunisi. Preso la notte stessa il controllo della nave, si fece rotta per l’isola di Ponza, dove dal carcere qui presente si aveva l’intenzione di reclutare volontari fra coloro i quali più di tutti avevano motivi per odiare i Borbone. Si costituì così un piccolo esercito, composto sia da ex-detenuti che da guardie passate sotto la bandiera tricolore che da alcuni passeggeri del piroscafo.

La morte di Pisacane in un quadro d’epoca

Sbarcati a Sapri, i rivoluzionari si accorsero prima di tutto della diffidenza della popolazione, ben maggiore rispetto a quella che sarebbe da aspettarsi nei confronti di estranei armati. La polizia era un passo avanti ai patrioti, aveva da tempo diffuso la voce di un’imminente attacco da parte di un gruppo di banditi, aveva fatto armare i latifondisti locali e i loro servi, aveva istruito il clero a sobillare i superstiziosi contadini contro chiunque sembrasse straniero. Trovatisi soli e diffamati in un territorio altalenante fra l’ostile e l’indifferente, i militi della colonna di Pisacane furono braccati ed uccisi dalla soldataglia borbonica e dalle milizie padronali. Lo stesso Pisacane venne ucciso, e 150 dei suoi uomini furono presi prigionieri dal regime monarchico,

L’importanza della memoria

Pisacane fu un ribelle. Egli, portando avanti la bandiera rossa unita al tricolore italiano instillò il terrore nel padronato meridionale, che preferì mascherare il suo tentativo rivoluzionario con uno dei numerosi raid banditeschi che piagavano il non così felice regno dei Borbone. Pisacane, assieme a Mazzini, Mameli e Garibaldi, rappresenta l’altro Risorgimento, quello del popolo che sogna l’emancipazione, quello lontano dagli intrighi di palazzo e dagli accordi fra potenti. Contro la narrazione neo-borbonica, la quale dipinge un “Meridione Felix”, un’età dell’oro rovinata in qualche vago modo dall’Unità, contro il tutt’ora presente sfruttamento dei braccianti agricoli, sottoposti ad un terribile regime da parte di un baronato-caporalato a trazione mafiosa, contro un capitalismo sfruttatore ed un finto socialismo cosmopolita e sottomesso alla retorica liberista occorre oggi più che mai tenere a mente l’eroico esempio di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, caduti per la libertà, l’emancipazione delle classi lavoratrici e l’indipendenza, per la patria e per il socialismo.

Mazzini e la rivoluzione sociale

Un patriota dimenticato

Giuseppe Mazzini. Una delle figure più importanti del nostro paese…e tuttavia una delle più dimenticate ed ignorate. Nonostante sia stato tra i padri ideali dello stato repubblicano, la sua figura è reclusa nei libri di testo e nelle sempre meno partecipate commemorazioni istituzionali in suo nome.

Giuseppe Mazzini fu un rivoluzionario, un pensatore, un Apostolo. La sua imponente figura dovrebbe essere onnipresente nella coscienza di ogni italiano, di ogni uomo libero, ma così non è.

Tutti lo conoscono per le varie agitazioni e i moti popolare, pochi per la sua fede politica e quasi nessuno per il contenuto sovversivo e superbamente attuale di questa. Vogliamo, perciò, rendere omaggio a questo grande Uomo svelando il Mazzini nascosto, il suo pensiero sociale ed economico, passato in sordina per troppi anni.

Fra Robespierre e Giansenio

Giuseppe Mazzini nacque a Genova, in una strada a pochi minuti di distanza dal porto, da Giacomo Mazzini, medico ex-ufficiale della Guardia Nazionale, e Maria Drago, pia donna originaria di Pegli, animata da forti sentimenti religiosi che la portarono ad abbracciare la rigida scuola giansenista. Ebbe come precettore due religiosi, anch’essi seguaci di Giansenio, tali Luca De Scalzi e Stefano De Gregori, i quali sin da subito notarono la caratura morale e l’intelligenza dell’allievo. E’ in queste quattro figure che sono da rintracciarsi le origini del suo pensiero, animato da un fervore inestinguibile, da un’incrollabile fedeltà alla causa e da un’intransigenza tali da suscitare stima ed ammirazione negli stessi nemici. Scrisse di lui Klemens Von Metternich, Cancelliere dell’Impero Asburgico:


«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.»

