Deideologizzazione? Parliamone

Un disegno di legge viene depositato: un fronte trasversale a suo sostegno, un fronte trasversale ad opporsi. O ancora: totale accordo ed armonia riguardo ai modelli economici e di sviluppo in seno al dibattito politico. O anche: periodiche rittrattazioni delle posizioni precedentemente espresse, con la damnatio memoriae per voti e pareri espressi. Queste scene assolutamente familiari ad ogni occidentale vengono in genere ricondotte al fenomeno della “deideologizzazione”, ossia della progressiva perdita d’indentità caratteristica da parte delle forze politiche a favore di un totale pragmatismo mirato al risultato immediato. E’ così? Può darsi, ma questa visione non convince del tutto.

L’ideologia dominante

L’ideologia, accettando la definizione comune e diffusa del termine, altro non è che un sistema di pensiero, un insieme di idee condivise espressione della storia, delle aspirazioni, delle paure e degli interessi di un determinato gruppo. Affermato questo possiamo vedere come tutt’ora esista, e prepotentemente, un ordinamento ideale diffuso, accettato ed anzi dato e propagandato come scontato ed inevitabile. Non si parli di nichilismo, perdita di valori o fine dei sistemi politici, quanto di un loro riassestamento sulle posizioni culturali dei vincitori della guerra fredda. La postmodernità, volendo accettare questa definizione, può sembrare basarsi su grandi negativi e sul relativismo più totale, ma non è così: ciò è percebile epercepito solo dall’interno di essa, accettando la sua, e qui veniamo al punto, ideologia. Dall’interno del sistema ideale post-moderno noi non vediamo altro che questo, magari declinato in varie forme e colorato in vari modi, ma questo rimane. Non esistono prospettive di cambiamento strutturale, non esistono voci radicalmente fuori dal coro, ma unicamente differenti posizioni all’interno di un unico sistema etico, politico, economico, culturale e sociale. Essendo questo sistema oramai egemone, e forse l’unico pensiero forte -perchè di questo si tratta: una precisa, decisa e radicale codificazione politica e filosofica- diffuso su larga scala, è facile cadere nella sua stessa propaganda, dandolo “per scontato”, scegliendo subconsciamente di non vederlo, allo stesso modo in cui il cervello non elabora la sagoma del naso pur essendo questa perennemente al centro di ciò che vedono i nostri occhi.

Discostandoci da quella linea di pensiero indotta possiamo osservare in tutta la sua interezza l’ideologia ora dominante. Possiamo vedere il capitalismo portato al parossismo, il ritorno in auge della colpevolizzazione della povertà, possiamo vedere una critica radicale al concetto di democrazia in nome di un direttorio tecnocratico, di un simposio di “esperti”, possiamo vedere l’acritica accettazione di un’idea di uomo naturalemente egoista e malvagio, in barba a qualsiasi prova della sua socialità, possiamo vedere la competizione e la flessibilità assunti a dogmi, e l’accumulazione di capitale, speso spesso in maniera molto barocca unicamente per l’immagine, come unico motore trainante degli abitanti di questo sistema, che non possono, e non ci tengono più, ad essere definiti dittadini.

“Destra e sinistra non esistono più”

Una delle credenze più diffuse, delle posizioni più sostenute e madre di ogni sorta di strampalate teorizzazioni politiche è l’assioma secondo il quale le categorie politiche destra e sinistra sarebbero oramai inesistenti, concetti slegati dall’agire politico quotidiano. Per confutare questa tesi serve prima di tutto avere chiaro cosa significano i termini “destra” e “sinistra”. Dando per scontata l’origine storica, si può sintetizzare definendo di “sinistra” quelle istanze che mirano all’attuazione di un disegno di progressiva attuazione di un dover-essere all’essere, scegliendo di vedere la proiezione futura di questo come razionalizzabile, mentre di “destra” quelle che puntano alla difesa -o alla ricostruzione- di un esistente dato come unico argine o come naturale frutto di un essere caotico e violento, impermeabile ad ogni cambiamento in positivo se non collaterale e circostanziato.

Queste due categorie hanno per secoli raccolto la tensione ideale di chi immaginava società diverse, irriducibili l’una alle altre, il che era manifestato da un’intensa contrapposizione tanto fisica quanto intellettuale. Oggi quella contrapposizione esiste ancora, ma è ignorata dal grande pubblico. Possiamo utilizzare un paragone coi giorni nostri: l’Italia è da almeno due decenni in un costante stato di guerra, con le proprie truppe impegnate in diversi teatri; alla domanda “secondo te siamo in guerra?” l’uomo della strada risponderebbe colpito dall’apparente idiozia della domanda con un “certo che no!”. Eppure saltuariamente passano le notizie di morti e feriti, di conflitti a fuoco, per tacere delle ignorate vittime civili o di parte avversa. Allo stesso modo sembrerebbe non esistere più scontro politico se non limitato a temi estetici e di ordine pubblico, con una storia arrivata al capolinea in un eterno presente, ma poi arriva chi reclama l’eguaglianza, chi urla al mondo intero che vuole distruggerlo e crearne uno nuovo e migliore, che tutto questo è perfettamente possibile e che, anzi, è il presente sistema ad essere irrazionale e folle. E quando le città si bloccano e le strade bruciano ecco riemergere la Politica, quella che sembrava lasciata al secolo scorso, sotterata in virtù di un’insulsa concordia civile che altro non è che la vittoria della classe possidente. La guerra esiste, ma non è percepita nel campo egemone, e solo chi ne fa esperienza diretta può testimoniarne la materialità.

Destra e sinistra esistono ancora, e ad oggi non esistono categorie politiche migliori nella descrizione sommaria delle istanze politiche. Se sembrano essere sparite è perché in realtà una sola di queste si è resa egemone, ottenendo il monopolio della politica istituzionale, dei media, della cultura. La destra si è imposta: competizione, conflitto, profitto, terrore stanno alla base del sistema attuale, e negare ciò sarebbe negare l’ovvio.

Per contrapporsi a quello che nei fatti è un pensiero forte, dotato di una grande massa di sostenitori, anche se spesso incoscienti, non c’è altra strada se non la lotta aperta, riconoscendo in primis l’esistenza di questa. Porsi fuori dagli orizzonti di un sistema che è nostro nemico ed opporgli un altro mondo, un mondo nuovo da immaginare e creare.

Sinistra patriottica e classe operaia dal blog di Sollevazione

Condividiamo dal sito di Sollevazione questi due articoli strettamente correlati scritti dai nostri compagni ed amici di P101.

