Rivoluzione come progresso integrale

Libertà ed uguaglianza, obbiettivi imprescindibili e fondamentali, sono in ultima analisi dei mezzi per un più grande miglioramento dell’Uomo dal punto di vista morale ed interiore. A questo serve il Progresso: più che a riempire le pance a riempire cuori e menti. Se la rivoluzione avesse come obbiettivo la pura felicità materiale allora che senso avrebbe nei confronti di noi occidentali, che nella maggior parte dei casi certo non deficitiamo di beni e servizi? No, la Rivoluzione è un qualcosa di ben più ampio e profondo di un miglioramento economico, è un miglioramento dell’uomo tanto come singolo quanto come Umanità collettiva.
“Non si persegue il progresso per costruire belle fabbriche ma per fare belle persone”, scriveva Ernesto Guevara mezzo secolo fa, come eco rispetto a rivoluzionari più lontani. Già Giuseppe Mazzini un secolo prima scriveva nel Dei doveri dell’uomo “Dovete dunque cercare, e otterrete questo come mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici.”. La rivoluzione non può essere semplicemente un riempire le pance, non può mirare unicamente a fare materialmente contenti gli uomini, ma deve usare un miglioramento materiale come trampolino di lancio per un progresso integrale: solo così sarà vera rivoluzione

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

“Ma se il popolo si desta…”

Grande manifestazione ieri in piazza a Roma, migliaia e migliaia scesi in piazza mossi dall’appello del comitato Liberiamo l’Italia. Finalmente stiamo assistendo alla costruzione di un fronte democratico di lotta in opposizione al regime capitalista e alle sue manifestazioni più prossime: Nato ed Unione Europea. E’ nostro dovere contribuire alla crescita e ai successi di questo movimento, vera speranza per la lotta di liberazione nazionale, unico progetto concreto, al di là della sudditanza verso gli alter-europeisti nostrani e del cretinismo elettorale. E’ stato un grandissimo sforzo aver portato in piazza più di tremila persone, ma ciò rappresenta solo l’inizio. La vera battaglia è ancora davanti a noi, e si combatterà nelle piazza, nelle scuole, sui posti di lavoro. Alle nostre spalle, dalle plebi insorte dell’antichità, al Risorgimento alla Resistenza abbiamo migliaia di padri ideali che ci spingono alla battaglia. La nostra lotta sarà coronata dalla Vittoria.

Di seguito il testo dell’intervento del nostro delegato alla manifestazione e il comunicato del Comitato Promotore.

“Esistono giorni la cui importanza non è avvertita dai contemporanei, i quali, sia chi partecipa all’avvenimento, sia chi si limita ad osservare, non sono ancora in grado di comprenderne l’importanza storica. Pensiamo al 14 luglio del 1789, quando il popolo, conscio della sua naturale ed assoluta sovranità, conquista e distrugge l’odiata Bastiglia. Ebbene noi pensiamo a quella stessa sera, con Luigi XVI che tornava a casa concluse le sue signorili attività, e forse con noia appuntava sul suo diario personale “oggi non è successo niente”. Si sarebbe accorto da lì a poco cosa era successo quel giorno, eccome se ne sarebbe accorto!
Ora, cittadini, mentre io parlo davanti voi in questa piazza, altri tiranni tornano alle proprie case. Non più re di antiche dinastie, ma banchieri, speculatori, affaristi e tutta la schiera dei loro camerieri. Anche questi, con la stessa boria ed impertinenza, annoteranno vicino a questa data “non è successo niente”. Presto si accorgeranno di cosa è successo!
Chiedo quindi a tutti voi, compagni cittadini, di avere Fede. Fede nella forza del popolo, poiché se questo si desta, e si sta destando, non esiste forza terrena capace di sconfiggerlo. Davanti a noi stanno armate le schiere dei capitalisti, degli egoisti, dei tiranni di ogni specie. Uniamoci e li schiacceremo sotto ai nostri piedi!
Liberemo l’Italia, ridaremo il sacro diritto all’Italia di esistere, coesistere e prosperare assieme ad ogni altra nazione umana. La nostra lotta ha per arma il popolo e non conosce confini, a nulla varranno le infamie e i sotterfugi atti a dividerci, a metterci fratello contro fratello: il nemico è chiaro, e non è il mio pari, l’altro sfruttato, ma colui che dall’alto ci impone il cappio. Con loro nessuna pietà, nessun accordo. Spezziamo le sue catene: fuori dall’Euro, fuori dall’Unione dei Padroni Europei e fuori dalla Nato, ma soprattutto fuori loro dall’Italia! Siamo di più, abbiamo dalla nostra parte la forza della fede e la certezza della giustezza della nostra causa. Viva l’Italia, viva il popolo! Vinceremo!”

12 ottobre: un primo bilancio
Diversi sono i criteri per valutare se una manifestazione è stata un successo oppure no.
Certo, anzitutto da quanti hanno raccolto la sfida.
Aver motivato più di tremila cittadini venuti a Roma da tutto il Paese, la gran parte con mezzi propri, è un grande successo.
La data del 12 ottobre sarà una data da ricordare.
Un grande successo, per niente scontato quindi, confermato da diversi fattori.
Avevamo detto che il 12 ottobre sarebbe stato il primo passo, l’inizio di un cammino, quello che dovrà dare vita ad movimento popolare, indipendente e trasversale, per liberare l’Italia dalle gabbie dell’Unione europea e del neoliberismo.
La volontà, non solo nostra, ma dei tanti che erano in piazza è che sì, si deve andare avanti in questa direzione. Non demordere, agire, organizzarsi, per costruire LIBERIAMO L’ITALIA come nuova comunità politica, democratica, ribelle, patriottica e internazionalista perché solidale con gli altri popoli. La Costituzione del 1948 come nostra stella polare.
Sappiamo che il terreno è in salita, ma i tantissimi cittadini che ieri ci hanno avvicinato offrendo la loro disponibilità ad essere protagonisti di questo cammino di libertà, ci riempie di gioia e ci da tanta forza.
La responsabilità è enorme, sappiamo che il difficile comincia adesso, che non possiamo permetterci errori.
Non li faremo se sapremo fare tesoro della lezione che ci ieri ci è venuta.
Ieri, in piazza, era palpabile il clima di soddisfazione: per lo spirito unitario, plurale ma inclusivo della manifestazione.
È stata come una sinfonia: tante le voci uno solo l’annuncio: LIBERIAMO L’ITALIA!
Di più. Grazie ai fratelli stranieri presenti (greci, francesi, spagnoli, inglesi, austriaci, ma anche africani) e di quelli non presenti (saluti sono giunti da diversi altri paesi), la manifestazione ha voluto esprimere il sentimento di fratellanza verso tutti i popoli che soffrono sotto il giogo delle oligarchie liberiste e della finanza predatoria globale.
Solo uniti vinceremo, uniti procederemo, uniti ce la faremo.

