4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Wir weben…

Il risorgimento è ancora oggi, ahimè, un tema dibattuto. Non solo per il nostro paese, ma per tutti i popoli e le nazioni europee. Nell’analizzare, però, il risorgimento a livello europeo (in questo caso ci troviamo in Germania) si ritrovano degli spunti interessanti. H. Heine, ideologo della Giovine Germania, ci permette di comprendere le dinamiche sul territorio tedesco e di come fosse vissuto lo sviluppo degli eventi in questi anni travagliati.
Heine fu un pensatore molto influente in Germania ed è celebre la sua opera “die schlesischen Weber”(i tessitori della Slesia) , in cui denuncia il trattamento dei lavoratori della Slesia in quel periodo storico.
Vi fu infatti, nel 1844, una rivolta nella regione che fu repressa nel sangue. Nella poesia, i lavoratori (che nell’ultima strofa inizieranno la rivolta) lanciano 3 maledizioni: una contro Dio, che non li aiuta. L’altra contro il Re di Prussia, oppressore. La terza e più importante, contro la Germania che non riconoscono come Madrepatria. Credono , infatti, di sostenere attivamente il Re prussiano”di tessere per lui”senza che, loro stessi, abbiano alcun tipo di ruolo, né ottengano alcun vantaggio dall’unione nazionale. Ora, la questione è da analizzare sotto molti punti di vista. La Slesia si trova al confine fra Germania, Repubblica Ceca e Polonia ed ancora oggi è spartita fra questi tre paesi.
Che non ci fosse un sentimento patriottico è chiaro. Ed è interessante constatare come le masse povere fossero deluse dagli ideali di nazione. Da questo piccola poesia, non certo celebre in tutto il mondo, possiamo ricavare alcuni spunti e, forse, alcune risposte a temi più grandi quali “i lavoratori non hanno patria”. Questi tessitori non riconoscevano la Germania, non ancora unificata ma presente sui testi di molti pensatori dell’epoca, come loro legittima madrepatria anche per colpa di un egoismo, quello del monarca, che è anche sintomo di supponenza :crede di poter unire un territorio da solo, anzi al massimo sfrutta i veri patrioti per la sua futura accentrazione di ricchezze. E ciò è riscontrabile pure in altri paesi, fra cui l’Italia, in cui l’unificazione fu portata avanti dalle monarchie profondamente reazionarie, affiancate da valorosi cittadini che dovettero, poi, piegarsi alle volontà dei sovrani ben più potenti .
Oltretutto, solo a scopo informativo, la prima unione doganale “Bund” fra le 4 città stato tedesche e la Prussia, viene considerata il primo abbozzo di Unione Europea. Passa, indirettamente, il messaggio che la riunificazione tedesca sia un passaggio importante per la distruttiva UE, che, invece di liberare i popoli, li sottomette. In questo presunto elogio vengono trascinati Heine, Mazzini in Italia e molti altri. Spiegato, di conseguenza, il motivo per cui oggi il movimento (che non si deve neanche nominare per rispetto allo stesso Mazzini) è profederalismo europeo, traviando così il significato stesso di unione dei popoli europei. E intanto, giusto da monito, anche noi tessiamo le fila della rivoluzione . Come i lavoratori della Slesia che, al termine della poesia, si ribellano. “wir weben, wir weben, wir weben”

Dio e popolo

Dietro questa apparentemente semplice locuzione sta racchiuso gran parte del pensiero politico e filosofico del rivoluzionario Giuseppe Mazzini. La sua intera costruzione ideale parte da basi trascendentali, morali e metafisiche, arrivando da queste a conclusioni pratiche non viste come negazione delle cause, ma anzi come consequenziali sviluppi in un Cosmo che è spirito e materia, Pensiero ed Azione

Dio come sorgente progressiva della Legge

Per comprenderne il significato occorre analizzare la concezione mazziniana della storia. Per il patriota genovese la storia è progresso, l’uomo un “animale che impara sempre”, Questo progresso non è determinato dall’azione degli uomini, che di epoca in epoca contribuiscono a portare “…di epoca in epoca un elemento più o meno importante nella vita delle generazioni successive”. “Voi avete vita, dunque avete legge”, e sorgente di questa legge è Dio che si incarna progressivamente nell’Umanità. Ogni generazione, ogni popolo, ogni uomo porta la sua pietra al “tempio della verità”, ognuno esplorandola da una diversa angolazione e con i suoi peculiari strumenti.