9 Tesi per una sinistra patriottica


(1) GLOBALIZZAZIONE AL TRAMONTO

Il lungo ciclo che va sotto il nome di “globalizzazione”, toccato il suo punto più alto con la dissoluzione dell’URSS e la trasformazione della Cina in grande potenza capitalistica, si avvia al suo tramonto. Se il processo di globalizzazione dispiegata è riuscito a dilagare anche nel nostro Paese, è perché le élite sono riuscite a nascondere la sua natura liberista e classista dietro alla maschera del progressismo cosmopolitico. Una delle chiavi di volta di questa narrazione ideologica è infatti la distopia di una irenica repubblica capitalistica mondiale. Il superamento degli stati nazionali era ed è non solo auspicato, ma considerato inevitabile. La stessa Unione europea veniva e viene ancora presentata ai cittadini come una tappa in questa direzione.

(2) LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DI QUESTA FASE

Cosa effettivamente è accaduto con la globalizzazione? Attraverso un processo ineguale ma combinato, abbiamo un ordine imperialistico policentrico per cui un pugno di potenze hanno non solo preservato, ma rafforzato le loro prerogative sovrane, mentre la grande maggioranza degli stati nazionali ha progressivamente perduto sovranità, cedendola ai primi e/o, come nel caso dell’Unione europea, ad organismi oligarchici sovranazionali. Di qui la contraddizione principale di questa fase: quella tra il pugno di paesi dominanti e le nazioni dipendenti e semi-dipendenti le cui forze produttive sociali non possono più crescere a causa dei ceppi che le incatenano —dinamica che all’interno della Ue vede contrasti tra i paesi “core” e quelli bollati già “periferici” e, dalla Bce, denominati “vulnerabili”. Questa contraddizione principale si porta appresso un secondo aspetto: l’opposizione, all’interno degli stessi paesi soggiogati, tra la grande maggioranza dei cittadini e le frazioni più potenti e globaliste delle borghesie autoctone le quali, come nuove borghesie compradores, fungono da intermediari della rapina ai danni delle nazioni.

(2) UNIONE EUROPEA E GRANDE GERMANIA

L’Unione europea, edificata con l’ambizione di dare vita al principale polo imperialistico mondiale (nell’illusione che gli USA avrebbero accettato di spartire il mondo in more uxorio) traballa per diverse ragioni, una delle quali è che essa ha accresciuto gli squilibri tra gli stati, tra il centro tedesco e le diverse sue “periferie” le quali, private delle loro sovranità, possono sviluppare solo quelle forze produttive sociali funzionali alla macchina mercantilistica tedesca ed ai conglomerati finanziari carolingi. Il predominio della Grande Germania riunificata, stato-potenza egemone della Ue, siccome tende per sua natura a germanizzare, a soggiogare le altre nazioni, è concausa del tramonto della Ue ed accentua il contrasto tra le spinte centrifughe e quella centripeta. Ultimo ma non meno importante: il predominio tedesco ha il fiato corto perché la Germania, oggi come ieri, è incapace di trasformare il suo predominio in vera egemonia continentale.

(4) IL DESTINO DELL’ITALIA

Anche l’Italia ha subito questo processo di desovranizzazione e spoliazione, reso possibile dall’abdicazione delle élite intellettuali nostrane e dall’accettazione del comando esterno da parte della grande borghesia italiana. Esse hanno consegnato alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche le decisive  leve di comando. Il parlamento è diventato un simulacro, i politici di regime dei Gaulaiter, mentre lo Stato, già sovrintendente territoriale dello spazio giuridico imperiale a guida geopolitica americana, è diventato locale custode del protettorato tedesco. In queste condizioni, se non spezza la catena euro-liberista, l’Italia corre addirittura il rischio di spezzarsi come nazione unitaria, con un Nord agganciato alla locomotiva tedesca e il Mezzogiorno lasciato alla deriva, in mano al capitalismo mafioso.

(5) IL RITORNO DEGLI STATI NAZIONE

Il tramonto della globalizzazione non solo frena le ambizioni imperialistiche tedesche, alimenta la spinta opposta, quella che vede gli stati nazionali recuperare le loro sovranità, erigere proprie barriere difensive contro il libero scambismo selvaggio ed il mercantilismo che sono i vettori del dominio dei grandi conglomerati finanziari. Quando un edificio crolla restano le sue fondamenta. La dissoluzione della Ue dimostrerà che gli stati nazionali su cui si sorregge restano per i popoli la sola base per ricostruire le loro società. Il ritorno degli stati nazione sulla scena ha molteplici ragioni, guai a non comprenderle. Esse sono molteplici: economiche, geopolitiche, storico-culturali, religiose e psicologiche. Due spiccano su tutte: da una parte le forze produttive dei paesi dipendenti (eccetto quelle che avanzano e fanno profitti grazie alla globalizzazione) tendono ad autodifendersi invocando la protezione statuale; dall’altra le masse popolari (tranne i settori che traggono a loro volta vantaggi perché al servizio delle frazioni globaliste della borghesia) invocano sicurezza, lavoro, dignità, stato sociale.

(6) IL RISVEGLIO DEI NAZIONALISMI

Questo conflitto, manifestazione della contraddizione di fase principale, spiega il risveglio dei nazionalismi, sia in versione fascistoide che liberista, tutti accomunati da comuni denominatori revanchisti, autoritari e xenofobi. Il nazionalismo avanza perché fa incontrare e offre un orizzonte di senso a queste due spinte. Ne ricava maggiore forza grazie ad una narrazione opposta a quella cosmopolitica: contro l’umiliazione esibisce la volontà di riscatto, all’atomizzazione sociale oppone l’identità collettiva, contro lo spaesamento globalista insiste sul senso di appartenenza alla patria, alla società multietnica oppone il mito della nazione come comunità, al disordine oppone l’ordine. L’ostinazione delle élite eurocratiche a proseguire sulla strada della centralizzazione e della demolizione degli stati nazionali, lungi dall’indebolire i nazionalismi, li alimenta. Come in ogni grande crisi, in ogni fase di passaggio da un regime ad un altro, vale il principio per cui le energie scatenate dagli interessi sociali e di classe sono condannate a volatilizzarsi se non vengono incanalate, indirizzate strategicamente. E’ qui che entrano in gioco le ideologie, le visioni del mondo, le idee forti, religiose o secolarizzate che siano. Il nazionalismo, in società dominate dal nichilismo valoriale, è un’idea forte destinata ad accrescere la sua presa sulle larghe masse, anzitutto sui settori sociali più deboli, proprio quelli che dovrebbero fungere da forza motrice della trasformazione socialista della società. Contrastare dunque i nazionalismi avanzanti ma come?

