Virus, armi ed economia: lo scacchiere della guerra. Di Eros Rossi

Ed ecco che è scoppiata la “bomba”.
È ormai da giorni che diversi Italiani hanno sparso il virus senza sapere di averlo. Tutto d’un tratto, nel giro di un giorno, sono venuti alla luce 20, poi 50, poi 70 casi. Regalando all’Italia quindi questo triste primato di Paese occidentale con più infetti.
Non staremo qui a spiegare, e quindi incolpare, chi ha mal gestito la situazione con i pochi (o mancati) controlli, ma dobbiamo comunque accennare una delle cause per cui questo virus si sia sparso così velocemente proprio da noi. Non stiamo parlando di untori, inutili da incolpare se non per mancata igiene (ormai impossibile da provare).
I primi “colpevoli” che ci vengono in mente, a livello politico, sono il partito democratico e il movimento 5 stelle, che “non hanno chiuso i porti”. Questo è senza dubbio vero, e si dovevano prendere le dovute precauzioni isolando per un tot. di tempo chi provenisse dalla Cina, soprattutto dalle province-focolaio, invece di fare il semplice test della temperatura, che non è assolutamente efficace nel periodo di incubazione (14~20 giorni).
Allora la colpa è esclusivamente del Pd e di M5s? Assolutamente no, nessun partito parlamentare è senza colpa: la sanità è in mano alle regioni, e le regioni del nord colpite dal coronavirus sono da anni ormai governate dalla lega e comunque dal centro-destra, e cosa hanno fatto mentre stavano (e stanno) a potere? Semplice, hanno “migliorato la sanità” tagliando i fondi pubblici e quindi personale e posti letto, a favore, invece, dei privati (vogliamo ricordare inoltre che la lega è finanziata da diverse aziende ospedaliere private, quindi non c’è poi tanto da stupirsi).
Il pd è difficile che incolpi la lega, perché entrambi il centrosinistra e il centrodestra hanno seguito le stesse politiche austere e privatizzanti nelle rispettive regioni in cui hanno governato.
E oltre a loro non può mancare l’Unione europea, che con limiti sul deficit e induzioni all’austerità non ha fatto altro che rovinare il sistema sanitario Italiano (per non parlare di Paesi che stanno messi male perfino più di noi come la Grecia, che è stata obbligata a render a pagamento perfino la chemioterapia). Bastano pochi dati per capirlo: 37 miliardi di euro sottratti al sistema sanitario nel giro di 10 anni; mancanza di personale, soprattutto negli ospedali pubblici, con restrizioni assurde nelle facoltà di medicina (nei test d’ingresso vengono ammessi circa 1/7 dei partecipanti) [https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/padova_mestre_giampiero_giron_anestesista-4376908.html]; nel 1980 c’era una media di 922 posti letto per 100.000 abitanti, che possono sembrare pochi, fino ad arrivare nel 2013 a 275 posti per 100.000 [https://gateway.euro.who.int/en/indicators/hfa_478-5060-acute-care-hospital-beds-per-100-000/visualizations/#id=19535]; i posti in terapia intensiva del Servizio Sanitario Nazionale, inoltre, sono 8,42 per 100.000 abitanti.

In marrone i posti letto ogni 100mila abitanti in Italia
In rosso i posti letto medi dei Paesi Europei, se seguono presso a poco lo stesso andamento

E non mancano i “piccoli” fatti scandalosi che non fanno che aggravare la situazione ed evidenziare la mancanza di serietà del nostro governo e del nostro sistema, dipendente interamente dall’Ue. Verso la metà di febbraio, infatti, l’università di Padova elaborò un test in grado di individuare in meno di tre ore il coronavirus nei tamponi di saliva. Arrivò subito la risposta negativa, ricordando che ogni analisi effettuata su “soggetti asintomatici non rientra tra le prestazioni coperte dal fondo del Ssn” [https://www.repubblica.it/cronaca/2020/02/22/news/coronavirus_pronto_il_test_rapido_cinesi_in_fila_ma_la_regione_lo_blocca-249306694/].
Aprendo una piccola parentesi, vogliamo parlare anche del fatto che la lega stia trasformando perfino questa occasione in una campagna per i “porti chiusi”, affermando che gli immigrati africani potrebbero portare il virus qui in Italia – deja-vu, con l’ebola fu tutta propaganda – quando in tutto il continente Africano c’è stato 1 solo caso in Egitto, tra l’altro già curato, mentre in Italia sola (ad oggi) ci sono 130 infetti e nel resto dell’Europa altri 41 casi. Dovremmo, per essere coerenti, barricarci dagli altri Paesi europei per proteggere sia loro che noi stessi; ed ironia della sorte, avrebbe più senso chiudere i viaggi con l’Africa per proteggere loro, che hanno 0 infetti, e non noi, che siamo già il quarto Paese al mondo per numero di casi.
Intanto in Italia, e probabilmente presto nel resto dell’Europa, i prezzi dei prodotti igienizzanti stanno aumentando. Nessuna legge che lo vieti, da noi. Si preferisce infatti la “legge” del mercato, della mano invisibile che pretende tutto, anche in situazioni allarmanti come questa. Sciacallaggio, Avvoltoi è dir poco.
Citiamo tra l’altro la nostra dimenticata, o ignorata Costituzione, articolo 43:
“A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.
Intanto la Cina, quella “totalitaria e cattiva”, ci ha messo poco ad affermare questo: “La Cina reprimerà severamente le attività illegali come l’accaparramento e l’offerta dei prezzi delle forniture mediche come maschere, indumenti protettivi e disinfettanti”. A dire questo è stata l’amministrazione statale per la regolamentazione del mercato; con l’obiettivo di rafforzare la gestione di prodotti come maschere facciali, Shanghai ha effettuato 9.314 ispezioni e indagato su 10 casi, incluso il pricejacking nei e-commerce. E non solo, la Cina ha addirittura iniziato a distruggere denaro in contante in certe zone, visto che circola molto, per evitare ulteriori contagi; cosa che in Italia non succederebbe mai e poi mai, essendoci limiti perfino nella sanità per via della fobia del “deficit” [https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1419941/banca-virus-coronavirus-cina-banconote].
Tornando in Italia;
il problema, quindi, non è tanto la mortalità, quanto invece l’alta infettività e la mancanza di posti letto.
Riusciremo a resistere al virus quanto la Cina? O saremo la “causa”, l’inizio, di una pandemia, aprendo la strada al virus per espandersi poi in tutta Europa e America?
Tutto sta alla fine nel tempismo.
Dobbiamo sperare che si trovi al più presto un antidoto che funzioni nel 100% dei casi.

Tornando a noi. Questo articolo vuole in particolar modo analizzare la situazione globale di questa epidemia, che sta per diventare una pandemia.
Abbiamo già parlato delle possibili cause che possano aver scatenato questo virus [http://www.giovineitalia.org/virus-in-cina-cosa-sta-accadendo/], ma la situazione è da tener aggiornata.
Vogliamo iniziare dicendo che, da un punto di vista prettamente imperialistico ed occidentale, se esistesse un momento adatto per far spargere un arma batteriologica in Cina (o Russia) sarebbe senza dubbio questo.
È ormai ovvio il fatto che gli Stati uniti stiano lottando aspramente contro la Cina, tra dazi ed intrighi vari. E il recente accordo firmato con Donald Trump non è certamente un punto di svolta, ma è più che altro una breve tregua per la Cina, che dovrà comunque continuare a pagare i vari dazi [e i motivi li trovate qui: http://www.giovineitalia.org/guerra-dei-dazi-e-pace-fra-cina-e-stati-uniti/].
Dopo i tentati (e falliti) moti insurrezionali scatenati ad Hong Kong, manovrati palesemente dall’occidente, e la breve “miccia” scoppiata in Uyghuristan per via dei vari fondamentalisti islamici – probabilmente anche questi finanziati dall’occidente come d’abitudine dopo al qaeda ed isis – l’arma batteriologica potrebbe essere l’arma finale, il piano b.
È stata sparsa – sempre se è stata effettivamente sparsa – proprio alle porte dai vari festeggiamenti tradizionali del capodanno cinese, e proprio in un luogo, Wuhan, che potrebbe indurre l’opinione pubblica a puntare il dito verso il governo Cinese. Perché proprio in quella città, infatti, è presente un importante laboratorio di armi batteriologiche.
Potrebbe esser un virus che ha scampato i vari rigidi controlli presenti nel laboratorio? Può darsi, ma sono alquanto strane le varie coincidenze sorte dalle informazioni sparse che abbiamo a disposizione oggi. È più verosimile, invece, pensare ad un importazione del virus per interessi statunitensi.
Esporremo qui, quindi, i vari dati, in parte anche confusi, che abbiamo trovato comunque interessanti.
Iniziamo con le diverse sperimentazioni:

1- La Bill & Melinda Foundation:
Ottobre 2019, la Johns Hopkins Center for Health Security, strettamente collegato al National Institutes of Health (L’Istituto Nazionale della Sanità Usa), ha simulato lo scenario derivante da una pandemia da coronavirus.
Tra i partner di questa simulazione, chiamata “Event 201”, troviamo la Bill & Melinda Gates Foundation e il Word Economic Forum.
La simulazione (specificando che non sia una previsione) è stata veramente profetica: un coronavirus che si sarebbe manifestato nel 2020 in Cina facendo, però, in totale 65 milioni di infetti (numero alquando lontano dagli attuali 80.000 circa, ma non si sa mai).
La Bill & Melinda, proprio in quell’occasione, stanziò 7 miliardi di dollari proprio per una ricerca su un eventuale vaccino per un coronavirus.
Per farla breve, è partita in vantaggio con le ricerche, ed è quindi probabile (anche se non certo) che arrivi a trovare per prima un vaccino vendendolo poi ai vari Paesi colpiti
[https://www.businessinsider.com/vaccines-for-wuhan-china-cornonavirus-moderna-inovio-cepi-2020-1?IR=T; e https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-coronavirus_epidemia_prevista_con_puntualit_sconcertante/16658_32771/].
Quanto si arriverebbe a fare per profitto..