Il Dio di Mazzini non è dunque un dio rivelato, come quello delle religioni monoteistiche, ma piuttosto un dio rivelante, che partecipa dell’uomo e che con esso e per esso si esplica. Questa visione è profondamente romantica, e in qualche modo simile allo Spirito hegeliano, pur differendo nelle modalità e nel soggetto del progresso. Dio per Mazzini, al contrario dello Spirito di Hegel, non governa il progresso degli uomini da un punto di vista esterno e totalmente trascendente, ma è partecipe di esso, vive di esso, in qualche modo esiste in esso e per esso. L’incarnazione divina nella storia avviene attraverso diversi passaggi, tanti quante sono le epoche affrontate dall’umanità, ognuna segnata da un progresso nelle credenze e nel pensiero degli uomini, e di conseguenza nella società materiale. Il cristianesimo allargò il campo della fratellanza umana ad ogni uomo, prima limitato dal paganesimo a determinate classi in seno ad un solo popolo, ma col passare del tempo la sua carica positiva venne meno, e la “Roma dei Papi” smise di essere sorgente di progresso per divenire roccaforte della reazione. Allo stesso modo la “dottrina dei diritti individuali” ha rappresentato un progresso rispetto alla rigida ed immutabile società feudale, ma nel suo seno si sono generate le contraddizione di ordine sociale che ne devono determinare un superamento. Mazzini contribuire all’avanzamento dell’Umanità tramite il superamento della detta dottrina, degenerata in egoismo, affarismo e prevaricazione. Se prima l’oggetto della speculazione era l’uomo astrattamente immaginato come singolo è doveroso ora porlo nella realtà, ossia come essere sociale.

L’uomo è stato creato da Dio “sociale e progressivo”, questa è la sua natura: sociale perché portato naturalmente alla vita comunitaria, progressivo perché è la legge del progresso a regolare la sua vita, progresso morale, politico, materiale e sociale. Questa legge ne deve determinare ora il passaggio ad un’altra epoca, al completamento della “dottrina dei diritti”, inserendo in essi la società, ossia il dovere.

La dottrina del dovere

“Dio vi ha dato il consenso dei vostri fratelli e la vostra coscienza come due ali per innalzarvi quanto è possibile sino a Lui. Perché v’ostinate a troncarne una?”. Così Mazzini apostrofa coloro i quali cedono in eccessi, focalizzandosi unicamente sull’individuo, slegandolo dal mondo reale, e coloro che invece vorrebbero abolirlo, negando una realtà di fatto incontestabile. Comunità e singolo non sono opposti termini di una dicotomia irriducibile, ma anzi due aspetti complementari e necessari della natura umana. Ciò che lega un uomo agli altri è, secondo Mazzini, il dovere di solidarietà che lega fra di loro due fratelli. Carlo Pisacane rifiuterà questa posizione sostituendo al dovere di origine ideale una naturale tendenza data dalla realtà biologica dell’uomo. Due visioni che partono da punti differenti per arrivare al medesimo risultato, ossia alla necessità di agire non solo per se stessi, ma per l’altro. Il diritto, isolato, genera esclusivamente privilegio, poiché una volta garantito per il singolo nulla lo spronerà più ad allargare ai suoi simili l’usufruire di questo. Qui subentra il Dovere, ossia l’imperativo di combattere affinché le condizioni di tutti subiscano un cambiamento, perché il diritto sia realmente tale e non unicamente privilegio di una ristretta classe. La dottrina dei diritti, analizza Mazzini, nella Francia rivoluzionaria ha portato a questo: presa da sola ha contribuito, da un punto di vista materiale, semplicemente ad un violento cambio della guardia della classe dirigente, lasciando immutate le sorti per gran parte del popolo. Ognuno è legato a tutti gli altri da precisi vincoli di fratellanza, questi vincoli vanno onorati. Nessuno può dirsi libero se vicino a sé non vi è la libertà, se l’altro è ancora in catene. Questo pensiero non si applica esclusivamente nei cerchi più ristretti del vivere sociale, come quello municipale o nazionale, ma si estende su scala globale. Fra i popoli sono in vigore i medesimi rapporti che regolano le relazioni fra gli individui, gli stessi legami fraterni. Ogni nazione è sorella di tutte le altre, essendo ogni uomo, per prima cosa, un essere umano.

