Guerra d’Algeria, un Vietnam vicino all’Europa?

La guerra d’Algeria, avvenuta fra il 1954 e il 1962, è passata alla storia come una delle lotte più dure di liberazione dal colonialismo, soprattutto quello francese. Molti autori ne hanno parlato, Sartre per esempio, ed hanno tentato di descriverne i tratti violenti. Dal Casus Belli, Toussaint Rouge il 1 Novembre del ’54, sino alla “pace”, gli accordi di Evian del 18 marzo 1962, si calcolano che siano morti ben più di 140000 soldati del FLN( Fronte di Liberazione nazionale, di orientamento socialista), 300000 civili e circa 1 milione di esodati.

GLI SCHIERAMENTI
Dalla parte del FLN, i principali sostenitori furono l’URSS, la Repubblica Cinese, Cuba e la Jugoslavia.
Per quanto riguarda la Francia, guidata da De Gaulle nella “quinta repubblica”, fu sostenuta dalla Nato e dalla Spagna Franchista, nonché da un gruppo (60000 uomini) di Harki( algerini pro Francia) . Non è, infatti, da sminuire l’apporto che ebbe l’OAS. L’OAS fu una formazione paramilitare clandestina francese, creata il 20 gennaio 1961 dopo un incontro a Madrid (dunque in periodo Franchista), da Jean-Jacques Susini e Pierre Lagaillarde. L’OAS, che aveva come motto “L’Algérie française” era un’organizzazione che attuò numerosi attacchi terroristici, fra cui attentati dinamitardi e assassinii, ed uccise, tra il maggio 1961 ed il settembre 1962, più di 2.400 algerini.

LA FRANCIA ED IL NAPALM
Spesso il napalm viene ricollegato alla resistenza dei “Vietcong”, vittime di attacchi chimici. Tuttavia, in Algeria, furono utilizzati allo stesso modo. Insieme alla tortura, che i francesi usarono quando capirono che soffocare la rivolta non sarebbe stato così semplice, rappresentò la forma più forte di coercizione . Sempre l’OAS, durante il cessate il fuoco, ne fece uso. La Francia ha negato tutti gli abusi sul popolo algerino per molto tempo ed ancora oggi è restia ad ammettere le sue enormi colpe.

IL COLPO DI STATO
Nei primi mesi del 1958 Soustelle organizzò un colpo di Stato, riunendo ufficiali dissidenti dell’esercito, coloni e simpatizzanti gollisti: una giunta armata comandata dal generale Massu prese il potere ad Algeri nella notte del 13 maggio. Il generale Salan assunse il comando di un Comitato di Salute Pubblica, formato per rimpiazzare l’autorità civile, e sostenne le richieste della giunta militare affinché il presidente francese René Coty domandasse al generale de Gaulle di formare un governo di unione nazionale investito di poteri straordinari per prevenire “l’abbandono dell’Algeria”.

Il 24 maggio, paracadutisti francesi dall’Algeria atterrarono in Corsica, prendendo possesso dell’isola senza spargimenti di sangue in seguito alla cosiddetta “Opération Corse”. Subito dopo in Algeria venne dato avvio ai preparativi per l'”Opération Résurrection”, che aveva come obiettivo la presa di Parigi e la rimozione del governo francese. L’operazione sarebbe scattata in tre ipotesi: se de Gaulle non fosse stato nominato capo del governo dal Parlamento, se lo stesso de Gaulle avesse chiesto assistenza militare per salire al potere, oppure se forze comuniste avessero tentato da parte loro di prendere il potere in Francia.

DE GAULLE E LA FINE DELLA GUERRA
Intanto, De Gaulle, veniva eletto presidente in Francia. Con una mossa molto astuta, il vecchio generale decise di includere tutti i musulmani (donne incluse) negli elenchi elettorali per un nuovo referendum costituzionale. Questa mossa poteva indebolire l’FLN, che era riuscito ad ottenere il supporto popolare.
L’FLN, sostenuto dai sovietici e da vari governi africani, instauró un governo provvisorio che non riuscì a dissuadere la popolazione a votare. L’FLN era nel suo momento di massima vulnerabilità, ma riuscì a resistere.
Ma la svolta avviene all’inizio del ’61: a gennaio un referendum ebbe come esito una maggioranza a favore dell’autodeterminazione dell’Algeria; il governo francese riniziò segretamente delle negoziazioni col governo provvisorio di Abbas(che aveva interrotto dopo l’ escalation degli anni precedenti).
Ma alcuni generali non accettarono il passo indietro di De Gaulle, tentarono un colpo di Stato in Algeria che fallì.
Il 19 marzo del 62 si trovò finalmente un’accordo, sebbene l’OAS continuò a sostenere i Pieds Noirs e non smise di attuare angherie sul territorio algerino.

I PIEDS NOIRS E GLI HARKI
I pieds noirs, Che scapparono in massa (1 milioni di persone) dall’Algeria, erano i bianchi francesi. Essi rimasero accampati sulle banchine dei porti per molti mesi, in stato di agitazione. La maggior parte tornò in Francia, alcuni si recarono a Ceuta e Merilla, mentre la comunità ebraice decise di tornare in Israele.
Lo slogan dei nazionalisti algerini in quel periodo fu: “la valise ou le cercueil” (la valigia o la bara). Un trattamento differente fu invece destinato agli Harki. Gli Harki erano tutti gli algerini, musulmani, che decisero di combattere al fianco dei francesi. Di fede musulmana, una volta terminata la guerra furono sterminati dal FLN che non dimenticò mai il tradimento lealista. Alcuni riuscirono a scappare, ma si stima morirono circa 30-60 mila Harki(ricordati recentemente da Chirac con l’istituzione di una “giornata del riconoscimento nazionale per gli Harkis”).

Forte Pietralata: una cospirazione inesistente

“I rivoluzionari appartenevano alla setta anarchica e al partito repubblicano. Riusciti a impossessarsi delle bombe al Forte Pietralata si sarebbero diretti in città per trovarsi alle ore quattro in piazza Colonna, dove alcuni anarchici ed altri rivoluzionari dovevano attenderli per impadronirsi a mezzo bombe a mano del Parlamento e del ministero dell’Interno. Contemporaneamente sarebbero state inviate a mezzo camions bombe al quartiere Testaccio dove rivoluzionari , per precedenti accordi con la cooperazione dei soldati dell’81° Fanteria accasermati nei sotteranei di uno stabile che trovasi prossimo al Lungo Tevere avrebbero ceduto le armi e si sarebbero uniti a loro, per impadronirsi della caserma dei Reali Carabinieri e di quella di Pubblica Sicurezza. Sollevato poi l’elemento popolare del quartiere Testaccio e munitolo di bombe si sarebbero diretti nel centro di Roma. Il gruppo più numeroso degli Arditi doveva assalire il Quirinale ed il ministero della Guerra spalleggiati in questo dal gruppo di anarchici che con bombe a mano dovevano invadere il quartiere di Porta Pia e dirigersi verso Villa Savoia. Essi contavano concertezza dell’appoggio di una buona parte del 2° Bersaglieri e di batteria di Monte Mario.”

(16 luglio 1919, informazioni fiduciarie, busta 84, f. Movimento sovversivo II-Roma, sf Complotto del forte di Pietralata)

Siamo a Roma immersi nel fuoco del Biennio Rosso. Le forze dell’ordine sono in costante allarme con fabbriche occupate, cortei e scontri di piazza che sempre più spesso lasciano a terra morti e feriti. In questo clima di tensione sono moltissimi gli attori in gioco: vi sono i socialisti legati al Partito Socialista, divisi, disorganizzati ed incapaci di dare uno sbocco pratico tanto ai proclami massimalisti quanto al riformismo; vi sono i nazionalisti monarchici, impegnati nella repressione di ogni moto “bolscevico”, supportati spesso da esercito e polizia; vi sono i repubblicani, anche loro divisi fra rivoluzionari e riformisti; vi sono gli anarchici, molto agguerriti, ma molto pochi. In mezzo a tutti questi stanno gli ex-combattenti, coloro che avevano partecipato al conflitto più o meno di loro volontà e con diversi desideri e scopi. Osannati retoricamente dai nazionalisti ed osteggiati in massima parte dal socialismo ufficiale, sin da subito coloro i quali, ed erano milioni, avevano vestito il grigio-verde si sentirono in necessità di riunirsi autonomente per difendere la posizione che pensavano di aver meritato, le “conquiste della Vittoria” o semplicemente la sicurezza economica che dovrebbe per lo meno essere garantita da uno stato il quale ha richiesto impassibilmente l’estremo sacrificio. Se molti d’area nazionalista si riunirono a difesa della Corona da un possibile sbocco rivoluzionario, non meno reduci si raggrupparono in risposta al’aumento del costo dei viveri e del costo generale della vita. In mezzo alla miriade d’associazioni, per citarne due, opposte, la nazional-monarchica “Unione Popolare Antibolscevica” e la socialista “Lega Proletaria Reduci”, svettavano per spirito combattivo quelle formate da ex-arditi, che inizialmente radunati nella Fratellanza Fra gli Arditi d’Italia, di stampo vagamente sociale, patriottico ed apartitico, ben presto si polarizzarono in formazioni opposte e spesso contrapposte, anche fisicamente, le quali arrivarono nelle loro estreme propaggini alla base di diverse sezioni fasciste e nel primo gruppo militante antifascista, gli Arditi del Popolo.

Cosa portava un ex-ardito a compiere quella che agli occhi di un moderno poco informato può sembrare una scelta ossimorica come quella di aderire a correnti anarchiche, repubblicane o socialiste, spesso divise da un labile confine, pur conservando il suo passato da combattente, spesso volontario? Innanzitutto va detto che per molti, come per lo stesso Secondari, la guerra avrebbe potuto rappresentare la miccia per lo scontro sociale, al termine della quale i proletari, ora addestrati ed armati, avrebbero potuto prendere il potere. Inoltre la guerra contro gli Imepri Centrali rappresentava di abbattere odiosi costrutti assolutamente reazionari e fautori di un militarismo aggressivo che nulla aveva da invidiare all’imperialismo inglese o a quello nascente americano. In Italia la guerra non porto la Rivoluzione, e questo per una serie di cause ed errori, ma sicumente porto un periodo di altissima tensione. L’ardito rappresentava sul campo l’equivalente militare di un sovversivo politico: dotato di larga autonomia, abituato all’azione rapida e brutale, sdegnoso nei confronti degli alti graduati e degli “imboscati”, tornato alla vita civile non poteva di certo rassegnarsi alla passività, in specie se abbandonati dalle istituzioni ed assaliti non solo dall’affitto e dalla fame, ma anche dalla sensazione di aver combattuto per nulla, poiché la tanto sudata “Vittoria” non solo non aveva dato all’Italia alcune delle “Terre Irredente”, ma aveva anche permesso di squarciare il velo di Maya della retorica sciovinista vedendo l’enorme profitto degli speculatori, arrichitisi sulla vita di milioni di giovani italiani.

Argo Secondari

Non sorprende dunque leggere nelle comunicazioni interne alla Pubblica Sicurezza uno smisurato timore per le Camere del Lavoro, le associazioni e le sezioni di partito a forte componente di ex-arditi, molti dei quali, nonostante la posteriore propaganda fascista, avevano da subito scelto il campo progressista. Ma passiamo ai fatti. Abbiamo riportato all’inizio di questo articolo un estratto di un documento ad uso interno delle forze dell’ordine. Ebbene, il contenuto di questo è totalmente falso, corrisponendo a verità solo quando menziona un tentato attacco al Forte Pietralata, nel romano. Perché quindi produrre un documento del genere? Parlare di cosa avvenne nella notte del 16 luglio 1919 può essere utile.

il forte oggi

Da una parte abbiamo alcuni uomini, anarchici, repubblicani, qualche socialista, fra i quali vi è anche il Tenente Argo Secondari, e dall’altra un forte presidiato dagli arditi del 17° battaglione. Un forte sì pieno di armi, ma anche, e sopratutto, di viveri. I romani non sopportavano più il continuo aumento dei prezzi, che unito alla cristalizzazione degli stipendi condannava l’intera popolazione cittadina alla fame. Volontà degli “attaccanti” è quella di penetrare nel forte se possibile grazie all’aiuto dei soldati di presidio, e, oltre a qualche utile bomba, recuperare vettovaglie da distribuire alla popolazione. Nessun progetto, almeno nell’immediato, di golpe o attacco a sedi istituzionali, ma solo una mossa nello scacchiere del conflitto sociale. Una pattuglia di soldati viene fermata, e viene coinvolta nel piano. Viene detto loro di tornare al forte, recuperare il materiale e portarlo ad una grotta lì vicino. Nonostente l’apparenza non tutti sono concordi, e tornati al forte vi sono alcuni delatori che allertano i comandanti. Si inizia la ricerca dei sovversivi, i quali vengono arrestati sia sul momento in città che nei giorni seguenti. Incarcerati, saranno rilasciati solo in novembre dopo mesi di proteste in loro favore, che anche se partecipate dalla popolazione, saranno vergognosamente ignorate dai settori “ufficiali” tanto del partito socialista quanto di quello repubblicano. Ma perché fabbricare la notizia di aver sventato un pericoloso piano insurrezionale che avrebbe attentato alla vita stessa della famiglia reale quanto al parlamento? Perchè alzare la tensione era uno dei principali obbiettivi delle forze reazionarie, le quali miravano senza troppe remore ad un golpe militare che ristabilisse l’ordine perseguitando ogni dissidente politico. La stampa, nutrita di notizie false ed esagerate, contribuì nel creare in seno alla società borghese quel clima di paura che porterà all’avvento della dittatura fascista.