Il Comitato promotore
13 ottobre 2019

Il malinteso fra democratici e socialisti nelle parole di Mazzini

Riportiamo qua di seguito l’estratto di una lettera di Giuseppe Mazzini al patriota spagnolo Ferdinando Garrido riguardo al suo ultimo testo sul socialismo europeo. Da queste erighe emerge tutta la volontà conciliatrice di Mazzini nei confronti delle frange materialiste del socialismo, opposte per un’incomprensione al movimento democratico, che mentre ne condivideva le finalità di radicale cambiamento sociale né osteggiava le basi filosofiche. Davanti ad un nemico comune e ad un comune obbietivo la pluralità di punti di vista può essere solo che un’arma in più, ma per saperla adoperare occorre una volontà di sintesi e una non indifferente dose l’umiltà. Né Mazzini né i suoi compagni/avversari materialisti seppero compiutamete mettere in atto un processo positivo, ma la volontà, seppur altamente, ci fu. Oggi più che mai è necessario trarre i dovuti insegnamenti dalla storia passata.

“Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe media dalle classi operaje. Questo malinteso consiste nell’aver confuso, sì gli uni che gli altri, i sistemi socialisti col pensiero sociale, col principio d’associazione.
Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana, quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.
Gli altri credettero che l’antagonismo della Democrazia verso i loro sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e condannarono quindi la Democrazia, in nome dell’Associazione.
Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.
Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti uniti.
Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse anzitutto devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.
E neppure può esservi una rivoluzione puramente sociale. La questione politica, cioè a dire, l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l’antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale.
È necessaria all’operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.
La parola d’ordine dei nostri tempi è l’Associazione, che deve estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell’avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l’ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell’attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l’intera Società, poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.
Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî ogni giorno maggiore.
Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre, che non cesso di ripetere: LIBERTÀ—ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un’ampia via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?
Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti; progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero democratico, che non s’inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l’associazione?
Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta![…]”.

Democrazia: alcuni ragionamenti

La questione della lingua

Una parola non è che uno strumento, essa serve un fine che è la comunicazione di un certo contenuto. La scelta di un termine e la definizione che si da di esso sono strumentali al tipo di contenuto che si vuole comunicare. Non esiste nessun significato intrinseco, e tantomeno una naturale tendenza nella parola, che non ha caso necessitano per esistere di una mente umana che la componga, verbalmente o graficamente. Avendo come fine la comunicazione di un messaggio tanto soggetto a fraintendimenti più o meno voluti quale è quello di natura politica, è estremamente necessario fermarsi a definire i termini. Ci concentreremo ora su alcune parole necessitanti di definizione, la quale è da comprendere, per riuscire ad intendere i nostri successivi ragionamenti. Ciò che ci interessa non è la formalità, l’aspetto esteriore dei termini, ma il loro contenuto. Sentitevi dunque liberi, una volta letta ed intesa la sostanza, di sostituire al termine dato quello che più si confà alla vostra cultura e mentalità.


-Partito: vogliamo intendere con questo termine una particolare organizzazione sociopolitica a carattere gerarchico e verticistico, la quale si basa su vincoli di interesse materiale, ed inserita all’interno di una universale guerra di tutti contro tutti, data per assiomatica e, sovente, moralmente giustificata. Da questa guerra si vuole uscirne vincitori, mantenendo gli sconfitti in una posizione di inferiorità e di sudditanza. Il partito prevede un modello competitivo, che si fonda sulla discordia e che per essa vive. Diciamo “Partito” quella forza integrata all’interno di un sistema classista espressione degli interessi di un particolare gruppo, una parte, che vuole arrivare al vertice della piramide sociale senza intaccare le fondamenta di questa, ossia la natura competitiva e gerarchica. Un’organizzazione politica rappresenta in nuce un mondo che si vuole creare, un dover essere da imporre all’essere. Essendo il partito non indirizzato ad un cambiamento ma unicamente ad una diversa distribuzione del potere esso si può definire come l’organismo antipolitico per eccellenza.


-Democrazia: “potere del popolo”. Per attribuire un significato a questa parola è necessario prima di tutto definire i termini “popolo” e “potere”, per cui: -Popolo: Assieme di individui che sono, o si vogliono, liberi ed eguali, e che si definiscono storicamente con un passato ed un futuro comuni. Tale ente è delimitato nel tempo e nello spazio dai limiti della sua azione storica.
-Potere: facoltà di poter intervenire liberamente e senza costrizione alcuna, al di fuori del soddisfacimento dei bisogni naturali, sull’ambiente d’azione, sia esso esterno al soggetto o esso stesso. Si è potenti in ragione di quanto si è liberi, la capacità di esercitare tale potenza è detta sovranità.
Risolta questa questione possiamo passare al termine che mette in correlazione i due precedenti, ossia “democrazia”, che risulta dunque essere la capacità del popolo di intervenire spontaneamente su se stesso e sulla sua sfera d’azione senza restrizioni che il rispetto dell’altrui diritto di fare altrettanto, ossia di autodeterminarsi. Democrazia significa progresso di tutti ad opera di tutti, ossia l’assenza di classi sociali o di interessi divergenti, i quali generano per natura una situazione di guerra che impedisce l’esercizio della collettiva autodeterminazione. Significa perfetta comunanza d’intenti data dal riconoscimento dei propri diritti naturali e del limite di questi posto nell’altrui diritto. La democrazia è dunque definibile anche come l’assenza del conflitto e della competizione fra parti, poiché non prevede l’esistenza di queste. E’ l’antitesi del privilegio, poiché prevede la perfetta eguaglianza, poiché una disparità economica si traduce in disparità di potere politico. E’ l’antitesi del narcisismo individualista e del becero campanilismo, che maschera l’egoismo con il mantello di un simulato senso d’appartenenza comunitaria.
Con la questione terminologica risolta almeno in parte possiamo addentrarci in alcune brevi riflessioni su alcuni aspetti della situazione corrente.