Libertà ed Associazione

Non basta declamare astrattamente il dovere per far si che questo sia compiuto, occorre agire nel concreto. Il singolo non dispone di abbastanza forza per fare la differenza, per questo, secondo Mazzini, Dio ha fatto si che la nostra natura fosse sociale, ossia avrebbe donato a noi la facoltà di associarci. L’associazione moltiplica le forze degli uomini, permette ad essi di essere soggetto storico e di raggiungere grandi conquiste. Ogni progresso è frutto di dinamiche innescate su scala comunitaria, mai esclusivamente di origine individuale. L’Associazione porta alla Libertà, della quale, assieme al progresso, ne rappresenta il fine. Da associato l’uomo può dirsi libero, perché veramente in grado di difendersi, perché veramente in grado di abbattere il privilegio. L’Associazione è un patto fra uomini liberi, è la scelta di chi vuole essere più che individuo in balia della Storia. La politica, la lotta sindacale, la nazionalità, la famiglia e l’internazionalismo sono tutti quanti tipi di associazione, dal diverso campo d’applicazione ma dalla medesima natura, e tendenti al medesimo scopo. Esaminato questo pensiero, non sorprende il fatto che furono proprio grazie all’opera di Mazzini ed i suoi seguaci che nacquero le prime Società di Mutuo Soccorso e le prime associazioni operaie e femminili, in quanto il pensiero del patriota esplicita la funzione progressista ed emancipatrice di questo naturale strumento.

L’attualità del pensiero

Come Mazzini stesso affermò, la Storia è progresso, ossia essa è soggetta ad un cambiamento, che se non annulla i traguardi del passato li supera e li inserisce in un più ampio contesto. Sicuramente oggi può all’apparenza sembrare inattuale il fondare un pensiero su un’idea metafisica, addirittura si potrebbe correre il rischio di essere additati come fondamentalisti, ma questo non è che l’involucro del pensiero mazziniano. Il porre Dio in stretta relazione con l’agire umano, quasi ribaltando i tradizionali rapporti facendo in modo che sia l’uomo a porre l’ideale, e non questo ad esistere aprioristicamente, apre le porte alla possibilità di un pensiero attivista e rivoluzionario, ma allo stesso tempo ostile ad ogni dogmatismo e all’ostilità rispetto al pensiero divergente. Se l’uomo è artefice, assieme ai suoi fratelli, del domani e contribuisce alla scoperta della Verità, allora la sua azione, per quanto possa apparire disperata, ha un senso, uno scopo, e presto o tardi ne sarà oggettiva l’utilità. Mazzini insegna a noi, a due secoli di distanza, che l’uomo non deve essere nemico dei suoi simili, ma fratello, e concorrere con loro al “progresso di tutti per opera di tutti”, che per Mazzini altro non è che la democrazia nella sua più autentica essenza. Ci insegna a non abbandonarci mai alla disperazione, poiché la nostra battaglia è un qualcosa che trascende la nostra vita, e che dietro come davanti a noi stanno altri Amici, ben più di quanti noi ne possiamo vedere al nostro fianco. Mazzini, col suo Dio dell’Azione, ci fa capire che non basta non fare il male, ma occorre, è dovere, fare il Bene.

A 162 anni dalla Spedizione di Sapri

Il 25 giugno del 1857 salpavano da Genova, clandestinamente, diversi patrioti guidati dal socialista Carlo Pisacane, imbarcatisi su un piroscafo di linea. Quelli che in apparenza parevano normali viaggiatori erano in realtà audaci rivoluzionari, pronti a compiere un colpo di mano che, per quanto fallimentare, scrisse una pagina indelebile nella storia della lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Carlo Pisacane, soldato e rivoluzionario

“Socialismo o schiavitù: non esiste altra via per la nostra società”

Protagonista ed ideatore dell’impresa fu Pisacane, ex ufficiale del genio presso l’esercito borbonico, socialista, mazziniano ed eccellente soldato. Nato nel nel 1818 da una famiglia della nobiltà partenopea. Dopo una fuga d’amore in Francia e un periodo come ufficiale della Legione Straniera partecipò come volontario alla Prima guerra d’Indipendenza, prendendo parte, dopo la sconfitta piemontese, alla Repubblica Romana mettendo a disposizione di questa la sua esperienza di militare di carriera. Dopo la sconfitta ad opera degli eserciti reazionari Pisacane fuggi a Londra, da dove nel 1853 si trasferirà a Genova. Da qui pianificherà la sua ultima impresa, canto del cigno di un uomo coerente e coraggioso, pronto a sacrificare tutto – ricchezza, stabilità, famiglia- per la causa degli oppressi. Influenzato, oltre che da Mazzini e dai pensatori illuministi, da Proudhon, Bakunin e dai cosiddetti “socialisti utopici”, vide il cambiamento politico come inutile e velleitario se non accompagnato da una rivoluzione sociale. Propugnatore della propaganda del fatto, teorizzava una guerra popolare da causare tramite un’insurrezione vittoriosa fra i contadini del sud, qui l’origine della Spedizione di Sapri.

La spedizione

Guidati da Pisacane, 24 uomini si imbarcarono sul ‘Cagliari’, piroscafo di linea Genova-Tunisi. Preso la notte stessa il controllo della nave, si fece rotta per l’isola di Ponza, dove dal carcere qui presente si aveva l’intenzione di reclutare volontari fra coloro i quali più di tutti avevano motivi per odiare i Borbone. Si costituì così un piccolo esercito, composto sia da ex-detenuti che da guardie passate sotto la bandiera tricolore che da alcuni passeggeri del piroscafo.

