In Emilia Romagna vince l’estrema destra


La regione resta saldamente nera: le prime due liste, entrambe arroccate su posizioni neoliberali, atlantiste, europeiste e filo-imprenditoriali, sono arrivate complessivamente al 95% delle preferenze. Al di là del solito gioco delle parti che “contrappone” gli europeisti liberali ai liberali europeisti, è doveroso segnalare la totale disfatra, verrebbe da dire programmata, del terzo polo, o quello che per anni si era propagandato come tale. Fatica ad arrivare al 5% il Movimento 5 Stelle, oramai in piena decomposizione, con i suoi ex elettori esuli presso le altre formazioni o ritornati nel vasto oceano dell’astensione, che rimane comunque ad un 33%. L’estrema sinistra non sfonda, vittima dell’estrema polarizzazione e dell’inflazione di partiti costretti a battersi per conquistare i voti dello stesso elettorato di riferimento.
Appare chiaro come il sistema incentrato sul bipolarismo totalmente in seno al campo padronale sia perfettamente sano, tornato in auge in maniera completa. Per opporsi ad esso non si può di certo guardare a sette che fanno della politica identitaria e delle sottoculture la loro caratteristica, sette litigiose ed incapaci di adattarsi alla battaglia odierna. Ci stiamo rifetendo soprattutto ai resti di Potere al Popolo, naufragati fra transfemminismo e silenzio-assenso nei confronti dell’Unione Europea. Serve la rinascita di un terzo polo che sappia coniugare le istanze popolari e democratiche ad una lotta spietata contro l’Unione e la Nato, che sappia rivendicare la bandiera della sovranità nazionale legata a quella della giustizia sociale. Non un partito di intellettuali né un circolo autoreferenziale, ma un vero movimento che voglia tornare ad essere espressione delle masse per le masse.

19 ottobre: ipocrisia e manipolazione

Domani, 19 ottobre, migliaia di italiani si riverseranno a Roma convinti di manifestare a favore dei loro diritti, della loro dignità, magari anche contro pretese “invasioni” o per il futuro e la sicurezza delle loro famiglie. Questi italiani, vinti dalla propaganda del peggiore demagogo dei nostri giorni, non sono, in molti casi, da colpevolizzare. Essi sono vittime, vittime di una manipolazione di massa senza precedenti: da Bannon ai grandi gruppi sanitari privati tutti hanno riversato milionj nelle casse della Lega, vero e proprio strumento di controllo e repressione. Salvini si è ed è stato propagandato come amico del popolo, come tribuno della plebe…inutile dire quanto sia falsa ed ipocrita questa retorica. Se tu non hai una grande fabbrica, magari in procinto di essere delocalizzata, Salvini NON è tuo amico. Se tu sei povero Salvini NON è tuo amico. Se tu pensi che fra gli uomini debbano esistere dei legami di solidarietà Salvini NON è tuo amico. Se tu sostieni la necessità di lavori a tempo indeterminato, sicuri, senza vincoli di sottomissione padronale, Salvini NON è tuo amico. Se tu vuoi difendere la sovranità democratica della nazione dai vari cartelli di potenti come la Nato e l’Ue, Salvini NON è tuo amico. Poco importano felpe e pranzi a base di piatti tipici, quello che conta è la sostanza, ossia i supi progetti e le ppere da lui concluse. Per colpa di Salvini manifestare è ora pericoloso, e sempre per le sue mancanze gli assassini di centinaia persone, i Benetton, sono ancora liberi di arricchirsi in Italia, dove si sono sporcati le mani del sangue di 43 esseri umani. Salvini è estimatore della Nato, associazione a delinquere colpevole di inenarrabili crimini di guerra. Salvini pensa che “l’euro sua irreversibile” e che comunque l’uscita dalla moneta unica “non sia obbiettivo della lega”, di fatto appoggiando la spoliazione neo-coloniale dell’economia italiana. Salvini è un nemico per tutti noi, ma molti italiani non riescono ancora a vederlo. Si ricrederanno.