Cretinismo elettorale

Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma tuttavia persiste l’esistenza di un forte zoccolo duro ancora convinto che all’interno del totalitarismo liberal-liberista le elezioni siano qualcosa in più che una semplice formalità, l’illusione del controllo popolare su una sovranità che è sempre con più insistenza rivendicata da gruppi privato aventi interessi propri e proprie agende. Abbiamo visto la privatizzazione della Banca d’Italia, abbiamo visto l’euforico ingresso nell’area euro, abbiamo visto la firma del Trattato di Lisbona e finanche la menzione in diversi articoli della nostra Costituzione dell’Unione Europea e delle sue direttive. Abbiamo visto interi pacchetti di riforme varati in ossequio a direttive di un organismo evidentemente di maggior peso come l’Unione Europea. In aggiunta a ciò, sul nostro territorio nazionale trovano riparo migliaia di soldati stranieri, intere flotte e persino armi nucleari. Serve una certa dose di coraggio per portare avanti con tutti questi dati evidenti il pensiero che basti raccogliere alcune migliaia di firme o di voti per poter liberarsi da tutte queste catene. Come se il processo fosse così lineare poi, come se per costruire il consenso non servissero ingentissimi mezzi di cui ogni forza che vuole porsi al di fuori di certe dinamiche di potere è destinata a rimanere totalmente sprovvista. Pensieri del genere possono nascere solamente in mancanza di una capacità d’analisi sistemica, dal concentrarsi sulla forma e non sulla sostanza dell’epoca storica da noi vissuta. Questo atteggiamento leguleio rende sterile ogni azione politica, ogni sano slancio verso il cambiamento, ogni energia riposta in un progetto. Certo, il partecipare alle elezioni garantisce una, seppur minima, visibilità, ma c’è da chiedersi se un progetto di crescita a lungo termine sia possibile visto il sempre più terribile potere degli oligarchi. Occorre aggiungere che questa comoda illusione che prevede unicamente lo sforzo propagandistico per assicurarsi la vittoria va spesso di pari passo al feticismo per mai esistiti “bei tempi andati”. Analizziamo un periodo diventato molto comune da idolatrare dopo l’introduzione della locuzione “sovranismo costituzionale” nella terminologia politica: la Prima Repubblica. E’ inutile dire che questi anni nulla ebbero di “glorioso”: i diritti sociali furono sì maggiori rispetto agli attuali, e sicuramente si riuscì a godere di un benessere abbastanza diffuso, ma ciò fu reso possibile da violentissime manifestazioni volte a contestare lo status quo democristiano. La Prima Repubblica è il periodo dell’IRI, del proporzionale puro e del boom economico, ma è anche il periodo degli anni di piombo, della Gladio, dell’ombrello della N.A.T.O, del terrorismo, della repressione, delle asprissime lotte sociali che sovente lasciavano morti per le strade, della rivolta di Reggio e della strage di Modena, degli accordi Stato-mafia e dei tentati golpe. Un conto è riconoscere le caratteristiche economiche e sociali di un dato periodo, elaborando quindi una critica storica che metta alla luce pregi e difetti, l’altro è il feticismo nostalgico che pone come fine un passato non solo inventato, ma materialmente non replicabile.

Individuo e comunità

L’esistenza di una dicotomia fra individuo e comunità è retaggio dei pensatori individualisti ed egoisti, i quali arrivarono all’estremo del solipsismo e al ritenere la comunità come una finzione. In realtà, come innumerevoli sapienti insegnano, da Proudhon a Pisacane a Mazzini, l’individuo non è soppresso o “castrato” dalla comunità, ma reso più libero, e di conseguenza più potente. La libertà cresce in corrispondenza dell’aumentare delle relazioni sociali che l’individuo stabilisce con i suoi simili, non rinunciando alla sua precedente libertà ma anzi aumentandola. Si potrebbe dire che sia proprio questo il ruolo dello Stato: non solo tutelare ma anzi aumentare la libertà d’ognuno, garantita da un patto sociale e dal vivere in comunità. Pensare che limitando la propria libertà si arrechi beneficio al gruppo è come pensare che si possa correre più veloce tagliandosi una gamba. La comunità è un’astrazione dell’individuo, il quale riconosce il proprio vicino come assimilabile a lui, vede in lui un minimo comune denominatore che permette di creare un concetto unitario che vada a mettere in correlazione tutti e due i soggetti. E’ d’uopo andare a contestare una popolare quanto stupida credenza, ossia quella secondo la quale l’astrazione non farebbe parte del reale. Per ridurre al silenzio ciò basta pensare alla vita quotidiana, come concetti astratti quali la famiglia, il denaro, una società per azioni, una legge e un titolo di studio riescano ad avere enormi ricadute sul reale nonostante il loro essere astrazioni, convenzioni sociali, pensieri sviluppatisi nella mente degli uomini e diffusi intorno a loro. L’astrazione non si ferma al singolo che scopre nel suo vicino un membro della sua famiglia, ma porta le famiglie ad unirsi formando città, le città nazioni, le nazioni l’Umanità. In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che ogni attacco contro la persona sia un attacco non solo alla famiglia e alla nazione, ma alla totalità degli esseri, in quanto il singolo questi genera e in questi è contenuto.