Questo suo animo fu manifesto sin dalla giovane età: dovette abbandonare gli studi di legge dopo una diatriba scoppiata a causa del suo rifiuto di lasciare il posto a sedere nella Chiesa, dove era obbligato a confessarsi dall’Università, ai cadetti del Reale Collegio d’Austria.

Gli istinti repubblicani, l’ortodossia, l’intransigenza e il bisogno di vedere “non il ricco o il potente nel prossimo, ma l’uomo” sono la radice di quello che sarà il suo pensiero e la sua azione. Esule, ricercato, imprigionato, eternamente in fuga, clandestino e perseguitato Mazzini non interromperà la sua attività rivoluzionaria e il suo “apostolato popolare”. Questa locuzione, che diverrà il titolo di un giornale da lui diretto, è un’importante chiave di lettura per il suo operato che è “apostolico”, in quanto mirato a diffondere una Verità, un Verbo di liberazione da annunciare al mondo, e “popolare”, in quanto indirizzato al popolo, ai lavoratori, agli umili e agli oppressi.

L’Uomo e i suoi doveri

Inizieremo dalla fine, dal “Dei Doveri dell’Uomo”, pubblicato nel 1860 , vera e propria summa del pensiero Mazziniano. Il testo, indirizzato agli operai italiani, ribalta la concezione “canonica” del diritto, ponendo questo come frutto di un dovere compiuto. Cosa significa ciò? Significa porre la libertà del singolo non più come possibilità astratta, ma come condizione raggiungibile solo tramite la liberazione collettiva, significa porre gli uomini in uno stato di interdipendenza e solidarietà comunitaria. Mazzini scrive ciò in polemica con i pensatori liberali ed individualisti, che, ponendo la libertà del singolo come limite, causavano la nascita di privilegi e disparità.

Il capitolo dedicato alla questione economica approfondisce la critica al liberalismo, portandola dal piano politico-filosofico a quello sociale. Il salariato sarebbe la prosecuzione dei sistemi servili precedenti, da abbattere e superare affinché i gli uomini possano divenire “produttori liberi, padroni della totalità della produzione che esce da loro” . Il salario, e di conseguenza il sistema capitalista, sono quindi un giogo per nulla antitetico rispetto al sistema feudale, ma anzi prosecuzione degli stessi principi gerarchici, egoisti e basati sul privilegio. Difatti, la potestà economica appartiene solo alla classe dei capitalisti, i quali soli sono i padroni di “promuovere, indugiare, accelerare, dirigere verso certi fini” la produzione. Il capitale risulta quindi “despota del lavoro”, in quella che Mazzini definisce “piaga della società economica contemporanea”.

Se il salariato è oppressione, l’associazione è libertà. Le stesse meccaniche che gettano le basi per la democrazia politica svolgono lo stesso ruolo per quella economica. Essa, “progresso di tutti per opera di tutti” non mira esclusivamente a fini materiali, ma ad opera pedagogica e quindi ad un miglioramento morale. Solo da associato l’uomo è libero, poiché così in grado di moltiplicare le proprie forze al fine di sopravvivere e farsi creatore di storia. La società democratica e repubblicana auspicata da Mazzini vedrebbe la ricchezza ripartita equamente a seconda del lavoro compiuto, infatti egli stesso scrive che “qualunque è disposto a dare, per il bene di tutti, ciò ch’ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono”. A conclusioni simili arrivava il rivoluzionario russo Vladimir Lenin, che nel suo “Stato e Rivoluzione”, parlando della dittatura del proletariato, afferma che il sistema economico durante la fase di transizione debba seguire la logica di chiedere a ciascuno secondo le sue capacità, e dare a ciascuno a seconda del merito.