Nazione, identità ed etnia

Innanzitutto va fatto notare che in Natura l’entropia non è presente semplicemente nel “mondo fisico” e nelle sue leggi, ma anche nel mondo vivente.
Mi spiego meglio, una singola Cellula, praticamente tra le forme di vita più semplice che ci sia, col passare del tempo ha avuto discendenti sempre più complessi. Certo è un evoluzione lenta, che necessita tempo e anche spazio per svilupparsi.
Necessita spazio in quanto più esso è vasto, più ci saranno cambiamenti a seconda dell’ambiente e di altre circostanze.
Si pensi agli innumerevoli esempi di Animali che da una singola specie son venute fuori più specie per via di divisioni di spazi ed ecosistemi. L’Africa e il Sud America dividendosi hanno avuto questo effetto, parlando ovviamente di moltissimi anni fa; lo stesso è accaduto, e accade ancora, nelle dinamiche Isole del Pacifico, analizzate anche da Darwin.

Questa diversificazione immanente esiste anche nel microcosmo del “mondo umano”.
Da una civiltà più o meno comune degli albori, della semplice cultura della caccia o della pesca, siamo arrivati ad avere arti diverse e molto vaste, a seconda del territorio.
Le arti, insieme alla lingua, sono ciò che distinguono profondamente le Nazioni, ed è anche per questo che praticamente tutti gli Animali non abbiano “Nazioni” ma semplici distinzioni comportamentali sviluppatisi a seconda della Razza nei vari ambienti diversi. Esistono comunque Specie che hanno sviluppato un sistema comunicativo, una forma di linguaggio primitivo che consiste in semplici segnali uditivi o in certi casi olfattivi e visivi; l’esempio più incredibile è forse quello dei Cetacei. Sia Orche che Balene hanno infatti “accenti” diversi a seconda del territorio in cui son cresciuti e quindi vivono, oltre ad esserci piccole differenze sui segni presenti sulla spessa pelle, sempre a seconda del territorio. Sono ancora piccole differenze genetiche, e non sono considerabili come differenze razziali per ora; ma si possono già notare queste minime differenze linguistiche.
Oltre l’esistenza delle Nazioni possiamo dire di avere anche identità macroregionali (o sub-Nazionali), regionali, e addirittura cittadine; ma anche identità continentali o sub-continentali.
Una Nazione si distingue dalle altre perché gli Umani tendono a comportarsi diversamente a seconda del territorio, ed è inevitabile che la Terra ospiti tante Nazioni quanti sono, più o meno, i vari (bio)territori del Pianeta; così come più spazio c’è a disposizione, più diversificazioni prendono luogo: immaginatevi quante possibili culture potrebbero nascere con la colonizzazione dei Pianeti, molto più in là.
Un Italiano è ovvio che abbia una cultura differente da un Arabo, per via dell’ambiente circostante oltre che da influenze esterne. L’Arabo avrà come costume tradizionale un qualcosa di leggero che lo possa coprire ma che allo stesso tempo non lo faccia sudare nel deserto, e accampamenti che siano in grado di resistere all’enorme sbalzo di temperatura che avviene nelle notti. L’Italiano invece vive in un clima mite, mediterraneo, seppur con differenze nel nord Italia lungo le Alpi (ma anche gli Appennini in parte); qua c’è appunto l’influenza esterna. In precedenza, prima dell’espansione dei Romani, i Popoli Italici si estendevano fino al confine meridionale della Pianura Padana; col passare del tempo e le varie conquiste è inevitabile che le cartine geografiche vengano completamente ridisegnate. Mezza Europa è passata dalle mani dei Celti, sviluppatisi in centro europa e quindi culturalmente adatti per molti luoghi (Alpi, Germania meridionale, Carpazi, e clima Britannico), alle mani di Popoli conquistatori che seppur “nati” in circostanze diverse si sono saputi anch’essi adattare al nuovo ambiente, cambiando certe abitudini ma rimanendo comunque con una certa impostazione nazionale e quindi culturale ed artistica, simile od uguale ai connazionali provenienti dal territorio nativo.
È da folli ormai affermare che la Padania, che si estende dalla Pianura alle Alpi, sia in qualche modo una Nazione distinta. È certo che abbiano un identità macroregionale (e anche regionale) diversa da quella del meridione, per via dell’ambiente (come detto prima) e anche per vari motivi storico-politici; ma tra identità macroregionale e Nazionale c’è una certa differenza. È vero inoltre che hanno ancora certe tradizioni ereditate dalle Popolazioni Celtiche, ma queste sono davvero poche e si possono contare con le dita della mano, esiste ad esempio l’halloween (festa ora americanizzata e resa quindi commerciale) in certi paesi del nord Italia, in cui ci si traveste da spiriti e si chiede un po’ di pane invece dei dolciumi; ma la lingua che si parla in Padania è ormai l’Italiano da un bel po’ di tempo, ed ha più influenze Italiche che Celtiche (al contrario della Francia che ha ereditato moltissimo sia dai primi che dai secondi).
Per unire l’Italia si è lottato a lungo in quanto Popolo, questo non significa comunque che tutti i confini nazionali siano stabiliti e “disegnati” nel modo giusto.
La colonizzazione ha portato caos ovunque essa sia avvenuta. Dall’Africa all’Asia all’America, ma anche Oceania.
Mentre abbiamo parlato prima di conquiste, avvenute comunque in moltissimo tempo e per via di eserciti numerosi e continui “mescolamenti”, la colonizzazione è effettuata con pochi uomini che rimangono in disparte e con un imposizione di una cultura fatta dall’alto, questo per via di una discriminazione razziale. Anche i Romani o i Greci si sentivano ovviamente superiori ai barbari, per via dell’avanzato sviluppo; ma non c’è comunque stata, almeno dal punto di vista “macroscopico”, una discriminazione razziale che avrebbe ritenuto la “razza italica” superiore alle altre obbligando i primi a non riprodursi con i secondi.
In Africa e in Asia la questione, come detto prima, è diversa. Gli Europei avevano sì conquistato i territori dei Nativi ma è stata evitata il più possibile la mescolanza delle due Razze (o etnie).
Questo ha portato alla imposizione della cultura Europea ma anche alla preservazione, seppur minima, della cultura Nazionale Nativa. Si pensi ad esempio al fatto che gli Africani di tutte le ex-colonie Francesi ora parlino appunto il Francese; eppure, allo stesso tempo, tutte queste persone sanno anche parlare la propria lingua nazionale. Preferiscono ormai parlare il Francese perché questo è un linguaggio divenuto internazionale ed aiuta anche a comunicare con Africani di nazionalità diversa, ma nel caso uno Stato Africano imponesse di parlare la propria lingua nazionale nei media e nelle arti si risolverebbe la questione. Per preservare (o anche sostituire) una lingua basta insegnarla nelle scuole, utilizzarla come lingua ufficiale nei notiziari (giornali e telegiornali), e nelle varie arti (libri, film, o altro); la Popolazione farà il resto: non puoi di certo imporre di parlare una lingua nelle proprie case, è indispensabile un input da parte delle istituzioni.
Purtroppo non esistono, a parte singole eccezioni, Nazioni Africane totalmente sovrane. La colonizzazione è sì finita, ma si è passati alla neocolonizzazione, cioè quella effettuata sotto il punto di vista economico-finanziario (e quindi legalmente, in modo più nascosto attraverso meccanismi come il Franco CFA).
La questione Americana è ben diversa, nel caso del nordamerica c’è stata prima una colonizzazione, poi una conquista abbastanza “”soft””, per poi passare ad una vera e propria conquista aggressiva dopo l’indipendenza delle colonie dalla corona Inglese.
Mentre nel caso del sudamerica c’è stata prima una colonizzazione, poi una semplice mescolanza in moltissimi casi non aggressiva.
Mi spiego meglio; nel nordamerica i primi coloni Inglesi occuparono ovviamente un certo territorio, lungo la costa orientale, ma si limitarono più o meno allo sviluppo di queste senza avere ulteriori progetti di espansione. La mescolanza della cultura Nativa era assai rara. Le colonie ad un certo punto iniziarono comunque ad espandersi, e dopo aver reclamato l’indipendenza delle 13 Colonie si passò ad uno stato di conquista verso l’ovest (ignorando diversi patti di non-aggressione stretti con i Nativi). Questo portò allo sterminio degli Indigeni (circa il 98%) avendo allo stesso tempo davvero poche mescolanze per via di un senso di superiorità sentito dalla maggior parte della Popolazione “bianca”.
In sudamerica, o meglio l’America latina (quindi anche centro America e Caraibi), c’è stata una storia davvero molto differente. I primi coloni Spagnoli e Portoghesi erano molto aggressivi verso le Popolazioni Native, ma c’è stato un forte cambiamento nel giro di poche generazioni, creando una sorta di nuova Razza composta da Creoli.
I Creoli si sentivano come gente del posto, fratelli sia degli Indigeni che dei bianchi che dei neri (schiavi deportati con la forza da un ennesimo continente, anche questi, come i Nativi, erano discriminati razzialmente nel nordamerica); la cultura Azteca, Maya, Incas, Mapuche, Aruachi, ecc. vennero ovviamente quasi soppiazzate, ma rimasero molte parole, accenti, e tradizioni del posto nella “cultura Creola”. C’è stato inoltre un importante rinascita di queste Culture dei Nativi, che stanno aumentando col tempo anche nei giorni nostri, perché perfino i Creoli (essendo anch’essi almeno in parte Nativi) reclamano ormai di voler riadottare certe tradizioni perdute, o quasi perdute.
Si pensi ad esempio alla Bolivia, che sembrava molto ispanizzata fino a 20 anni fa, ma che ha fatto riemergere la cultura Indigena Andina, con tanto di bandiera Wiphala resa bandiera Nazionale alternativa (parte della grande Nazione degli Incas); o anche al Cile, che con le sue proteste la Popolazione ha iniziato a sbandierare la bandiera Mapuche, in certe parti anche più presente della bandiera Cilena.
I confini delle colonie sono stati decisi dall’alto, non dalla gente del posto. Questi Popoli non hanno lottato per ridisegnare in modo giusto i propri confini, o comunque lo si è fatto molto poco e solo in certe parti (ad esempio c’è stato il tentativo di Bolivar, e la sua influenza la si vede nelle bandiere delle ex-repubbliche della Gran Colombia ora tutte molto simili).
Di confini fatti arbitrariamente ce ne sono molti. L’Africa ne è veramente piena, e basta vedere tutte le linee rette che sembrano esser fatte da bambini di 3 anni con un righello, totalmente a caso (prendendo poi ogni tanto qualche fiume come riferimento per far vedere che ci sia stato qualche impegno nel disegnarlo).
Altro esempio è l’India col Pakistan e il Bangladesh, questi ultimi due disegnati senza fondamenti storico-culturali ma col semplice intento di dividere musulmani da Indù (e altre religioni minori come i Sikh); appena fatti i confini ci fu la più grande immigrazione di massa nella storia dell’Umanità, per via del numero enorme della Popolazione del continente Indiano e per via, soprattutto, dello stato nato totalmente a caso che ha costretto i Nativi ad emigrare per via di una religione diversa.
La verità è che i confini degli stati colonizzati sono stati poi ridisegnati per fini politici, il Pakistan ad esempio è stato creato dall’impero Britannico per accattivarsi i musulmani Indiani, prendendoli sotto la propria ala per poi installare basi militari anche senza che essa sia più una colonia (evitando quindi le varie proteste violente che erano nate dopo la seconda guerra mondiale in seno al continente Indiano; facendo pensare al Popolo che esso sia veramente indipendente e sovrano). Le basi militari erano necessarie in quel territorio per via di una paura, da parte di churchill, di una presunta espansione verso sud dell’Unione Sovietica in cerca di petrolio.
I confini disegnati per via di circostanze politiche (quindi non culturali) sono presenti anche in Europa. L’Austria a fine guerra mondiale doveva esser unita (finalmente) alla Germania, ma lo si evitò per via delle precedenti guerre e di una sorta di sbilanciamento di Popolazione: se la Germania avesse l’Austria (o peggio ancora Slesia e Pomerania) diverrebbe la Nazione più popolosa (e anche ben armata) dell’Europa, a parte la gigantesca Russia. Il Belgio è una sorta di stato-cuscinetto, e, non avendo una forte storia Nazionale dietro, secondo i sondaggi gran parte della Popolazione si sente più “Europea” (ormai confusa come Nazionalità) che Belga; la parte meridionale è di fatto Francese, e quella settentrionale, o Fiandre, è Olandese. Ci sono poi i vari regni o ex-regni che, seppur identificabili come una unica Nazione, rimangono ancora divisi sotto il punto di vista politico-giuridico; e non avendo neanche una coscienza Nazionale è inevitabile che la Popolazione non si rendi conto di far parte di una Nazione più grande. Ne sono un esempio la Lettonia e la Lituania (errore dell’Unione Sovietica nel tenerli divisi come lo erano prima con i regni), ma anche i Paesi Scandinavi Danimarca, Svezia, Islanda, e Norvegia (da non confondere la Finlandia e l’Estonia che non sono invece Scandinavi/Germanici ma semplicemente Finnici). Ci sono poi esempi di Nazioni precedentemente unite, poi divise per fini politico-economici, come la Jugoslavia (o meglio, chiamata da pochi Sclavenia per via delle antiche Popolazioni Slave da cui provengono tutti i Serbi, Croati e Sloveni).
Il “dividi et impera” ha sempre funzionato: dividere delle Nazioni creando conflitti interni, dicendo che uno odia l’altro perché pensa di esser superiore, ha sempre fatto vincere il conquistatore o il colonizzatore. Storia che si ripete, dall’Impero Romano a quello Britannico e Francese, e ora Americano.