La morte di Pisacane in un quadro d’epoca

Sbarcati a Sapri, i rivoluzionari si accorsero prima di tutto della diffidenza della popolazione, ben maggiore rispetto a quella che sarebbe da aspettarsi nei confronti di estranei armati. La polizia era un passo avanti ai patrioti, aveva da tempo diffuso la voce di un’imminente attacco da parte di un gruppo di banditi, aveva fatto armare i latifondisti locali e i loro servi, aveva istruito il clero a sobillare i superstiziosi contadini contro chiunque sembrasse straniero. Trovatisi soli e diffamati in un territorio altalenante fra l’ostile e l’indifferente, i militi della colonna di Pisacane furono braccati ed uccisi dalla soldataglia borbonica e dalle milizie padronali. Lo stesso Pisacane venne ucciso, e 150 dei suoi uomini furono presi prigionieri dal regime monarchico,

L’importanza della memoria

Pisacane fu un ribelle. Egli, portando avanti la bandiera rossa unita al tricolore italiano instillò il terrore nel padronato meridionale, che preferì mascherare il suo tentativo rivoluzionario con uno dei numerosi raid banditeschi che piagavano il non così felice regno dei Borbone. Pisacane, assieme a Mazzini, Mameli e Garibaldi, rappresenta l’altro Risorgimento, quello del popolo che sogna l’emancipazione, quello lontano dagli intrighi di palazzo e dagli accordi fra potenti. Contro la narrazione neo-borbonica, la quale dipinge un “Meridione Felix”, un’età dell’oro rovinata in qualche vago modo dall’Unità, contro il tutt’ora presente sfruttamento dei braccianti agricoli, sottoposti ad un terribile regime da parte di un baronato-caporalato a trazione mafiosa, contro un capitalismo sfruttatore ed un finto socialismo cosmopolita e sottomesso alla retorica liberista occorre oggi più che mai tenere a mente l’eroico esempio di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, caduti per la libertà, l’emancipazione delle classi lavoratrici e l’indipendenza, per la patria e per il socialismo.

Mazzini e la rivoluzione sociale

Un patriota dimenticato

Giuseppe Mazzini. Una delle figure più importanti del nostro paese…e tuttavia una delle più dimenticate ed ignorate. Nonostante sia stato tra i padri ideali dello stato repubblicano, la sua figura è reclusa nei libri di testo e nelle sempre meno partecipate commemorazioni istituzionali in suo nome.

Giuseppe Mazzini fu un rivoluzionario, un pensatore, un Apostolo. La sua imponente figura dovrebbe essere onnipresente nella coscienza di ogni italiano, di ogni uomo libero, ma così non è.

Tutti lo conoscono per le varie agitazioni e i moti popolare, pochi per la sua fede politica e quasi nessuno per il contenuto sovversivo e superbamente attuale di questa. Vogliamo, perciò, rendere omaggio a questo grande Uomo svelando il Mazzini nascosto, il suo pensiero sociale ed economico, passato in sordina per troppi anni.

Fra Robespierre e Giansenio

Giuseppe Mazzini nacque a Genova, in una strada a pochi minuti di distanza dal porto, da Giacomo Mazzini, medico ex-ufficiale della Guardia Nazionale, e Maria Drago, pia donna originaria di Pegli, animata da forti sentimenti religiosi che la portarono ad abbracciare la rigida scuola giansenista. Ebbe come precettore due religiosi, anch’essi seguaci di Giansenio, tali Luca De Scalzi e Stefano De Gregori, i quali sin da subito notarono la caratura morale e l’intelligenza dell’allievo. E’ in queste quattro figure che sono da rintracciarsi le origini del suo pensiero, animato da un fervore inestinguibile, da un’incrollabile fedeltà alla causa e da un’intransigenza tali da suscitare stima ed ammirazione negli stessi nemici. Scrisse di lui Klemens Von Metternich, Cancelliere dell’Impero Asburgico:


«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.»

Questo suo animo fu manifesto sin dalla giovane età: dovette abbandonare gli studi di legge dopo una diatriba scoppiata a causa del suo rifiuto di lasciare il posto a sedere nella Chiesa, dove era obbligato a confessarsi dall’Università, ai cadetti del Reale Collegio d’Austria.