La critica di Mazzini non si limita al sistema del salario, ma si espande a tutto il mondo dell’economia di mercato. “Gli economisti”, egli scrive, “libertà di traffici, libertà di commercio, abbassamento progressivo dei dazi […]incoraggiamenti alle grandi imprese, alle macchine che rendono più attiva la produzione: questo secondo loro è quanto deve fare la Società: ogni altro intervento è, per essi, sorgente di male”. Questo pensiero porta a incrementare la produzione senza pensare all’uomo, reificandolo e condannandolo ad un’esistenza bestiale, infatti “sotto il regime di “libertà” che essi predicano […] i documenti ci mostrano un aumento della produttività e dei capitali, non della prosperità universalmente diffusa: la miseria delle classi operaie è identica a prima”. Progresso tecnico che si tramuta in ricchezza per pochi, in supplizio per i molti. Gli operai “esposti continuamente alla mancanza assoluta di lavoro all’arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari” non possono essere cittadini, non possono conoscere la Libertà, ma unicamente una condizione mai ferma e sicura.

La “questione morale”

“Tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale […] lavorano almeno dieci, dodici, talvolta quattordici ore della loro giornata, e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica. Insegnare ad essi il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, è, nell’ordine sociale attuale, una vera ironia”. In questi termini Mazzini commentava quella che è una caratteristica di ogni analisi del sistema capitalista, ossia l’alienazione del lavoratore, non solo di egli dal suo lavoro, ma addirittura dalla sua natura umano, che lo vorrebbe “sociale e progressivo”. L’operaio, inebetito e reso non più ricco, ma in ultima analisi più povero, dalla sua giornata lavorativa non ha né il tempo né l’energia per rendersi conto della sua situazione, per immaginare un mondo diverso da quello in cui mattina dopo mattina è costretto a svegliarsi e a lottare per poter sopravvivere. Mazzini anticipa di un secolo con le sue semplici, concise ed evocative parole tematiche che saranno proprie della Scuola di Francoforte, a dimostrazione di come il sistema capitalista non sia mai mutato nella sua essenza.

Senza progresso morale non può esserci vera emancipazione politica. Solo il Dovere, ossia il lottare non per sé stessi esclusivamente, ma per la collettività e il sé in essa inserito, può garantire vera Democrazia, vera eguaglianza, vera libertà. Senza la consapevolezza che l’uomo davanti a noi è Uomo, è dotato di dignità, di un’anima direbbero i credenti, può instillarci quel rispetto e quella compassione che riserviamo ai fratelli. “Tutti gli uomini sono uguali perché la Natura gli ha resi necessari i medesimi bisogni” sosteneva Carlo Pisacane, intimo amico e compagno di Mazzini. La differenza fra i concetti dai due, come sostenne lo steso Mazzini, fu puramente terminologica: il primo poneva la questione in termini puramente materiali, il secondo aggiungeva la spiritualità al discorso, ma il punto d’arrivo ed il significato sono i medesimi. La moralità è dunque un fatto concreto, e l’azione materiale fatto morale, in quanto causa di cambiamenti all’interno della mente, diciamo noi, o dello spirito, avrebbe detto Mazzini, umana. Il rapporto è ambivalente: tanto lo spirito influenza la materia quanto la materia lo spirito. Sia che a questo termine vengano dati connotati religiosi o meno, il tutto rimane invariato: non può esistere progresso in un campo senza una controparte in quello “opposto”. La rivoluzione deve essere dunque “politica e social al contempo”, senza cadere nell’errore di chi vorrebbe cambiare unicamente la forma del sistema, un avvertimento ancora valido ai giorni nostri.