Che fare quindi?
È oggettivamente indispensabile che le Nazioni si autodeterminino e lottino per avere indipendenza e quindi sovranità sul proprio territorio, su questo concordano tutti i Socialisti coerenti.
Affermare che le Nazioni non esistano, come fa qualche Trotskysta o anarchico, è da folli. La globalizzazione, che sia fatta da capitalisti (come lo è ora) o socialisti, è sbagliata per principio.
La Nazione non è un costrutto artificiale creato per manipolare le masse e metterle l’una contro l’altra; è stata senza dubbio sfruttata, così come le religioni, per fini economici dei pochi e non dei tanti.
Le Nazioni, così come le varie fedi, possono esser sfruttate come appartenenza ad una comunità superiore alle altre, l’unica legittima di esistere, trasformando questo amore per la propria gran Famiglia in uno sciovinismo o nazionalismo, che sfocia spesso nel razzismo, odio e disprezzo verso il diverso.
Certo esistono certe tradizioni dannose che vanno semplicemente cancellate o sistutuite, nate da qualche perverso uomo primitivo o per interessi politico-economici, così come in certe religioni; ad esempio l’usanza del “loto d’oro” presente in Cina, una tortura verso le donne che venne praticamente sradicata quasi del tutto dal socialismo di Mao; usanze che vanno superate, come i sacrifici animali nelle religioni pagane ed anche quella ebraica, affinché si mantengano solo i lati positivi e condivisibili, che vadano in accordo con gli ideali socialisti come fratellanza, equità, e rispetto.
Le Nazioni sono forme di comunità nate spontaneamente per via della Natura sociale dell’Uomo, queste sono nate a seconda dell’ambiente e delle varie conquiste ormai avvenute molto tempo fa.
Negare l’esistenza delle Nazioni è stupido tanto quanto negare l’esistenza delle Famiglie, quest’ultima è la forma di comunità più naturale che esista, come affermava Rousseau, in quanto appena si nasce si è già parte di una Famiglia.
La Nazionalità è diversa dalla Razza, la Nazionalità la si sente dentro man mano che si cresce in un territorio, in una comunità.
La Razza (non nel senso in cui lo si intende spesso, alla hitleriana, qui si intende infatti la comune etnia) è una semplice appartenenza genetica, e non influisce certamente sulla propria cultura. Uno nasce nero per via di un evoluzione, una selezione naturale, che ha scelto esemplari più adatti al clima e alla luce dell’Africa; sicuramente uno non nasce nero per esser schiavizzato da un altro ominide più chiaro, e non nasce nemmeno nero per esser etichettato automaticamente come uno con l’identità Nazionale Congolese o Senegalese o altro; certo veder un bianco fa automaticamente pensare all’Europa, uno con gli occhi a mandorla all’Asia, e uno nero all’Africa, ma ciò per via della differenza estetica delle Razze sviluppatisi in quei territori; viviamo in un mondo dove ci si può spostare dagli albori e sempre più velocemente, ci si può innamorare e quindi far Famiglia dove si vuole, di conseguenza può nascer un Asiatico in Europa così come può nascere un Europeo in Asia.
E mentre non si può imporre chi amare o chi odiare per “preservare la Razza”, perché non ha nessun fondamento morale, si può invece imporre alle istituzioni, allo Stato, di comunicare in una certa lingua e promuovere certe particolarità culinarie o certi “costumi”. In questo modo si potrebbe seriamente salvaguardare la propria identità Nazionale.
Allo stesso tempo è innegabile il fatto che ci sia una forte necessità di una lingua internazionale. Una lingua che non sia l’Inglese o lo Spagnolo, una lingua che non sia frutto di espansioni od imposizioni imperialiste, che siano esse dirette o indirette, ma che sia una vera e propria lingua internazionale creata da tutti i Popoli. Problema risolvibile in un modo più semplice di ciò che si possa pensare; basta infatti che un istituzione internazionale, come l’Onu, si prenda la responsabilità di riunire 100 o più linguisti provenienti da tutte le svariate parti del mondo, e che creino una lingua artificiale efficiente e senza troppe influenze dalle solite lingue. Serve una lingua di tutti, che sia semplice da imparare, insegnare, e ovviamente scrivere e parlare; una lingua che venga tuttavia utilizzata solo ed esclusivamente per comunicare tra soggetti di Nazionalià diversa, che venga insegnata anche a scuola (messa in secondo piano all’Italiano), e che non venga comunque imposta con “bombardamenti” perenni come l’onnipresente Inglese ai giorni nostri.
Certo sto parlando di un ideale di società socialista, senza dubbio non un mondo capitalista dove la mercificazione del lavoro e le enormi differenze economiche tra le Nazioni costringono indirettamente i più “deboli” a trasferirsi in altri Paesi per offrire una manodopera tra l’altro a basso costo. Questo non fa che disintegrare sia l’identità Nazionale del povero migrante, che non ha scelto sinceramente di trasferirsi in una Nazione a lui straniera, sia l’identità della Nazione stessa che si trova costretta a soddisfare la massiccia richiesta dei migranti. Richiesta che può essere di vario genere, dall’utilizzo di una certa lingua (ecco l’inglese, parlato da più Nazioni e quindi preferito fin troppo per scambi internazionali e perfino nazionali), un certo cibo (spesso economico e senza una forte “identità” tradizionale, come l’hamburger, che seppur tedesco è ormai considerato americano), o un certo vestiario (vestiti ormai tutti uguali, sia i “proletari” che i ricconi con la solita giacca e cravatta; anche qui si può notare l’esempio di Evo Morales, o prima di lui Sankara e Gheddafi, che cerca di dare una originalità alla propria Nazione anche nelle piccole cose, come nell’aggiungere particolari presi dall’arte Andina sulle proprie giacche eleganti; cosa che non è piaciuta ai grigi economisti e imperialisti occidentali, che hanno giudicato con disprezzo questa scelta di anti-omologazione).
L’omologazione è nemica dei Popoli; Popoli fratelli ma comunque diversi.
L’omologazione porta alla noia, alla disperazione della perenne mancanza di alternativa. Da un punto di vista umano è davvero brutto esplorare (tralasciando i Paesaggi Naturali) per poi trovare città tutte uguali, con stesse architetture, stessa lingua, stessi vestiari, stessi aspetti, stessa musica e stesse tradizioni; che razza di mondo sarebbe?
Ciò che rende vario il mondo umano è la sua diversità nelle tradizioni e nella cultura, il bello di viaggiare è vedere colori e sentir odori diversi, esser curiosi di andare oltre alla propria Patria senza comunque rinnegare le proprie origini e le proprie radici; certo che se poi ci si innamora particolarmente di una nuova cultura si è liberi di trasferirsi, questa sarebbe una vera migrazione spontanea e non spinta da tristi necessità economiche; tuttavia nessun immigrato scorderà mai la propria terra, la Patria su cui si è cresciuti, ed è inevitabile che prima o poi ritorni per breve o lungo tempo, come fa d’altronde ogni Animale.

Così come ogni Famiglia, ogni individuo ha il diritto ad un abitazione, essenziale per vivere dignitosamente, la Nazione ha diritto di avere un territorio su cui abitare e svilupparsi; tuttavia non per forza il territorio deve essere esclusivamente di una sola Nazione.
Parliamo ad esempio della situazione in Palestina: sia gli Israeliti che i Palestinesi (“discendenti” dei Filistei) son sempre vissuti nel piccolo territorio del Caanan. La questione è senz’altro complessa, ed è difficile stabilire chi sia “arrivato” davvero per primo, ma è inevitabile dire che vivano entrambi lì da troppi anni, ed entrambi hanno diritto ad una terra. Per questo, oltre la metodologia controversa e discutibile applicata dal governo-burattino degli Usa, è impensabile dare (quasi) tutto il territorio esclusivamente ad Israele ignorando la Popolazione Palestinese. Innanzitutto va detto che il conflitto Israele-Palestina, così come qualunque conflitto nazionale, non è altro che frutto di interessi di chi sta a potere e chi detiene il capitale; la Popolazione ebraica, a parte i complici del regime di Israele come ad esempio chi offre il servizio militare, non ha colpe per la scandalosa politica di guerra che sta portando avanti Israele. La guerra non è mai veramente tra i Popoli, compresa quella tra Israele e Palestina, in quanto prima della seconda guerra mondiale e dell’arrivo dei Britannici condividevano pacificamente insieme le due Nazioni; detto questo le soluzioni più diplomatiche sono quindi le seguenti: l’esistenza di uno Stato unico con nome neutro (ad esempio Caanan) che rappresenti sia la Nazione Palestinese che quella Israeliana, avendo come capitale Gerusalemme essendo una città importante sia per gli uni che per gli altri; o la spartizione, più equa e giusta, tra Israele e Palestina adottando entrambi capitali diverse, e lasciando Gerusalemme in qualche modo indipendente, similmente al Vaticano, rendendola una pacifica e condivisa città-meta di pellegrinaggio per tutti i credenti delle 3 Religioni Abramitiche.
La particolarità del territorio del Caanan è appunto la città di Gerusalemme, che essendo importante per entrambe le Nazioni rimane contesa e motivo di sanguinarie guerre. Queste due soluzioni generiche, di Stato multi-Nazionale o di spartizione equa dei territori, può esser applicata anche in altri casi.
Ne è un esempio la depredata nordamerica; abbiamo detto precedentemente che nella storia ci sono state miriadi di conquiste e colonizzazioni, come quello dell’espansione delle ex-colonie statunitensi. Da quest’ultimo, tuttavia, è passato relativamente poco tempo. Mentre con lo sterminio che successe in Gallia (circa 2/3) sotto Giulio Cesare è successo ormai più di 2000 anni fa, cambiando definitivamente la storia di quel Popolo scomparso (ma con qualche traccia ancora presente nella cultura Francese), ciò che successe in nordamerica non è totalmente irreversibile. Sono rimasti circa il 2% dei Nativi, parlando numericamente, ma la loro cultura, la loro lingua e le loro arti sono ancora vive. I Nativi sono segregati, costretti a stare in delle riserve come se fossero allo zoo o al circo, eppure i loro vari Spiriti Nazionali continuano a lottare e a non morire.
Per questo, essendo essi ancora una Nazione totalmente distinta da quella statunitense, hanno il diritto di vivere su un territorio indipendente. Tra l’altro se vogliamo esser precisi, rispettando le regole dei trattati internazionali, i Sioux (una grande Nazione, ma solo una delle tante Native) dovrebbero esser in possesso dell’intero territorio Lakota secondo gli accordi che fecero circa l’epoca della guerra di secessione.
Gli Stati uniti e il Canada dovrebbero quindi cedere gran parte del proprio territorio ai Nativi, ancora presenti nel continente della “grande Tartaruga”; ovviamente stiamo parlando di visioni idealistiche, visto che tutto questo è attualmente impossibile: gli Usa pensano di esser i padroni del mondo intero e non vogliono levar le proprie basi militari da nessun territorio straniero, figuriamoci se si mettano a cedere più di 2/3 del proprio territorio.
Può sembrare impensabile ridisegnare l’intera mappa di un continente, ma è ciò che è più giusto. Sia nel caso del Canada che degli Stati uniti basta vedere qualche cartina demografica per notare che in verità la Popolazione è concentrata per circa il 90% proprio sul territorio delle 13 Colonie iniziali, la parte costiera della California, e parte del Texas, per via del suo clima particolarmente temperato anche più abitabile. Cedere territori come le Grandi Pianure o le vaste foreste del Canada sono più che altro una perdita economica, non una perdita culturale. Questo discorso vale allo stesso modo per le Popolazioni Native del Messico come i Maya, che sono anche più presenti dei Nativi nordamericani. I Zapatisti ad esempio sono composti soprattutto da Indigeni Maya.

C’è ovviamente una domanda che potrebbe sorgere a molti; come si fa a far rinascere una Nazione quasi scomparsa senza opprimerne un altra? Si commetterebbero gli stessi orrori degli ex-coloni ed ex-conquistatori?
La verità è che in un mondo veramente socialista non ci sarebbe alcun interesse nello scacciare un Popolo fratello. In un mondo socialista c’è comunque il bisogno, la necessità di dar un territorio a tutte le Nazioni.
Di conseguenza, anche con dei confini, chiunque sarebbe libero di vivere in un altra terra. Il passaggio di mano dagli Stati uniti alle Nazioni Native non farebbe cambiare di molto la vita dei “bianchi” presenti su quel territorio, dovrebbero semplicemente abituarsi ad una nuova lingua nazionale usata dalle istituzioni, per il resto, nelle proprie abitazioni ma anche in luoghi pubblici (ma non istituzionali come le scuole), tutti son liberi di comunicare e comportarsi secondo le proprie abitudini e tradizioni.
Per favorire la rinascita di una Nazione, considerando che in questo caso i nordamericani sono davvero pochi, servirebbe una politica demografica che dia un grande aiuto economico ai Nativi che vogliono formare una Famiglia. Allo stesso tempo, per far ritornare tutti i Popoli nelle proprie terre, basta che lo Stato Nazionale offri dei soldi ai propri cittadini all’estero in cambio di un abitazione, un lavoro, e del denaro iniziale nella propria Patria d’origine.
In questo modo tutti i migranti che son stati indirettamente esiliati per necessità economiche avranno i mezzi, sempre se di loro desiderio, per tornare nella propria terra.
Nel caso preferissero rimanere sul suolo in cui lavorano in quel momento sarebbero più che liberi di rifiutare l’offerta da parte della Nazione d’origine, in quanto, preferendo di vivere su quella terra nonostante l’offerta del denaro gratuito, vorrebbe dire di apprezzar davvero il luogo in cui soggiornano in qualità di Patrioti.
Uno può infatti sentirsi Italiano anche non essendo nato o cresciuto in Italia, anzi, spesso molti stranieri si sentono più Italiani di certi nati in Italia.
Il senso di appartenenza, di Patriottismo, infatti, può essere di due tipi: appartenenza culturale e appartenenza d’origine.
La prima è sentirsi parte di una Nazione perché in genere ci si è cresciuti, adottando quindi la sua cultura e le sue usanze; fuori di essa ci si sente quindi, più o meno, come pesci fuor d’acqua.
La seconda invece è un qualcosa di innato, anche crescendo in un Paese come l’Italia e sentendosi Italiani, basta avere un Genitore straniero, ad esempio Cinese, per sentirsi automaticamente anche Cinese, almeno in parte. Saper di avere origini straniere, anche senza saper bene la lingua di questa o quella Nazione, spinge inconsciamente a cercare, visitare, ed esplorare i propri Luoghi d’origine. È quindi impossibile chieder ad un Figlio di stranieri se preferisce il suolo su cui è nato e cresciuto, o quello da cui provengono i suoi Genitori; esser Patrioti per una Nazione non esclude l’esser Patrioti per l’altra.