(7) SEPARARE QUINDI UNIRE

Le sinistre occidentali, sistemiche e radicali, avendo avallato o addirittura sostenuto la globalizzazione e il disegno euro-liberista, hanno contribuito a spianare la strada a questi nazionalismi e saranno messe all’angolo. Con il suo internazionalismo dottrinario, col suo lottaclassismo prepolitico anche l’estrema sinistra si è resa corresponsabile. Non si contrastano i nazionalismi facendo esorcismi, demonizzandoli, facendo dell’internazionalismo un totem e della nazione un tabù. Una via sicura per lasciare campo libero alle destre nazionaliste è consegnare loro il monopolio della battaglia patriottica, facendo spallucce davanti al ritorno sulla scena degli stati nazione, peggio ancora, apparendo subalterni alle élite neoliberiste, che restano il nemico principale dei popoli. Errore madornale, dunque, condannare come univocamente reazionarie le pulsioni sociali e ideali che alimentano i nazionalismi. Occorre invece distinguere e separare il carburante,  le spinte sociali e ideali che alimentano i nazionalismi — la difesa delle forze produttive nazionali dalla predazione imperialistica esterna ed il desiderio di sentirsi parte di una comunità solidale — dalle formazioni nazionaliste che puntano a diventare il comburente. Bisogna quindi tenere assieme questione nazionale, questione di classe e questione democratica, insistendo sul principio che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale.

(8) PATRIOTTISMO REPUBBLICANO

Per contrastare i nazionalismi si deve sfidarli sul terreno dell’egemonia: mito buono contro mito cattivo, radici rivoluzionarie contro quelle reazionarie, narrazione sana contro narrazione tossica, identità etnica contro identità politica, comunità forte contro comunità debole. Al mito cattivo dell’Italia guerriera, annessionista, fascista e imperiale, noi opponiamo quello buono dell’Italia come faro di civilizzazione universale, ruolo che la nostra Patria ha saputo esibire nei momenti più alti della storia mondiale. Alle radici reazionarie del nazionalismo, proprie delle destre che ebbero la meglio dopo il Risorgimento e che le classi dominanti utilizzarono per giustificare, oltre agli innumerevoli crimini contro il popolo, i propri appetiti imperialistici, noi opponiamo quelle rivoluzionarie e democratiche dei padri nobili ed ai martiri della Patria. Alla narrazione nazionalista che esalta le gesta dell’Italia monarchica e fascista, con tutto il loro corollario di nefandezze, noi opponiamo il patriottismo popolare che dalle correnti democratiche del Risorgimento passa al movimento operaio, e di lì alla Resistenza antifascista che riscatterà l’onore del Paese e che s’incarnerà nella Costituzione repubblicana. All’identità etnica fondata sul sangue, sul suolo e sul destino, noi opponiamo quello della Patria come associazione politica di liberi e uguali, quale che sia la loro “razza”, provenienza, confessione ideologica o religiosa. Debole e fallace è la comunità dilaniata dai contrasti sociali, di casta, di classe, etnici, e dove ristrette élite hanno il monopolio delle leve di comando. Forte è invece quella patria dove sovrano è il popolo, dove i più forti non opprimono i deboli, dove non ci sono privilegi e conflitti sociali, dove lo Stato garantisce la sicurezza generale e difende come inviolabili i diritti di libertà della persona e delle minoranze.

(9) RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Non passerà molto tempo che il futuro del paese sarà deciso dallo scontro tra i due fronti opposti: quello del nazionalismo reazionario e imperialista (sia esso dominato da neoliberisti o neofascisti) e quello del patriottismo repubblicano e internazionalista. Occorre dunque costruire un grande partito (con i suoi diversi strumenti) che intercetti i sentimenti nazionali risorgenti tra il popolo e riesca ad indirizzarli verso il solo esito che potrà determinare la grande svolta, la sollevazione popolare. Abbiamo segnalato i due aspetti della contraddizione: le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo, facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dobbiamo invece tenerli concatenati: sollevazione per liberare il Paese dal dominio esterno e lotta per strappare il potere alle élite dominanti senza la cui collaborazione fattiva questo dominio non ci sarebbe. Sarà quindi, quella italiana, una rivoluzione democratica e patriottica. Sorgerà per tempo, prima di un altro 8 settembre, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale? Riusciremo ad evitare di cadere, come successo in Grecia, in un regime di protettorato? Forse no, forse, come altre volte capitato al nostro Paese,  la sollevazione seguirà la catastrofe nazionale e il popolo dovrà ricostruire il Paese sulle sue macerie. Sia come sia noi dobbiamo fare la mossa strategica da cui tutto il resto dipende, diventare i campioni della battaglia patriottica contro l’aristocrazia finanziaria predatoria esterna e le élite economiche e politiche italiane ad esse asservite. Solo a questa condizione potremo far sì che la rivoluzione democratica e costituzionale possa costituire il punto d’appoggio per quella socialista, visto che solo un Paese socialista potrà essere davvero sovrano.

Il Mito della classe operaia

«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».
[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865]

*  *  *Tra i tanti critici che abbiamo alle calcagna ci sono coloro i quali, pur allattatisi al nostro seno e scopiazzando qua e la quanto andiamo sostenendo da anni, ci accusano di aver dimenticato la centralità del “fattore di classe”. Cosa questi critici intendano per “fattore di classe” non è affatto chiaro, dal momento che non sono in grado di dare rigore logico alle loro critiche. Tuttavia è evidente come essi ci stiano lanciando la scomunica: saremmo eretici perché il nostro discorso rivaluta i concetti di popolo e nazione “a spese” di quelli di classe operaia e rivoluzione comunista. L’accusa di eresia (una variante tutto sommato garbata dell’accusa di “rossobrunismo”) implica ci sia una “ortodossia”, ma non chiedete loro, tra i disparati marxismi, quale sia il loro. Non lo sanno, e quel che è peggio, non gli interessa saperlo. Ai faciloni basta e avanza aggrapparsi a certa vulgata. Comunque sia, ove essi, invece di procedere per frasi fatte, accettassero un serrato confronto teorico, qui siamo ed a loro dedichiamo queste riflessioni.