2- Uno strano documento presumibilmente della CIA:
Si è trovato questo documento condiviso da “Wikileaks Italia” – una pseudo-organizzazione composta da attivisti che supportano Wikileaks internazionale, ma agiscono in modo autonomo e decentralizzato facendo raccolta d’informazioni mediante la consultazione di fonti di più o meno pubblico accesso – che è strutturato in modo simile ai soliti documenti esplicativi appunto della CIA.
Espone comunque una teoria interessante: gli Stati uniti avrebbero utilizzato questo virus per metter in ginocchio economicamente ed anche militarmente la Cina, rendendola appunto occupata a risolvere le migliaia di casi di epidemia.
In questo modo, oltre ad isolarla dal mercato anche a lungo termine (con aziende straniere che “se ne vanno via” dalla Cina), gli Stati uniti riuscirebbero a far suscitare scontento popolare tra i Cinesi facilitando eventuali movimenti insurrezionali già provati a Hong Kong (un campo di prova), e soprattutto a ristabilire l’egemonia del Paese nordamericano nel mar cinese meridionale, da molto tempo acque contese tra le due potenze.
Da qui, gli Stati uniti continuerebbero a premere politicamente la Cina, facendo crollare o comunque sottomettere il governo, o, nel caso non funzionasse, invadere il Paese (trovando qualche pretesto come al solito) dal sud, cioé nella zona del Cantone. Delle conseguenze che potrebbero svilupparsi da queste mosse strategiche ne parleremo dopo.
Qui il documento di cui stiamo parlando:

È anche presente il documento che espone il programma e il test delle varie armi batteriologiche, fatto nel ’77:

esclusivament

Si può inoltre notare (da p.189) che diversi test iniziati negli anni ’60 siano ancora classificati, cioè non conclusi. Ciò vuol dire che ci sono ancora diversi “volontari” (in genere poveri che si offrono per del denaro, per sfamare la propria famiglia) che stanno subendo sperimentazioni varie con virus e vaccini.

3- Gli esperimenti in Georgia:
Esiste un laboratorio statunitense di armi batteriologiche in Georgia. Gli Stati uniti importano in quella base (strettamente monitorata anche a qualche km di distanza) periodicamente diversi campioni di sangue, senza, per contratto, subire controlli dal governo Georgiano [http://aurorasito.altervista.org/?p=2579].
E la natura delle armi che stanno probabilmente progettando è allarmante: droni che rilasciano zanzare infette, e virus/batteri con obiettivi etnici.
Già, sulla prima arma è stato trapelato un brevetto militare, e sulla seconda sono stati trovati diversi documenti ed e-mail a riguardo.
I laboratori, da quanto dicono le e-mail citate nell’articolo, esigono esclusivamente sangue Russo del Caucaso, e si rifiutano di studiare campioni provenienti dall’Ucraina o altri Paesi, seppur Slavi o comunque ex-Sovietici.
I documenti rivelano alcuni progetti finanziati dal Pentagono. Tra cui quelli relativi alla Russia. L’US Air Force raccoglie specificamente campioni di RNA e tessuti sinoviali russi sollevando timori a Mosca su un occulto programma di armi biologiche etniche statunitensi, tanto da aver reso illegale nel 2007 tutte le esportazioni di biocampioni Umani. Il Pentagono aveva anche studiato il ceppo di antrace russo presso il Centro Lugar per il quale la Russia ha un vaccino, un ceppo russo di Ersinia pestis (che causa la peste), così come la sequenza del genoma del ceppo del virus della febbre emorragica russa Crimea-Congo. Secondo lo studio del genoma, il “DNA del russo è disponibile dal Dr. Mikeljon Nikolich”, uno degli scienziati del Pentagono presso il Centro Lugar incaricato della ricerca sul genoma di ceppi in raccolte di patogeni provenienti da Paesi ex-sovietici, come rivela un documento trapelato.
Sono girare tra l’altro diverse voci, e sottolineamo voci, che affermano che il coronavirus stesso sia anch’esso un “etno-virus”. Ciò non significa che non colpisca Umani di altre etnie diverse da quella Han o “affini”, ma che abbia una tasso di mortalità maggiore presso quella etnia che ha nel mirino. Basti guardare il tasso di mortalità in Cina (2~3%), e quello nel resto del mondo (~0,5%). C’è tuttavia da dire che il tasso di mortalità potrebbe ancora esser parziale in quanto il tempo di incubazione, e delle eventuali cure, sia maggiore ai 20 giorni; c’è quindi ancora da aspettare per arrivare a queste conclusioni per ora affrettate.

Potreste pensare che sia mero complottismo, dei semplici casi. Che esista una ricerca di armi batteriologiche si sa per certo, ed è accertato e regolamentato, almeno in teoria, anche a livello internazionale tra i diversi Paesi. Si parla ovviamente dei Paesi più influenti sul piano geopolitico come Russia, Cina, e appunto Usa.
Potreste pensare che queste siano armi preventive, che verrebbero usate solo in casi estremi come, in teoria, la bomba atomica; e che nessuno avrebbe il coraggio di sporcarsi le mani lasciando morire più di 2.000 innocenti.
Non è così, gli Stati uniti, e i Paesi imperialistici in generale, hanno da sempre badato solo fino ad un certo punto al numero di morti. Nelle guerre o nei blocchi economici scatenati da questi sono morti ben più di “2.000 innocenti”. Per di più, rimanendo nell’ambito del virus, gli Stati uniti hanno già tentato di scatenare un epidemia contro un “vecchio nemico”.
Successe nel 1971, quando, dopo diversi tentativi tra cui invasione fisica e attacco al governo con i blocchi economici, gli Usa introdussero il virus della peste suina africana a Cuba (Isola posta proprio sotto gli Usa mettendo, irresponsabilmente, potenzialmente in pericolo tutta la Popolazione): questa funzionò, e il governo Cubano fu costretto ad abbattere 500.000 suini per evitare il peggio.
Ancora oggi la CIA rinnega di esser stata l’artefice dell’epidemia, ma, oltre ad essere l’unica spiegazione razionale (secondo la CIA e il governo Usa il virus, che in occidente ha colpito SOLO Cuba, è arrivato sull’isola da una nave proveniente dall’Africa, nonostante i forti limiti commerciali e i controlli per via di un pericolo perenne di importazioni armi da parte degli Stati uniti), esistono vari documenti che circolano ormai su internet [https://twitter.com/Wikileaks_Ita/status/1224828912301215746?s=19].