Insomma, l’identità Nazionale è fondamentale. Sentirsi parte di una Comunità, aver la possibilità di stare con Persone che condividono gli stessi modi di vivere, far parte di una Famiglia e conoscere le proprie radici vuol dire scoprire sé stessi e quindi conoscersi più a fondo.
Così come Frederick Douglass, abolizionista nero, reputava la conoscenza della propria data di nascita indispensabile per la dignità dell’uomo in quanto uomo (agli schiavi neri era negata perfino la conoscenza della propria data di nascita, in quanto reputati come oggetti), è allo stesso modo, se non di più, indispensabile sapere le proprie origini perché anch’esse, oltre a dar una dignità ed una storia al nostro essere umani, definiscono profondamente il nostro sentirsi uomo e parte di una società.

In ricordo di un martire per la libertà

In ricordo di un martire per la libertà…

È il 30 Dicembre 2006, e da un Iraq dilaniato dalla guerra arrivano delle immagini in cui si vede un uomo, con la barba curata e la faccia serena, intorno al suo collo vi era un cappio. L’uomo era circondato di gentaglia col volto coperto che inneggiava al proprio leader, Al Sadr. Nel frattempo l’uomo col cappio al collo disse con tono di sfida una frase ironica contro il loro leader, dopodichè si mise a recitare una preghiera, interrotta da un fortissimo suono metallico, la botola sotto i suoi piedi era stata aperta: l’ucciso era Saddam Hussein.


I signori della guerra in Occidente non aspettarono a farsi sentire, tessendo lodi su lodi agli assassini del Rais iracheno, inneggiando a una “nuova era di pace e democrazia per l’Iraq”. Sappiamo tutti cosa successe in seguito. I canti e le lodi furono tuttavia interrotti da un giovane sciita, che al grido di “un bacio d’addio nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni” si tolse le scarpe durante una conferenza e le lanciò contro il presidente americano Bush. Muntazer (questo il nome del ragazzo) fu in seguito catturato, pestato e torturato per un’infinità di tempo nel più totale silenzio mediatico, ma questo silenzio non potè nulla contro l’eco che risuonava nei deserti del vicino oriente e del nord africa: in Iraq, Arabia Saudita, Yemen e in altri paesi arabi si innalzarono in manifestazioni e presidi aste di legno con alla fine delle scarpe, i giornalisti palestinesi, in segno di protesta e solidarietà, si misero a lanciare scarpe contro gli occupanti nazi-sionisti, nella città di Fajullah gli studenti opposero alle pallottole made in USA le scarpe, e così anche in Grecia, Pakistan, Iran, Egitto… milioni di scarpe sconfissero la “democrazia” dittatoriale delle bombe.

Comunque, cos’era davvero l’Iraq sotto Saddam Hussein?
Prima di tutto bisogna specificare che l’esperienza ba’athista irachena non nasce con Saddam Hussein, ma col suo caro amico e fratello Hassan al-Bakr, fu lui a portare a termine il golpe contro la borghesia reazionaria e latifondista filo-occidente e che in seguito aprì la strada alla liberazione rivoluzionaria di tutto il popolo iracheno. Infatti fu al-Bakr a fondare il Fronte Progressista Nazionale, che puntava a unire ba’athisti, curdi (i quali erano appena usciti da un conflitto armato col vecchio regime) e comunisti e ci riuscì perfettamente. Un’altra importante opera cominciata da al-Bakr fu quella economica, puntò tutto su un’economia centralizzata e pianificata di stampo prettamente socialista, in poco tempo i contadini videro spartite equamente tra loro le terre e poterono gestirle come volevano senza padroni e capitalisti a sfruttarli e imporgli ore di lavoro massacranti per un salario misero. Al-Bakr governò l’Iraq per 10 anni, finchè, nel 1978, morì. A succedergli fu ovviamente Saddam Hussein che proseguì (anche se non terminò mai) la collettivizzazione dei mezzi di produzione, infatti se tutta l’agricoltura era collettiva, nell’industria erano presenti solo in minoranza le associazioni di lavoratori liberi, ma fu comunque un risultato importante per un paese come l’Iraq. La situazione a livello sociale non bisognerebbe neanche spiegarla: sanità gratuita e pari quasi a quella cubana, tanto che gente da tutto il mondo arabo andava in Iraq per farsi curare, organizzazioni di donne elevate a completa parità con gli uomini, sindacati che costruivano case agli operai, istruzione conpletamente gratuita (Università comprese, molte delle quali frequentate da molti stranieri), quartieri costruiti sulla base delle tradizioni ma anche dei bisogni dei cittadini, delle minoranze riconosciute e rispettate da tutti i punti di vista, primi fra tutti i curdi, cui venne riconosciuta come ufficiale la loro lingua e venne quindi inserita tra le materie principali nelle scuole curde, per non parlare della lotta contro i capitribù “medievali” del nord, ovvero quando i contadini curdi videro finalmente la luce della libertà e del progresso, o anche dei comunisti che si rifugiarono in Iraq per la repressione iraniana.

Nel 1980 il Fronte Progressista Nazionale ebbe una piccola crisi dovuta a un tentativo di colpo di stato filo-sovietico (non credo serva ricordare cos’era diventata l’URSS dopo il 1956) che comportò l’arresto di molti esponenti del partito comunista e da lì gran parte del partito (la fazione moderata) lo abbandonò, dentro vi rimasero solo i radicali comunisti guidati da Yusuf Hamdan. In questo stesso anno la questione curda riaffiorò, ma per altri motivi: la guerra Iran-Iraq.

La guerra tra Iran e Iraq iniziò come ogni altra guerra, stuzzicamenti e provocazioni, in questo caso fu l’Iran a provocare l’Iraq, infatti l’Ayatollah incitava il popolo iracheno a fare una rivoluzione islamica contro il ba’ath, Saddam propose una relazione amichevole e di non interferenza tra i due paesi, ma Khoemini rifiutò, da lì ci furono continue infiltrazioni, sparatorie (in particolare nella città di Shatt al-arab, punto strategico nel sud del paese), attacchi diplomatici, a quel punto Saddam decise di attaccare per primo, e varcò il confine (bisogna comunque ammettere che aveva anche l’intenzione di annettere il Khuzestan, in supporto ai movimenti di liberazione arabi, oppressi da Khomeini). Ora guardiamo osserviamo gli schieramenti, questo è quello che potremmo definire un casinò fatto di armi e vite umane, dove sembrava si stessero facendo scommesse più che fazioni, infatti basta andare semplicemente su wikipedia per vedere la situazione: Stati Uniti, Unione Sovietica (Brezhnev), Italia, Francia, Cina e altri paesi occidentali supportavano ENTRAMBI di nascosto, invece la DDR, la Yugoslavia, l’Egitto, il Kuwait, la Romania, il Sudan e pochi altri paesi arabi supportavano Saddam, dall’altro lato, con l’Iran, c’erano Israele, la Nord Corea, la Jamahiriya Libica, il Pakistan, la Siria e la Svezia, i supporti non furono mai diretti, semplicemente questi paesi si occuparono di armare e rifornirli prima della guerra. Ora è bene fare delle precisazioni riguardo alcuni paesi: molti si chiedono come mai Gheddafi decise di supportare l’Iran e non l’Iraq, col quale era apparentemente amico, la realtà è che le loro relazioni erano molto controverse e in quel periodo stavano degradando, la Nord Corea aveva da sempre avuto ottimi rapporti con l’Ayatollah, il Sud Yemen era composto in gran parte da sciiti.
A livello non-governativo c’era solo una forza paramilitare a parte i movimenti curdi: i Mojahedeen del popolo iraniano, una fazione socialista islamica e comunista che supportava l’Iraq ba’athista.
Tornando alla questione curda, nonostante le grandi concessioni da parte del governo centrale, Massoud Barzani (noto borghese curdo, leader del “partito democratico del Curdistan” di centro destra) e altri gruppi di destra curdi volevano ancora più indipendenza, allora approfittarono della guerra con l’Iran per tentare la secessione, a difesa del governo popolare di Saddam arrivarono le fazioni socialiste del kurdistan iraniano. Dopo la guerra Saddam (circa 4 anni dopo) decise di dare maggiore autonomia al kurdistan iracheno, concedendogli un parlamento indipendente. Molti ora saranno confusi, poichè è risaputo (nei media occidentali) che Saddam gassò i curdi ad Halabja, niente di più falso. Infatti secondo un rapporto del US Army War College, subito insabbiato e dimenticato, il gas ritrovato era non persistente (quello usato dagli iraniani, mentre gli iracheni usavano quello persistente), bisogna tuttavia dire che gli iraniani non sapevano della presenza di civili nella città, in quanto pensavano che erano presenti solo le forze irachene, le quali si erano già ritirate. Per quanto riguarda gli altri presunti attacchi… pare che non furono trovate alcune vittime e tutto questo secondo numerose interviste fatte dai membri della Commissione Esteri del Senato a curdi fuggiti in Turchia per la guerra.

Durante la guerra contro l’Iran, l’Iraq fu massicciamente finanziato dal Kuwait, il quale temeva il crescente potere dell’Ayatollah, in totale furono donati 14 miliardi di dollari, alla fine della guerra il Kuwait pretendeva di riaverli tutti quanti, cosa impossibile all’Iraq in quanto appena uscito da un devastante conflitto, le tensioni con il piccolo paese confinante si facevano sempre più alte. Il Kuwait produceva un numero di barili di petrolio di molto superiore a quanto stabilito dall’OPEC, di cui facevano parte, allora l’Iraq chiese di diminuire la produzione perchè la sovrapproduzione kwatiana inficiava l’esportazion irachene, e il paese stava andando in bancarotta. Tuttavia il Kuwait si rifiutò. A gettare ancora più benzina sul fuoco c’era la questione dei confini: finita la dominazione degli inglesi nella zona la linea di separazione tra i due stati non fu mai chiara, il Kuwait ne approfittò per penetrare in pieno territorio iracheno (nella Rumaila) ed estrarre petrolio, questo sconfinamento costò all’Iraq 2.4 miliardi di dollari, al Rais non restava altro da fare se non intervenire militarmente, dato che la diplomazia non aveva funzionato. Fu così che il 2 Agosto 1990 l’Iraq mosse 88.000 uomini nel territorio nemico e lo invase in due giorni, in seguito lo dichiarò la sua diciannovesima provincia in seguito all’instaurazione della Repubblica del Kuwait. Tra i motivi dell’invasione oltre al fattore economico vi era un fattore storico, come spiega lo stesso Saddam in un’intervista a Bruno Vespa nel 1991, il Kuwait provò numerose volte a unirsi all’Iraq nel corso del ventesimo secolo, tutti i tentativi furono tuttavia boicottati dalla Gran Bretagna.
Subito dopo l’invasione le Nazioni Unite sanzionarono l’Iraq e Stati Uniti e Gran Bretagna, sotto la presidenza di Reagan e Tatcher, imposero all’Iraq di ritirarsi, senza condizioni. Saddam dopo varie proposte (tutte rifiutate), annunciò che si sarebbe ritirato se l’ONU avesse rimosso le sanzioni, gli Stati Unti e tutti gli altri eserciti non-arabi si fossero ritirati dalla regione, l’Iraq avesse riacquisito il pieno territorio della Rumaila e che si trovasse anche una soluzione agli altri problemi arabi, primo fra tutti quello arabo-israeliano, assicurando che avrebbe smantellato le armi di distruzione di massa solo se anche Israele lo avesse fatto e che finito tutto questo avrebbe accettato un accordo commerciale con gli Stati Uniti sul petrolio. Tali proposte furono accettate dalla Jamabiriya Libica, dal Sudan e dall’OLP di Yasser Arafat. La Casa Bianca si rifiutò di accettare. All’Onu, vista la grave situazione, la Francia propose, col supporto di Belgio, Italia, Germania, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia e altre nazioni, di risolvere i problemi della regione in cambio di una ritirata completa da parte dell’Iraq, senza neanche pensarci Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica rifiutarono.
A questo punto gli Stati Uniti misero su una coalizione contro l’Iraq: era la più grande coalizione mai fatta dalla Seconda Guerra Mondiale, formata da paesi di tutti i continenti, e per contrastare cosa?L’invasione da parte dell’Iraq di un paese che lo stava mandando in bancarotta. Come si può benissimo immaginare gli Stati Uniti non potevano invadere un paese con questo pretesto, quindi cercarono un’altra scusa: un giorno, all’improvviso, tirarono fuori dal cappello magico non un coniglio, ma una possibile invasione dell’Arabia Saudita da parte dell’Iraq ba’athista. Questo pretesto bastò per inviare circa 2 milioni di soldati. Ma tutto ciò non bastava, gli Stati Uniti, insieme agli iraniani, organizzarono una rivolta contro il governo nel nord dell’Iraq, fomentando le formazioni curde e sciite. I tentativi da parte di queste poche formazioni di ribaltare il governo fallirono miseramente grazie all’unità e alla forza di tutto popolo. Nel nord del paese, finite le inutili rivolte, il governo ba’athista decise di dare l’autonomia e fu così formata una regione curda con tanto di parlamento, come si poteva immaginare la cosa non andò a finire bene, alle prime elezioni non si presentò nessuno se non i classici borghesotti filocapitalisti e maniaci della competitività, in questo modo alle elezioni su 3 milioni di curdi votarono a malpena 800.000 persone, le elezioni diedero un risultato di sostanziale parità, col 45% del partito democratico del curdistan di Barzani e il 43% l’unione patriottica del curdistan di Talabani, e fu così che il popolo curdo si ritrovò in un altro conflitto. Dopo una serie di piccoli scontri il PUK (unione patriottica del curdistan) strinse un’alleanza con l’Iran di Khomeini, il quale intervenne militarmente col supporto statunitense, in risposta Barzani chiese aiuto a Saddam, il quale accettò per riuscire a ristabilire la pace e scacciare le truppe straniere dal territorio, una volta finiti gli scontri il partito di Barzani ne uscì vittorioso e Talabani e i membri del suo partito scapparono in Iran. Come al solito gli Stati Uniti tirarono fuori la bacchetta magica e all’improvviso sui media occidentali spuntò un diabolico piano iracheno secondo cui Saddam voleva scatenare un genocidio di curdi, purtroppo per loro una volta finiti gli scontri e scacciati traditori e invasori stranieri le forze irachene si ritirarono, rispettando l’autonomia dei curdi, senza tener conto di ciò i falchi a stelle e striscie bombardarono alcune postazioni di contraerea irachena nel sud del paese.