*  *  *

No al pressapochismo teorico

Com’è che Marx è considerato un gigante rivoluzionario nonostante non abbia guidato né un movimento di rivolta né tantomeno alcuna rivoluzione sociale? Polemista implacabile bisticciò con la maggior parte dei socialisti del tempo. Morì in esilio e nel massimo isolamento. AI suoi funerali c’erano poco più di dieci persone. 

Egli fu rivoluzionario a causa delle sue idee e della grandezza della sua visione teorica. In altri tempi questa precisazione sarebbe stata pleonastica — Lenin: “senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”. Non è così oggi, dove tutti sono stati infettati dall’analfabetismo funzionale, dal pressapochismo teorico. E’ triste dirlo ma ciò vale anche per tanti militanti marxisti che di Marx conoscono, sì e no, l’abc. L’alibi di chi non ha profondità teorica è mascherare questa deficienza apponendo i dati di fatto, i risultati pratici ai principi teorici. E’ vero che il pensiero da solo non cambia il mondo, ma non si è mai visto cambiarlo da chi pensiero profondo non possedeva. L’America ha vinto anche grazie all’egemonia della sua peculiare filosofia, il pragmatismo: meglio l’uovo oggi che la gallina domani, la prassi trasmutata in calvinistica operosità performativa, la filosofia disprezzata come superflua metafisica.

Esula da questo breve saggio, poiché chiederebbe molto più spazio, un’indagine sistematica sulle idee fondamentali di Marx — per meglio dire, e non è la stessa cosa, quelle che gli epigoni han fatto diventare fondamentali a spese di altre sottacendo le evidenti antinomie marxiane —, quelle che hanno dilagato nel ‘900, in molti casi diventando egemoniche. Dobbiamo limitarci, per stare ai nostri critici, a quella che può essere definita la madre di tutte le idee marxiste: il mito della classe operaia

Dei miti e delle loro funzioni

I seguaci che considerano il marxismo una scienza — nel senso di una concezione esatta e infallibile della storia — sobbalzeranno sulla sedia, ci accuseranno di blasfemia. Per essi il mito è per sua natura irrazionale, fantasticheria primitiva, un’anticaglia seppellita da progresso. Per essi dunque, affermare che Marx (lo scienziato!) abbia fondato un mito, significa squalificarlo, attribuirgli una tremenda nota di demerito. Per noi è l’esatto contrario: una delle ragioni della grandezza di Marx è proprio quella di avere fabbricato il potente mito di una classe che per sua stessa natura era destinata a riscattare tutti gli oppressi ed a salvare il mondo.

L’essere umano, data la sua natura antropologica, ha bisogno di miti in cui credere e per cui battersi; essi sono infatti espressioni simboliche di istanze psichiche profonde, istintive e emotive, archetipi che soggiacciono, come strati nascosti, alle sovrastrutture ideologiche successive, che dunque preesistono all’esperienza. Jung avrebbe parlato di “inconscio collettivo”.

Il Sorel, checché se ne possa pensare della commistione tra marxismo e vitalismo bergsoniano, è stato quello che con più forza ha sottolineato la potenza demiurgica e creativa del mito sociale, come figura che spinge le masse all’azione, per lui quindi opposta a quella dell’utopia —dove utopia sta per la credenza che si possa cambiare il mondo senza rivoluzione: 

«Si può parlare all’infinto di rivolte sociali senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse […] Il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna». [Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza]

Ciò che sterminate masse, anche negli angoli più sperduti del pianeta, accettarono come mito nel secolo grandioso che ci siamo lasciati alle spalle, è l’idea che vi fosse una classe, quella degli operai dell’industria, destinata a liberarci una volta per tutte dalla catene dell’oppressione e dell’abiezione, e quindi a condurre l’umanità al socialismo. Non è che nella modernità fosse scomparso il mito: merito di Marx è averlo strappato dal cielo facendolo scendere sulla terra, costruendolo come mito storico-sociale.


Il mito nel giovane Marx…

Vale la pena soffermarsi su come Marx sia giunto a tanto. Basti dire che come materiali grezzi ha usato, genialmente assemblandoli, la filosofia finalistica della storia hegeliana (con la sua dialettica del negativo come motore del progresso storico) e la sociologia positivistica di Saint Simon (col suo culto dell’industria, delle forze tecnico-scientifiche, delle moderne classi produttive).

Ogni teoria politica ha una base filosofica. Prima di diventare marxista, ovvero prima di individuare la classe operaia industriale come la moderna e peculiare forza sociale levatrice del socialismo, nei vulcanici scritti giovanili, Marx così pose filosoficamente la questione:

«La liberazione è la liberazione dal punto di vista di quella teoria che proclama l’uomo la più alta essenza dell’uomo (…) la condizione operaia è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell’uomo. (…) Quando il proletariato annunzia la dissoluzione dell’ordinamento tradizionale del mondo, esso esprime soltanto il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è la dissoluzione effettiva di questo ordinamento del mondo». [K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Dicembre 1843-Gennaio 1844].

Evidente la matrice umanistica e idealistica di questo filosofare. Pochi mesi dopo il nostro, riflettendo sulle prime rivolte operaie in Germania, ribadiva questa matrice filosofica:

«Una rivoluzione sociale si trova dal punto di vista della totalità perché — se pure essa ha luogo solo in un distretto industriale — essa è una protesta dell’uomo contro la vita disumanizzante, perché muove dal punto di vista del singolo individuo reale, perché la comunità, contro cui la separazione da sé l’individuo reagisce, è la vera comunità dell’uomo, l’essenza dell’uomo». [ K. Marx, Glosse critiche all’articolo di un prussiano. Agosto 1844 ]

Qui, con le categorie di essenza umana, di comunità e totalità, sta la sorgente filosofica del successivo mito della classe operaia, qui abbiamo già, infatti, la figura simbolica di una classe sociale dalla missione salvifica e universale. E’ a questo punto che Marx compie una seconda mossa filosofica: l’innesto su questa matrice umanistica della dialettica hegeliana servo-signore, radicalizzandola:

«Proletariato e ricchezza sono opposti. Essi formano come tali un tutto. Entrambi sono figure del mondo della proprietà privata. Ciò che conta è la posizione determinata che entrambi occupano nell’opposizione. Non basta dire che sono lati di un tutto. (…) Il proletariato è costretto è costretto a togliere sé stesso e con ciò l’opposto che lo condiziona e lo fa proletariato, la proprietà privata. Esso è il lato negativo dell’opposizione, la sua irrequietezza in sé, la proprietà privata dissolta e dissolventesi». [K. Marx, La sacra famiglia. Settembre 1844]