Va inoltre detto di un dettaglio che, seppur coincidenziale, non fa che favorire, diciamo, l’agenda dell’occidente. È infatti risaputo, almeno tra noi Socialisti, che si stia portando avanti una propaganda “contro” gli anziani. Lo si può vedere nella sub-cultura giovanile in occidente, dove il rispetto della figura anziana viene sempre più a mancare.
Cosa impensabile nei Paesi “orientali”, dove nell’anziano si vede un saggio, uno che ha più esperienza di Vita, eccetera.
Gira ormai da tempo la frase fatta del “ci avete rubato il futuro”, e si vede da tempo il comportamento dei giovani che, etichettando ciò che pensano e fanno gli anziani come contro-produttivo e ormai “passato”, pretendendo più libertà e diritti borghesi, inseguendo tra l’altro la logica del consumo, non fanno che facilitare il rafforzamento del potere da parte del capitale.
Si è arrivati perfino a proporre la rimozione del diritto di voto ai più anziani, preferendo tra l’altro estendere il diritto, in compenso, ai più giovani 16enni. Giovani che non hanno esperienza o conoscenza politica, appena indottrinati dalla propaganda consumista, liberista, ed atlantista dettata nelle scuole. Tutt’altro invece gli anziani, che hanno, seppur non tutti, una esperienza anche rivoluzionaria.
Con un analisi marxista si può facilmente capire che questo accanimento verso gli anziani non sia altro che distrazione di massa. Si distoglie l’attenzione da ciò che davvero ha rovinato il mondo, la società e l’ambiente, e cioè il capitale; non di certo gli anziani, anch’essi vittima dello stesso aguzzino.
Questa miticizzazione della “giovinezza” presente in partiti come +europa, e in movimenti come le sardine, sono tranquillamente riconducibili all'”ideologia” fascista sviluppata proprio per via dei rischi di una Rivoluzione in Italia a seguito del biennio rosso. Su questo c’è da approfondire tuttavia con, magari, altri articoli.
Ma, tornando a noi, il coronavirus, che colpisce in maniera efficiente più o meno quanto l’influenza, trasmessa per vie aeree e in grado di sopravvivere sulle superfici per circa 9 giorni, predilige in particolar modo la persona anziana.
Questi dati fanno ben capire la gravità del virus, se contratto da una persona in età avanzata:

Passiamo ora, invece, alle conseguenze del virus:

1- piano geopolitico:
Abbiamo parlato poco sopra (secondo punto) di una presunta invasione programmata dagli Stati uniti.
Di esercitazioni militari fatte nel mar cinese e vicino al sud della Cina ce ne sono state parecchie. L’ultimo, tra quelli ufficiali, c’è stato nel settembre del 2019.
Diverse esercitazioni congiunte tra USA e Regno unito sono state fatte nella prima metà dell’anno, mentre altrettante esercitazioni congiunte tea Paesi ASEAN (tutti membri del Sud-est asiatico) e USA sono state fatte verso la seconda metà del 2019.
Come detto prima, con parte dell’esercito impegnata per l’emergenza coronavirus e l’economia “bloccata”, la Cina si troverebbe in ginocchio nel caso di un attacco (o anche una semplice minaccia d’attacco) Statunitense.
In questo modo il Paese asiatico potrebbe facilmente cedere alle varie richieste imperialiste dell’occidente.
Un virus altamente infettivo come il coronavirus (seppur non altamente mortale è anche difficile da gestire, e necessita di attrezzature costose) ha poi senza dubbio portato forte scontento da parte della Popolazione. E ciò è inevitabile, anche con un governo che sappia gestire alla meglio la situazione. È normale che con parenti morti e quarantena lunga 2 mesi è facile che la Popolazione, almeno una parte, perdi fiducia verso il governo.
Ciò faciliterebbe anche la pressione da parte dell’occidente, che se non vedrà accolte le proprie richieste potrebbe innescare mobilitazioni ed insurrezioni in varie parti della Cina, come è successo già ad Hong Kong e Uyghuristan. Ricordiamo poi che la Cina, essendo un Paese multi-nazionale (oltre gli Han c’è una forte presenza Tibetana, Uyghura, Mongola e anche Manchu), potrebbe subire le stesse sorti della Jugoslavia ma su scala maggiore. È facile dividere un Paese armando ad esempio i vari nazionalisti, spesso estremi, scontenti del governo che non sentono più loro.
Non scordiamoci inoltre che il consenso da parte dell’opinione pubblica occidentale ad un eventuale attacco imperialistico verso la Cina potrebbe facilmente svilupparsi. Abbiamo visto le reazioni di vari occidentali alla notizia del coronavirus, dagli episodi del razzismo verso i Cinesi, alla perdita di fiducia verso la Cina in quanto Paese “serio”. È facile inoltre far abbindolare la massa con le varie propagande martellanti che vanno avanti da tempo. Non scordiamo infatti che con le guerre in Iraq, Libia, e Siria, ma anche Venezuela ed Iran, c’è sempre stato un forte consenso da parte della popolazione occidentale, completamente alienata da ciò che avviene davvero nel mondo e non rendendosi conto che è il suo Paese (o meglio, governo) quello ad esser nel torto ingerendo nei Paesi altrui.
Nel caso succedesse davvero un attacco fisico, non serve molta fantasia a pensare che la Russia, da sempre alleata sia politica che economica della Cina, interverrebbe.
Certo, la Russia ha forse superato perfino gli Stati uniti per quanto riguarda la potenza militare (con poi una forte difesa), ma va considerato il fatto che sarebbe costretta a focalizzarsi sul “fronte orientale”, da sempre sottovalutato in eventuali scenari bellici. La Russia ha da sempre focalizzato la sua attenzione infatti soprattutto nella sua parte Europea, che oltre ad esser la più popolosa (con poi tutte le principali città, come Mosca e S.Pietroburgo) è praticamente accerchiata da tutti Paesi filo-americani, a parte la Bielorussia; mentre nella sua parte asiatica ha certamente forti difese in quanto quasi confinante con l’Alaska e comunque l’oceano pacifico (quasi dominato dagli Usa), ma mai quanto la parte occidentale.
Quindi, tornando a noi, nel caso di un eventuale intervento militare Nato nel mar cinese e poi nel sud della Cina, la Russia sarebbe costretta a scegliere tra focalizzarsi ad est lasciando l’ovest con meno difese, o limitare il proprio aiuto verso la Cina continuando ad armarsi preventivamente nella parte occidentale.
È difficile che succeda visto la potenza bellica del Paese, ma si potrebbe arrivare a costringere anche la Russia ad inginocchiarsi e cedere alle richieste dell’asse atlantista, una volta accerchiata su tutti i fronti e messa sotto forte pressione.
Di esercitazioni militari sul fronte occidentale ce ne sono a bizzeffe, più di ciò che avviene nel mar cinese. E non sono da sottovalutare le massicce mobilitazioni delle forze armate Europee e Statunitensi proprio vicino ai confini Russi e sul mar baltico. Ogni esercitazione, infatti, sembra “battere” i record precedenti [https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-esercitazione_difensiva_leuropa_si_prepara_ad_ospitare_il_pi_ampio_schieramento_di_truppe_statunitensi_da_25_anni/82_32994/; poi https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_pi_grande_schieramento_di_truppe_americane_in_europa_da_25_anni_gli_stati_uniti_si_uniscono_allesercitazione_della_nato/82_33191/], e non mancano ovviamente le risposte, seppur caute, dei Russi; il ministro degli affari esteri Lavrov afferma infatti che “l’escalation delle tensioni, l’infrastruttura militare della NATO che avanza verso Est, esercitazioni di portata senza precedenti vicino ai confini russi, l’aumento del budget di difesa oltre misura – tutto ciò genera imprevedibilità”. Ha quindi invitato l’Europa a concentrarsi sulla cooperazione in materia di sicurezza e ad aiutare a rispettare i trattati internazionali, invece di seguire una politica di scontro [https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lavrov_alleuropa_cambiare_rotta_prima_che_sia_troppo_tardi_sulla_siria_la_vittoria_di_damasco_contro_i_terroristi_a_idlib__inevitabile/82_33097/]; mentre Valery Gerisimov, capo di stato maggiore generale della Russia, ha fatto notare che ancora oggi nelle documentazioni di Bruxelles il suo Paese è classificato come “avversario”, e che analizzando e osservando l’attuale e costante attività delle forze militari dell’alleanza e lo svolgimento di certi tipi esercitazioni, si può ipotizzare che questo attivismo è fondato su strategie militari dei paesi della NATO verso la Russia. Il re-dispiegamento di truppe a est, violando gli accordi  precedentemente stabiliti, nonché la promozione attiva della politica di “aggressione della Russia” possono indicare l’avvio un conflitto in preparazione. La stessa richiesta di aumenti dei finanziamenti per l’industria della difesa dei paesi membri della NATO, indica la minaccia di conflitti militari. In meno di quattro anni, la spesa per la difesa dei paesi NATO è stata aumentata di 130 miliardi di dollari, quindi aumenterà esponenzialmente nei prossimi quattro anni di altri 400 miliardi di dollari [https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-popoli_e_dintorni/24790_32814/; e la crisi dei missili di cui si è poco parlato: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mosca_lo_schieramento_di_missili_americani_vicino_ai_confini_russi_potrebbe_causare_una_crisi_come_quella_del_1962/82_29105/].

Basi militari USA nel mondo. Si può ben notare la forte presenza e pressione vicino ai confini Russi, Cinesi, e anche Iraniani e Cubani/Venezuelani; e ovviamente la “lieve” presenza in Africa e Sud America per i vari “peace-keeping” con fini imperialistici.