Nel 1995 un giovane ingegnere chimico lasciò l’Iraq e andò a vivere in Germania, i servizi segreti tedeschi non persero tempo: lo rintracciarono, lo raggiunsero e gli chiesero varie cose sul sue (ex) paese. Lui in poco tempo diede una descrizione molto dettagliata di ciò che stava succedendo: camion e magazzini pieni di armi biologiche, ruoli e “lavoretti” che si dividevano i membri del suo team. Tuttavia le sue testimonianze furono subito messe in dubbio, in particolare quando il suo ex capo fu interpellato a Dubai.
L’Intelligence tedesca avvertì quella americana che le testimonianze di Rafid Ahmed Alwan al-Janabi (l’ingegnere chimico iracheno, denominato dai servizi segreti “Curveball”), ma come al solito gli americani volevano a tutti costi un casus belli contro l’Iraq, fu così che nel 2003 Colin Powell (classico falco all’americana, autore peraltro dell’infame memorandum) presentò i dati all’ONU e senza nemmeno aspettare una relazione dalle Nazioni Unite gli USA chiamarono alle armi i loro alleati e invasero l’Iraq. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, nemmeno delle minime tracce. Solo in seguito al-Janabi ammise di essersi inventato tutto al Guardian, dicendosi fiero delle proprie azioni.

È il 9 Aprile 2003 e per l’ultima volta si vede Saddam Hussein in libertà; è in strada, come per voler mostrare al popolo la sua solidarietà, e in torno a lui ci sono un gruppo di persone che gridano “Berou, bi dam, Nafdik ya Saddam” (con il cuore, con l’animo, siamo con Saddam) esaltandolo. Poche ore dopo, quando Saddam era molto probabilmente già fuori Baghdad, entrarono nella capitale irachena i carri armati americani. Da quel momento non si ebbero più notizie sul Rais, finchè nel Dicembre 2003, quando l’Iraq era nel bel mezzo di una guerra definibile “settaria”, si vede il famoso video dove Saddam Hussein viene presentato come vestito di stracci, gettato in una fossa, distrutto nell’anima e nel corpo…almeno questo è quello che hanno provato a farci credere. La realtà è che fino a quel momento aveva lottato in prima linea col suo popolo, battaglia più famosa da lui guidata quella dell’aeroporto di Baghdad nell’Aprile 2003:

“Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravano comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.
-Ufficiale iracheno intervistato da Iraq Screen.
Fu solo dopo il declino dei rivoluzionari baathisti sotto i militari dell’occidente che Saddam fuggì a casa di un amico vicino Tikrit. Infatti come racconta Nadim Rabeh, marine di origini libanesi, all’United Press International nel rapporto “Public Version of Saddam Capture Fiction“ quando scoprirono il suo nascondiglio lui non si arrese e si mise a sparare contro i soldati americani, i quali in seguito lo catturarono e un po di tempo dopo lo drogarono e lo buttarono in un pozzo abbandonato per registrare il famoso filmino, facilmente smontabile non solo dalle testimonianze del marine (che sono la conferma schiacciante) ma anche dalle palme piene di datteri, in un tempo in cui i datteri non c’erano.

Da questo tragico evento cominciò il processo-farsa contro Hussein e altri membri del partito. La Corte era eletta dall’esecutivo (quindi dalla coalizione statunitense) e rimuoveva e sostituiva i giudici ogni qual volta non si dimostrassero sufficientemente filo-americani. Numerosi furono inoltre gli episodi dove buttarono fuori dall’aula i testimoni sinceri e anche lo stesso saddam. Famosa la vicenda quando buttarono fuori dall’aula l’avvocato difensore di Saddam, Ramsey Clark (alto magistrato americano, vice ministro della giustizia ai tempi di Kennedy e ministro nella successiva amministrazione Johnson), che in seguito si dimise denunciando forti pressioni, la stessa fine la fecero molti altri difensori. Nonostante tutto ciò Saddam seppe difendersi perfettamente, smontando e distruggendo le accuse contro di lui, tanto che più di una volta (in particolare durante il suo discorso finale) gli tagliarono il microfono mentre parlava.
Quando alla fine del processo-farsa il presidente della corte lesse la sentenza, dove si decretava la pena di morte per crimini da lui non commessi, dovettero farlo alzare in piedi a forza dalle guardie e nulla gli impedì di gridare “Allah Akbar!” e inneggiare al glorioso popolo iracheno, il quale stava combattendo ferocemente contro gli invasori.
E a questo punto torniamo all’inizio, quando quel terribile rumore metallico fermò la preghiera islamica inneggiante al popolo iracheno…

“I miei fratelli mi vendicheranno”. Vita e morte di Jacopo Ruffini

Ruffini. Ai più, specie se studenti, questo nome evocherà molto probabilmente il noto ed utile teorema, sicuro compagno delle scuole superiori e, a volte, degli studi universitari. Jacopo Ruffini, o i suoi fratelli, verranno in mente a pochi. Magari gli appassionati di storia possono avere familiarità col nome, ma questo non è che una nota a piè di pagina, un breve paragrafo, uno dei tanti nomi della nostra storia. Sicuramente la sua breve vita non gli diede modo di costruirsi un nome più “grande”, ma occorre sempre ricordarsi che non si tratta di un Cavour, di un Carlo Alberto o di un La Marmora, ma di uno dei “cattivi” del Risorgimento, di quelli che cospirava contro i pretesi “padri della Patria” sabaudi. La parte di Ruffini uscì sconfitta, la parte dei suoi assassini vittoriosa. Ecco perché per lui oggi ci sono solo vaghe e retoriche targhe, mentre per gli altri vie e monumenti a non finire,

La storia di Jacopo Ruffini procede assieme e si interseca a qulla dell’amico fraterno Giuseppe Mazzini: nati lo stesso giorno dello stesso anno condivideranno i luoghi, le amicizie, le frequentazioni, finanche gli studi universitari e l’esperienza cospirativa. Diversa sarà la fine.

Venuto alla luce il 22 giugno 1805 da una famiglia della piccola nobiltà, Jacopo crebbe in un ambiente familiare meno “democratico” di quello dell’amico Mazzini. Il padre, per quanto di tendenze liberali, rimaneva un fervente monarchico, distante anni-luce dalle idee sovversive del figlio. Come tutti i giovani della Genova altolocata ricevette un’istruzione privata dapprima in legge, poi in medicina. Nella città ligure benessere era sinonimo non tanto di latifondo, ma di traffici commerciali, e la famiglia si sarebbe aspettata questo da Jacopo, un rispettabile e proficuo impegno mercantile, ma il suo temperamento e i suoi forti ideali non potevano essere costretti dalle mura di una bottega: egli sognava la Libertà, per tutti gli individui, per tutti i popoli, per sé e per la sua città, che in 10 anni aveva più volte cambiato padrone senza che mai venisse meno il servaggio. La famiglia Mazzini fu per lui una seconda casa. I rapporti erano strettissimi non solo con Giuseppe, ma anche con i suoi genitori. Giacomo, il padre di Mazzini, indirizzò Jacopo allo studio della medicina, carriera che aveva ipotizzata per il figlio, ma alla quale questo dovette rinunicare per diversi spiacevoli svenimenti alla vista del sangue. Ruffini si laureò, ma non fu questo l’unico grande avvenimento di quela parte della sua vita: nel 1829, sotto la spinta di un Mazzini più che mai galvanizzato dalla scoperta del mondo delle società segrete, entrò nella Carboneria. Presto si compresero i limiti di questo mondo: piccoli gruppi di uomini sconnessi dalle masse, per quanto dotati di membri valenti e colti, non avevano serie prospettive rivoluzionarie. Fu per questo che nel ’31 fu tra i fondatori della Giovine Italia. Lo stesso anno salì al trono sardo Carlo Felice. Il nuovo Re portava, come sempre avviene ad ogni cambio di sovrano, grandi aspetative di riforma, le quali però sembravano più concrete e realizzabili: Carlo aveva un passato abbastanza ambiguo fatto di simpatie liberali e carbonare, Certo, non un democratico, ma abbastanza per essere sfruttato dai giovani sovversivi. Carlo era posto, retoricamente, davanti ad una scelta: essere colui che sarebbe passato alla storia come il più illuminato dei Savoia, il che avrebbe portato a piccoli ma importanti guadagni materiali, o essere l’ennesimo monarca-boia, il che avrebbe radicalizzato l’opposizione di sinistra. La strada che imboccò Carlo Felice fu la seconda. Mazzini dalla Francia intanto si interrogava su come scatenare la rivoluzione, valutava prospettive insurrezionali e omicidi. Arrivò a dare il beneplacito ad un tentativo d’assassinio ipotizzato da un giovanissimo torinese, il quale aveva proposto un piano poco più che suicida: accoltellare il Re durante una sfilata. In due occasioni diverse lui si trovò vicino al sovrano, ed in entrambi non riuscì a colpire. Reso folle dal rammarico e dalla paura, fece perdere le tracce di sé. Scartata questa ipotesi, restava quella della sollevazione popolare. Si reclutarono dunque uomini fra gli esuli, si comprarono armi, si cercarono collegamenti nelle forze armate, le quali vennero sfruttate per diffondere materiale propagandistico. La Giovine Italia crebbe esponenzialmente nei numeri, fino a contare decine di migliaia di aderenti. Ma qualità e quantità sono cose diverse. La stragrande maggioranza di questi non si poteva definire un’esercito rivoluzionario, ma al più simpatizzanti, spesso dalle idee confuse e poco salde. I numeri reali erano di molto inferiori. Adesioni superficiali e progetti cospirativi non sono un buon mix, e dove non arrivava la polizia arrivava l’inesperienza e la leggerezza dei vari affiliati. Fu una banale rissa a condannare a morte Ruffini: due ufficiali dell’esercito si confrontarono per una donna. Furono arrestati ed interrogati sull’accaduto. Entrambi, per sbarazzarsi del rivale, rivelarono del piano di sollevazione in città e della simultanea invasione della Savoia da parte di fuoriusciti, facendo nomi e indicando abitazioni e punti di ritrovo. Era il 28 aprile del 1833. Poche settimane dopo, il 13 giugno, Jacopo Ruffini fu riconosciuto dalle guardie sotto casa sua.- Ci fu un rapido inseguimento, ma alla fine il patriota fu bloccato ed arrestato. Condotto davanti alle autorità, si rifiutò di rivelare i segreti della Giovine Italia, permettendo così a moltissimi di salvarsi fuggendo in Francia. Torturato quotidianamente nelle segrete della Torre Grimaldina, riuscì una sera a recuperare una scheggia di metallo da un muro. Passò la notte ad affilarla e, memore delle sue conoscenze anatomiche, si recise gola e polsi. Prima di morire scrisse col suo sangue sulle pareti della cella “i miei fratelli mi vendicheranno”.

La sua scomparsa, di cui si seppero i dettagli solo alcuni anni dopo, scosse profondamente Mazzini. Fu la prima di una lunga serie di morti che pesarono sempre sulla sua coscienza. Nel 1834 si tentò l’insurrezzione in Piemonte. Mazzini tentò di vendicare il suo fratello caduto. Non ci riuscì, ma fu anche il sacrificio di Ruffini, fonte di tanti sentimenti contrastanti, a spronarlo alla lotta.

Robin Hood, eroe fra mito e realtà

Robin Hood, un eroe-simbolo impresso nella mente di moltissime persone.
Di “Robin Hood” senza dubbio ce ne sono stati molti nella storia e in giro per il mondo, dai Giapponesi Nezumi Kozō e Ishikawa Goemon, allo Slovacco Juraj Janosik; da Lampião a Rummu Jüri; da Scotty Smith al rivoluzionario, e amico di Zapata, Pancho Villa.
Ma solo uno di questi è particolarmente famoso, in parte per cause geografiche e in parte per la sua storia.
Robin Hood, infatti, è il fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri più celebre in Occidente, ma in Asia il più conosciuto è probabilmente Ishikawa Goemon: una sorta di ninja che rubava ai ricchi signori feudali appartenenti all’ordine dei samurai, morto tragicamente bollito vivo, insieme a suo figlio, in pubblico.
Robin Hood visse una vita da eroe, non ebbe però, a differenza di Ishikawa, una morte da martire: si dice infatti che morì per via di qualche malattia, anche se secondo altri morì a causa delle ferite riportate da un agguato da parte delle autorità, organizzato da un traditore presente nella sua banda.
Il simbolo leggendario ed indiscusso di Robin è naturalmente il suo arco, accompagnato dalle sue frecce.
La leggenda vuole che prima di morire disse al suo amico ed aiutante Little John di seppellirlo nel punto in cui sarebbe caduta una freccia infuocata che lo stesso Robin lanciò dalla finestra del monastero in cui risiedette negli ultimi momenti di vita.