Contro la gerarchia

Ogni ripartizione ineguale di potere fra gli uomini non è solo dannosa per la vita sociale, ma profondamente antidemocratica. Poco importa il titolo che si vuole dare ad un superiore: sia esso presidente, segretario, capo, duce, comandante la sostanza è una divisione verticale destinata a generare interessi contrastanti e dunque conflitto. Gli uomini sono eguali e liberi di natura, la nostra etologia vuole che ci si raggruppi nella maniera tale da garantirci le migliori possibilità di sopravvivenza, ed essa non è il potere del singolo sul gruppo, ma la sovranità del singolo su sé stesso, della comunità sulla comunità. Ogni livello della socialità umana ha una sua particolare sfera d’azione, ed entro questa sfera d’azione è giusto che agisca solamente il soggetto in questione. Tutto ciò che non inficia la comunità è lecito al singolo, tutto ciò che non arreca danno all’Umanità è lecito alla nazione, questo perché il limite della libertà è l’altrui diritto, di conseguenza non sono diritti il furto, l’omicidio e la schiavitù, ma anzi il loro contrario, ossia l’imposizione di un privilegio. Ovviamente all’interno della comunità ci si pone il problema del soddisfacimento di certi bisogni, sempre crescenti col passare della Storia. Dalle semplici necessità di cibo e riparo si è passati a dover regolare la distribuzione di beni in territori vastissimi, la riscossione delle tasse e il mantenimento di servizi di igiene pubblica. E’ lecito e giusto che ogni cittadino, ossia il libero uomo conscio dei doveri nati con la vita comunitaria, svolga la mansione a lui più consona, e che tragga da questa tutti i bene a lui necessari. Essendo la vita in grandi comunità estremamente complessa, è legittimo che esistano commissari deputati dalla comunità stessa a svolgere particolari compiti, siano essi il regolare gli orari dei treni o a condurre trattative commerciali. Questi commissari non devono però essere dotati di per sé di nessun potere al di fuori del mandato concesso dal popolo per un particolare compito da svolgersi in un particolare tempo, devono essere in ogni momento sindacabili e revocabili dalla loro posizione. Il potere del popolo su sé stesso deve essere assoluto, non esiste carica che il popolo debba valutare come “superiore” a quella del cittadino normale, ossia dotata di diritti maggiori.

Libertà e sacrificio

Da ciò di cui abbiamo discusso prima se ne può dedurre che una mutilazione della libertà del singolo non rechi giovamento alla comunità, ma che anzi la libertà di questa venga in modo proporzionale ridotta. Di conseguenza una riduzione della libertà non si traduce in un sacrificio, ma in un attentato alla vita pubblica. La parola “sacrificio” deriva dal latino, e significa “rendere sacro”. Ciò di cui l’uomo si negava in favore di un qualcosa di maggiore, sia stato cibo, capi di bestiame o anche la vita, era ritenuto reso sacro dal gesto. Elementi fondanti di questo processo erano la sua spontaneità del dono e il suo valore in termini di lavoro, di attaccamento o di importanza. Il sacrificio non era automutilazione, ma rinuncia ai frutti del proprio lavoro, della propria fatica, della vita. Esso si traduce nell’impegno quotidiano, nell’instancabilità, della repulsione verso la pigrizia. Si traduce nella scelta di inserire in una scala valoriale ben precisa ciò che è dovere e ciò che è superfluo, sacrificabile. Impegnandomi per la comunità, combattendo pro aris et focis non perdo una libertà individuale per guadagnare un potere collettivo, ma aumento la mia libertà e con essa quella della mia comunità

5 punti per l’azione politica

Vogliamo elencare sommariamente 5 consigli che ci sentiamo di fare a noi stessi e ad ogni nostro interlocutore, 5 punti essenziali e semplici per la correzione dei vizi ai quali si può andare naturalmente in contro, ancora di più in questi tempi bui che suscitano reazioni retoricamente estremistiche ma sostanzialmente “conservatrici”.
1-Rinunciare ad ogni aspirazione ad un ruolo messianico, prendere coscienza che l’agire del singolo per essere fruttuoso deve essere inserito in un contesto comunitario, così come quello comunitario deve essere posto in un contesto più ampio.
2-Bando al feticismo e all’idolatria. Non c’è bisogno di santini o di madonne, non serve ricordare improbabili età dell’oro. Serve una presa di coscienza del presente, il porre questo in continuità col passato, il rifarsi creativamente e criticamente ad esso, senza erigere altari, poco consoni ad un popolo che si vuole civile.
3-Non avere paura dei termini. Lasciamo le coscienze spaventate dai toni a sé stesse, esse non sono soggetti storici, ma spettatori passivi. Chiamiamo le cose per quello che sono, con intelligenza ma senza paura di causare turbamenti negli animi degli insicuri. Questo è l’unico modo per costringerli a prendere campo: porli davanti ad una scelta.
4-Aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Farsi illusioni di improbabili intercessioni divine, capovolgimenti improvvisi o altre sciocchezze è assolutamente controproducente. Siamo in una situazione estremamente difficile dove solo ancora per poco saranno rispettate certe formalità “democratiche”. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza, i nostri discendenti chiederanno conto delle nostre azioni.
5-Sentirsi parte del tutto, non parte fra le parti. Ogni ente è scomponibile, ogni ente è assimilabile ad altri per arrivare ad un ente maggiore. Non esiste contraddizione in ciò, anche se avviene tutto al contempo. Prendiamo atto di questo, prendiamo atto che la nostra individualità esiste come collettività di livello minore, e la nostra collettività come individualità di livello maggiore.