Gli istinti repubblicani, l’ortodossia, l’intransigenza e il bisogno di vedere “non il ricco o il potente nel prossimo, ma l’uomo” sono la radice di quello che sarà il suo pensiero e la sua azione. Esule, ricercato, imprigionato, eternamente in fuga, clandestino e perseguitato Mazzini non interromperà la sua attività rivoluzionaria e il suo “apostolato popolare”. Questa locuzione, che diverrà il titolo di un giornale da lui diretto, è un’importante chiave di lettura per il suo operato che è “apostolico”, in quanto mirato a diffondere una Verità, un Verbo di liberazione da annunciare al mondo, e “popolare”, in quanto indirizzato al popolo, ai lavoratori, agli umili e agli oppressi.

L’Uomo e i suoi doveri

Inizieremo dalla fine, dal “Dei Doveri dell’Uomo”, pubblicato nel 1860 , vera e propria summa del pensiero Mazziniano. Il testo, indirizzato agli operai italiani, ribalta la concezione “canonica” del diritto, ponendo questo come frutto di un dovere compiuto. Cosa significa ciò? Significa porre la libertà del singolo non più come possibilità astratta, ma come condizione raggiungibile solo tramite la liberazione collettiva, significa porre gli uomini in uno stato di interdipendenza e solidarietà comunitaria. Mazzini scrive ciò in polemica con i pensatori liberali ed individualisti, che, ponendo la libertà del singolo come limite, causavano la nascita di privilegi e disparità.

Il capitolo dedicato alla questione economica approfondisce la critica al liberalismo, portandola dal piano politico-filosofico a quello sociale. Il salariato sarebbe la prosecuzione dei sistemi servili precedenti, da abbattere e superare affinché i gli uomini possano divenire “produttori liberi, padroni della totalità della produzione che esce da loro” . Il salario, e di conseguenza il sistema capitalista, sono quindi un giogo per nulla antitetico rispetto al sistema feudale, ma anzi prosecuzione degli stessi principi gerarchici, egoisti e basati sul privilegio. Difatti, la potestà economica appartiene solo alla classe dei capitalisti, i quali soli sono i padroni di “promuovere, indugiare, accelerare, dirigere verso certi fini” la produzione. Il capitale risulta quindi “despota del lavoro”, in quella che Mazzini definisce “piaga della società economica contemporanea”.

Se il salariato è oppressione, l’associazione è libertà. Le stesse meccaniche che gettano le basi per la democrazia politica svolgono lo stesso ruolo per quella economica. Essa, “progresso di tutti per opera di tutti” non mira esclusivamente a fini materiali, ma ad opera pedagogica e quindi ad un miglioramento morale. Solo da associato l’uomo è libero, poiché così in grado di moltiplicare le proprie forze al fine di sopravvivere e farsi creatore di storia. La società democratica e repubblicana auspicata da Mazzini vedrebbe la ricchezza ripartita equamente a seconda del lavoro compiuto, infatti egli stesso scrive che “qualunque è disposto a dare, per il bene di tutti, ciò ch’ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono”. A conclusioni simili arrivava il rivoluzionario russo Vladimir Lenin, che nel suo “Stato e Rivoluzione”, parlando della dittatura del proletariato, afferma che il sistema economico durante la fase di transizione debba seguire la logica di chiedere a ciascuno secondo le sue capacità, e dare a ciascuno a seconda del merito.

La critica di Mazzini non si limita al sistema del salario, ma si espande a tutto il mondo dell’economia di mercato. “Gli economisti”, egli scrive, “libertà di traffici, libertà di commercio, abbassamento progressivo dei dazi […]incoraggiamenti alle grandi imprese, alle macchine che rendono più attiva la produzione: questo secondo loro è quanto deve fare la Società: ogni altro intervento è, per essi, sorgente di male”. Questo pensiero porta a incrementare la produzione senza pensare all’uomo, reificandolo e condannandolo ad un’esistenza bestiale, infatti “sotto il regime di “libertà” che essi predicano […] i documenti ci mostrano un aumento della produttività e dei capitali, non della prosperità universalmente diffusa: la miseria delle classi operaie è identica a prima”. Progresso tecnico che si tramuta in ricchezza per pochi, in supplizio per i molti. Gli operai “esposti continuamente alla mancanza assoluta di lavoro all’arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari” non possono essere cittadini, non possono conoscere la Libertà, ma unicamente una condizione mai ferma e sicura.