Parlando delle sue origini e della sua banda,
Nessuno sa realmente quale sia il vero nome dell’eroe, chiamato con lo pseudonimo di Robyn Hode nei primi manoscritti che ne narrano le gesta. Viene spesso chiamato Loksly o Loxley, ma questo nome gli venne attribuito perché nacque probabilmente a Loxley, nello Yorkshire. Proprio in questa città, infatti, si trovano le tracce di un certo Robert (appunto nome completo di Robin) di Locksly, ritiratosi probabilmente nella foresta nel 1245.
E sempre nello Yorkshire e nei suoi pressi è probabile che siano avvenute le sue gesta. Si dice in genere che la sua storia sia ambientata a Nottingham e nella vicina foresta di Sherwood, ma nelle ballate originali si dice esplicitamente che, anche se la foresta vicina a Nottingham fu frequentata occasionalmente dalla banda, il luogo principale che ospitò Robin fu Barnsdale (50 miglia a nord da Sherwood) nella contea dello Yorkshire.
La foresta di Sherwood è inoltre un luogo improbabile a causa della sua estensione: nel XIII secolo era ovviamente più vasta, ma non avrebbe permesso comunque un riparo sicuro dai perenni controlli da parte delle autorità dello sceriffo. Mentre il leggendario “Major Oak”, luogo in cui, si dice, si riunisse la banda, è stato datato a 8 secoli fa, rendendolo ai tempi di Robin un semplice alberello.
Le ballate originali parlano di Robin come contadino o come mercante, ma pochi anni dopo (quindi nello stesso secolo) iniziò a girar voce che avesse origini nobili.
Secondo una delle versioni più realistiche e, diciamo, “storicamente” accettate, Hood è stato innanzitutto un nobile sassone.
Un nobile che appoggiava Riccardo Cuor di Leone, un re d’Inghilterra che venne poi spodestato dal fratello Giovanni Senzaterra. Quest’ultimo di conseguenza ritirò le proprietà terriere a tutti i nobili fedeli al sovrano destituito passandoli a quelli fedeli al nuovo re.
Va detto inoltre che le politiche di Giovanni senza terra, che consistevano in annalzamento delle tasse, costrinsero moltissima gente alla povertà e quindi al brigantaggio; inoltre una legge da lui varata, chiamata “legge della foresta”, accordò l’accesso esclusivo della foresta ai ricchi nobili della corte, negando quindi ai popolani la caccia o l’utilizzo della legna da ardere, rendendo quindi la banda dei Merry men ancora più “illegale” in quanto appunto residente in una foresta.
Questo trasformò improvvisamente Robin da un nobile proprietario di terreni ad un suddito comune senza alcun avere di valore.
A questo punto Hood si ritirò nella foresta di Sherwood (nei pressi di Nottingham, anche se abbiamo detto precedentemente che il luogo sia improbabile) formando una banda chiamata poi Merry men.
Questa banda di poveri fuorilegge viveva in una sorta di comunità autogestita, conducendo una guerriglia contro le autorità rubando a questi ricchezza e cibo, distribuendo poi il ricavato tra i poveri.
I membri più conosciuti della banda sono John Naylor detto Little John (amico fidato di Robin), Lady Marian Clare (la compagna di Robin), e Frate Tuck.
Little John, tutt’altro che “piccolo”, era il più robusto di tutti e gli venne attribuito questo nomignolo ironicamente; era un uomo molto abile che lottava in genere con un bastone ed era un grande spadaccino. È stato introdotto nelle ballate fin da subito.
Lady Marian e Tuck sono probabilmente inventati.
La prima è stata introdotta nelle ballate circa 3 secoli dopo: nel medioevo si festeggiava ancora, almeno in Inghilterra, il Calendimaggio, e in questa festa si usava rappresentare folkoristicamente la primavera con una “lady”, una signora del primo maggio. Questa lady venne introdotta nelle storie probabilmente a causa della crescente popolarità di Robin derivata soprattutto da tre drammi teatrali noti, appunto, per esser stati redatti in occasione di tale festività.
Mentre Fra’ Tuck venne introdotto nelle ballate circa 2 secoli dopo, rendendo anche questo personaggio improbabile seppur con un importante significato “storico-politico” dietro: rappresentava infatti la parte più umile e Cristiana della Chiesa, estranea appunto al lusso e al peccato di gola professato in genere dai preti e dagli alti ranghi del clero. È probabile che le ballate, popolari e fatte quindi dal popolo, volevano introdurre un personaggio che legittimasse anche da un punto di vista religioso le gesta di Robin e della sua banda, che a prima vista potrebbero suscitare indegno a causa delle “violazioni” alle proprietà private (indegno almeno per gente dell’epoca, molto fedele al cattolicesimo, che sosteneva appunto che rubare fosse sbagliato a prescindere dall’ingiustizia nel sistema, e che ogni autorità era legittimata dal “Signore”).

Parlando delle sue gesta,
È plausibile che Robin abbia imparato ad utilizzare magistralmente il proprio arco grazie alla sua probabile partecipazione alle crociate, prima di tornare in Inghilterra rimanendo poi senza averi.
Incarnò, ai suoi tempo, l’aspirazione alla libertà e alla giustizia che le popolazioni medievali erano costrette a soffocare, schiacciate da ogni sorta di sopruso da parte delle classi elevate. Si ritiene, inoltre, che il racconto delle sue imprese abbia contribuito, nei secoli successivi, a togliere l’esclusiva del diritto di caccia ai proprietari terrieri estendendolo anche alla gente comune che poté servirsene per combattere la fame.
Spesso vediamo gli Uomini del passato in un ottica molto distante, come se, in un certo senso, i veri Uomini siamo noi, mentre quelli del passato erano in qualche modo “animaleschi” o brutali.
Storie come quella di Robin, invece, ci fanno capire che da sempre gli Uomini oppressi hanno lottato contro l’oppressore. Piccoli gruppi di guerriglia o anche grandi rivolte hanno da sempre caratterizzato la nostra storia, e solo parte di queste rivolte sfociarono fortunatamente in Rivoluzioni.
Rimanendo in Inghilterra ci sono altri esempi di rivolte cominciate da un semplice soggetto, come Ned Ludd (molto probabilmente immaginario), o l'”anarchico” Guy Fawkes (da cui deriva poi la maschera degli anonymous).
C’è sempre stato un bisogno di un leader, perfino quando le proteste non ne hanno avuto alcuno (come detto ad esempio con i Luddisti). C’è sempre stato un bisogno di un leader-simbolo che incarnasse lo spirito, l’essenza della rivolta; in modo tale anche da giustificarne, se necessaria, la violenza.
Un ladro-eroe Robin Hood riesce a render nobile perfino la “vergognosa” frode; perché la frode, se fatta da dei poveri che non hanno nulla da perdere se non da guadagnare, e diretta a dei ricchi usurai ed usurpatori, è più che giustificata; anche se questo va appunto contro la legge.
Ricordando le gesta di Robin, dunque, è inevitabile che si metta la morale al di sopra della legge, che essendo fatta da una parte degli uomini, spesso, o sempre, di alto rango, non ha sempre una linea morale e di conseguenza non è automaticamente giusta e da rispettare

C’è comunque il dubbio che sia realmente esistito.
Non è da escludere ovviamente che sia esistito, tuttavia molto probabilmente la sua storia è stata col tempo romanzata e arricchita di dettagli; un po come successe anche con Vlad di Valacchia detto Dracula, o anche Re Arthur, giusto per fare due esempi celebri.
Qualche studioso afferma che la figura di Robin sia una sorta di rivitazione “moderna” di certi miti celtici, quindi preesistenti.
Certi antropologi ad esempio lo ricollegano a Robin Goodfellow detto anche Puck (un folletto reso celebre da Shakespeare con “Sogni di una notte di mezza estate”); altri lo accostano al mito celtico del capodanno o meglio del calendimaggio, che narra del dio dell’anno nuovo che vince contro il vecchio inverno (quindi lo sceriffo); altri lo accostano, sempre parlando dei miti celti, ad uno spirito della foresta che aveva le sembianze di una volpe (ripresa poi dalla versione della Disney), chiamata anch’essa Robin; altri ancora lo riconducono al dio dei ladri presente in molte religioni pagane indo-europee (ad esempio il dio Pan, Greco), le cui sembianze ricordano quelle di un uomo con le corna da ariete (“Robinet” nella lingua celtica, da cui tra l’altro deriva la parola “rubinetto” a causa delle decorazioni con gli arieti fatte in quei tempi). Questo accostamento alle mitologie pagane, e soprattutto al dio dei ladri e dei pastori (da cui proviene poi la figura antropomorfa di satana: uomo con pizzo e con le corna, in genere con le zampe da ariete), rese inizialmente Chiesa cattolica particolarmente avversa nei confronti della figura di Robin Hood, provando infatti a censurare la diffusione delle sue storie e delle sue gesta “anti-sistemiche”.

Tuttavia ci sono diversi indizi che facciano pensare che una figura più o meno simile a quella narrata sia esistita realmente, seppur più rudimentale e senza tutti i particolari o aneddoti eroici attribuiti a Robin.
Ci sono documenti di vari tribunali del tempo che parlano di certi “Robin Hood il fuggitivo” (in una pergamena del 1225 nello Yorkshire), o “il conte Robin di Huntingdon” (1248).
Secondo la teoria di J. W. Walker, il personaggio si deve identificare in Robert Hood, nato a Wakefield (figlio di un guardaboschi di nome Adam Hood) che sposò tale Matilda e che, grazie alla sua opposizione al clero, venne identificato col patrono delle feste agricole pagane. Alcuni personaggi indubbiamente storici potrebbero esser ricollegati all’epopea di Robin Hood, e tra questi si citano: Sir Robert Fitz Ooth conte di Huntingdon (1160 – 1247), Robert de Kyme (1210 – 1285, condannato come fuorilegge ed in seguito amnistiato), Robert Hood (1290 – 1347), Robert Foliot (1110 – 1165), e un grassatore noto come “Robert Hod”, sulla cui testa venne posta una ragguardevole (all’epoca) taglia di 32 scellini e 6 pence nel 1226.
Altri Robert Hood (o Robert Hod) erano comunque viventi all’epoca. Il primo era tal Robert Hod di Cirencester, un servo che viveva nella tenuta di un abate nel Gloucestershire, il quale, dopo aver depredato una carovana, assassinando un dignitario in viaggio, fuggì nella brughiera assieme ai complici e fu bollato come “bandito” da parte di un ministro di re Giovanni, Gerard Athee. Esistevano inoltre altri quattro banditi omonimi nel 1256 ai tempi di re Enrico III, successore di Giovanni, tutti rapinatori di carovane e uno di essi addirittura esperto di furto con scasso in un’abbazia dello Yorkshire. Apparvero, inoltre, altri due Robert Hod che operavano all’epoca, il primo in qualità d’arciere nella guarnigione a presidio dell’isola di Wight, mentre il secondo venne imprigionato nel 1354 perché sorpreso a rapinare nelle tenute reali.
Secondo le analisi di David Baldwin, infine, c’è un fattore: rovinato dalla congiuntura economicae costretto a divenire un predone reo di azioni anche violente, tal Roger Godberg, le scorrerie della cui banda avvenivano nella contea di Nottinghamshire e nelle contee limitrofe, a carico ovviamente di personaggi facoltosi ed influenti.
Già nel 1377 si trovano sparse per l’Inghilterra varie ballate dedicate al personaggio, testimoniando il fatto che la storia sia già iniziata a circolare poco dopo la supposta vita di Robin Hood, ben prima del primo racconto completo dedicato all’eroe folkloristico (“le gesta di Robin Hood”, 1510).

Che sia stato un brigante, eroe semi-leggendario arricchito da tanti particolari, o un personaggio inventato di sana pianta, rimane comunque un simbolo di ribellione.
Un simbolo di ribellione impresso nella mente del Popolo, un simbolo di ribellione contro il sistema vigente che crea diseguaglianza e ingiustizia.
Che sia vissuto o meno a Nottingham è presente nella loro bandiera cittadina.
Che sia stato crudele o meno, rimane un simbolo ed un esempio di generosità; una storia da raccontare e ri-raccontare a tutti i cittadini, in particolar modo ai giovani.
Robin Hood è ancora utilizzato, almeno in occidente, come termine per raffigurare una individuo che ruba ai ricchi, violando quindi la legge, per donare ai poveri; rimane un simbolo utilizzato da moltissimi Socialisti, specialmente i libertari e gli anarchici in quanto anti-autoritari in toto.
Perché l’Umanità, il Popolo, ha sempre avuto bisogno di storie di eroi da tramandare di generazione in generazione; per spiegare sotto forma di racconti, semplici ed intrattenenti per tutti, i problemi che affliggono la società, per diffondere speranza in un mondo migliore.

Mazzini e i suoi limiti

Nel analizzare l’operato e le idee di una personalità storica ci si scontra sia con incontrastati meriti sia con limiti dettati dal contesto o dalla stessa persona. Giuseppe Mazzini non è un caso differente, ed è necessario quanto dovuto saper riconoscere i “punti deboli” del suo pensiero, le sue contraddizioni ed errori. Il suo ruolo nella storia dell’Italia moderna e la sua importanza nel movimento rivoluzionario sono indiscussi, la sua fede e la genuinità della sua lotta a favore del popolo e per una sua totale e completa emancipazione altrettanto. Si deve però convenire che non sempre il patriota genovese seppe avere una visione chiara su determinati eventi o situazioni, o formulare soluzioni concrete a problemi concreti.

Mazzini precursore

Fra i più grandi meriti di Giuseppe Mazzini vi è sicuramente quello di essere stato un precursore delle lotte sociali e democratiche contemporanee. A lui va il merito di aver tentanto di veicolare alle masse un messaggio di liberazione, seppur in maniera misticheggiante ed evangelica. Altri prima di lui avevano promosso le medesime idee, anche esprimendole in maniera più violenta e diretta, ma nessuno era mai riuscito ad uscire dalle anguste mura di una setta, un cenacolo di pochi intellettuali che per quanto volenterosi mancavano totalmente della preparazione pratica alla vita politica. E’ il caso di Filippo Buonarroti, giacobino in Francia, sostenitore della “Congiura degli Eguali” e poi delle sette degli “Apofasimeni” (alla quale aderirà Mazzini) e dei “Sublimi Maestri Perfetti”. Nello specifico, il pensiero di Buonarroti vedeva già in una prospettiva di classe la problematica sociale, ma ad egli mancava il legame pratico con la classe stessa. Fondò sette iniziatiche dedite alla preparazione di complotti e congiure a favore del popolo, ma di questo mancò sempre non solo il supporto, ma persino l’attenzione.