Mazzini, lotta di classe ed interclassismo

Giuseppe Mazzini, come da noi ricordato in un precedente articolo, si rendeva benissimo conto tanto della necessità di un programma che raccogliesse le istanze e gli interessi della classe operaia quanto della mancanza di questo. Questi interessi, nella visione mazziniana, non dovevano però rispondere unicamente ad un bisogno materiale, ma all’applicazione di una più ampia legge morale. “Senza morale non vi è Rivoluzione”. Una mero cambio della guardia, la variazione delle persone detentrici della sovranità non è sufficiente. Quello che occorre è l’imposizione di una Legge, che Mazzini fa discendere da Dio, non unicamente economica, ma totalmente umana. Questa legge può essere da chiunque intesa, e chiunque può battersi a suo favore, da qui il suo “interclassismo”, ben diverso da quello corporativo che vorrebbe far conciliare le opposte istanze delle classi padronali e salariate. La società deve avviarsi verso un avvenire di giustizia, dove ognuno sia “padrone della totalità della ricchezza da lui prodotta”, ma anche dove lo scopo ultimo non sia la sopravvivenza, ma il miglioramento, il progresso, in un’ottica tanto individuale quanto comunitaria. La lotta di classe fondata puramente su conflitti d’interesse di natura economica non risulta quindi lo strumento più sicuro, in quanto il bisogno materiale porta l’individuo a mettere se stesso al primo posto, anche anteponendosi alla propria classe. La lotta dev’essere condotta al sistema classista in sé, ai suoi principî e ad ogni sua manifestazione, portando avanti le istanze di giustizia sociale, eguaglianza e fraternità ma scongiurando la tirannide sottomettendo la lotta ad uma direttrice profondamente morale. Strumento per questo è l’Associazione, ossia unione frsterna avente il Progresso come scopo. Si badi bene: non associazione fra padroni e sudditi, ma fra uomini liberi.
Mazzini peccó indubbiamente di idealismo nel ritenere che il suo messaggio potesse essere non solo accettato, ma addirittura compreso, dalla stragrande maggioranza del tessuto sociale italiano, in special modo la medio-piccola borghesia, che mai avrebbe rinunciato ai propri privilige in nome di una giustizia che a loro non avrebbe arrecato altro che una perdita di potere politico. Detto questo, è bene sottolineare come anche l’eccesso opposto, il materialismo economicista, non abbia che portato alla soppressione di qualsiasi istanza rivoluzionaria in nome di un caduco miglioramento della situazione materiale di pochi “capipopolo”. Come negare ciò guardando il mondo attuale, dove sono i sindacati a bloccare gli scioperi, come avvenne a Genova nel 2013, per paura delle conseguenze della lotta, dove le organizzazioni autoproclamatesi “socialiste” se non addirittura “comuniste” fungono da quinta colonna per le organizzazioni padronali neo-feudali come l’Unione Europea, o guardando ad ogni rivolta sedata da un “piatto di minestra”, da Giolitti a Tsipras. La giusta via sta nel mezzo, nell’analisi pragmatica della situazione materiale e nella guida di una direttrice morale ed ideale, via che anche se sottaciuta è stata alla base di ogni esperienza rivoluzionaria vittoriosa. I cuori non si conquistano con le discussioni sulle variazioni del saggio del profitto, né da queste sono rassicurati se stretti in un cella o difronte alla morte, né allontanati dalle possibilità di corruzione. È la bellezza di un’Idea a tener saldi i corpi davanti al fuoco nemico, a spronare verso l’incorruttibilità, il radicalismo e la coerenza.

Stati Uniti dalle contraddizioni

«Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America, e alla Repubblica che essa rappresenta: una Nazione al cospetto di Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti.»

Questo il testo del “Pledge of Allegiance”, giuramento attraverso il quale il cittadino americano professa la sua fedeltà alle istituzioni federali al Paese. Presente fin dalla fine del ‘900 come “rituale” mattutino all’interno delle scuole, crebbe in popolarità durante la Seconda Guerra Mondiale, popolarità che mantiene tutt’ora anche al di fuori del mondo scolastico. Il presidente D. Eisenhower interpretò il testo del giuramento nel seguente modo: una nazione indivisibile, così per grazia di Dio, dal quale il popolo trae forza morale, in cui libertà significa la possibilità di ricercare il benessere e la felicita, e in cui giustizia significa imparziale applicazione del diritto. Inutile dire che questa interpretazione risente enormemente delle contraddizioni interne alla cultura e alla retorica dello stato americano. Partiamo dall’Inizio:

“Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America…”: la bandiera nazionale è il simbolo materiale che rappresenta una comunità e la sua unità, rappresenta cioè una realtà sociale e fraterna. E’ lo stato di cose vigenti in America assimilabile al concetto di comunità, ossia esistono vincoli di fraterna solidarietà fra i cittadini ed immedesimazione del prossimo, visto come fine e non esclusivamente come mezzo? Assolutamente no. La società americana è composta da atomi impegnati in una eterna guerra di tutti contro tutti. Non esiste solidarietà, l’altro è un nemico, un avversario. L’obbiettivo di ogni individuo è di trionfare nello scontro, contro e a discapito di ogni altro concorrente. Gli americani giurano fedeltà ad un qualcosa che non esiste e della quale impediscono con tutta forza la nascita, ossia di una comunità nazionale americana.

“…e alla Repubblica che essa rappresenta…”: il termine repubblica deriva, come è ben noto, dalla locuzione latina Res Publica, che indicava lo stato. Letteralmente è traducibile come “cosa di tutti”, ergo logicamente un qualcosa, in questo caso l’istituzione politica, sulla quale ogni cittadino esercita una pari forza. Per esercitare una pari forza politica se ne consegue che ogni cittadino deve disporre di una pari forza economica. Non vi è eguaglianza finché esistono persone costrette a vendersi e persone disposte a comprarne altre, poiché i rapporti di forza che vanno a crearsi pregiudicano la libertà e l’indipendenza dei sottoposti, oltre che fornire ai possidenti risorse ingenti con le quali infiltrare le istituzioni. Viene spontaneo chiedersi a quale repubblica giurino fedeltà gli americani, visto che l’attuale assetto socio-politico statunitense si regge sul privilegio e sulla potestà economica di una ristrettissima cerchia di ultra-miliardari attorniati da una leggermente più vasta schiera di milionari, i quali assoggettano ai propri interessi interi apparati ed agenzie dello stato. Parlando dell’Unione si potrebbe senza paura di esagerare parlare di uno stato totalmente privatizzato, solo nominalmente diverso da una s.p.a.