Da questa mossa Marx ricava e propone una versione estrema di teleologia deterministica:

«Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta temporaneamente come fine. Ciò che conta è cosa esso è e che cosa sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere». [ K. Marx, Ibidem]

… e in quello “maturo”

Come si vede qui non abbiamo nessuna analisi del capitalistico modo di produzione, nemmeno un riferimento alle sue leggi di movimento tra cui la presunta essenziale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Non abbiamo le categorie di merce, di valore e plusvalore, nessun accenno al lavoro astratto come fonte del valore. Pur tuttavia, come detto, è qui che vengono gettate le basi filosofiche del mito della classe operaia come soggetto che proprio in base alla sua intrinseca essenza, pur senza averne coscienza, quali che siano le sue rivendicazioni, è destinato, anzi costretto, a compiere la propria missione. Non si discute quindi di possibilità, qui c’è il dogma finalistico della necessità. Usando il paradigma di Carl Schmitt, per cui le moderne categorie delPolitico non sono che concetti teologici secolarizzati, dovremmo parlare di una visione soteriologica ed escatologica.

C’è qui, infine, implicita un’idea, anzi un teorema: che la battaglia dei proletari in difesa dei propri interessi immediati, anche meramente sindacali, sia consustanziale a quella ideale e rivoluzionaria per il comunismo. Sarà Lenin a prendere atto che così purtroppo non è, che le lotte sindacali ed economiche sono “la politica borghese in seno alla classe operaia”, che la coscienza rivoluzionaria non sorge spontaneamente ma “può essere portata solo dall’esterno” dei meri rapporti di fabbrica. [ V.I.Lenin, Che fare ] 

Chiediamoci: il Marx maturo, quello del Capitale, quello che pretese di aver trasformato il socialismo da utopia a scienza, rinnegò forse, come ebbe a sostenere Luis Althusser, la sua visione filosofica originaria? Per niente. Egli utilizzerà le sue analisi empiriche del capitalismo e le sue scoperte scientifiche, come conferme a fortiori della sua visione finalistica della storia. Solo si sbarazzerà di certo linguaggio astratto e concetti metafisici — ad esempio l’idea del proletario come agente di una rivoluzione sociale che nel suo essere totale e radicale doveva addirittura fare a meno di essere politica — affinché il mito di una classe rivoluzionaria in sé potesse essere più solido e quindi penetrare tra le masse, affinché diventasse una forza invincibile. 

Il proletariato della fase idealistica subiva un processo di transustanziazione, il suo carattere provvidenziale dipendeva ora non più dall’essere la parte più alienata e abietta della società, bensì dal posto centrale che esso deteneva nel processo di produzione sociale, in quanto incarnazione della forza produttiva generale.

«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente». [K. Marx F, Engels, L’ideologia tedesca, 1845-46]

Spazzato via, a favore dell’oggettivismo storicista hegeliano, ogni dualismo kantiano tra essere e dover essere. E’ l’essere stesso così, il movimento oggettivo della storia, a procedere, motu proprio, verso il comunismo.

Una forza è tanto più invincibile se crede nel mito di sé medesima, se si convince che la propria liberazione non è mera possibilità — che quindi dipende dall’incontro di molteplici fattori  — ma risponde a necessità, ad un movimento oggettivo, ad un ordine destinale della storia. Invincibile poiché addirittura impersona la spinta delle moderne forze produttive. Di qui la tesi che il socialismo sia l’ineluttabile frutto dello stesso sviluppo delle forze produttive capitalistiche; di qui il mito che la classe operaia (orami individuata negli operai dell’industria moderna) abbia intrinseca la missione di sopprimere, col capitale, se stessa, in vista del definitivo approdo al “regno della libertà”. Il comunismo come inveramento in terra della “città di Dio”.

Non abbiamo così solo un mito, ma mito raddoppiato in quanto si addobba coi paramenti sacerdotali della scienza. Un mito che sarà poi Engels a giustificare, fabbricando un marxismo come sintesi di storicismo, positivismo e evoluzionismo — con ciò aggiungendo al corpo teorico marxiano ulteriori antinomie.

Che qualche dubbio si sia insinuato già in Marx sulla natura e il ruolo attribuito alla classe operaia è certo. Non ci spiegheremmo altrimenti il seguente lapidario giudizio:

«La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla».[ Karl Marx a Schweitzer, 13 febbraio 1865 ]

Né capiremmo il ricorso di Marx (nei Grundrisse) alla categoria del “general intellect”, che infatti verrà utilizzata da certo operaismo italiano, dopo la sbornia fabbrichista, come controfigura e successore della classe operaia. Anche questo tentativo era il sintomo del tramonto di un mito, anzi il tentativo, disperato quanto elegante, d’inventarsene uno nuovo.

E’ proprio così, la classe operaia o è rivoluzionaria o non è nulla, per la precisione, e stando alle categorie del Marx maturo, solo la parte variabile del capitale. E quando questa classe è riuscita a svolgere, momentaneamente, un ruolo rivoluzionario è stato grazie all’esistenza, nel suo seno, di un’avanguardia organizzata, un’avanguardia forte appunto dell’arma del mito. 

Dopo l’oblio, quale mito?

Ha resistito il mito della classe operaia — quello che il postmodernista Francois Lyotard ridenominò “meta-narrazione” — alla prova della storia? La risposta è no. Non solo non ha resistito, dopo essersi appassito è stato dimenticato dalle masse, abbandonato anzitutto dalla classe operaia medesima, stanca di portare addosso quella pesante croce. Quel mito è stato condannato alla desuetudine, è oramai un’arma scarica, un’idea priva di ogni potenza evocativa. 

C’è stato un momento storico decisivo in cui il mito della classe operaia è stato messo alla prova: dopo la rivoluzione bolscevica. Davanti a quel poderoso assalto al cielo, compiuto per nome e per conto della classe operaia mondiale, di quella europea anzitutto, questa classe, nella sua maggioranza, è restata appresso ai socialdemocratici, in Italia e Germania subendo addirittura un processo di fascistizzazione, così che l’avanguardia russa è stata lasciata drammaticamente sola, fino a collassare su sé stessa. Oggi possiamo dirlo: quello fu un colpo letale, un colpo dal quale il grande mito non si riprenderà più.