Lettera ad un padano di Pontida


Per anni ti hanno detto che il tuo nemico, il tuo vero nemico, stava a Roma. A Roma siedevano politici e burocrati desiderosi di succhiarti il sangue, sottraendoti quei soldi guadagnati con fatica risparmiati magari per una gita con la famiglia, per comprare la macchina al figlio, o anche semplicemente le incognite del futuro. Per anni ti hanno indicato come mali per te i meridionali, gli extracomunitari, lo stato centrale con le sue imposte, le regioni “parassite” contrapposte a quelle “virtuose”. Tu hai ascoltato tutto questo, e hai dato loro ragione, perché tu, alla fine, vivi afflitto. Ti senti solo, ti senti perseguitato da enti che sono vicini solo per chiedere e mai per dare, ti senti con l’intero mondo scaricato sulle tue spalle, ed è vero, ma non nei modi e coi motivi che ti hanno insegnato. Guardati bene intorno, guarda bene il mondo che ti circonda: tu, operaio, condividi la sorte di milioni di italiani. Guarda negli uffici di chi ti comanda: vedrai gli stessi sorrisi, le stesse sardoniche e viscide espressioni di cui sono pregni i palazzi romani. E i tuoi soldi, da chi sono primariamente sottratti? Le tasse sono troppo alte, e non corrispondono ai servizi, ma la colpa di questo non sono i vaghi sprechi di cui si riempiono la bocca furbi politicanti. Lo stato non è fatto per sostenersi con le tasse, le quali devono essere esclusivamente uno strumento di controllo della circolazione del denaro, ma attraverso l’emissione di denaro, attraverso il lavoro compiuto dai cittadini. Guarda al tuo lavoro, guarda alla tua paga, guarda ai tuoi diritti elisi progressivamente per le esigenze del mercato, e poi guarda l’opulenza di quei pochi oligarchi che estromettendo i loro concorrenti più deboli stanno riducendo la tua vita a quella di un servo. Tu cosa pensi, che loro, resi forti da questo sistema, l’abbandonerebbero per dare a te, servo dei servi, un vantaggio? Loro al contrario lo rafforzerebbero. Le tasse esisterebbero ancora, e anzi sarebbero per te, plebeo, ben più alte, a modello dell’uso dell’Antico Regime. E anche se queste dovessero essere più basse per la privatizzazione della Cosa Pubblica ne saresti ben ripagato dalla fine dello stato di diritto, dal regno dell’arbitrio e della forza, il che si tradurebbe in servizi costosissimi e scadenti retti da monopoli mantenuti dalla forza dell’oro e delle armi. Tu, che rinneghi l’Italia perché ad essa associ i mali che derivano invece dai suoi oppressori, non comprendi quanto i tuoi desideri di benessere e di tranquillità siano osteggiati in primis dagli stessi che si pongono come tua guida. Pensi forse che gente cone Zaia, Giorgetti e Salvini possano migliorare la tua condizione? Ti rispondo loro, citando colei che ridusse in ginocchio il popolo inglese, Margaret Thatcher, e affermando che “l’euro conviene al nord”, dove per nord non si intende il muratore bergamasco, o lo straniero irregolare schiavizzato nei campi, o l’anziano delle campagne friulane, ma il grande imprenditore esportatore, colui che stipa nei suoi capannoni centinaia di disperati, impossibilitati a fare altro, esposti ad ogni genere di pericolo e di privazione. L’assenza di uno stato democratico non significa assenza dall’oppressione, ma anzi il suo contrario. Il capannone che vi cade sulla schiena per l’avidità del padrone che lo porta a risparmiare sulla manutenzione non sarà certo seguito da una dura condanna per i colpevoli se i progetti liberisti e secessionisti di certi ingannatori dovessero avere successo, ma da un cordoglio esteriore e pieno di boria, lo stesso che ostentavano i signori alla morte dei loro servi. Il vostro nemico non è chi sta più a sud di voi, o più a nord o ad est o a ovest, ma chi sta sopra di voi, ed è in questa posizione grazie ai vostri sacrifici ed al vostro lavoro. Non rinnegate lo Stato, perché dello Stato non avete esperienza. Lottate invece per crearlo, per dare vita assieme a tutti gli oppressi d’Italia e del mondo ad un grande progetto democratico di pace e giustizia.
Guardatevi da chi dice di fare i vostri interessi ma la sera non è tormentato dagli spettri di debiti da saldare o dalla precarietà della sua condizione. Guardatevi bene da chi confonde il suo privilegio come vostro interesse. Cambiete nome e capitale all’oppressore, per voi la vita rimarrà la medesima.