“…una Nazione al cospetto di Dio…”: nonostante i secoli passati ed il”melting pot”, la società americana rimane, tutt’ora, profondamente sottoposta ai dogmi e alla forma mentis del fondamentalismo cristiano dei primi coloni. Il loro Dio non è quello del nostro Illuminismo, non è un Dio-ragione, non è nemmeno un Dio-Cosmo panteista, non è un qualcosa di relativo, sorgente di una morale che è a discrezione dell’individuo, e nemmeno un Dio pieno d’amore e di comprensione, ma è un Dio terribile, dogmatico, che punisce i poveri e premia i “meritevoli” ricchi. Da esso non c’è scampo, predomina, anche velatamente, in ogni aspetto della società, dalle scuole dove tutt’ora sono insegnate le leggende creazioniste alle Università dove qualsiasi forma di dibattito che non sia tollerabile dai vari puritanesimi ora esistenti è bandita, dalla contestazione del sistema liberista alle, giustissime, critiche ai vari folli corsi su pretesi “studi di genere”.

“…indivisibile…”: questa parola suona particolarmente amara oggi giorno , con un terzo degli americani classificabili come indigenti, con più di 600.000 persone prive di fissa dimora, un sistema sanitario che induce al suicidio i malati, i quali non hanno spesso il coraggio di caricare sulla famiglia le esorbitanti spese, conflitti razziali ancora in corso e che si protraggono da secoli, consumi altissimi di psicofarmaci e diffusa violenza da parte delle forze dell’ordine il tutto convivente col 41% delle persone più ricche del pianete, con alcune delle più grandi aziende al mondo. La verità è che gli USdA furono divisi dai primissimi momenti, spente le illusioni popolari della guerra d’indipendenza, in classi assolutamente contrapposte e senza possibilità di intesa o confronto: sfruttati, di ogni colore, e sfruttatori, di ogni colore.

“…con libertà…”: come può esistere la libertà all’interno della guerra eterna? Come può l’uomo autodeterminarsi se in perenne conflitto, obbligato ad essere padrone o servo? Cosa è la libertà per il povero, il senzatetto, il ragazzo analfabeta del ghetto, il tossicodipendente, l’indiano alcolista delle riserve, il salariato se non una crudele presa in giro? La “terra dei liberi” è abitata da schiavi.

“…e giustizia per tutti.”: bambini uccisi dalla polizia perché scambiati per pericolosi armati, famiglie sfrattate e buttate per strada, diabetici lasciati a morire senza che il Dio protettore dell’Unione suggerisca qualche provvedimento a riguardo, prigioni più utili per nuove Soluzioni Finali che a scopo riabilitativo, imperialismo spudorato, sfruttamento e deportazione della mano d’opera immigrata: solo un folle potrebbe vedere in un sistema che permette ciò la giustizia. la loro giustificazione morale è semplice: che vinca il migliore. Quella legale da questa discende. Ma questa non è giustizia, e, anzi, questa non potrà mai esserci finché esisteranno l’oppressione, il privilegio, la prepotenza e lo sfruttamento.

Joseph Weydemeyer, comunista, soldato dell’Unione, fondatore del “Die Revolution” e della Lega dei Lavoratori Americani

Esaminato il testo del “Pledge of Allegiance” è doveroso ora porre sotto accusa tutto il pensiero “patriottico” statunitense, che porta l’americano medio, ingordo di fast food, birra e armi, ad innalzare una bandiera da lui in realtà non compresa ed osteggiata nel suo giardino e, al contempo, a rispondere al molesto questuante, magari pure reso disabile da qualche guerra padronale, un sonoro “Trovati un lavoro!”. Gli Stati Uniti non hanno patrioti, ne hanno avuti pochi, pochissimi,morti illusi di farlo per un avvenire di giustizia nella rivoluzione o protestando davanti a fabbriche e miniere. Ma non ha senso colpevolizzare: il grasso americano, col suo giardino, la sua birra e le sue armi è una vittima, tanto quanto il proletario africano, asiatico o europeo. Per lui la situazione è drammatica, mancandogli il bagaglio culturale che permette a noi, forti di secoli di lotte e di speculazione filosofica, di analizzare il sistema capitalista e di ribellarci a questo. Occorre agire sui pochi, pochissimi americani non sottomessi, e favorire la comprensioni delle basi della Democrazia, della Giustizia e della Libertà. Per far questo occorre, fra molte altre cose, fare in modo che la bandiera nazionale non stia più nelle mani della polizia, del “deep state”, di qualche brufoloso “libertarian”, ma in quelle dei lavoratori affiancata dalla bandiera rossa. Il potenziale rivoluzionario che risiede nell’idea della comunità è enorme, e i continui attacchi a questa e ai suoi simboli ne sono prova.