La “questione morale”

“Tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale […] lavorano almeno dieci, dodici, talvolta quattordici ore della loro giornata, e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica. Insegnare ad essi il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, è, nell’ordine sociale attuale, una vera ironia”. In questi termini Mazzini commentava quella che è una caratteristica di ogni analisi del sistema capitalista, ossia l’alienazione del lavoratore, non solo di egli dal suo lavoro, ma addirittura dalla sua natura umano, che lo vorrebbe “sociale e progressivo”. L’operaio, inebetito e reso non più ricco, ma in ultima analisi più povero, dalla sua giornata lavorativa non ha né il tempo né l’energia per rendersi conto della sua situazione, per immaginare un mondo diverso da quello in cui mattina dopo mattina è costretto a svegliarsi e a lottare per poter sopravvivere. Mazzini anticipa di un secolo con le sue semplici, concise ed evocative parole tematiche che saranno proprie della Scuola di Francoforte, a dimostrazione di come il sistema capitalista non sia mai mutato nella sua essenza.

Senza progresso morale non può esserci vera emancipazione politica. Solo il Dovere, ossia il lottare non per sé stessi esclusivamente, ma per la collettività e il sé in essa inserito, può garantire vera Democrazia, vera eguaglianza, vera libertà. Senza la consapevolezza che l’uomo davanti a noi è Uomo, è dotato di dignità, di un’anima direbbero i credenti, può instillarci quel rispetto e quella compassione che riserviamo ai fratelli. “Tutti gli uomini sono uguali perché la Natura gli ha resi necessari i medesimi bisogni” sosteneva Carlo Pisacane, intimo amico e compagno di Mazzini. La differenza fra i concetti dai due, come sostenne lo steso Mazzini, fu puramente terminologica: il primo poneva la questione in termini puramente materiali, il secondo aggiungeva la spiritualità al discorso, ma il punto d’arrivo ed il significato sono i medesimi. La moralità è dunque un fatto concreto, e l’azione materiale fatto morale, in quanto causa di cambiamenti all’interno della mente, diciamo noi, o dello spirito, avrebbe detto Mazzini, umana. Il rapporto è ambivalente: tanto lo spirito influenza la materia quanto la materia lo spirito. Sia che a questo termine vengano dati connotati religiosi o meno, il tutto rimane invariato: non può esistere progresso in un campo senza una controparte in quello “opposto”. La rivoluzione deve essere dunque “politica e social al contempo”, senza cadere nell’errore di chi vorrebbe cambiare unicamente la forma del sistema, un avvertimento ancora valido ai giorni nostri.

Mazzini e il socialismo

Per capire l’opera di questo pensatore occorre contestualizzarlo nel clima culturale dell’Italia di inizio ‘800, con un’istruzione ancora per la maggior parte saldamente nelle mani del clero e un’economia prevalentemente agricola quando non segnata da una piccola manifattura lontana dalla rivoluzione industriale. La Genova in cui Mazzini crebbe, arretratissima rispetto alle città tedesche o inglesi, era tuttavia una delle realtà più moderne del panorama italiano. Capito questo, è facile comprendere come mai Mazzini non seppe ragionare in termini sufficientemente pratici riguardo alla condizione operaia, che egli sperimentò in maniera diretta solamente rifugiatosi esule a Londra. Una volta trovatosi nella grande capitale, non esitò a condannare il sistema delle “workhouses” e le condizioni di indicibile sfruttamento a cui erano sottoposti i proletari, sopratutto gli immigrati, ai quali Mazzini offrì i suoi servizi, organizzando associazioni operaie, tenendo lezioni elementari ai loro figli e promuovendo l’emancipazione culturale tramite pamphlet e giornali.

Mazzini si rendeva conto nella necessità di dotare gli operai di un loro programma politico, di rendere essi stessi Cittadini di un nuovo Stato, come esplicita nell’edizione dell’Aprile 1842 di “Apostolato Popolare”: “Braccia di operai assaltarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d’operai rovesciarono Carlo X: che cosa ottennero le moltitudini dall’insurrezione del 1830? […] Mancava agli operai un ordinamento speciale, mancava l’espressione de’ loro bisogni. L’operaio accettò il programma di classi ordinate da secoli, non diede il suo.”. D’altronde, l’influenza giacobina aveva lasciato l’impronta, sia su di lui, tramite il padre, che nell’ambiente patriottico italiano, rifiorito sotto le “Repubbliche Sorelle”.

Nonostante le sue intenzione, Mazzini non ebbe mai gli strumenti, potremmo dire anche linguistici, per mettere per iscritto un programma più chiaro e formale di quello espresso nei suoi scritti. Si può vedere come lo stesso Pisacane, fermamente socialista, risentì dell’allora arretratezza culturale dell’Italia ottocentesca, utilizzando termini filosofici e scientifici mischiati ad una sincera e ragionata critica sociale senza mai, però, arrivare ad una formulazione razionale di un programma politico operaio.