Nulla di nuovo che ci siano in giro testardi i quali, sordi alle lezioni della storia, non vogliano riconoscerlo, che sperano nel miracolo della sua palingenesi. Che si rifiutano di ammettere che la dipartita di quel mito è forse la ragione fondamentale del supplizio subito dal marxismo, poiché esso era il vero e proprio fulcro su cui poggiava l’intera  costruzione teorica.

Nulla di strano che i miti siano destinati ad appassire per poi soccombere all’opera distruttrice del divenire storico. L’umanità, le civiltà, molti ne hanno conosciuti, rimpiazzando miti vecchi con miti nuovi. 

Del fatto che gli umani abbiano bisogno di miti, di simboli che indichino orizzonti di senso alla storia, lo vediamo anche nei nostri tempi. In barba ai sapientoni liberali che considerano i miti arcaiche fantasie, vediamo oggi che il mito a cui la civiltà occidentale (e non solo quella) consegna il suo destino è quello della scienza, per la precisione della potenza della tecnica e dei suoi prodigi. Ogni civiltà ha un suo mito, che corrisponde al suo proprio spirito. E’ un paradosso solo apparente che il mito che nella modernità abbia resistito sia proprio quello della scienza, che proprio questa sia diventata la religione civile, con la sua corte dei miracoli di apostoli, sacerdoti e ministri del culto. Non cadete nell’inganno: il mito della tecno-scienza non cade dal cielo, è la maschera dietro alla quale la nuova borghesia nasconde sé stessa, spacciandosi come agente del progresso universale. 

Ma che sia un travestimento ingannevole non deve impedirci di smentire quella che Marx considerava come la principale contraddizione sistemica, quella tra rapporti di produzione e forze produttive, per cui il capitalismo sarebbe diventato una camicia di forza del “progresso”. In verità il capitale è per sua natura dinamico, mosso anzi da un frenetico impulso vitale. Esso non può infatti fare a meno di sviluppare le sue forze produttive, quindi ad utilizzare pro domo sua ogni scoperta scientifica per accrescere la propria produttiva potenza. Il capitalismo è una “brutta bestia” per diverse ragioni, ma la prima delle quali è proprio che in fatto di progressismobatte in breccia ogni concorrente.

Così forse ci spieghiamo come mai, siccome questo progressismo si manifesta come spietato Moloch che sacrifica ai suoi piedi tutto quanto di propriamente umano incontra sulla sua strada, s’avanza nelle viscere del mondo un comune sentire anti-progressista e tradizionalista, che certe élite politiche tentano di usare come carburante reazionario.

Il fatto è che avendo la storia scippatoci il vecchio mito, non abbiamo un contro-mito da opporre a quello di cui il capitale si serve per giustificare la propria supremazia. E non si vede all’orizzonte, né questo contro-mito, né un profeta che lo annunci.

Per questo dovremmo forse chiuderci in un cenacolo? No, l’umanità è sempre in cammino e noi dobbiamo procedere con essa, sapendo anzi che siamo dentro una crisi di civiltà, che il mondo conoscerà nuove scosse telluriche, che dentro questo gorgo siamo condannati a stare, a pensare, ad organizzarci per agire. Dobbiamo accendere il fuoco con la legna che abbiamo in cascina. E che legna abbiamo? Quanta ne abbiamo?

Abbiamo un neo-capitalismo che nel suo vorticoso sviluppo, come non mai, ha ammucchiato ricchezza smisurata ad un polo e miseria crescente a quello opposto. Abbiamo un sistema che mentre ha neutralizzato la classe operaia salariata ha creato una moltitudine di dannati costretti a loro volta a mettersi in vendita per tirare a campare. Non è propriamente una classe, è una nuova plebe. Una poltiglia sociale che tuttavia recalcitra, si oppone come può allo stato di cose presente. Queste plebe rifiuta tuttavia questa condanna, sa che oggi non è nulla ma vuole essere tutto, inizia lentamente a sentirsi popolo, vuol diventare popolo ed in quanto tale chiede democrazia reale e sovranità. Questa consapevolezza può sembrare poca cosa, in verità porta seco un impulso che, per quanto frammisto a diversi detriti, sta entrando in rotta di collisione con la nuova aristocrazia liberal-capitalistica, perché contiene un’eccedenza comunitaria e democratica che non può essere esaudita dal sistema, che quindi può (sottolineiamo può) avere una dimensione rivoluzionaria.

Da qui occorre partire, dal fatto di sentirsi e voler essere popolo di questi nuovi e tiranneggiati plebei, dal loro considerarsi l’anima stessa della comunità nazionale, dall’aver scoperto che loro è la nazione, che anche per questo il super-capitalismo globalista (di cui la Ue  è protesi) vuole mandare in frantumi. 

Crescono i populismi delle più diverse fattezze, ed i nazionalismi con loro. Siamo nella fase di ascesa di questi populismi non quindi per un accidente, ma perché il populismo è la modalità funzionale, la forma politica più adeguata che questa plebe ha partorito, per dimostrare di esistere, per sfidare il potere dell’élite, per rivendicare giustizia sociale. Se le sinistre sono escluse da questa sfida è perché si sono messe di traverso alla riscossa plebea, quelle di regime per ovvie ragioni, quelle radicali anche per essere restate aggrappate a mito morto della “classe operaia”, riciclato e sputtanato in quello del “povero migrante”, così che la lotta di classe è diventata la pietistica e impolitica “accoglienza” a prescindere, con la violazione delle frontiere come simbolo di massimo antagonismo (sic!).

Classe e nazione

Maggio 2004, era il tempo dei 21 giorni di lotta allo stabilimento FIAT di Melfi, in Lucania. Uno sciopero prolungato animato da un pugno di sindacalisti della FIOM. Si concluse con una sostanziale vittoria. Avvenne un fatto che ci colpì profondamente. Davanti alla carica della polizia gli operai si sedettero a terra e mentre i celerini si accanivano con i loro manganelli gli operai, tutti assieme, intonarono non Bandiera Rossa ma… Fratelli d’Italia.

AI critici che ci dicono che dimentichiamo il “fattore di classe” diciamo che è l’esatto contrario, poiché questa lotta plebea è, nelle concrete condizioni, una forma, per quanto sui generis, di lotta di classe. Il compito non è quello di trasformare questa plebe in classe, ma di sostenere l’impulso di questa plebe a diventare popolo, affinché diventi una forza rivoluzionaria. Affinché ciò sia possibile occorre oggi, non un riverniciato partito comunista, ma un partito che invece di fare spallucce davanti ai fenomeni populisti, agisca per dividere il grano dal loglio, per depurare l’impulso democratico implicito nel populismo dai detriti anche reazionari che lo contaminano. Un partito populista di massa, rivoluzionario e democratico.