Russia, 1905: la Rivoluzione mancata

Poco più di un secolo fa, in Russia scoppiava la rivoluzione. Non la celebre e vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre, ma quella mai realizzatasi del 1905.
Nei primi anni del 1900, ben prima del fatidico 1917, lo tsar Nicola II diede le ennesime conferme della sua incapacità di governare e di comprendere il Popolo.
Ignorando i suggerimenti dei propri consiglieri esperti di strategia militare e geopolitica, si sporcò le mani spedendo migliaia di Uomini al fronte, perdendo la guerra contro l’impero Nipponico, che a quei tempi stava diventando una grande potenza industriale; è in questi mesi che accadde il celebre ammutinamento dei marinai della corazzata Potëmkin, marinai costretti a cibarsi di carne avariata mentre i loro superiori cenavano alla grande con tacchino e altre prelibatezze.
La Popolazione era allo sfascio, circa due terzi di essa era in uno stato di emergenza.
Morti e sofferenze continue a causa della scarsa igiene, della misera sanità, e del poco cibo.
C’era la necessità di trovare un capo espiatorio; e ovviamente, continuando come tradizione ciò che fecero i suoi predecessori, lo tsar diede la colpa alle minoranze presenti nell’impero.
Ed ecco le progrom, sommosse popolari scatenate dall’oligarchia, cercando di fare “scarica barile” incolpando gli ebrei per la situazione miserabile in cui si era sprofondato l’impero.
Certo, il Popolo, soprattutto quello rurale e purtroppo ignorante, spesso ci credeva.
Ma il 1905 cambiò qualcosa.
Dopo tutti questi fallimenti da parte di Nicola, e dopo la tragica “domenica di sangue”, in cui manifestanti pacifici (molti di loro intonarono addirittura “lunga vita allo tsar”) recatisi davanti al Palazzo d’inverno vennero brutalmente uccisi dai soldati imperiali tornati dalla guerra contro il Giappone.
Grazie alla sempre più crescente presa di coscienza di classe da parte dei sfruttati, aiutati e guidati dai vari movimenti socialisti, scoppiò la rivoluzione.
Questa, anche se naturalmente non portò cambiamenti massici e dallo stesso calibro della Rivoluzione d’Ottobre, fu comunque un primo passo verso quell’importante avvenimento storico.
Ed è con questa occasione, infatti, che si formarono i primi soviet: assemblee formate da lavoratori, in cui si organizzavano ad esempio gli scioperi, da cui poi la futura Unione delle Repubbliche Socialiste prenderà il nome.
Ma perché questa rivoluzione non fu abbastanza, e perché ci fu bisogno di ben altre due rivoluzioni, prima quella di febbraio poi di ottobre nel 1917?
La rivoluzione del 1905, come detto prima, portò diversi cambiamenti, ma molti di questi erano più che altro promesse.
Promesse nuove e mai pensate durante il regime zarista, ma pur sempre vuote.
In questa occasione, infatti, vennero lanciati diversi manifesti di cui quello del 17 ottobre è il più importante e significativo.
Nei primi manifesti si affermava che tutti i problemi che aveva la Russia (disoccupazione, fame, perdite in guerra, ecc.) erano causati dall’incapacità di governare dello tsar e dei suoi consiglieri.
Riguardo il manifesto del 17 ottobre, Trotsky seppe riassumere molto bene in contenuto di esso: «Abbiamo la libertà di riunirci, ma le nostre riunioni sono circondate dalle truppe. Abbiamo la libertà di esprimerci, ma la censura non è cambiata. Abbiamo la libertà d’istruirci, ma le università sono occupate dai soldati. Le nostre persone sono inviolabili, ma le prigioni sono affollate. Abbiamo Witte, ma ci è stato lasciato Trepov. Abbiamo una costituzione, ma l’autocrazia è sempre là. Abbiamo tutto… e non abbiamo niente».
Le rivoluzioni che la seguirono danno la prova di quanto questo impero stava barcollando, e che sarebbe bastato un poco per spingere la popolazione ad un ennesima insurrezione, questa volta più grande.
Quel “poco”, purtroppo, fu la prima guerra mondiale. E la solita incapacità di dirigere dello tsar e della sua combriccola porterà il Popolo Russo a ribellarsi prima facendo abdicare il re e facendo salire a potere un governo provvisorio, poi a ribellarsi per un ultima volta facendo salire a potere i Bolscevichi.

“Ci scusiamo per l’inconveniente, ma questa è una rivoluzione.”

“Ci scusiamo per l’inconveniente, ma questa è una rivoluzione.”

Subcomandante Marcos

É questa la frase che ha detto il portavoce del movimento zapatista al governo messicano che credeva di poter fare accordi assassini con gli USA senza pagarne le conseguenze. Ma come fare una rivoluzione? Prima di tutto bisogna costruirla, e la costruzione del risveglio popolare lo si fa tramite l’azione politica. Non servono a nulla dei millantatori e dei filosofi da salotto che pensano a parlare ma non ad agire, e purtroppo oggi sono numerosi. Agli zapatisti (o neo-zapatisti) non é servita un’intensa azione propagandistica per costruire la rivoluzione poiché tra il popolo “delle montagne del Sud-Est Messicano”- come si definiscono loro- rieccheggiava la coscienza della propria misera situazione e le sue cause, quindi é servita solo la scintilla dei guerriglieri rivoluzionari a far scattare la rivolta popolare.
Molti si chiederanno quale sia questa azione politica che punta alla rivoluzione, semplicemente bisogna fare un’azione intensiva e pedagogica che punta a mostrare al popolo: le motivazioni della rivoluzione, le falle, le malfunzioni e le ingiustizie del sistema vigente, come cambiare il sistema e come sarebbe il Nuovo Stato. Esempi concreti del suo funzionamento sono la Rivoluzione d’Ottobre, costruita da Lenin e dai bolscevichi per liberare la popolazione dalla povertá e dal feudalesimo che vigeva nella Russia Zarista; la Rivoluzione dei popoli latinoamericani, che grazie a Bolívar divennero liberi ed indipendenti, anche se per poco, in quanto Bolívar fu ucciso prima di poter avverare il sogno di un’America Unita; la rivoluzione centroamericana di Zapata, José Martí, Sandino; le varie rivoluzioni africane, che tentarono e tentano di liberare i loro popoli dalle oligarchie capitaliste, imperialiste e neocolonialiste; le rivoluzioni democratiche in Europa nel 700/800.

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.” Disse Giordano Bruno, martire del libero pensiero, brutalmente arso vivo dalla Chiesa Cattolica. Questa frase rappresenta esattamente la nostra società, dove l’uomo pensa solo e unicamente a due cose: produrre e consumare a favore del Capitale Finanziario Internazionale. Allo stesso modo di Giordano Bruno noi dobbiamo creare un risveglio popolare che porti l’essere umano alla sua emancipazione.
Il Capitale e la Chiesa Cattolica hanno sempre collaborato in senso antipopolare e antidemocratico, respingendo ogni tentativo di emancipazione popolare, basti pensare al tiranno della Repubblica Dominicana Trujillo, che era supportato dalla Chiesa e dagli Stati Uniti (anche se non ufficialmente) nelle sue azioni repressive contro i rivoluzionari e le minoranze nere/haitiane presenti nel paese, fortunatamente il popolo dominicano è riuscito a liberarsi dalle sue catene dimostrando al mondo che la rivoluzione, per quanto ardua è possibile. Riassumendo la situazione, seimila tra militari e volontari civili dominicani sfidarono oltre sessantacinque mila soldati americani e sudamericani, il risultato fu la sconfitta, ma nel popolo rimase accesa la fiamma e poco tempo dopo si ribellarono ancora “all’Ancien Regime” che si era ricostituito, e anche oggi il partito che si è fatto portavoce del popolo dominicano governa il paese col pieno consenso popolare.
Un altro esempio da stimare è il coraggio e la forza con cui gli studenti e i professori cileni si ribellano al dispotismo di Piñera, degno successore del terrorista Augusto Pinochet, il quale in risposta alle proteste contro il regime liberista ha mandato carabinieri armati nell’Instituto Nacional, dove ci sono stati vari scontri con professori e studenti.
Evento eccezionale e più o meno raro sono state le rivolte contadine in Germania che tra il 1524 e il 1526 e tra il 1493 e il 1517 hanno dimostrato che il popolo ha il potere di ribellarsi ai padroni. I contadini richiedevano unicamente l’abolizione delle opere e dei censi feudali, l’abolizione dei diritti ecclesiastici e la restituzione delle terre collettive e delle proprietà ritenute comuni (boschi, pascoli e acque) alla popolazione contadina, tuttavia le rivolte furono fortemente represse e le speranze del popolo si dissolsero, almeno apparentemente.