Per non parlare infine del presunto “etno-virus” che si pensa stiano sviluppando gli statunitensi in Georgia, come detto prima; degli attacchi hacker (oltre ai spionaggi e contro-spionaggi) nel “cyberspazio” contro l’Iran ed altre Nazioni; o dell’avanzata degli Usa perfino nello spazio, con l’annuncio di Trump di una nuova “space force”.
Ci infine le provocanti simulazioni periodiche fatte dagli Stati uniti, tra cui uno che prende in considerazione addirittura il bombardamento nucleare della Russia: https://it.sputniknews.com/difesa/202002228761579-stati-uniti-simulano-un-attacco-nucleare-contro-la-russia-durante-esercitazioni/.
Va poi discussa la situazione dell’Unione Europea, a dir poco fragile. Non che a noi dispiaccia più di tanto la sua eventuale disgregazione, ma il modo in cui questa potrebbe accadere potrebbe essere il più “doloroso” che ci possa essere.
La crisi imminente, di cui parleremo tra poco, ha messo in bilico la deutsche bank costringendo quindi la Germania, regina dell’Ue almeno nel campo economico, a proporre il MES. Meccanismo che già esisteva, ma che da questa riforma in poi verrà dato in gestione ad un privato con in mano dei limiti assurdi. Condizioni impossibili da avere, con quindi impossibili prestiti da ottenere. È palese infatti che nessun Paese se non la Germania rientri nei parametri per giovare del fondo risparmi. Un fondo in cui tutti versano denaro (e non si parla di spiccioli), ma nessuno riceve [su questo rimandiamo all’articolo di P101 da noi ripubblicato: http://www.giovineitalia.org/no-al-mes-comunicato-del-comitato-centrale-di-p101/; e altri dell’antidiplomatico: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-domenico_moro__il_mes_come_strumento_del_fiscal_compact/11_32120/; e https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mes_aumentano_i_rischi_di_una_crisi_finanziaria_indotta_per_depredare_litalia/11_32037/].
Sul piano politico, dopo l’isolazionismo di Trump e la posizione di quest’ultimo sulla brexit volendo stringere più rapporti commerciali e strategici con il Regno unito, i rapporti tra Ue e Usa sono ormai diventati freddi e rigidi.
E mentre Trump ha esplicitamente richiesto un aumento di contributo da parte dei membri della NATO, Macron ha dichiarato che questa organizzazione è ormai morta cerebralmente. Il “sogno (imperial)Europeo” si sta sgretolando, ma non è ancora detto che sia definitivo.
C’è comunque da dire che la Germania si sta preparando ad una eventuale crisi economica, prendendo anche in considerazione un eventuale crollo dell’Ue; e la Francia, l’altro Paese regnante d’Europa, sta focalizzando le proprie forze in Africa, stringendo la presa sui poveri Paesi neo-coloniali del franco CFA. Insomma, paracaduti ovunque.
Impossibile poi non fare almeno un accenno al 5G e alla via della seta – di cui parleremo tra poco – che non fanno che aggravare i rapporti con gli Usa.
L’Ue ci sta ormai ripensando: non vuole più esser lo zerbino del nuovo – come lo chiamava José Martì – impero Romano.
Ha capito che le sanzioni alla Russia giovano solo agli Usa e creano anzi disagi economici in Europa, ha capito che fare patti con la Cina alla fin fine è più conveniente.

2- piano economico:
L’articolo che abbiamo citato poco sopra, che parla degli accordi di Trump con la Cina, espone anche l’ambiguità dell’accordo stipulato recentemente tra Usa, Canada, e Messico, in sostituzione al storico Nafta [citiamo di nuovo il link: http://www.giovineitalia.org/guerra-dei-dazi-e-pace-fra-cina-e-stati-uniti/; e un articolo che parla nel dettaglio dell’aspetto economico: https://www.ilsole24ore.com/art/nafta-cosa-cambia-il-nuovo-accordo-usa-messico-e-canada-AEXg6RqG]. Il Nafta prevedeva che il 62,5% del valore delle auto venisse realizzato nei tre Paesi per poter accedere al regime di libero scambio (senza dover pagare, quindi, dei dazi). L’Uscma (United States, Mexico and Canada Agreement) alza la soglia al 75% (gli Stati Uniti chiedevano una quota ancora più alta). In questo modo si invita indirettamente le aziende presente nel continente nordAmericano a spostare le proprie fabbriche presenti in Cina, trasferendole appunto negli Stati uniti o in Canada, o in Messico, seppur territorio meno “fertile”.
Perché, vi chiederete, vorrebbero alzare l’occupazione Statunitense? Questo articolo non lo sta scrivendo un economista o uno studente di economia, tuttavia, facendo due calcoli, si potrebbe arrivar a pensare che, nonostante il bisogno di tener una parte della popolazione in disoccupazione per abbassare i salari, ci sia una forte necessità nell’aumentare la produzione, il consumo, e la ricchezza interna del Paese a stelle e strisce. Non è un segreto che Trump durante i suoi 4 anni di presidenza abbia fatto aumentare l’occupazione del suo Paese, occupazione tuttavia con salari ai minimi storici e composta in particolar modo da contratti scandalosi a tempo determinato o “a chiamata”. Un po’ come in Europa, d’altronde.
Ma il discorso non è questo; c’è il forte bisogno di “smontare” la Catena globale del valore (Global chain value) per far crollare l’economia Cinese.
La Cina è ormai la “fabbrica del mondo”, e, oltre a questo, il Paese orientale stava per superare gli Stati uniti anche nel campo tecnologico. Dopo la via della seta, che ha rafforzato l’economia della Cina e la sua influenza in Asia, stava per diventare altrettanto influente in Europa, soppiazzando gli States con il 5G.
Non è infatti da sottovalutare l’influenza che possa avere una rete d’informazione del genere sul continente Europeo, fino ad ora soggiocato dall’aquila americana che tutto vede (letteralmente, visti gli scandali venuti a galla grazie a Wikileaks e Snowden).
E anche la via della seta non è da sottovalutare. Progetto che, una volta completo, faciliterà il commercio e il trasporto in tutta l’Eurasia. Proprio l’Iran è il tassello fondamentale di questo progetto, Paese alleato di Cina e Russia, recentemente attaccato diplomaticamente e anche simbolicamente recentemente dagli Stati uniti per via della scandalosa uccisione di Soleimani (se fosse accaduto lo stesso con gli Usa, con l’uccisione, ad esempio, di Mike Pompeo, sarebbe iniziata davvero una terza guerra mondiale).
Tutto parte ormai da là, dalla Cina, e, nonostante i dazi imposti, gli Usa si sono resi conto che non è sufficiente prendere provvedimenti economici. L’unico modo per far tornare tutto “come prima”, sottraendo quindi l’importanza alla Cina, è bloccare l’intero Paese-produttore costringendo tutte le aziende, o gran parte di esse, a trasferirsi nel continente Americano, che non pagherà dazi se produrrà il 75% sul territorio.
Gli Usa, in poche parole, vogliono prender il posto della Cina avendo capito che il loro sistema economico, basato sul consumo e la produzione interna, sia incredibilmente più efficiente. Certo questa è comunque una misura che porterà le sue contraddizioni a lungo termine. Gli Stati uniti non hanno gli stessi diritti sociali che ha il Paese asiatico, e gli Stati uniti, per motivi finanziari intrinsechi nel sistema capitalistico, hanno il bisogno di espandere il mercato ed intervenire con l’imperialismo dove “necessario”, rubando petrolio ed altre risorse oltre a costringere quei Paesi a commerciare con gli Usa.
E questo piano, se è davvero un piano, si sta ben realizzando: hanno già fermato la produzione diverse fabbriche di Fiat, Toyota, Hyundai, Airbus, Samsung, Apple, e molti altri.
Solo questo virus si è dimostrato capace di metter in ginocchio la Cina.
E non è mancata ovviamente la solita incosciente dichiarazione vergognosa da parte del ministro del commercio Statunitense Wilbur Ross, che ha affermato che l’epidemia del 2019-n-Cov in terra cinese aiuterà ad “accelerare il ritorno dei posti di lavoro in Nord America” [https://m.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-segretario-commercio-usa-cina-ginocchio-pi-1820751.html]; riconfermando quindi le tesi sopra argomentate.