Filippo Buonarroti ormai anziano

Mazzini sin dal 1931 volle creare, senza riuscirci, un’organizzazione che potremmo dire “di massa”, rivolta al popolo, ed in particolare al popolo minuto, non ad un ristretto gruppo di intellettuali. per questo si premurò di diffondere il contenuto sociale della Rivoluzione, cercando sempre però di non allontanare con estremismi verbali la borghesia che tramite le sue donazioni rendeva possibile la preparazione delle insurrezioni e la vita clandestina e che, secondo lui spaventata dai socialisti, aveva permesso il colpo di stato di Luigi Napoleone. “Proclamate l’intento SOCIALE della rivoluzione, enunciatelo al popolo: chiamate le moltitudini all’opera: l’onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non operate se non per migliorare il loro destino: scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA E LIBERTÀ da un lato, e dall’altro DIO È CON VOI: fate della Rivoluzione una religione: un’idea generale che affratella gli uomini nella coscienza di un destino comune, ed il martirio. Ecco i due elementi eterni di ogni religione”. E possiamo leggere come sul giornale “Apostolato Popolare” si affermi come “il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo”, da realizzarsi tramite un “programma particolare” degli operai, che devono combattere anche in quanto tali. Per questo sono necessarie strutture associative e la capacità di sottrarsi alla tirannia dell’analfabetismo.

Mazzini maestro a Londra

Così lo stesso Mazzini, esule a Londra, nel 1840 convinse degli operai italiani a fondare una scuola gratuita ed aperta a tutti avente come scopo l’educazione dei figli dei proletari, nella quale insegnò lo stesso Mazzini senza richiedere compenso alcuno. La stessa scuola, oramai casa per centinaia di studenti, arrivò a patrocinare gli incontri e gli eventi di associazioni operaie. La carità, seppur bizzarra, era sopportabile dall’Inghilterra reazionaria, ma il permettere al proletariato di parlare di politica in termini progressisti e rivoluzionari no, ed iniziarono ad arrivare le prime proteste da parte dell’alta società e gli aperti atti d’ostilità. Mazzini si stava scontrando con una realtà che lui, forse per educazione, non sembrava comprendere: la borghesia osteggiava ogni rivendicazione reale del proletariato perché timorosa di perdere il proprio potere, di vedere intaccati i propri privilegi. Per lui la questione era intimamente morale, fondata sull’educazione e sui principi sui quali essa si basava, non materiale. La borghesia si comportava in un tale modo, applicava determinate leggi e non si curava delle sorti del popolo perché “avvelenata” dall’ideologia dei diritti individuali. Con la Repubblica e il rovesciamento del paradigma dei valori sarebbe stata spontanea una rinuncia attiva a tutti i privilegi economici di questa classe, con una collaborazione con gli elementi proletari per arrivare ad una società senza classi, priva di egoismi e conflitti. Da un lato l’educazione, dall’altro l’associazione sindacale e produttiva degli operai, il tutto guidato da solidi principi morali che vedevano in Dio la sorgente stessa di un piano che indiscutibilmente tende all’uguaglianza e al progresso, ma che dal lato pratico pecca di ingenuità e di messianico ottimismo. D’altronde lo stesso Mazzini, questa volta in “Fede ed Avvenire”, testo del 1835, afferma come sia controproducente aspettarsi un aiuto genuino e sincero da parte dei monarchi, poiché essi giammai potrebbero rinunciare al potere faticosamente conquistato a favore della plebe. Perché dunque pensare che la borghesia, in specie la potentissima borghesia industriale o creditizia, possa fare altrettanto? La visione del genovese era limitata alla sua città natale, da sempre città mercantile, dove tutti, o quasi, erano in qualche modo “borghesi”. Pensando a questa classe la sua mente immaginava principalmente le botteghe delle sue vie natali, i farmacisti, i dottori come suo padre, i notai: quella piccola borghesia da secoli presente in Italia che condivideva aspirazioni, problemi e ricchezze con la stragrande maggioranza dei concittadini. Venutosi a scontrare con il terribile mondo industriale fatto di workhouses, criminalizzazione della povertà, interi quartieri composti da nauseabonde catapecchie abitati dal sottoproletariato londinese lui non poté che condannare ed osteggiare tale stato di cose, ma la soluzione da lui proposta era troppo “italiana” per un mondo del genere. Se gli appelli alla moralità e alla giustizia potevano, forse, animare il dottore del nord Italia (come successe a suo padre, capitano della Guardia Nazionale), erano lettera morta per il magnate petrolifero o ferroviario, l’industriale o il proprietario di miniere.

i moti di Milano in una stampa d’epoca

Fu il 1948 il vero punto di svolta: la borghesia iniziava ad avere paura, a temere che le rivendicazioni “liberali” diventassero “democratiche”, che si passasse da una critica ai dazi doganali ad una alle disuguaglianze sociali. Gli scioperi operai di Parigi avevano fatto alzare la guardia a tutti i ceti abbienti, in Italia preoccupati sopratutto perché questi avvenivano anche in solidarietà alla Repubblica Romana, che di per sé, con le sue stramberie sull’eguaglianza, i prestiti forzosi, l’educazione pubblica e l’assistenza sociale, era comunque fonte di turbamento per l’ala più liberale e moderata dello schieramento politico. Caduta la repubblica, Mazzini si trovò solo: da una parte moltissimi sedotti, volenti o nolenti, dalle sirene dei Savoia, oramai percepiti come unica speranza per l’unità nazionale, dall’altra i rubinetti dei tradizionali finanziatori ermeticamente chiusi, come altrettanto chiuse erano le porte delle case di persone che erano a lui state amiche. Testimonianza di ciò è l’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853, organizzata completamente da operai guidati dallo stesso Mazzini, i quali assalirono gli austriaci praticamente privi di armi ed invisi alla cittadinanza agiata. La lista dei 16 insorti fucilati dopo la repressione del moto è eloquente sulla partecipazione al moto: garzoni, falegnami, maestri , facchini, venditori di latte. Karl Marx stesso ammirò questo tentativo rivoluzionario, ma condannò fermamente l’impreparazione e la scarsa organizzazione imputate a Mazzini, da lui chiamato sarcasticamente Teopompo: ” «L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo. Ed è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa […] Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami e delle sue tirate contro il popolo francese, è un risultato molto meschino. È da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi […] In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione.»

Mondi sconosciuti: le campagne

Tornando indietro di due anni un altro tentativo rivoluzionario era stato tentato, la Spedizione di Sapri, dove troveranno la morte Carlo Pisacane e molti altri patrioti. Nato nella parte d’Italia più di tutte ancora legata al latifondo e ad un’economia totalmente agricola, Pisacane conosceva benissimo, o almeno pensava di conoscere, un mondo che a Mazzini restò sempre lontano: quello rurale. Le società di metà ‘800, pur ad industrializzazione in corso, era ancora sopratutto una società rurale. Questo vale come norma generale, poi andando ad analizzare il caso particolare si riscontrano situazioni di urbanizzazione e di industrializzazione già molto avanzate, pensiamo all’Olanda o all’Inghilterra, con Manchester e Londra in testa. Anche se le masse operaie erano di discendenza contadina, originatesi dal pauperismo cinquecentesco, il loro ambiente d’origine non perse d’importanza. Le masse rurali erano la chiave di volta per la Rivoluzione, e Pisacane questo lo sapeva. Quello che però non si aspettava era la constatazione dell’immensa presa che, a dispetto di fame e soprusi, avevano ancora le autorità ecclesiastiche e i vari notabili locali sui poveri contadini. Fu così che dipinto come brigante Pisacane venne assalito dalla stessa plebe che voleva liberare. La perdita dell’amico e compagno rattristò molto Giuseppe Mazzini, che vide in questo fatto una conferma del suo pensiero maturato già decenni prima: i contadini non riescono a recepire il nostro messaggio, sono ora impermeabili ad ogni propaganda politica. Tentativi erano stati fatti, e si contano consigli da parte sua alle società operaie affinché estendessero l’opera di propaganda al contado, ma non ci furono mai tentativi più energici. Antonio Gramsci terrà conto di questo in una critica al movimento democratico risorgimentale, che generalmente non seppe farsi portatore di una “riforma agraria” che avrebbe potuto essere il punto di svolta in una battaglia contro la monarchia che sarà poi persa.

Il rapporto con la proprietà e la lotta di classe

“Non bisogna abolire la proprietà perché essa oggi è di pochi, bisogna aprire le vie perché i molti possano acquistarla”. Questa frase tratta dal “Dei Doveri dell’Uomo”, del 1860, potrebbe apparire in contraddizione con altri elementi del pensiero sociale di Mazzini, come il passaggio alla proprietà sociale delle aziende e il conseguente decadimento di quella che lui stesso definiva “tirannia” del Capitale sul lavoro e del salariato, schiavitù moderna. La concezione della proprietà che egli ebbe non permette un paragone fra le sue affermazioni in merito e quelle di altri pensatori politici. Quando Marx parlava di abolizione della proprietà privata, Mazzini, che Marx non lo lesse mai se non tramite articoli di giornale (“Giuseppe Mazzini” di Roland Sarti”), era convinto di trovarsi difronte all’idea di uno Stato assoluto proprietario di tutto dalle fabbriche agli effetti personali, uno stato più che totalitario. Visione distorta e anch’essa ingenua del pensiero marxista? Certamente. Mazzini, come anche Pisacane, fece proprio il motto “Associazione e Libertà”, dove entrambi i concetti erano indispensabili al progresso umano. Difendendo la proprietà, dove per questa si intendeva, e i suoi testi lo confermano, la proprietà dei frutti del proprio lavoro e i propri personali possessi, il genovese difendeva la libertà del singolo e delle comunità. “Padrone libero della totalità del valore della produzione che esce da voi”: questo è l’indirizzo del progresso sociale prospettato ai lavoratori, coniugazione, seppur vaga, di eguaglianza e di libertà. ma come ottenere questa emancipazione? Qui, purtroppo, ritorna l’ingenuità idealista e la Provvidenza. E’ proprio questa ad essere garante del moto libertario della condizione del proletariato: la sua emancipazione è progetto divino, ineluttabile. Noi uomini dobbiamo unicamente incamminarci lungo questa strada associando il capitale e il lavoro, ponendo nelle mani dei lavoratori, oramai tutti eguali, la gestione dei vari mezzi di produzione, creati dall’impegno degli stessi lavoratori o ceduti da una borghesia che non vuole più essere tale. L’educazione e la morale tornano ad avere un ruolo primario e privilegiato: alla lotta di classe si oppone una metafisica assunzione di tutte le persone, ora “gente” slegata ed egoista, al “Popolo”, con conseguente abbattimento di ogni classe sociale, in una società dove le uniche distinzioni sarebbero state quelle generate dall’inclinazione personale e dalla volontà. Una situazione da raggiungersi “gradatamente e pacificamente”, perché il vero problema risiede nella moralizzazione dell’Italia. Si ripetono le nostre conclusioni già prima esposte: buonissimi propositi di una società socialista e libertaria resi nella prassi irraggiungibili da un pacifismo evangelico che più che malizioso potremmo definire miope, poiché focalizzato unicamente all’ideale e solo di riflesso impegnato nella materialità. Occorre dire che, seppur senza trarne le dovute conseguenza, Mazzini constatò e seppe rispondere energicamente alle posizioni antidemocratiche ed antipopolari della borghesia, e ciò avvenne sempre all’interno della Repubblica Romana, unica esperienza in cui egli poté tentare la costruzione di un progetto statale, seppur soggetto alle contraddizioni di un’assemblea eletta a suffragio universale composta da un ampissimo spettro di parlamentari, dai socialisti come Quirico Filipanti ai reazionari monarchici. Si tratta dei forzosi “prestiti” che la Repubblica obbligò ricchi borghesi e latifondisti ad erogare, ed un poco conosciuto decreto, firmato da Mazzini stesso, che così commentava Antonio Gramsci sull’Avanti! il 26 luglio 1917:

“Mazzini offrì al popolo non il vano nome di libertà, che può anche essere il morir d’inedia, bensì la redenzione del pane e del lavoro: e fra i primi provvedimenti fu diminuito il prezzo del sale […] e specialmente fu bandito un decreto 15 aprile 1849, che è ancor oggi il maggior documento che Mazzini abbia elevato a se stesso nel cuore di ogni cosciente proletario! Con grato animo verso il suo ideatore rileggiamo insieme il breve e rivoluzionario decreto, che porta precisamente la sua firma e fu probabilmente da lui stilato <<Articolo 1°- Ogni famiglia povera, composta di almeno 3 individui, avrà a coltivazione una quantità di terra capace del lavoro di un paio di buoi, corrispondenti ad un buon rubbio romano, cioè due quadrati censuari, pari a metri quadri 20.000. Articolo 2°- I vigneti saranno dati a coltura all’individuo senza che sia richiesta famiglia, e verranno divisi in ragione della metà dell’indicata misura>>. Oggi i socialisti non potrebbero accettare un simile provvedimento perché lo stimerebbero inefficiente nella pratica ed inadeguato allo sviluppo economico della società, ma esso ha segnato allora la negazione aperta del diritto di proprietà, un tentativo di dare la terra e gli strumenti del lavoro ai lavoratori. Per questo può essere ricordato come esempio e come monito.”

Un rapporto ambiguo, dunque, sottomesso più alla mala-interpretazione delle idee straniere che ai miraggi di una pacifica ed ordinata società utopica, Il Mazzini reale ci svela come la borghesia stessa possa essere “punita” e la sua proprietà violata se essa non accetta l’avvenire di eguaglianza e libertà congruo alle idee da lui esposte, ma tutto non riesce ad avere ricadute pratiche, e i principi vengono proclamati nell’astratto, ed affidati nella realtà alla Provvidenza e all’interpretazione di Mazzini stesso. Bolton King osserva: “Mazzini pare che mai si domandasse quale sarebbe il destino ultimo del suo piano cooperativo; se l’avesse fatto avrebbe dovuto avvedersi che, sia pure per via diversa, sarebbe finito di necessità nel collettivismo”.