Meloni e Salvini, ingannatori del popolo

Ieri, 9 settembre, si è svolta a Roma la prima delle numerose manifestazioni che si sono già confermate da qui ad ottobre. Organizzata dalle forze di destra di Fratelli d’Italia e della Lega, la contestazione è stata tutta rivolta verso il nuovo esecutivo, della cui creazione la colpa ricade anche sul “Capitano”, che dal palco non risparmia accuse di “stalinismo” e altra diarrea verbale. Assolutamente assente il tema dell’uscita dall’Unione Europea, dall’euro e dalla Nato: nonostante i buoni propositi di molti manifestanti, quella piazza si configura come l’ennesimo atto nell’infinita lite fra liberal-conservatori e liberal-progressisti su chi debba servire Bruxelles. Come due schiavi che si litigano gli ordini del padrone, le forze di centro-destra e di centro-sinistra sono state ancora una volta capaci di ingannare le masse popolari, facendo credere a queste ciò che non solo non è vero, ma che è stato ampiamente smentito dai partiti stessi. Ieri a Roma si parlava di “furto di sovranità”, quando nessuna delle forze politiche organizzatrici spinge per la riconquista della stessa, anzi abbiamo un Salvini che parla di “sogno europeo”, e una Meloni che vorrebbe “Roma capitale dell’Unione”. Queste due figure, ricordiamo, si sono sempre contraddistinte per europeismo e liberismo, ricordiamo l’appoggio della Meloni al governo Monti, al FIscal Compact e alla Legge Fornero, ricordiamo l’uscita di Salvini sulle aziende che creano lavoro, in perfetta adesione ai mantra capitalistici propugnati dall’Europa Unita.

Sul popolo non si sputa mai e poi mai, ma è invece dovere individuare chi lo inganna e combatterlo senza pietà. Salvini e Meloni sono due ingannatori di professione, privi di qualsiasi scrupolo e disposti a qualsiasi bieco atto per eseguire al meglio gli ordini dei propri padroni. Questa loro natura impitonitrice si è palesata per l’ennesima volta nella giornata di ieri, dove una piazza confusa animata da onesti sentimenti anti-europeisti è stata affiancata da alcuni ipocriti fascisti e ammaliata da oratori che tutto vogliono meno che un cambio di paradigma a livello politico, economico e sociale.

La rabbia popolare nei confronti del nuovo governo è assolutamente giustificata, quello che deve spingere ad una riflessione è la permanenza di figure meschine e cangianti nelle grazie di un popolo ormai abituato per il lungo servaggio a confondere la carità padronale con la solidarietà del fratello. Se non altro il campo di battaglia è ancora più definito, con uno schieramento liberista diviso in correnti conservatrici, spalleggiate da un’estrema destra ormai allo sbando, ed uno progressista ancorato alla fitta rete di interessi locali e di camorre costituiti nel tempo,

Il Movimento e i sindacati impedirono le barricate nel 2011-2013, la Lega le impedirà nel 2019, ma c’è un ma.