Mazzini e il socialismo

Per capire l’opera di questo pensatore occorre contestualizzarlo nel clima culturale dell’Italia di inizio ‘800, con un’istruzione ancora per la maggior parte saldamente nelle mani del clero e un’economia prevalentemente agricola quando non segnata da una piccola manifattura lontana dalla rivoluzione industriale. La Genova in cui Mazzini crebbe, arretratissima rispetto alle città tedesche o inglesi, era tuttavia una delle realtà più moderne del panorama italiano. Capito questo, è facile comprendere come mai Mazzini non seppe ragionare in termini sufficientemente pratici riguardo alla condizione operaia, che egli sperimentò in maniera diretta solamente rifugiatosi esule a Londra. Una volta trovatosi nella grande capitale, non esitò a condannare il sistema delle “workhouses” e le condizioni di indicibile sfruttamento a cui erano sottoposti i proletari, sopratutto gli immigrati, ai quali Mazzini offrì i suoi servizi, organizzando associazioni operaie, tenendo lezioni elementari ai loro figli e promuovendo l’emancipazione culturale tramite pamphlet e giornali.

Mazzini si rendeva conto nella necessità di dotare gli operai di un loro programma politico, di rendere essi stessi Cittadini di un nuovo Stato, come esplicita nell’edizione dell’Aprile 1842 di “Apostolato Popolare”: “Braccia di operai assaltarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d’operai rovesciarono Carlo X: che cosa ottennero le moltitudini dall’insurrezione del 1830? […] Mancava agli operai un ordinamento speciale, mancava l’espressione de’ loro bisogni. L’operaio accettò il programma di classi ordinate da secoli, non diede il suo.”. D’altronde, l’influenza giacobina aveva lasciato l’impronta, sia su di lui, tramite il padre, che nell’ambiente patriottico italiano, rifiorito sotto le “Repubbliche Sorelle”.

Nonostante le sue intenzione, Mazzini non ebbe mai gli strumenti, potremmo dire anche linguistici, per mettere per iscritto un programma più chiaro e formale di quello espresso nei suoi scritti. Si può vedere come lo stesso Pisacane, fermamente socialista, risentì dell’allora arretratezza culturale dell’Italia ottocentesca, utilizzando termini filosofici e scientifici mischiati ad una sincera e ragionata critica sociale senza mai, però, arrivare ad una formulazione razionale di un programma politico operaio.

Il movimento operaio italiano deve enormemente al contributo di Mazzini e di Garibaldi, i quali furono i primi ad incentivare e promuovere la formazione di associazioni di mutuo soccorso e di rappresentanza dei lavoratori. Se prima l’associazionismo politico era stato dominato dal “club” di derivazione francese illuminista, adesso, grazie all’operato di questi due eroi del Risorgimento, questo mondo si apriva ad una dimensione meno elitaria e dai connotati schiettamente popolari.

La nota polemica con Marx trae origine da due fattori: la già menzionata diversità del contesto della formazione dei due pensatori, e una sorta di conflitto generazionale che provocava in uno la volontà di mettere in ombra quello che fino a quel momento era stato il leader del movimento insurrezionale europeo, nell’altro una triste invidia, acuita anche dalla vecchiaia, data dal successo riscontrato dalla teorie marxiste fra i lavoratori. Ciò che Marx analizzò con il suo materialismo dialettico, Mazzini vide ancora legato all’idealismo romantico. Questo non lo falsò nell’analisi, ma non gli diede gli strumenti per impostare un discorso “moderno” per il resto d’Europa. Egli stesso ammetteva che le idee “alla base del comunismo, del fourierismo, del sansimonismo […] sono in massima parte buone, ma rovinate spesso dai mezzi con le quali vengono attuate”. L’interesse materiale non è sufficiente per Mazzini a garantire il progresso: serve riconoscere all’uomo una dignità intrinseca, serve vederlo, appunto, Uomo. Solo così si può evitare che, combattendo contro una tirannide, un ex-schiavo sfrutti la sua forza per opprimere nuovamente quelli che furono i suoi compagni di sofferenza. Inoltre “il cambiamento dovrebbe rendere migliori, non solo materialmente felici”, quella del Mazzini era una paura derivata dall’aver vissuto a stretto contatto con quella scuola liberale tanto in voga nell’Italia del nord, scuola individualista che a più riprese tradì la comune causa dell’indipendenza, appoggiando ora “l’Austria Felix”, ora i Savoia, ora i disegni neoguelfi, ora l’intervento straniero: tutte ipotesi aberrate dal patriota italiano.