Avremo convinto i nostri critici? Ne dubitiamo. Come minimo le loro critiche ci son servite a precisare quanto pensiamo. Per noi è abbastanza.

Tuttavia, dato che essi vogliono trastullarsi al gioco del chi è più “fedele alla linea” chiudiamo con una citazione di Engels, che mentre era convinto della missione salvifica della classe operaia, sapeva altrettanto bene che per farlo detta classe doveva appunto diventare l’avanguardia politica della nazione, il campione di altre classi popolari. 

“Come si può uscire da questa miseria? Solo una via è possibile. Una classe deve diventare abbastanza forte da far dipendere dalla sua ascesa quella di tutta la nazione, dal progresso e dallo sviluppo dei suoi interessi il progresso degli interessi di tutte le altre classi. L’interesse di questa unica classe deve diventare per il momento interesse nazionale”. [F. Engels, Lo status quo in Germania, 1847]

Ammesso che gli operai assumano un ruolo dirigente, non ci riusciranno mai con un classismo ottuso, sezionale e corporativo, non sotto la bandiera dei propri interessi particolari ma, al contrario, nel nome dei diritti universali della società, della nazione e dei suoi cittadini.

Articoli originali: https://sollevazione.blogspot.com/2019/06/tesi-per-una-sinistra-patriottica.html?m=1

https://sollevazione.blogspot.com/2019/07/il-mito-della-classe-operaia-di-moreno.html?m=1

Maurizio Acerbo se ne esce con un tweet di palese natura razzista, commentando l’ennesimo fatto di cronaca dando prova di uno sciacallaggio degno di Salvini, sostenendo che che i “maschi bianchi” rappresentino un problema per la sicurezza (e l’eunuco, intendendo se stesso, forse ha ragione). Ora servirebbe trovare la differenza rispetto ad un leghista che aspetta il fatto di cronaca per dire che gli assassini sono stranieri di colore. Sorpresa: non ce ne sono.
Stiamo assistendo finalmente al suicidio di una sinistra, ben radicata con Washington e Wall Street, che alla piazza rossa preferisce quelle degli outlet, persone che invece di occuparsi degli ultimi o combattere il razzismo contestualizzando ed annullando le generalizzazioni fanno l’opposto. Non basta l’ennesima figura di merda data con l’appoggio a Tsipras, alle passeggiate con i piddini o riducendosi allo zero virgola adesso si offende pure l’operaio che si sveglia alle 5 del mattino per pochi spiccioli perche’ ha il colore di un assassino.
La storia vi ha già sconfitti e condannati.

Sulla degenerazione della politica

Siamo nel 2019, sono passati undici anni dalla crisi del 2008 e siamo in una condizione alquanto ilare.
Le Destre vedono una nuova luce, la Sinistra si fossilizza, economia in decrescita, sempre più poveri diventano più poveri e sempre più ricchi diventano più ricchi, nell’era del tardo capitalismo globale siamo tutti più piccoli.

False promesse per false politiche “sociali”. Quali politiche sociali? Reddito di cittadinanza? Tagli al pubblico? Austerità? Jobs act?
Bah, roba da commercialisti.
La cosa più paradossale è che da qualche anno (un decennio?) a questa parte una larga fetta dell’elettorato di Sinistra sembra essere scomparsa misteriosamente. Rapimento politico? Repressione fascio-borghese? Desaparecidos in salsa italica? Forse la realtà è più insidiosa di così.

Sin dalle elezioni politiche del 1992 (considerate le ultime della prima repubblica) si ebbe una stagnazione della politica italiana: il popolo non aveva più un’ideologia di riferimento (un tempo si era divisi tra DC e il PSI-PCI, i grandi protagonisti della prima repubblica), con una conseguente diffidenza del meccanismo statale e la rappresentanza politica; il PCI era definitivamente uscito dai giochi, il PSI e la DC erano ai minimi storici e si sciolsero in tanti “rami cadetti” che formano il moderno panorama politico.
Si ruppe qualcosa nella società italiana.
Niente masse scroscianti radunate per il proprio leader, non più discorsi epocali in piena piazza, niente scioperi di massa, non più bandiere politiche ovunque, non blocchi politici, non come una volta. Da lì in avanti solo governi tecnici e frammentari, partiti morenti e profondamente cambiati dalla forza creatrice che li aveva originati.

Si può dire quindi che da lì in avanti ci fu un allontanamento dalla politica da parte del popolo, allontanamento arricchito dalle politiche dei governi successivi, che, da Destra a Sinistra, sono state di matrice squisitamente neoliberista.
Ci si chiede dunque come abbia fatto la Sinistra, nemico assoluto del neoliberismo, a scendere a patti con i sostenitori di questa politica scellerata.
Ebbene, le radici di questo fenomeno risalgono al ’93, quando dopo la dissoluzione dei grandi blocchi politici si assistette alla diffusione del moderatismo nelle ali della Sinistra meno intransigente, formando quindi partiti di ispirazione “liberal-progressista”. E così siamo passati dallo statuto dei lavoratori al Jobs Act, fino alle socialistissime (si fa per dire) politiche salva-banche e tagli al pubblico.

Ed ecco che arriviamo al nocciolo della questione: ci si può ancora fidare della Sinistra?
Rispondere alla domanda non è semplice, ma ci si può sicuramente interpellare sul perché ci sia stato uno scivolone a Destra così rovinoso.

Anzitutto, c’è da dire che affermazioni come “deriva di Destra” e “popolo di Destra” sono affermazioni vuote, prive di dati sufficienti, capite quindi che è difficile convalidare queste tesi con i semplici occhi. La verità non è mai palese.
Alle elezioni del 4 marzo 2018 l’affluenza è stata del 72%, per un totale di più di 12 milioni e mezzo di astensionisti, cifra record della nostra storia.