Oramai è chiaro a tutti il ruolo che ebbe il Movimento 5 Stelle e i sindacati istituzionali nel periodo che va dall’instaurazione del governo Monti sino a quel periodo di lotta che culminò in scioperi selvaggi e nello spontaneo movimento dei Forconi. Il loro ruolo fu quello di garantire uno sbocco controllato ed innocuo alla tensione che si era creata sin dall’inizio degli anni 2000, che rimaneva latente e che trovò nel “lacrime e sangue” la goccia che fece traboccare il vaso. Non è un caso che i primi anni del Movimento furono proprio caratterizzati da istanze radicali, dalla proposta di un referendum sull’euro ad un appoggio al ritiro delle nostre truppe dai vari fronti, arrivando addirittura a strizzare un occhio ai vari complottisti parlando di signoraggio e di scie chimiche. Il Movimento, tramite Grillo, ruggiva nelle piazza. L’intera Italia sembrava fremere di un odio generalizzato ed assoluto contro la “vecchia politica” e i parlamentari corrotti e disonesti, che sarebbero finiti in galera una volta che il Movimento si sarebbe insediato nei centri del potere. E poi, con le prime elezioni amministrative, tutto questo fermento subì una drastica riduzione. Oramai il terreno di scontro non era più la piazza, ma le aule dei consigli comunali o regionali, con le prime avanguardie in Parlamento. Il movimento moderò i termine, si iniziò a copiare una generica terminologia progressita pregna di “nuove tecnologie” e di “interesse per i giovani”, con il Futuro, quello con la f maiuscola, a sorvegliare il tutto dall’alto. Da qui il passo fu brevissimo nel chiedere l’inserimento nell’ Alde, ossia il gruppo europarlamentare più liberale e liberista che esista, il gruppo che in ogni modo spinge per la libera circolazione di capitali e di “capitale umano” per le privatizzazioni e per il primato del Mercato sulla politica. Il Movimento iniziava a gettare la sua maschera, tra mille cotraddizioni e la vaghezza ideali tipica di chi sta simulando. Molti, soprattutto nelle città da esso amministrate, iniziarono ad odiarlo. A queste persone si aggiunsero quelle per cui il Movimento era “troppo a sinistra”, ossia troppo debole sul tema immigrazione. La richiesta di regole dure e di un uomo forte capace di prendere il toro per le corna e ridare dignità al popolo italiano si condensò in Matteo Salvini, giovane leader della Lega che in pochi anni riuscì a scalzare i ben più esperti Bossi e Maroni. Salvini prese in mano un partito storicamente confinato al nord e ad essere la stampella elettorale del Cavaliere e lo trasformò in un partito a carattere nazionale, capace ad ergersi anima egemone del centrodestra. Una foto con i fasciati di Casapound, un richiamo ad un preteso “piano Kalergi” e la promessa di discutere i diktat europei, ma soprattutto di fermare “l’invasione” di immigrati, mischiati assime garantirono a Salvini un grande consenso elettorale, che se non gli permetteva di governare da solo lo inseriva a pieno titolo fra i big del momento. Il voto del 4 marzo disegnò un paese spaccato in tre blocchi: la Lega, lo zoccolo duro del Partito Democratico e il Movimento, il quale aveva raggiunto ben il 32,6%, arrivando ad essere primo partito. Dopo svariato tempo si arrivò all’accordo, e il Contratto di Governo fu firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i quali sarebbero stati vicepremier nel primo governo Conte. Quel voto fu indubbiamente un voto di protesta. Milioni di italiani scelsero quelli che a reti unificate venivano dipinti come pericolosi eversivi nemici dell’Unione Europea, dei Mercati, e di tutti quelli che vengono generalmente indicati come “poteri forti”. La gente non votò per Salvini e per Di Maio, ma votò per lo spettro del cambiamento in loro vagheggiato. Due decreti sicurezza e diverse boutade sulle ONG dopo, si arrivò ad una crisi di governo innescata dallo stesso Salvini, spaventato dall’approssimarsi della finanziaria e goloso di percentuali. Questo ci porta ai giorni di settembre, con la votazione su Rousseau che segna una totale vittoria dei grillini concordi all’accordo col PD, con manifestazione indette da tutto in centrodestra, e con una squadra di ministri giallo-rosa pronti a giurare. Salvini capitalizzarà assieme alla Meloni il dissenso nei confronti di un governo ultraeuropeista, e impedirà a questo dissenso di orientarsi verso la lotta sociale e democratica, contro Unione, euro e nato. La lotta del centrodestra sarà ancora una volta lotta generica e stupida all’immigrazione, rifiutando ogni analisi delle cause di questa. Sarà lotta alla tassazione progressiva. Sarà lotta all’unità nazionale im favore di una balcanizzazione tanto agognata da Bruxelles. Salvini e i suoi paggetti riusciranno a silenziare il popolo almeno per alcuni anni, e questo è indubbio, ma non è tutto perduto, anzi. Ovunque si sta consolidando o formando un fronte democratico rivoluzionario, nemico dell’Unione e della disparità economica, un fronte che per ora rimane nascosto, ma che un giorno esploderà come dinamite nelle piazze d’Italia e d’Europa. Quel 20% di cinquestelle delusi lo infoltiranno, uniti ai precari e ai disoccupati dimenticati da Salvini. Le azioni del futuro governo, per quanto l’Europa sia decisa ad essere gentile e riconoscente, lo renderanno apprezzabile anche a chi ora è illuso dai vari pifferai magici, ma soprattutto le enormi contraddizioni insite nel progetto unitario, contraddizioni di carattere geopolitico, sociale ed economico, saranno il catalizzatore del processo che porterà una Lega dei Popoli a sorgere contro l’Unione dei padroni.