Un punto fondamentale è la crisi.
È ormai risaputo, almeno tra gli economisti e i politici ai piani alti, che una crisi stia per incombere sui mercati occidentali.
Di questa crisi se ne parla già da un po’, e non è di certo una novità.
Tuttavia, i media preferiscono tacere a riguardo, scatenando un putiferio quando invece tutto questo accadrà materialmente.
Fino ad allora, parleranno solo di virus, di “Paesi cattivi” amici della Cina, e di “socialisti fannulloni”.
Guai a parlare del MES e delle sue conseguenze (precauzionali alla crisi, in aiuto della Germania), o della crisi imminente, catastrofica più di quella del 2008 (sperando comunque che sia meno disastrosa del ’29).
[Per approfondire sulla crisi vi citiamo qualche articolo:
-sui segnali di una imminente crisi: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-investire_nelloro_la_recessione_globale_incombe_parola_di_peter_schiff_analista_tra_i_pochi_a_predire_la_crisi_dei_mutui_subprime_del_2007/82_32291/;
-un articolo di linkiesta: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/10/29/crisi-29-economica-wall-strett/44137/;
-sulla recessione e la crisi in Ue: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lunione_europea_tra_crisi_delleuro_e_uneconomia_fragile/11_32737/;
-sull’abuso della stampa della moneta da parte degli Usa: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-stampano_moneta_ma_gli_stati_uniti_non_sanno_come_affrontare_la_crisi_di_liquidit/5871_32536/;
-sull’indebitamento delle famiglie in Usa: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-usa_il_debito_delle_famiglie_raggiunge_i_14_trilioni_di_dollari_15_in_pi_rispetto_a_quello_dellinizio_della_crisi_finanziaria_globale_del_2008/82_33040/
-sulla debolezza del sistema bancario per una futura crisi: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-studio_mckinsey__co_met_delle_banche_nel_mondo_sono_troppo_deboli_per_sopravvivere_alla_crisi/82_31286/].
È quindi indiscutibile il fatto che la crisi fosse già imminente. Il virus della Cina non fa che affrettare i termini visto che la produzione di diverse multinazionali, anche colonne del mercato globalizzato, è bloccata.
È altrettanto inevitabile quindi una criminalizzazione della Cina, attribuendole tutte le colpe. Secondo l’opinione pubblica sarà stato “il socialismo” ad aver scatenando la crisi, mozzando quindi le molte speranze di cambiamento da parte della Popolazione.
Una volta finito il virus sarà verosimile un aggiunta di tutte le morti nel famigerato “libro – se lo si può chiamare così – nero del comunismo”, aggiungendo questo fatto storico alla sfilza di revisionismi in atto da anni.

3- piano politico:
È palese il fatto che la Cina, nonostante la sua autorevolezza e la sua alta capacità nel gestire l’emergenza virus, si sia sporcata l’immagine in occidente (e creando scontento, come detto, anche a “casa propria”).
E con lei si son sporcati – di nuovo e, come sempre, ingiustamente – il socialismo e il comunismo.
Si può dire ciò che si vuole sulla Cina, si può anche dire che non sia veramente socialista – lo stesso autore di questo articolo non vede molto di buon occhio il Paese orientale – ma è indubbio il fatto che la persona comune quando sente della Cina pensa automaticamente al comunismo. Non c’è una visione critica ed oggettiva della politica, e l’occidentale medio crede a tutto ciò che dicono i notiziari; e se quindi un politico italiano, o americano, dice che la Cina sia un regime comunista e totalitario, allora è automaticamente così.
Questo virus, che secondo diversi media è nato nel laboratorio di Wuhan, ha sporcato l’immagine della Cina ritraendola ancora più di prima come un regime totalitario, che sperimenta armi batteriologiche (ignorando che lo facciano tutti, Usa in primis, e che quindi serva armarsi per difesa) e che ha poche misure di sicurezza, in quanto Paese irresponsabile.
Ora, si può dir di tutto della Cina, e si è più che liberi nel criticarla. Ma non si può negare il fatto che questo Paese, oggi tartassato, sia una delle colonne portanti, insieme alla Russia, del fronte anti-occidentale. E in quanto tale va più che sopportato, e vanno quindi denunciate tutte le tentate destabilizzazioni, che minano tra l’altro l’autodeterminazione dei Popoli.
Va inoltre ribadito il fatto
Quindi, tornando a noi, è indiscutibile il fatto che nella visione comune dell’occidentale medio il socialismo abbia di nuovo “fallito” e mostrato i propri “orrori” ed “inefficienze”.
E da qui non possiamo non venir a pensare ai moti, di stampo soprattutto socialista, che si stavano sviluppando in America Latina, non possiamo non pensare alla Francia. Che fine faranno?
Continueranno a lottare, rendendosi conto che c’è alternativa al liberismo e il capitalismo, o si rassegneranno alle dicerie dell’occidente?
I partiti socialisti e comunisti che stavano crescendo di popolarità in Europa, vedranno ancora svilupparsi la propria popolarità, o cadranno ulteriormente nell’oblio?
E il revisionismo storico che l’Ue e la Nato stanno portando avanti da anni, andrà forse più a fondo riscrivendo la storia? Avrà ancora la stessa quantità di fermi oppositori? O qualcuno cambierà idea? (Per non parlare ancora degli anziani che andranno via a via morendo, ovviamente anche senza il virus).
E la situazione negli Stati uniti?
Come andranno le elezioni presidenziali?
Bernie Sanders sta andando a gonfie vele, dicono. Ma riuscirà a vincere contro gli altri dem, corrotti e favoriti dai media, e gli altrettanto ricchi e guerrafondai repubblicani?
Non consideriamo Sanders un socialista, ma la gente comune, e lui stesso, lo etichettano come tale. Una crisi del genere in Cina porterebbe (ulteriore) scetticismo da parte della purtroppo già ignorante ed alienata popolazione americana verso il socialismo?
Un presidente come Sanders ribalterebbe del tutto lo scacchiere mondiale.
Finirebbe forse il conflitto Israelo-Palestinese, le ingerenze Statunitensi in medio-oriente, e la fine dei blocchi – almeno parziale – verso i Paesi “non allineati” quali Cuba e Venezuela, e magari un capovolgimento della situazione in Bolivia.
Sanders attuerebbe molto probabilmente delle politiche molto popolari nel suo Paese, quali il diritto alla salute, l’innalzamento delle tasse verso le grandi multinazionali, la lotta contro le lobby delle armi, e una serie di politiche keynesiane con l’obiettivo di risollevare l’occupazione e l’economia del Paese.
Certo, non è socialismo, ma per gli Stati uniti sarebbe comunque un cambio di rotta storico; paragonabile forse alla presidenza di Jimmy Carter. Un cambio di rotta troppo drastico, da trovarsi contro tutti quelli che dovrebbero invece essere i suoi alleati, i “dem”. [Per ulteriori approfondimenti sull’argomento: http://www.giovineitalia.org/sanders-vincera/].
Ma cosa accadrebbe se, mettendo caso vincesse Sanders, scoppiasse una crisi economica?
Come abbiamo già detto prima nel secondo punto, parlando delle conseguenze del virus sul piano economico, una crisi globale porterebbe forte perdita di fiducia verso il socialismo per un bel po’ di tempo. E lo stesso si potrebbe dire degli Stati uniti. Sanders sarebbe politicamente “morto”, e non se lo filerebbe più nessuno; nonostante il fatto ovvio che la crisi non sia partita né da lui e né dal socialismo, e che sia anzi una crisi inevitabile. Ma questo, si sa, non lo sa “l’uomo comune”, bombardato da false informazioni sui media.
È prevedibile anche il fatto che anche se vincesse, Sanders potrebbe esser messo da parte dalle oligarchie d’oltreoceano con qualche scandalo-gate montato ad aria, e qualche empeachment per “politiche altamente impopopari”, ergo crisi inevitabile scoppiate coincidentalmente mentre era in presidenza. Potrebbero anche avversarsi rivolte “popolari” scatenate dalle solite lobby americane, facendo sorgere – deja-vu – un governo fascista in modo tale da “ristabilire l’ordine” dopo la degenerazione socialista; a quel punto Sanders sarebbe anche morto fisicamente, oltre che politicamente.
Un po’ come nel “1984” di Orwell: “C’erano attentati continui e ingiustificati. Fatti a caso. Servivano allo stato per eliminare le libertà dei cittadini. Ad ogni attentato si facevano leggi restrittive delle libertà”.
E su questo rischio di ritorno al fascismo ci sarebbe molto da dire.
Come evidenzia Francesco Benigno nel suo saggio “terrore e terrorismo”, sin dall’800 si sono da sempre sfruttati i momenti di disagio quali proteste (con operazioni di false flag fatte dalla polizia) per aumentare le repressioni, in questi momenti quasi legittimate o giustificate. E queste misure, ovviamente, in molti casi rimarrebbero anche finita l’eventuale emergenza, lasciando i decreti ed i provvedimenti fatti in tali situazioni per giustificare in futuro repressioni comode al regime e alla borghesia contro probabili proteste Popolari.

È difficile ovviamente predirre cosa possa succedere da qui a 5 anni: la storia ci insegna che tutto è imprevedibile, cose ovvie e altamente possibili possono non accadere mai, e cose impensabili possono prender piede da un giorno all’altro.