Il movimento operaio italiano deve enormemente al contributo di Mazzini e di Garibaldi, i quali furono i primi ad incentivare e promuovere la formazione di associazioni di mutuo soccorso e di rappresentanza dei lavoratori. Se prima l’associazionismo politico era stato dominato dal “club” di derivazione francese illuminista, adesso, grazie all’operato di questi due eroi del Risorgimento, questo mondo si apriva ad una dimensione meno elitaria e dai connotati schiettamente popolari.

La nota polemica con Marx trae origine da due fattori: la già menzionata diversità del contesto della formazione dei due pensatori, e una sorta di conflitto generazionale che provocava in uno la volontà di mettere in ombra quello che fino a quel momento era stato il leader del movimento insurrezionale europeo, nell’altro una triste invidia, acuita anche dalla vecchiaia, data dal successo riscontrato dalla teorie marxiste fra i lavoratori. Ciò che Marx analizzò con il suo materialismo dialettico, Mazzini vide ancora legato all’idealismo romantico. Questo non lo falsò nell’analisi, ma non gli diede gli strumenti per impostare un discorso “moderno” per il resto d’Europa. Egli stesso ammetteva che le idee “alla base del comunismo, del fourierismo, del sansimonismo […] sono in massima parte buone, ma rovinate spesso dai mezzi con le quali vengono attuate”. L’interesse materiale non è sufficiente per Mazzini a garantire il progresso: serve riconoscere all’uomo una dignità intrinseca, serve vederlo, appunto, Uomo. Solo così si può evitare che, combattendo contro una tirannide, un ex-schiavo sfrutti la sua forza per opprimere nuovamente quelli che furono i suoi compagni di sofferenza. Inoltre “il cambiamento dovrebbe rendere migliori, non solo materialmente felici”, quella del Mazzini era una paura derivata dall’aver vissuto a stretto contatto con quella scuola liberale tanto in voga nell’Italia del nord, scuola individualista che a più riprese tradì la comune causa dell’indipendenza, appoggiando ora “l’Austria Felix”, ora i Savoia, ora i disegni neoguelfi, ora l’intervento straniero: tutte ipotesi aberrate dal patriota italiano.

La coscienza di classe dovrebbe porre rimedio a questo, e qui si può vedere come anche nei pensatori più materialisti come Marx la comunità abbia un ruolo essenziale. Essa infatti non è negata dalla materia, essendo un qualcosa derivato dalla vita concreta della nostra specie, ma dall’altro lato anche concependola in maniera ideale non cambiano i rapporti di fratellanza e di solidarietà che dovrebbero vigere all’interno di essa. Ci si accorge quindi che non esiste una vera dicotomia, che la realtà è una, e che Marx, Mazzini, Buonarroti, Pisacane, Saint-Simon la vedevano semplicemente da una prospettiva diversa, animati però dalle stesse esigenze di giustizia sociale e di libertà. Poco importa il punto di partenza, quando le strade sono parallele (anzi, complementari) e il punto d’arrivo, spurgato dagli artifici della lingua, rimane il medesimo: una società dove a regnare sono l’eguaglianza, la giustizia e la libertà.

I Savoia, macellai di Genova

Una certa retorica liberale e conservatrice ha da sempre propagandato casa Savoia come baluardo della libertà italiana, scambiando per supporto ideale quello che in realtà non è stato che bieco machiavellismo. Il Regno di Sardegna, con la sua liberaleggiante estensione dei privilegi aristocratici alle classi mercantili, non presentava che differenze formali rispetto ad altri dispotismi ad esso contemporanei, come il Regno delle Due Sicilie e l’Impero asburgico. E’ bene ricordare che alle elezioni politiche del 1849, furono 82.369 gli aventi diritto al voto su di una popolazione di circa 7 milioni di individui, e tutto questo mentre nella Roma insorta si decretava il suffragio universale.

I Savoia sono sempre stati indefessi nemici del popolo italiano, della libertà e della democrazia. Non è nostra intenzione ora ricordare le sanguinose repressioni a danno dei lavoratori che macchiarono interi decenni della parentesi monarchica, né delle persecuzioni ai danni dei patrioti che si protrassero fino alla dissoluzione del Regno, quanto ad un fatto meno noto ma assolutamente esemplificativo della condotta dello stato nei confronti dei “regnicoli”, ossia la cruenta repressione dei moti di Genova.

La città Ligure, insorta contro la Corona a causa dell’ignominia e dell’insostenibilità delle condizioni sancite dall’armistizio di Vignale, nel quale si era anche ipotizzata la cessione agli Asburgo del porto della stessa, venne prontamente attaccata dagli eserciti piemontesi che, perduta la guerra contro l’invasore, si prodigarono a cercare riscatto per la loro gloria nel massacro di altri italiani. Il Generale La Marmora, non volendo affrontare le migliaia di volontari e di militi della Guardia Nazionale, ordinò il bombardamento della Città, coadiuvato da alcune navi inglesi. Occupato il sistema di fortificazioni che già cingeva Genova, i mercenari dei Savoia fecero piovere sulla città centinaia di bombe che, colpendo l’abitato senza risparmiare nemmeno gli ospedali, in meno di 36 ore uccisero 400 cittadini.