Il problema quindi non è solo strutturale, bensì ideologico. Una riluttanza crescente all’assecondare il sistema politico vigente perché esso non è più in grado di soddisfare i cittadini, con il conseguente spostamento e rovesciamento delle tendenze.
Chi era di Sinistra un tempo potrebbe odiernamente votare Destra e viceversa, anche se il fenomeno interessa più la Sinistra, questo perché essa è ormai divisa, incoerente, priva di potere, e quelle volte in cui è riuscita ad entrare nel governo ha soltanto deluso i suoi elettori. La Destra al contrario appare (l’apparenza inganna) più solida e coerente, in grado di esaudire, con la sua retorica (fattore inscindibile della politica, da qualsiasi lato) e le sue promesse, i desideri del popolo (o almeno quelli imposti dall’informazione), aggiunto ad un crescente malcontento e diffidenza per l’intellighenzia nazionale e i media consolidati in grado di direzionare l’opinione pubblica, che, se si parla di grandi nomi, sono per lo più sotto le mani di esponenti di Sinistra (falsa Sinistra aggiungerei) o simpatizzanti, mentre l’opposizione ha modo di espandersi nei territori elastici del Web e direzionare a sua volta l’opinione pubblica. È naturale quindi che si crei una zona grigia tra le due fonti politiche principali d’informazione, e che il cittadino comune si ritrovi a scegliere tra due fazioni estremamente distinte, che a seconda della fonte che l’ha influenzato di più, possono avere connotazioni positive o negative (buoni e cattivi in soldoni). Quindi, se esso non rimane neutrale, dovrà per forza scegliere con chi stare, e spesso cambiare schieramento, sentendosi tradito dal proprio, nella speranza che le promesse vengano mantenute. Molte volte si vota un dato partito avendo una mentalità opposta ad esso (capita spesso che cittadini di Sinistra, pur restando tali, votino partiti di Destra), creando quindi grande ambiguità. Ma se dovessimo declinare il celebre detto “penso quindi sono”, si potrebbe benissimo dire che “voto quindi sono”, e difficilmente ciò che voti trascende da ciò che sei.

Quindi, c’è davvero una deriva di Destra?
È innegabile che la Destra, dopo la parabola berlusconiana, si sia espansa molto, sopratutto tramite mezzi alternativi come Internet, che permettono a tutti di diffondere informazione (spesso falsata). Internet non è uno specchio così preciso della nostra società come si pensa; mostra una massa eterogenea e spesso manipolata. Sistemi di alterazione dei dati come la cosiddetta “bestia” di Salvini inoltre complicano di gran lunga l’analisi oggettiva delle tendenze.
I dati suggeriscono invece che non vi sia una tendenza unanime, ma una grande spaccatura all’interno del pensiero comune (che riflette anche la spaccatura politica che vede decine di partiti diversi e in antitesi, spesso della stessa ala) testimoniata dalla scarsa affluenza e dal risultato ambiguo delle elezioni per l’esecutivo e le europee.

In conclusione, le tendenze sono qualcosa di mutevole e mai consolidate.
L’odierna politica riflette le insicurezze di una società cambiata e insicura, incapace di autodeterminarsi e quindi confusa sulle proprie scelte. Sinistra e Destra ora come ora hanno confini labili ed estremamente elastici, e le azioni dei loro rappresentanti allontanano le simpatie del popolo, mostrando chi sono per davvero: falliti che almeno in pubblico si prendono a mazzate e inveiscono contro i potenti, ma quando si va a scavare in profondità, stringono la mano agli oppressori (i sindacati che collaborano con il capitale sono solo uno degli esempi; il governo che fa il lupo contro l’Europa quando invece teme ogni atto di forza è anch’esso uno degli esempi).
E l’astensionismo crescerà.

Stracciamo le tessere di partito, nel nome della libertà.
Ci auguriamo quindi che tutti prima o poi si sveglino dalla favola politica e capiscano l’importanza dell’unione nazionale e dell’azione concreta e radicale.

Quel “sinistrismo maschera della Gestapo” che non se ne è mai andato…

I movimenti reazionari hanno sempre mostrato una spiccata tendenza al mistificare la loro natura tramite discorsi vaghi e demagogici al fine di garantirsi una concorrenzialità rispetto ai progressisti e ai rivoluzionari. Non ci si deve stupire nel vedere i difensori più accaniti dell’ordine sociale e dello status quo ammantarsi di un’aurea socialisteggiante, tanto indefinita quanto priva di sostanza. Non devono stupire nomi come “manovra del popolo”, slogan come “Europa dei popoli” o le mascherate a tema operaio tanto care al nostro ministro dell’Interno. La vicinanza ai lavoratori è millantata, solo superficiale e puramente propagandistica. La verità si vede nelle azioni di questi sedicenti “patrioti”, ossia nella sistematica sottomissione agli interessi delle lobbies finanziarie internazionali e ai cartelli industriali lombardo-veneti. Mentre i primi chiedono deregolamentazioni e privatizzazioni a non finire, i secondi spingono per un’egoista autonomia, per una “secessione dei ricchi” e per sostituirsi alla confindustria franco-tedesca alla guida del Regime Europeo. Tutte queste richieste, nell’immediato o meno, sono accolte dal “governo del popolo” quanto lo sarebbero da una qualsiasi opposizione di centro-sinistra.

Vi è poi un altro sinistrismo, meno istituzionale e più “militante”, composto dai sedicenti “rivoluzionari” tanto pronti e celeri nell’attuare una ribellione puramente estetica quanto nell’ignorare gli attacchi alla sovranità democratica, l’imperialismo dilagante e l’onnipresente liberismo. Per questi socialisti della domenica l’Unione Europa “non è un problema”, la globalizzazione “è inevitabile e va accettata”, mentre affermare l’esistenza di un popolo italiano, affermare l’esistenza di realtà collettive e basate sulla solidarietà è “retaggio novecentesco”. Pronti a scendere in piazza per le più becere quisquilie piccolo-borghesi, si rifiutano con ostinazione di difendere la democrazia, di difendere la sovranità e l’indipendenza del popolo. Gli unici fascisti, per queste prefiche dell’estrema destra, sono quelli con la svastica ricamata sul giubbotto. Quelli in giacca e cravatta, quelli che causano spaventosi aumenti della mortalità infantile, quelli che scavalcano bellamente i parlamenti nazionali, quelli che attuano politiche anti-operaie e di darwinismo sociale sono, al limite, visti con indifferenza, quando non con stima. Vedere convinti europeisti salutare a pugno chiuso, definirsi socialisti e bollare di “rossobrunismo” chiunque sia ancora legato ai principi comunitari che sono la base del socialismo non è tanto motivo di sconforto, quanto la constatazione della vittoria del capitalismo nella guerra culturale.

Che si presenti come selfie in tenuta da lavoro, come pugno chiuso ad una manifestazione a sfondo europeista, questa maschera copre il volto multiforme del Capitale.