Sulla teoria del laboratorio di Wuhan invece non c’è molto da dire. È tutto iniziato con l’ex ufficiale dell’intelligence militare Israeliano, Dano Shoham, che ha accusato per l’appunto la Cina di non aver contenuto il virus dal laboratorio “segreto”, facendolo quindi spargere ovunque per sbaglio.
Questa notizia è stata sbandierata su tutti i media occidentali nel giro di pochi minuti o comunque poche ore, sporcando gravemente l’immagine politica della Cina.
Per non parlare del fatto che sia davvero difficile che un virus esca da un laboratorio del genere senza eventuali spie e manomissioni.
Mentre la Cina, nonostante girino ormai da tempo varie voci su un attacco batteriologico da parte degli Stati uniti, non ha mai accusato alcun Paese non avendo alcuna prova concreta, l’Europa ha discusso di questa teoria prendendola senza farsi due domande.
Secondo l’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo, infatti, il virus fuoriuscito dal laboratiorio P4 di Wuhan è “collegato al programma di armi biologiche segrete della Cina” (…) “…Notizia che gira anche, da alcune ore, sui profili Twitter di dissidenti cinesi e attivisti dei diritti umani.”
“L’Unione Europea deve incalzare il governo cinese sull’esistenza di laboratori di questo tipo, e su una corretta informazione riguarda il numero dei contagi del virus e delle vittime.”

Già, la deve incalzare, nonostante l’OMS, organismo internazionale ed in teoria imparziale, presente già sul campo.
Niente da stupirsi ovviamente. Già dagli inizi del virus i media occidentali iniziarono a buttare merda sul Paese del dragone, accusandolo durante i giorni pari di esser troppo totalitario nel metter in quarantena immobilizzando intere città, ed accusandolo di costruire ospedali da 2.000 posti letto in 10 giorni perché gli infetti erano più di 100 e la Cina li stava nascondendo.
Non mancavano poi le grandissime bufale, come il video condiviseo ovunque che mostrava un infermiera – a detta sua di Wuhan – dire che il governo cinese stesse nascondendo più di 9.000 morti (quando ne erano circa 100), rivelatasi poi falsa non essendo né un infermiera né un video girato a Wuhan. Oppure queste immagini, prese da un video creato da un artista in memoria dell’olocausto usato invece per dimostrare che il virus sia altamente mortale e che sia impossibile da gestire:

La Cina ha continuato senza badar più di tanto alla demenza occidentale, adottando le precauzioni che più riteneva opportune, anche a costo di limitare drasticamente la libertà della Popolazione (almeno temporaneamente). E le misure si sono dimostrate più che efficienti. Basta vedere la drastica differenza tra i 30 infetti raggiunti nel giro di un mese in Cina, in una città, Wuhan, popolosa e densa quanto Londra, e i 70 infetti (e molti probabilmente ancora non accertati) sparsi nel giro di 10 giorni in qualche paesino in Italia. È ovvio poi che gli infetti siano saliti, da quei 100, ai 80.000 odierni, pressoché concentrati nei focolai originari ormai isolati dal resto del mondo.
La Cina continua a lottare. Entro il 25 febbraio dovrebbero aprire altri 19 ospedali offrendo un totale di 30.000 posti letto.

Per ora possiamo riportare qualche notizia passata sotto banco ma almeno in parte rassicurante.
Il 30 gennaio il ministero della Salute Russo comunica che il nuovo coronavirus può essere combattuto con ribavirina, lopinavir/ritonavir, e interferone beta-1b. Questi farmaci sono in genere usati per trattare rispettivamente l’epatite C, l’HIV e la sclerosi multipla. La ribavirina, inoltre, è stata utilizzata nel trattamento dell’epidemia della SARS.
Il 5 febbraio la Cina ha iniziato ad usare il farmaco Russo Triazaverin, in grado di curare 15 tipi differenti di influenza.
Il 10 febbraio la Cina inizia ad utilizzare anche l’interferone alfa-2b, un farmaco – udite udite – Cubano.
Per ora la Cina sta utilizzando più di 30 farmaci diversi per lottare il virus a seconda dei casi, ma necessita ovviamente di un antisoto finale e completo.
Non resta che aspettare. Impossibili fare previsioni, ma supponiamo che, semmai si trovasse un antidoto, è probabile che questo venga prodotto e venduto da qualche privato Statunitense spuntato “all’ultimo”.

Quest’anno è solamente agli inizi, e si prospettano cambiamenti drastici nei piani geopolitici.
Abbiamo potuto vedere l’anno scorso i vari cambiamenti [http://www.giovineitalia.org/2019-un-anno-di-lotta/], soprattutto i movimenti embrionali di questa potenziale primavera dei Popoli che si sta sviluppando.
I Popoli sono stanchi del neoliberismo, delle politiche austere, sono stanchi del capitalismo e della globalizzazione logorante.
Abbiamo visto un restringimento della cerchia oligarchica che domina la finanza, l’economia, e quindi il mondo.
Nel 2018 soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2017 queste fortune erano concentrate nelle mani di 46 individui e nel 2016 nelle tasche di 61 miliardari.
nell’ultimo anno la ricchezza dei Paperoni nel mondo è aumentata di 900 miliardi di dollari (pari a 2,5 miliardi di dollari al giorno) mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11,23%.
E in questi abnormi movimenti di capitale nelle mani dei pochi, burattini del mondo, corrispondono altrettanti spostamenti e passaggi di potere. Veri e propri terremoti, spostamenti tettonici.
Il più recente, avvenuto quest’anno, è l'”alleanza” tra Koch-Soros, ultramiliardari interventisti che hanno da sempre messo le proprie mani sporche di sangue sui conflitti mondiali e sui processi “democratici” occidentali [https://www.zerohedge.com/geopolitical/koch-soros-quincy-project-train-wreck-neocon-and-humanitarian-interventionists].
Concludendo, può d’arsi che tutto ciò che abbiamo scritto sia “infondato”. Forse il virus è nato per vie naturali, forse è sfuggito davvero dai controlli del laboratorio cinese. Fatto sta che le conseguenze che abbiamo esposto rimangono. Il virus, seppur non altamente letale come già detto diverse volte, cambierà drasticamente i rapporti di forza e le relazioni, sia economiche che politiche, di tutti i continenti.
Il mondo sta cambiando. E forse è difficile accorgersene mentre si vive il presente. La storia parlerà di questi momenti chiave, molti per ora sottovalutati, e ci renderemo conto che questo virus sarà più che influente sulla geopolitica dei prossimi mesi e prossimi anni.
Speriamo, dunque, che tutto vada per il meglio e che si risolvi questo disastro. Che si trovi un antidoto, senza che ci siano privati a specularci sopra; e che, nonostante tutto, non si perda speranza in un mondo migliore.
Il Popolo ha la necessità di esser informato su questa gigantesca partita a scacchi tra titani, ha la necessità di rendersi conto chi sta nel torto e chi, più o meno, nel giusto.
Sta a noi, quindi, informarlo. Sta a noi, in ruolo di avanguardia, portare avanti il socialismo nonostante tutte le falsità che ci butteranno addosso. Sta a noi portare la verità, e quindi, speriamo, la giustizia in questo mondo infetto.

Sull’Irlanda soffia il vento dell’Unità? Di Filippo Dellepiane

E dall’Irlanda arrivano buone notizie! Dalla terra dei trifogli, del rugby e di una repubblica che sogna ancora di riunirsi con il nord del paese, sottrattole ingiustamente dal Regno Unito. Si perché le elezioni parlamentari parlano chiaro: il Sinn Féin, spesso conosciuto come il braccio politico della famosa IRA, ha ottenuto ben il 25% e 37 seggi. È dunque una buona notizia, quella che i patrioti irlandesi sognino ancora, e ancora lo faranno, una patria unita. Cosa farà ora Sinn Féin? Alcuni credono che tenteranno un accordo con il partito dei verdi, vicino a posizioni di sinistra (come altri partiti). Aprire a Fianna Fail? Al momento non è esclusa nessuna possibilità, sebbene vertere su quest’ultimo partito ci sembrerebbe un parziale tradimento nei confronti dei cittadini irlandesi che hanno fatto una scelta chiara. Una scelta non inaspettata, soprattutto per gli eventi degli ultimi mesi. È ormai da tempo che si vocifera della presenza dell’organizzazione chiamata “New IRA”. Si “vocifera” perché è spesso difficile distinguere le news dei media, pronti a sparare a zero su ogni gruppo che miri ad una riunificazione del paese più che dovuta. Occhio dunque alle notizie riportate e al commento morale che ognuno, in un modo o nell’altro, attribuisce alle azioni altrui.
E allora, nella speranza di un’Irlanda unita e sovrana, si continui nella lotta contro questa Europa oligarchica e antidemocratica. È un obbligo morale, un imperativo categorico che dobbiamo imporci tutti.
Per il socialismo.
Ora e sempre.