Vinta la resistenza dei patrioti, La Marmora diede mano libera ai suoi uomini per un’intera giornata, nella quale si compirono efferati crimini, saccheggi ed orrende violenze. “[…] che ella (la città di Genova, nda) impari per una volta finalmente ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d’onore, essa poneva tutta la sua speranza.”: così un festante Vittorio Emanuele scrisse, in francese, al Generale la Marmora. Genova avrebbe dovuto “imparare ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità”, pena lo sterminio.

Durante questo infame attacco cadde anche il patriota Alessandro De Stefanis, repubblicano, decorato a Custoza, che ferito durante uno scontro a fuoco nei pressi di Forte Begato venne rintracciato da una pattuglia nemica e ucciso a bastonate. Chiunque si ostini a propagandare i Savoia come eroi nazionali abbia ben presente il sangue da loro versato per realizzare le proprie ambizioni dinastiche

Italia libera, ora e sempre.

La Libertà non è mai un dono, ma sempre una sanguinosa conquista. i popoli che nei secoli si sono trovati soggiogati dalle tirannidi lo hanno ben sperimentato, poiché mai essi si emanciparono se non dietro cospicua offerta di sangue. Non elargizione, ma conquista, non fatto ma atto. Per essere liberi occorre agire e pensarsi come tali.

“Per concessioni, per beneplaciti principeschi, per addobbate menzogne non si redimono i popoli, essendo Libertà un dono sì caro e sì grande che Iddio nol concede se non a prezzo di patimenti e di sangue”
G. Mameli, patriota

Oggi per le strade italiane sfileranno anche molti ipocriti, desiderosi di infarcire il proprio messaggio reazionario e filo-oligarchico di nobili termini quali Libertà, Patria e Fraternità. Ci stiamo riferendo a quell’immondo insieme composto dai partiti istituzionali e delle sigle a loro amiche, lacchè dei tiranni ostili all’emancipazione del popolo italiano. Questi finti democratici, che mai hanno condannato abusi ed oppressioni reali, da quella vissuta dai popoli africani ai vari tentativi di golpe a danno di governi incaricati dai popoli, sono da osteggiare e da combattere, come lo sono gli enti che fungono da loro mandanti. Indegni del sacrifico di chi vorrebbero ricordare, per ogni vero italiano il fatto stesso che questi servi opportunisti si fregino del tricolore, che evochino i nomi dei martiri è un affronto intollerabile.

“Se Dio m’assisterà, un giorno potrò sacrificarmi per la Libertà, la Giustizia e la Fratellanza […]. Possa questa fiamma che ci arde nel cuore mantenersi viva in queste pagine, preservarle dalla morte e propagandarsi ad ogni nobile animo che le avvicini!”

G. Buranello, patriota

Il semplice reducismo, la commemorazione fine a se stessa sono sterili. Occorre incarnare seguire l’esempio incarnando le idee nell’azione. E’ inutile continuare a contemplare il passato quando quotidianamente si chiudono gli occhi sul mondo contemporaneo, ed altrettanto inutile è parlare di vittorie su nemici sconfitti quando ve ne sono ancora di vivi e vegeti, e per di più incredibilmente pericolosi e potenti. Diciamo i loro nomi, colpiamoli con tute le nostre forze. Facciamogli sapere che un popolo che per secoli ha lottato contro tirannie straniere e domestiche non ha intenzione di essere nuovamente sottomesso. L’Unione Europea, la Nato, il neocolonialismo a trazione occidentale, il capitalismo: ecco chi sono i moderni despoti, coloro che, ostili alla libertà dell’Uomo, per ogni dove si adoperano per soggiogarlo con catene politiche ed economiche.

Ricordiamo quali sono i nostri fratelli di battaglia, esempi contemporanei di lotta e resistenza al regime, ricordiamo i siriani vittoriosi contro l’assalto terrorista internazionale, ricordiamo i venezuelani vittime di complotti e congiure, ricordiamo i francesi destatisi dopo un sonno pluridecennale, ricordiamo tutti i popoli che resistono sotto l’embargo e tutti i patrioti che ogni giorno combattono la tirannia sul proprio suolo. La nostra battaglia per quanto dura non è senza speranze, noi siamo in tanti, e crediamo più di loro. Sarà la nostra volontà, il nostro voler essere liberi, come italiani, come Uomini, come Cittadini, a garantirci, oggi come ieri, la Vittoria.