Tre buone ragioni per essere a Roma il 12 ottobre


Il prossimo governo ultra-eurista giallo-rosa: sempre più chiara in questi giorni appare la notizia che il tanto esorcizzato “inciucio” è fatto quasi compiuto. I vertici del Movimento 5 Stelle, in sfregio alla base militante sincera che credeva veramente in una possibile rivoluzione politica, stanno decidendo per un governo assieme al Partito Democratico, lo stesso partito del Jobs Act, della Fornero e della Buona Scuola, partito di riferimento, seppur oramai morente, del padronato franco-tedesco. La manifestazione del 12 ottobre deve quindi essere intesa anche come violentissimo attacco a questo governo, nato per tutelare il dominio indiscusso delle oligarchie ordoliberiste della Mitteleuropa. Molto probabilmente il nuovo governo godrà di un “trattamento di favore”, la mano con loro sarà piuma, come suggerito da Oettinger. Questo perché i gruppi di potere ora egemoni in Europa temono un cambio della guardia a favore di altri concorrenti, come la borghesia esportatrice del nord-est appoggiata dalla Lega. Conte, marionetta nelle mani dei poteri euristi, è da osteggiare e da boicottare. Il suo tono istituzionale e la sua cultura nascondo la sua natura collaborazionista. Il discorso da lui pronunciato il 20 agosto, per quanto pregno di colte citazioni e formalmente bello, è stato un discorso puramente europeista, in perfetta sintonia con le direttive europee per quanto riguarda istruzione, economia e subordinazione dello stato nazionale.
La manifestazione leghista del 19 ottobre: il “governo del cambiamento” è stato fatto cadere da Salvini, che ora tenta di farsi passare da oppositore dell’Unione Europea risfoderando le antiche felpe “basta euro” che gli permisero una miracolosa crescita nei sondaggi. Salvini è un bluff: ne ha dato la prova al governo, dove distraendo gli italiani con il fantasma dell’immigrazione e ponendosi come guardiano dell’identità italiana, per lui fatta di presepi e padri pii, ha proposto provvedimenti del tutto in linea con le direttive europee, accontentandosi delle briciole, come quel ridicolo 2,04 di deficit. L’Italia ha bisogno di chiarezza, di radicalità, di coerenza, tutte cose che non troverà mai nei discorsi del pifferaio magico ultra-liberista e secessionista Matteo Salvini. Moltissimi cittadini in buonafede sperano in lui e lo votano. Questa volontà di cambiamento è legittima e più che giustificata, ma loro sono stati ingannati e sono ingannati tutt’ora dal Renzi padano. I suoi obbiettivi sono i medesimi delle forze europeiste, cambia solamente il nome di chi si vorrebbe a capo del mostro totalitario di Bruxelles.
La necessità di dar vita ad un movimento popolare di Liberazione: All’interno del panorama parlamentare, da destra a sinistra, non vi è una sola persona che persegua gli interessi del popolo lavoratore. Le nostre camere sono state infiltrate in maniera certosina da una malvagia compagine di araldi del libero mercato, del liberismo sfrenato, della tecnocrazia totalitaria. In questi gruppi non si deve riporre fiducia, sarebbe illogico e assolutamente contrario alla ragione. Occorre guardare al popolo e al popolo solo, che vuole tornare a sentirsi tale, che chiede di avere sovranità su se stesso, di aver riconosciuto il proprio diritto ad esistere e ad autodeterminarsi. L’unica strada è la mobilitazione popolare attraverso, per e grazie al popolo stesso. Da esso deve sorgere un movimento di liberazione che sappia con un colpo di scopa spazzar via ogni collaborazionista, ogni potere corporativo e camorisstico, ogni interesse di parte e in contrasto con quello generale. Il 12 ottobre, lungi da rappresentare il punto d’arrivo, deve invece essere l’inizio di tale movimento, il primo atto di una liberazione nazionale che sarà ad un tempo politica, economica e morale.