L’Ue è reversibile

Abbiamo aspettato tutti questa notte, la notte che ha finalmente reso libero un popolo, un paese intero. Che il Regno Unito sia d’esempio: l’UE è debole, la si può abbandonare e lo si deve fare. Queste devono essere le priorità: la lotta contro l’Euro e l’Unione Europea, che rappresentano il potere capitalista e neoliberista moderno.
Pur criticando la figura di Boris Johnson, brexiter di destra, è doveroso ammettere il suo totale rispetto nei confronti della sovranità popolare. Chi, lo ripetiamo, ha sbagliato è stato Corbyn, il quale ha portato avanti battaglie sociali contro le élites ma non si è, fin da subito, scagliato contro le istituzioni europee. Le istituzioni europee che vogliono togliere i diritti che egli ha promesso di difendere. Il popolo ha dunque votato Johnson. Il popolo ha riconosciuto il nemico, il principale ostacolo. Ci auguriamo che Johnson porti avanti le nazionalizzazioni che ha annunciato, non svendendo totalmente il paese agli Usa. No quindi a secessionismi filo-unione, che lungi da aumentare la libertà scozzese farebbero invece ripiombare il nord dell’isola nell’inferno dell’austerità, oltre rallentare l’irreversibile processo di dissoluzione del Reich liberista.
Che sia di lezione ai popoli europei e che tremino gli oligarchi.
M48

Solidarietà ai lavoratori della Whirlpool. La fabbrica agli operai!

Whirlpool chiude? L’azienda agli operai!
A quanto pare la i padroni della Wripool hanno annunciato la chiusura degli stabilimenti napoletani per il 31 ottobre, preceduta dalla fine degli ammortizzatori sociali prevista invece per fine marzo. Lacrime e suppliche del governo, come sempre colto dalla volontà di sottomettersi agli imprenditori. Obbiettivo è trovare un nuovo compratore, come se non esistesse già una comoda e legale soluzione! Applicare l’articolo 42 della Costituzione, espropriare la fabbrica e cederla agli operai, veri creatori della ricchezza e unici degni di gestire il processo produttivo. Al diavolo la ricerca di nuovi imprenditori pronti a spolpare i lavoratori, le loro famiglie ed il territorio. Per quanto ancora sarà tollerata l’arroganza di pochi ricchi che pretendono di poter decidere della sorte delle masse? Per quanto tempo si continuerà con questa linea culturale e politoca di sudditanza verso i capitalisti? Che i padroni se ne vadano! La fabbrica agli operai!
Movimento ’48

“La via dell’italexit” dal blog di Sollevazione

Condividiamo dal sito di Sollevazione questo articolo di Leonardo Mazzei.

sollevazione

venerdì 24 gennaio 2020

LA VIA DELL’ITALEXIT di Leonardo Mazzei

Alcuni lettori, per niente convinti dell’ITALEXIT, ovvero dell’uscita dall’euro, hanno mosso delle obiezioni alle tesi di MPL-P101 pubblicate giorni addietro.  “L’Italia è troppo piccola per reggere l’urto della reazione dei mercati”, “col debito che abbiamo ci strangolerebbero”, “i capitali fuggirebbero a gambe levate”, “avremmo inflazione e… svalutazione”. Volentieri entriamo nel dettaglio con questo articolo.

Quelli che… ormai è troppo tardi 
 
Che l’euro sia un grave problema per l’economia italiana viene ormai riconosciuto con sempre maggior frequenza. Ma mentre la platea degli ultras della moneta unica si va pian piano svuotando, viene invece a riempiersi quella di chi, pur ammettendo i danni prodotti, sa solo concludere che ormai è troppo tardi per uscirne.

Insomma, se fino a qualche tempo fa si doveva assolutamente restare nell’eurozona per i presunti benefici di questa collocazione – moneta “forte”, aggancio a sistemi produttivi considerati più avanzati, tutela del risparmio, eccetera – oggi si tende ad evidenziare i problemi connessi all’uscita. Segno dei tempi, senza dubbio, ma anche della manifesta impossibilità di continuare a sostenere la bontà di una scelta che ha fatto sprofondare l’Italia nella crisi più grave degli ultimi ottant’anni.

Certo, la recessione scoppiata nel 2008 ha avuto una dimensione non solo europea, ma il fatto che si sia rivelata più profonda e prolungata proprio nell’Unione, ed ancor più nell’eurozona, qualcosa dovrà pur dirci. Tanto più che tra i benefici dell’euro doveva esserci pure quello di attenuare i cosiddetti shock esterni. E’ avvenuto invece il contrario, come dimostrato da tutti gli indicatori economici: da un lato l’Unione Europea è l’area dove la crisi ha picchiato più duro, dall’altro l’euro ha aumentato le asimmetrie tra le varie economie nazionali che la compongono. Detto in altri termini, la moneta unica ha innescato un meccanismo di redistribuzione della ricchezza al contrario, avvantaggiando i paesi più ricchi (Germania in primis) a danno di quelli considerati “periferici”. Tra questi l’Italia.

Naturalmente, il nostro Paese non è l’unico ad essere profondamente danneggiato dall’euro, basti pensare al drammatico caso della Grecia. Né le negative conseguenze della moneta unica sono solo di tipo economico, dato che il vincolo esterno così prodotto colpisce a morte la stessa democrazia parlamentare. Diversi sono dunque i motivi per tornare alla moneta nazionale: dalla riconquista della sovranità democratica, al recupero del controllo dello strumento monetario come mezzo decisivo per realizzare una politica economica volta ad uscire dalla crisi ed a contrastare la disoccupazione.

Chi scrive non ha dunque dubbi sulla necessità di uscire dall’euro e dalla stessa UE, ben sapendo al tempo stesso che per ottenere una vera svolta l’uscita è sì necessaria ma da sola non sufficiente. Ma una necessità di questa portata è senz’altro una priorità assoluta. Anche perché, senza uscita dalla gabbia dell’euro, ogni ipotesi di vera ripresa (e dunque di lotta alla disoccupazione) non si regge in piedi. Il decennio alle nostre spalle è lì a dimostrarlo.

Colpisce come di fronte al disastro economico di questi anni i difensori della moneta unica si stiano ora asserragliando dietro ad una campagna terroristica, ricca di argomenti irrazionali come di affermazioni assolutamente false. E’ di questo che vogliamo occuparci in questo articolo, dedicato in primo luogo a quanti, pur variamente collocati, ci propongono grosso modo un solo ragionamento: sì, è vero, l’euro crea problemi, aderirvi è stato forse un errore, ma ormai è troppo tardi, visto che uscirne adesso sarebbe una catastrofe. Un esempio di questo modo assurdo di affrontare le cose è condensato in questa frase, che chiude un articolo di Giorgio Lunghini sul Manifesto del 23 settembre 2016: 

«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire». [1] 

Il fatto è che una vera e propria catastrofe economica e sociale è già in atto da anni. Dal 2008 l’Italia ha perso 9 punti di Pil ed il 25% della produzione industriale, mentre la disoccupazione è andata alle stelle, con quella giovanile oltre il 40%. Ecco, prima di annunciare le catastrofi del futuro (dovute all’uscita dalla moneta unica, che d’ora in poi chiameremo per comodità Italexit), bisognerebbe confrontarsi con quelle del presente, anche perché rimanendo nell’euro l’unico futuro che possiamo immaginare è, nella migliore delle ipotesi, quello di una prolungata e micidiale stagnazione. Micidiale in particolar modo sul piano sociale, per i suoi effetti di impoverimento generale, di precarizzazione senza sbocchi per i giovani, di marginalizzazione crescente di intere categorie (come i pensionati), di regresso complessivo nei campi della scuola e della sanità.

Ma uscire “non sarà una passeggiata”, così ci ammoniscono i difensori dello status quo. Grazie, ma lo sapevamo già. Il fatto è che ormai sono rimasti in pochi a poter passeggiare liberi dalle preoccupazioni per il domani. Il raffronto non va dunque fatto tra i problemi connessi all’Italexit ed una (inesistente) situazione altrimenti positiva. L’unico raffronto serio che possiamo e dobbiamo fare è tra quei problemi e l’insostenibilità della situazione attuale.

D’altronde, se si ammette che l’euro è un problema, perché non mettere al centro la riflessione su come venirne fuori? Certo, alcuni insistono sulla strada della “riforma”: riforma dell’UE, dei trattati, della stessa Bce. Peccato si tratti di riforme impossibili, dato che l’Unione Europea non è nata per la costruzione di un’Europa solidale, bensì per dare forma ad un’area in cui i demoni del neoliberismo potessero dispiegarsi senza ostacoli. Che è poi quello che è realmente avvenuto. Ma la sentenza definitiva sull’irriformabilità dell’UE (e dunque dell’euro) ce l’hanno fornita i fatti, a partire dallo strozzamento finanziario applicato alla Grecia nel 2015.

Ma poi, per quale motivo una moneta dovrebbe essere “irreversibile” (come ogni tanto afferma Draghi) [2] e dunque eterna? Curioso, ma rivelatore, questo pittoresco atteggiamento antistorico: più una nuova credenza religiosa in tempi di profonda secolarizzazione, che un argomento razionale da discutersi con gli strumenti della ragione.