Conclusione

Giuseppe Mazzini, con i suoi limiti e il suo limitato spazio d’azione, rappresenta ancor oggi un esempio a cui guardare non solo per la sua opera sociale e politica, ma anche per le sue qualità di instancabile rivoluzionario, capace di cadere mille volte e sempre di rialzarsi. Nemmeno con la morte venne meno la sua opera ed il suo esempio, che venne raccolto dalle migliaia di società operaie evolutesi poi in sindacati e del Partito Socialista, dai suoi più giovani amici come Aurelio Saffi, dai volontari garibaldini in Grecia nel ’92, nel ’98, in Francia nel ’14 e in Spagna nel ’36. Ancora attuali sono i suoi moniti nei confronti del materialismo, poiché l’interesse materiale, se non posto alla tutela di un più ampio disegno, che lui dipingeva come morale e religioso ma di cui altre interpretazioni sono possibili, è soggetto alla degenerazione in egoismo, in ricerca dell’utile materiale. Corretti con una sana dose di realtà, che possiamo dire bilanci il suo idealismo, i suoi scritti sono fonte d’inestimabile valore per la crescita politica, e la sua biografia patrimonio di tutti gli oppressi e gli uomini che anelano alla libertà, convinti che l’avvenire debba avere il libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti.

“…domani in Italia”.

Era il 1936, in Spagna infuriava la guerra civile scatenata dal golpe di Francisco Franco, e per tutto il mondo andava diffondendosi una cupa atmosfera di rassegnazione alla svolta autoritaria e totalitaria del capitalismo: Mussolini in Italia era al governo da più di un decennio, la Germania era caduta pochi anni prima e per tutto l’Occidente si andavano a diffondere movimenti filo-fascisti, mentre in tutti i paesi i palazzi del potere pullulavano di individui apologeti delle dure maniere contro il popolo, in specie quello minuto. In questo contesto parlava da Barcellona alla propria patria Carlo Rosselli, andato in Spagna a soccorso della repubblica ed in nome della libertà dei popoli. Il significato è chiaro, la dittatura può essere vinta, la libertà si riscatta col fucile, un nuovo ordine sta nascendo e gli italiani, al prezzo della loro vita, stanno combattendo per il trionfo della giustizia, della libertà, del socialismo. Riproponiamo qua di seguito il discorso integrale, pronunciato il 13 novembre 1936 alla radio di Barcellona.

“Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli : ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana. formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio. dalla Svizzera, dalle lontane Americhe.

Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria.Anche dall’Italia oppressa partono volontari. 
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che,a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell’antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l’università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la Guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria.
Ascoltate, italiani. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona. Un secolo fa, l’Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell’Austria,del Borbone, dei Savoia,dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all’esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia,Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese, lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici,da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. Gli italiani riacquistarono fiducia nelle loro forze.
Oggi una nuova tirannia, assai più feroce ed umiliante dell’antica, ci opprime. Non è più lo straniero che domina. Siamo noi che ci siamo lasciati mettere il piede sul collo da una minoranza faziosa, che utilizzando tutte le forze del privilegio tiene in ceppi la classe lavoratrice ed il pensiero italiani.

Ogni sforzo sembra vano contro la massiccia armata dittatoriale. Ma noi non perdiamo la fede. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuna parlerà più domani di Mussolini. E’ come nel Risorgimento, nell’ epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.
E’ con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna. 0ggi qui, domani in Italia.
Fratelli, compagni italiani, ascoltate. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona.
Non prestate fede alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari spagnuoli come orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta.
La rivoluzione in Ispagna è trionfante. Penetra ogni giorno di più nel profondo della vita del popolo rinnovando istituiti, raddrizzando secolari ingiustizie. Madrid non è caduta e non cadrà. Quando pareva in procinto di soccombere, una meravigliosa riscossa di popolo arginava l’invasione ed iniziava la controffensiva. Il motto della milizia rivoluzionaria che fino ad ora era “No pasaran” è diventato ” Pasaremos”,cioè non i fascisti, ma noi, i rivoluzionari, passeremo.
La Catalogna, Valencia, tutto il litorale mediterraneo, Bilbao e cento altre città, la zona più ricca, più evoluta e industriosa di Spagna sta solidamente in mano alle forze rivoluzionarie.

Un ordine nuovo è nato, basato sulla libertà e la giustizia sociale. Nelle officine non comanda più il padrone, ma la collettività, attraverso consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi non trovate più il salariato costretto ad un estenuante lavoro nell’interesse altrui. Il contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipii.Negli uffici,gli impiegati,i tecnici, non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, ma ad una nuova gerarchia fondata sulla capacità e la libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché‚ nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando la personalità dell’uomo e l’autonomia dei gruppi umani.
Comunismo, si, ma libertario. Socializzazione delle grandi industrie e del grande commercio, ma non statolatria: la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l’uomo da tutte le schiavitù.
L’esperienza in corso in Ispagna è di straordinario interesse per tutti. Qui, non dittatura, non economia da caserma, non rinnegamento dei valori culturali dell’Occidente, ma conciliazione delle più ardite riforme sociali con la libertà. Non un solo partito che, pretendendosi infallibile, sequestra la rivoluzione su un programma concreto e realista : anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani collaborano alla direzione della cosa pubblica,al fronte, nella vita sociale. Quale insegnamento per noi italiani!
Fratelli,, compagni italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per recarvi il saluto dei volontari italiani. Sull’altra sponda del Mediterraneo un mondo nuovo sta nascendo. E’ la riscossa antifascista che si inizia in Occidente. Dalla Spagna guadagnerà l’Europa. Arriverà innanzi tutto in Italia, cosi vicina alla Spagna per lingua, tradizioni, clima, costumi e tiranni. Arriverà perchè la storia non si ferma, il progresso continua, le dittature sono delle parentesi nella vita dei popoli, quasi una sferza per imporre loro, dopo un periodo d’ inerzia e di abbandono, di riprendere in in mano il loro destino.
Fratelli italiani che vivete nella prigione fascista,io vorrei che voi poteste, per un attimo almeno, tuffarvi nell’ atmosfera inebriante in cui vive da mesi,nonostante tutte le difficoltà, questo popolo meraviglioso. Vorrei che poteste andare nelle officine per vedere con quale entusiasmo si produce per i compagni combattenti;vorrei che poteste percorrere le campagne e leggere sul viso dei contadini la fierezza di questa dignità nuova e soprattutto percorrere il
fronte e parlare con i militi volontari. Il fascismo,non potendosi fidare dei soldati che passano in blocco alle nostre file, deve ricorrere ai mercenarii di tutti i colori. Invece,le caserme proletarie brulicano di una folla di giovani reclamanti le armi. Vale più un mese di questa vita,spesa per degli ideali umani,che dieci anni di vegetazione e di falsi miraggi imperiali nell’Italia mussoliniana.
E neppure crederete alla stampa fascista che dipinge la Catalogna,in maggioranza sindacalista anarchica, in preda al terrore e al disordine. L’anarchismo catalano è un socialismo costruttivo sensibile ai problemi di libertà e di cultura. Ogni giorno esso fornisce prove delle sue qualità realistiche. Le riforme vengono compiute con metodo, senza seguire schemi preconcetti e tenendo sempre in conto l’esperienza.
La migliore prova ci è data da Barcellona, dove, nonostante le difficoltà della guerra, la vita continua a svolgersi regolarmente e i servizi pubblici funzionano come e meglio di prima.
Italiani che ascoltate la radio di Barcellona attenzione. I volontari italiani combattenti in Ispagna, nell’interesse, per l’ideale di un popolo intero che lotta per la sua libertà, vi chiedono di impedire che il fascismo prosegua nella sua opera criminale a favore di Franco e dei generali faziosi. Tutti i Giorni areoplani forniti dal fascismo italiano e guidati da aviatori mercenari che disonorano il nostro paese, lanciano bombe contro città inermi, straziando donne e bambini. Tutti i giorni, proiettili italiani costruiti con mani italiane, trasportati da navi italiane, lanciati da cannoni italiani cadono nelle trincee dei lavoratori.
Franco avrebbe già da tempo fallito, se non fosse stato per il possente aiuto fascista.Quale vergogna per gli italiani sapere che il proprio governo,il governo di un popolo che fu un tempo all’avanguardia delle lotte per la libertà,tenta di assassinare la libertà del popolo spagnolo. 
Che l’Italia proletaria si risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle fabbriche, dai porti italiani non debbono più partire le armi omicide. Dove non sia possibile il boicottaggio aperto, si ricorra al boicottaggio segreto. Il popolo italiano non deve diventare il poliziotto d’Europa.
Fratelli, compagni italiani, un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona, in nome di migliaia di combattenti italiani.

Qui si combatte, si muore, ma anche si vince per la libertà e l’emancipazione di tutti i popoli. Aiutate, italiani, la rivoluzione spagnuola. Impedite al fascismo di appoggiare i generali faziosi e fascisti. Raccogliete denari.E se per persecuzioni ripetute o per difficoltà insormontabili, non potete nel vostro centro combattere efficacemente la dittatura, accorrete a rinforzare le colonne dei volontari italiani in Ispagna.
Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa.”

Come la chiesa tenne sotto scacco il potere borghese italiano

Dopo l’unificazione italiana, e la mancata esecuzione del pontefice Pio IX, il Vaticano si considerò “prigioniero politico” di uno stato, il Regno d’Italia, che non riconosceva. Anzi, invitò tutti i cristiani che vivevano su suolo italiano a non partecipare né alla vita politica, né di unirsi a sindacati socialisti,andando in primis contro i fedeli i quali, spesso, erano povera gente che veniva vessata.
Facciamo un piccolo passo indietro.
Sì, perché il “Sillabo”(pubblicato nel 1864 da Pio IX) condannava tutto ciò che potesse essere considerato eretico:”l’ateismo, il Socialismo, il Comunismo”. Ma non si fermò solo a questo; infatti nel 1870 il Papa con il “non expedit” vietó a tutti i credenti di votare. Pio IX, dunque, attraverso la questione romana teneva sotto scacco il Regno d’Italia, privandolo di un grande numero di elettori (va detto, però, che non vi era suffragio universale). Insomma un ricatto di quelli che potremmo vedere oggi con Atlantia, detentrice di Autostrade per l’Italia : se mi togli la concessione non ti aiuto a salvare Alitalia. Lo stesso a quei tempi: ” se non mi riconosci un territorio nel Lazio, io faccio resistenza attiva sul tuo territorio “. Ci volle il Socialismo, il partito Socialista e i sindacati, per svegliare il papa che, oltretutto, riceveva un indennizzo sin dai tempi del liberale Cavour il quale, tentò, di riallacciare i rapporti. A quel punto il Pontefice, Leone XIII, pubblicò l’enciclica “Rerum Novarum”, nel 1891, con la quale incoraggiava la creazione di associazioni e sindacati cattolici, per contrastare quelli di stampo socialista. E la creazione del partito popolare italiano, nel 1919, parte da qui. Passando per il Patto Gentiloni, uno scandalo di prestiti di poltrone che ci ricorda molto i tempi odierni, nelle elezioni del 1913 i cattolici avrebbero potuto votare i liberali, a patto che, questi ultimi non contrastassero in alcun modo il potere temporale dello stato della chiesa e il credo cattolico. Insomma chi furono questi signori che tentarono di riallacciare i rapporti con la chiesa? Cavour, Giolitti e Mussolini,dopo. Il primo mito del secondo, il secondo alleato con l’ultimo nei blocchi nazionali. Come a far capire che, chi è sceso a patti con la chiesa, sicuramente non ha mai rappresentato l’Italia né il suo popolo: trasformismo, despotismo, liberalismo e liberismo.
Insomma, l’astensionismo cattolico di fine 800 inizio 900 ci riporta alla mente una frase famosa di Honecker, vale a dire che non è mai esistita una cosa che terrorizzasse più il capitalismo che il Socialismo stesso. Il comportamento della chiesa a fine 800 lo dimostra, appieno.

Quello che ci fa incazzare


Quello che ci fa incazzare
È così che è necessario iniziare questo piccolo testo. Siamo incazzati. Ed è colpa dell’ipocrisia moderna; no, non salvini. O meglio non solo. Un’ipocrisia generalizzata a tutti i politici, di tutte le posizioni ed idee.
Quando si sente elogiare la resistenza, lo si chiama (coerentemente) il secondo RISORGIMENTO si dovrebbe essere solo che orgogliosi del percorso fatto dai patrioti e socialisti , quelli veri, dal 1861 passando per il 1943 sino alle lotte per il lavoro degli anni, tanto elogiati, della prima repubblica . Ma chi osa nominarli? Personaggi che ci costringeranno ad un terzo risorgimento! Uomini “politici” che ci portano ad avvicinarci, a mischiarci, anche con chi (in una futura guerra di liberazione) ha idee avverse alle nostre ma che, in un modo o nell’altro, è resistente al sistema eurocratico e tardocapitalista moderno.
Sentire parlare di “patriottismo” da personaggi emeriti della repubblica odierna è ripugnante, una blasfemia pari all’elogio della nazione durante il Ventennio.
Ma non finisce qui! Sono incazzato perché a scuola, quando si affronta l’ottocento, si elogiano i movimenti operai che portarono avanti le prime lotte. Con un sentimento quasi di pena, poverini questi lavoratori sfruttati. Però, guarda caso, i movimenti socialisti e comunisti non vanno più bene nel novecento. Servono solo ad alcuni per pulirsi dalla coscienza le vittime fatte dai precursori passate. Nel novecento “si è esagerato”; si banalizza dicendo che “hanno fatto troppe vittime, hanno portato ad un disastro, ad anni di tensione”. Qualcuno si è mai messo a conteggiare i morti sul lavoro nel periodo post rivoluzione industriale, le cui condizioni sono ben descritte da Engels? No. Non interessa, semplice. Sono incazzato perché oggigiorno non gli interessa a nessuno dei riders, magari(non è neanche detto, forse questo potrebbe essere l’ultimo secolo di lotta, alcuni lo hanno già ipotizzato vedi Fukuyama) si faranno gli stessi discorsi moralisti che facciamo oggigiorno nei luoghi del sapere sui poveri lavoratori dell’ottocento.
Ed ancora i nuovi colonialismi, le ingerenze in Africa moderne: a scagliarci contro le campagne coloniali dell’ottocento e novecento siamo subito pronti; pronti, però, a chiamare anche dei semiterroristi i patrioti del nord Africa che commettevano attacchi contro il governo autoritario di De Gaulle. Questo è un grido di rabbia, da cui deve nascere una voce dissidente forte che riecheggi nei secoli a venire.