Dopo questi vari esempi bisogna tuttavia fare una contestualizzazione: quelle rivolte erano e sono costruite sul forte malcontento popolare, perché in quei casi le situazioni erano o sono molto precarie, in Italia e in Europa tuttavia vige un sistema astuto, che contrappone all’anarchia economica uno strato sottile e inefficiente di “Stato Sociale” che serve a ben poco e che giova solo all’oligarchia per mascherare la realtà delle cose, è per questo che la nostra azione pedagogica dev’essere molto intensa e volta non direttamente a fare la rivoluzione, ma a porre le basi per essa.

A 162 anni dalla Spedizione di Sapri

Il 25 giugno del 1857 salpavano da Genova, clandestinamente, diversi patrioti guidati dal socialista Carlo Pisacane, imbarcatisi su un piroscafo di linea. Quelli che in apparenza parevano normali viaggiatori erano in realtà audaci rivoluzionari, pronti a compiere un colpo di mano che, per quanto fallimentare, scrisse una pagina indelebile nella storia della lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Carlo Pisacane, soldato e rivoluzionario

“Socialismo o schiavitù: non esiste altra via per la nostra società”

Protagonista ed ideatore dell’impresa fu Pisacane, ex ufficiale del genio presso l’esercito borbonico, socialista, mazziniano ed eccellente soldato. Nato nel nel 1818 da una famiglia della nobiltà partenopea. Dopo una fuga d’amore in Francia e un periodo come ufficiale della Legione Straniera partecipò come volontario alla Prima guerra d’Indipendenza, prendendo parte, dopo la sconfitta piemontese, alla Repubblica Romana mettendo a disposizione di questa la sua esperienza di militare di carriera. Dopo la sconfitta ad opera degli eserciti reazionari Pisacane fuggi a Londra, da dove nel 1853 si trasferirà a Genova. Da qui pianificherà la sua ultima impresa, canto del cigno di un uomo coerente e coraggioso, pronto a sacrificare tutto – ricchezza, stabilità, famiglia- per la causa degli oppressi. Influenzato, oltre che da Mazzini e dai pensatori illuministi, da Proudhon, Bakunin e dai cosiddetti “socialisti utopici”, vide il cambiamento politico come inutile e velleitario se non accompagnato da una rivoluzione sociale. Propugnatore della propaganda del fatto, teorizzava una guerra popolare da causare tramite un’insurrezione vittoriosa fra i contadini del sud, qui l’origine della Spedizione di Sapri.

La spedizione

Guidati da Pisacane, 24 uomini si imbarcarono sul ‘Cagliari’, piroscafo di linea Genova-Tunisi. Preso la notte stessa il controllo della nave, si fece rotta per l’isola di Ponza, dove dal carcere qui presente si aveva l’intenzione di reclutare volontari fra coloro i quali più di tutti avevano motivi per odiare i Borbone. Si costituì così un piccolo esercito, composto sia da ex-detenuti che da guardie passate sotto la bandiera tricolore che da alcuni passeggeri del piroscafo.

La morte di Pisacane in un quadro d’epoca

Sbarcati a Sapri, i rivoluzionari si accorsero prima di tutto della diffidenza della popolazione, ben maggiore rispetto a quella che sarebbe da aspettarsi nei confronti di estranei armati. La polizia era un passo avanti ai patrioti, aveva da tempo diffuso la voce di un’imminente attacco da parte di un gruppo di banditi, aveva fatto armare i latifondisti locali e i loro servi, aveva istruito il clero a sobillare i superstiziosi contadini contro chiunque sembrasse straniero. Trovatisi soli e diffamati in un territorio altalenante fra l’ostile e l’indifferente, i militi della colonna di Pisacane furono braccati ed uccisi dalla soldataglia borbonica e dalle milizie padronali. Lo stesso Pisacane venne ucciso, e 150 dei suoi uomini furono presi prigionieri dal regime monarchico,

L’importanza della memoria

Pisacane fu un ribelle. Egli, portando avanti la bandiera rossa unita al tricolore italiano instillò il terrore nel padronato meridionale, che preferì mascherare il suo tentativo rivoluzionario con uno dei numerosi raid banditeschi che piagavano il non così felice regno dei Borbone. Pisacane, assieme a Mazzini, Mameli e Garibaldi, rappresenta l’altro Risorgimento, quello del popolo che sogna l’emancipazione, quello lontano dagli intrighi di palazzo e dagli accordi fra potenti. Contro la narrazione neo-borbonica, la quale dipinge un “Meridione Felix”, un’età dell’oro rovinata in qualche vago modo dall’Unità, contro il tutt’ora presente sfruttamento dei braccianti agricoli, sottoposti ad un terribile regime da parte di un baronato-caporalato a trazione mafiosa, contro un capitalismo sfruttatore ed un finto socialismo cosmopolita e sottomesso alla retorica liberista occorre oggi più che mai tenere a mente l’eroico esempio di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, caduti per la libertà, l’emancipazione delle classi lavoratrici e l’indipendenza, per la patria e per il socialismo.