La coscienza di classe dovrebbe porre rimedio a questo, e qui si può vedere come anche nei pensatori più materialisti come Marx la comunità abbia un ruolo essenziale. Essa infatti non è negata dalla materia, essendo un qualcosa derivato dalla vita concreta della nostra specie, ma dall’altro lato anche concependola in maniera ideale non cambiano i rapporti di fratellanza e di solidarietà che dovrebbero vigere all’interno di essa. Ci si accorge quindi che non esiste una vera dicotomia, che la realtà è una, e che Marx, Mazzini, Buonarroti, Pisacane, Saint-Simon la vedevano semplicemente da una prospettiva diversa, animati però dalle stesse esigenze di giustizia sociale e di libertà. Poco importa il punto di partenza, quando le strade sono parallele (anzi, complementari) e il punto d’arrivo, spurgato dagli artifici della lingua, rimane il medesimo: una società dove a regnare sono l’eguaglianza, la giustizia e la libertà.

I Savoia, macellai di Genova

Una certa retorica liberale e conservatrice ha da sempre propagandato casa Savoia come baluardo della libertà italiana, scambiando per supporto ideale quello che in realtà non è stato che bieco machiavellismo. Il Regno di Sardegna, con la sua liberaleggiante estensione dei privilegi aristocratici alle classi mercantili, non presentava che differenze formali rispetto ad altri dispotismi ad esso contemporanei, come il Regno delle Due Sicilie e l’Impero asburgico. E’ bene ricordare che alle elezioni politiche del 1849, furono 82.369 gli aventi diritto al voto su di una popolazione di circa 7 milioni di individui, e tutto questo mentre nella Roma insorta si decretava il suffragio universale.

I Savoia sono sempre stati indefessi nemici del popolo italiano, della libertà e della democrazia. Non è nostra intenzione ora ricordare le sanguinose repressioni a danno dei lavoratori che macchiarono interi decenni della parentesi monarchica, né delle persecuzioni ai danni dei patrioti che si protrassero fino alla dissoluzione del Regno, quanto ad un fatto meno noto ma assolutamente esemplificativo della condotta dello stato nei confronti dei “regnicoli”, ossia la cruenta repressione dei moti di Genova.

La città Ligure, insorta contro la Corona a causa dell’ignominia e dell’insostenibilità delle condizioni sancite dall’armistizio di Vignale, nel quale si era anche ipotizzata la cessione agli Asburgo del porto della stessa, venne prontamente attaccata dagli eserciti piemontesi che, perduta la guerra contro l’invasore, si prodigarono a cercare riscatto per la loro gloria nel massacro di altri italiani. Il Generale La Marmora, non volendo affrontare le migliaia di volontari e di militi della Guardia Nazionale, ordinò il bombardamento della Città, coadiuvato da alcune navi inglesi. Occupato il sistema di fortificazioni che già cingeva Genova, i mercenari dei Savoia fecero piovere sulla città centinaia di bombe che, colpendo l’abitato senza risparmiare nemmeno gli ospedali, in meno di 36 ore uccisero 400 cittadini.

Vinta la resistenza dei patrioti, La Marmora diede mano libera ai suoi uomini per un’intera giornata, nella quale si compirono efferati crimini, saccheggi ed orrende violenze. “[…] che ella (la città di Genova, nda) impari per una volta finalmente ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d’onore, essa poneva tutta la sua speranza.”: così un festante Vittorio Emanuele scrisse, in francese, al Generale la Marmora. Genova avrebbe dovuto “imparare ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità”, pena lo sterminio.

Durante questo infame attacco cadde anche il patriota Alessandro De Stefanis, repubblicano, decorato a Custoza, che ferito durante uno scontro a fuoco nei pressi di Forte Begato venne rintracciato da una pattuglia nemica e ucciso a bastonate. Chiunque si ostini a propagandare i Savoia come eroi nazionali abbia ben presente il sangue da loro versato per realizzare le proprie ambizioni dinastiche