Bergoglio: “il sovranismo mi ricorda il nazismo”


Che dire, la storia della Santa Romana Chiesa è lunga e complessa, ma dalla Donazione di Costantino all’esenzione sulle tasse, passando per Pio IX e i Patti Lateranensi, si scopre un leitmotiv di prevaricazioni, furti e plagio ai danni del popolo italiano. La Chiesa ha passato anni a difendere il suo monopolio culturale, a reprimere ogni moto modernista e progressista, a bruciare eretici e perseguitare miscredenti. La Chiesa ha manipolato il voto di milioni di italiani tramite la sua propaganda parrocchiale, ha imposto per secoli una cultura reazionaria che solo ultimamente sta venendo meno, è stata complice di regimi oscurantisti, da quello dei Borbone a Pinochet. Il Vaticano dispone di un patrimonio quantificabile in miliardi di euro, del 20% degli immobili italiani e di ben 23mila fra immobili e terreni nella sola Capitale. Date a Cesare quel che è di Cesare: la Chiesa amministri la vita spirituale, rinunci a quella che è la proprietà indiscutibile del popolo italiano. Siamo stufi di diver garantire ancora oggi i privilegi di una casta sacerdotale relitto di tempi passati, oramai dedita unicamente a perpetuare il proprio sistema gerarchico e coercitivo. Il nostro non è un attacco alla dottrina di Cristo o ai suoi seguaci, ma un attacco a chi, ancora oggi, utilizza un diritto divino per ottenere guadagni mondani. Il Papa furbescamente associa il termine “sovranismo” al liberista federalista Salvini, infangando la doverosa lotta per l’indipendenza nazionale e per la pace fra i popoli. O meglio, si nasconde nell’ambiguo, attaccando una pretesa volontà d’isolamento, proprio quella che fomentano i vertici europei con le loro politiche basate sulla competizione, gli stessi vertici da lui elogiati, con la speranza che abbiano la forza dei “padri fondatori”. Che i liberisti se ne vadano dall’Italia e dall’Europa, e che si portino dietro il loro amico Francesco.

Chi esulta per la possibile caduta di Conte si prepari a piangere

Il fututo governo Salvini, che si otterrà molto probabilmente dopo una parentesi tecnica, non solo godrà di un supporto furbescamente ottenuto tramite opere di distrazione mediatica, ma anche degli strumenti fisici e giuridici per reprimere ogni possibile dissenso. Voi, che avete applaudito al decreto sicurezza perché pensavate che questo andasse a colpire spacciatori e ladri, ricordate che avete salutato con gioia lo stesso decreto che in forma di manganello si schianterà sulla testa vostra o dei vostri figli il giorno che deciderete di non poterne più di vivere da servi. Salvini non è sovranista, a lui della sovranità democratica del popolo italiano non importa assolutamente nulla. Lui punta ad un nord economicamente competitivo che si inserisca alla testa di un processo federalista europeista e profondamente antieuropeo, antipopolare ed antidemocratico. La tav, l’aliquota unica, lo stato di polizia non sono gli interessi dei milioni di italiani che ogni mattina si alzano per lavorare, non sono gli interessi di professori, contadini, disoccupati ed autonomi, ma sono espressione dell’interesse della grande borghesia, desiderosa di fagocitare i più deboli, di opprimerli e di ridurli a salariati. Saranno tempi bui quelli venturi, poiché all’anestetico a base di boutade sull’immigrazione si andrà a sommare una sempre maggiore forza della sovrastruttura europea, rappresentata in Italia da quella schiera liberal-conservatrice che si appresta ad instaurare il suo dominio. Gli italiani sono pronti a barattare la sovranità economica per il presepe nelle scuole?

Il ministro-dj

La politica non è un gioco. Certo, fra gioco e politica vi è la creatività in comune, ma le analogie finiscono qui. Il gioco è leggerezza, la politica sacrificio ed impegno. Non siamo fra coloro i quali propongono un’austerità quasi monastica nei comportamenti, ma fra questa e l’estremo opposto la scelta è abbastanza facile. La politica, ossia la gestione della comunità, è fatta di uomini, idee e simboli. L’inno nazionale e le figure istituzionali non sono solo simboli politici, ma comunitari: il primo perché di tale comunità rappresenta lo spirito, le seconde perché dovrebbero eseguirne la volontà. Il ridicolizzare questi è ridicolizzare ogni cittadino. L’idea che il Canto degli Italiani sia ridotto a remix da festa in spiaggia, il tutto sotto la gestione del ministro degli interni è un qualcosa di abominevole e criminale, in quanto vilipendio dello stato -anche se in questo caso Salvini uccide un uomo morto- e della Nazione tutta. Dopo questo teatrino non possiamo che aspettarci un Presidente della Repubblica che si cimenta come attore porno e magari un presidente del Senato eroinomane.

Il finto uomo del popolo

Il gioco di Salvini è molto vecchio, è un qualcosa di consolidato e che ha sempre dato risultati. Salvini si atteggia a “uomo del popolo”, fa credere a chi lo vede di essere “uno di loro”, di condividere con loro estrazione, speranze ed emozioni. Già Mussolini, il “figlio del fabbro”, faceva ciò, andando col piccone in mezzo ai cantieri o a dorso scoperto in mezzo ai campi di grano. Anche Salvini lo vediamo a petto nudo, ma non più con in mano gli attrezzi del popolo lavoratore. Salvini è dietro la console, in mezzo alle cubiste, abbronzato, perfettamente mimetizzato all’interno di una “cultura” che sa di rifiuto della politica, di passività, di edonismo e frivolezza. Salvini a questo punta, a rendere la politica sempre meno seria e sempre più associata a twitter, alla moda, alla mancanza di azione. Così non solo si generano elettori, ma si evita che possa sorgere qualsiasi forma di opposizione. L’impegno politico perde qualsiasi valore qualitativo, qualsiasi carica negativa nei confronti di questo sistema per tramutarsi nella consumistica difesa di ora questa, ora quell’altra istanza assolutamente cosmetica, secondaria e marginale. Così siamo passati dal “complotto pluto-giudaico-massonico” al “buonsenso”, passaggio solamente esterno che racchiude al suo interno le medesime volontà ordoliberiste di un’alta borghesia arrogante e narcisista. Salvini non è un uomo del popolo, non fa parte del popolo, la nostra sofferenza non è la sua, i nostri interessi non gli appartengono e, anzi, vengono da lui osteggiati. In divisa da poliziotto, con bislacche felpe o in spiaggia lui rimane un uomo di Bruxelles, rimane un propugnatore del federalismo europeo a trazione padana, il fautore di una secessione dei ricchi e di una riduzione delle loro tasse.

No alla secessione dei ricchi

Giovine Italia si schiera radicalmente contro a quella che è l’ennesimo tentativo leghista di divedere un paese già devastato dal liberismo come l’Italia. Il loro obbiettivo, come dichiarato dallo stesso Zaia, è di arrivare alla secessione attraverso questa “autonomia”, che altro non è che crescente cessione di potere ai capitalisti locali, svincolati dal controllo democratico e dalle tutele costituzionali. Come abbiamo detto più volte, Salvini è l’emanazione politica proprio di quei ceti che, unici fra gli italiani, gioverebbero da questa “autonomia”, prodromo del completamento del progetto leghista: Europa federale, ultraliberista a trazione lombardo-veneta.

Per tutelare i diritti sociali, la sanità e la qualità dell’offerta scolastica, per tutelare l’unità e l’indipendenza del popolo italiano diciamo no ai progetti secessionisti della borghesia liberista del nord.