Ed è forse proprio per la natura dogmatica di questa posizione che i problemi reali dell’Italexit vengono sempre posti in maniera distorta ed oltremodo esagerata. In proposito potremmo citare un vasto campionario di svarioni e di vere e proprie stupidaggini. Qui ci limiteremo ad affrontare i cinque temi che più insistentemente vengono lanciati nella campagna terroristica che vorrebbe convincerci che proprio non possiamo farci niente, che non ci sono alternative alla gabbia dell’euro, che il TINA (There is no alternative) della signora Tatcher l’avrà vinta ancora una volta.

I cinque temi in questione sono i seguenti: 1) la svalutazione, 2) l’inflazione, 3) la fuga dei capitali, 4) la ridenominazione del debito, 5) il presunto isolamento dell’Italia e le sue dimensioni ritenute troppo piccole per ritornare alla sovranità monetaria.

Sono cinque temi da sempre branditi dalla propaganda filo-euro, quelli che dovrebbero chiudere il discorso rispetto ad ogni prospettiva di uscita. Viceversa, cercheremo di dimostrare non solo le falsità di quella propaganda, ma pure la gestibilità di un passaggio certo difficile, ma comunque affrontabile oltreché inevitabile, come quello dell’Italexit. Agli argomenti di un terrorismo da quattro soldi che ormai convince sempre meno, come si è visto nel caso della Brexit, tenteremo di contrapporre un ragionamento che, senza negare i problemi, cercherà di ricondurli alla loro effettiva consistenza.

1. L’Italexit e la svalutazione

Partiamo dal tema della svalutazione, quello maggiormente usato per incutere terrore. Eppure le svalutazioni, come pure le rivalutazioni, sono fatti economici che avvengono di continuo senza che ciò determini alcuna catastrofe. Anzi, il più delle volte la maggioranza delle persone neppure si accorge di queste variazioni nei cambi. Ovviamente è tutta una questione quantitativa, perché una svalutazione del 10% non produce le conseguenze di una del 50%. Dunque, gli effetti – sia quelli positivi che quelli negativi – andrebbero valutati in base all’entità della svalutazione attesa. Ma questo vorrebbe dire ragionare, che è l’esatto opposto della volontà di spaventare. Ecco allora (ma sono solo due esempi tra i tanti) che il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana sparacchia un 30% [3] , mentre il già citato Lunghini (perché porsi limiti?) arriva al 50/60%.

Si tratta di cifre campate in aria, tant’è che chi le sbandiera non porta mai vere argomentazioni a sostegno. E la poca serietà di questi numeri è provata dal fatto che costoro parlano sempre di una forte svalutazione della nuova lira, ma mai ci dicono verso quali altre valute. In ogni caso, se ci si riferisce a quel che rimarrebbe dell’euro, nel caso di un’uscita della sola Italia, queste cifre non stanno né i cielo né in terra. Se si parla del dollaro idem. Se invece ci si vuol riferire al nuovo marco tedesco è possibile anche un’oscillazione intorno al 30%, ma non tanto per una svalutazione della lira, quanto per una fortissima rivalutazione del marco rispetto all’insieme delle monete circolanti. Che è esattamente quel che servirebbe all’Italia, e che ovviamente la Germania cercherà di impedire a tutti i costi.

In realtà esistono diverse ricerche che prevedono, dopo un periodo transitorio ovviamente più turbolento, un assestamento della nuova lira ben diverso da quello ipotizzato dai catastrofisti. Tra questi, riprendiamo i dati [4] di uno studio dell’OFCE (Observatoire français des conjonctures économiques). Secondo i due autori – Cédric Durand e Sébastien Villemot – in caso di rottura dell’euro, la nuova lira si apprezzerebbe addirittura dell’1% rispetto alla media dei dodici paesi dell’eurozona presi in esame. Una sostanziale stabilità data dalla media di una rivalutazione verso la Francia (12%), la Spagna (11%), la Finlandia (19%), il Belgio (18%), la Grecia (39%) ed una svalutazione verso la Germania (13%), l’Olanda (14%), l’Austria (14%).

Naturalmente, trattandosi di simulazioni, anche queste cifre sono opinabili. Ma, a differenza di quelle buttate là a casaccio sui media nostrani, esse vengono almeno da studi approfonditi coi quali sarebbe bene confrontarsi. Che è esattamente quello che i catastrofisti di mestiere non faranno mai.

Detto questo è indispensabile affermare un punto ben preciso: una svalutazione verso la Germania (e l’area economica che gli si raccoglie attorno) è assolutamente necessaria per l’economia italiana. Si tratta di recuperare competitività verso un paese che continua a praticare una fortissima politica mercantilista, verso un sistema produttivo che è diretto concorrente dell’industria italiana. Secondo i dati del 2016, il surplus commerciale della Germania (5) ha raggiunto i 252,9 miliardi, avvicinandosi ormai al 10% del Pil, quando le regole dell’Unione europea imporrebbero di non superare il 6%. Ma, si sa, l’Europa parla tedesco e per Berlino non ci sono sanzioni. Questo straordinario risultato commerciale ha però un nome ben preciso: euro. E’ grazie alla moneta unica, e cioè grazie alla possibilità di avere de facto una sorta di marco super-svalutato che la Germania ha retto la crisi mentre tanti paesi dell’UE invece vi affondavano. Questa banale osservazione ci porta a dire due cose: la prima è che l’euro non è una moneta neutrale, dato che avvantaggia alcuni paesi e ne danneggia altri (e questa è la ragione per cui chi ne è avvantaggiato lo difende e lo difenderà a denti stretti); la seconda è che avere una moneta sopravvalutata è spesso uno svantaggio più che un vantaggio.

Breve digressione. I vantaggi dell’euro per i paesi del centro (Germania in primis) non si riducono alla questione del cambio. Tra di essi vi è anche la possibilità di finanziare a tassi bassissimi, e spesso addirittura in territorio negativo, il proprio debito (quello pubblico come quello privato), ottenendo così un ulteriore guadagno competitivo rappresentato dallo spread che si determina grazie alle asimmetrie interne all’area euro. Un altro vantaggio, che in prospettiva potrebbe diventare ancor più importante, risiede nella svalutazione interna che le politiche austeritarie – necessarie a riequilibrare la competitività proprio perché non si può agire sui cambi – producono in paesi come l’Italia. Uno degli effetti di queste politiche è la svalutazione del valore delle aziende, come pure di quello degli immobili. In questo modo, tali beni sono destinati a finire sempre più spesso nelle mani di gruppi nord-europei grazie ai prezzi di svendita che si sono così determinati.

Ma torniamo alla svalutazione. Qui l’importante è comprendere che l’alternativa al deprezzamento valutario (svalutazione esterna) non è la non-svalutazione, bensì la svalutazione interna. Cos’è, in poche parole, la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare in generale, ma anche (come abbiamo già accennato) in una ugualmente progressiva riduzione del valore dei beni materiali. Quando, ad esempio, si protesta contro il crescente degrado del sistema sanitario è a questo meccanismo che bisognerebbe in primo luogo pensare. Idem quando, sempre ad esempio, non si riesce più a vendere ad ottanta una casa acquistata magari a cento. Ovviamente la stragrande maggioranza delle persone non si rende conto di tutto ciò, anche perché i media si guardano bene dal mettere la pulce nell’orecchio sui veri effetti dell’euro.

Ci stiamo però avvicinando al decennale dello scoppio della crisi, ed ormai le granitiche certezze sulla presunta bontà della moneta unica sono solo un ricordo del passato. Sta di fatto che mentre da un lato (quello di coloro che abbiamo chiamato “catastrofisti”) ci sono solo ipotesi, dall’altro (quello dell’osservazione concreta di quanto avvenuto in questi anni) vi sono i dati reali della crisi, dell’aumento spaventoso della disoccupazione, della precarietà di massa, del crescente degrado sociale, del generale impoverimento del Paese.

Un aspetto che i media vogliono in ogni modo occultare è che mentre i costi di una svalutazione esterna si distribuirebbero eventualmente sull’intera società, quelli della svalutazione interna colpiscono invece in maniera particolare le fasce popolari. Ragion per cui la classe dominante nazionale, anche a costo di venire essa stessa “svalutata”, ha preferito schierarsi con l’oligarchia finanziaria europea che è alla testa del “partito dell’euro”.

E, a proposito di classe dominante, è interessante vedere quel che ha scritto di recente Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore., [6] dove ci ricorda come il surplus commerciale dell’Italia «in termini reali, ha superato i livelli pre-crisi già a fine 2014», concludendo così che l’euro non è un problema per l’economia italiana.

Ora, è vero che questo recupero c’è stato, ma a quale prezzo? Il dato della bilancia commerciale è un saldo tra un “più” (le esportazioni) ed un “meno” (le importazioni). Se questo saldo ha ripreso a salire si deve giusto all’effetto combinato dei due fattori. Da un lato, causa la riduzione dei consumi interni, le importazioni sono calate; dall’altro, solo la deflazione salariale – il brutale abbassamento del salario reale – ha consentito alle imprese italiane di mantenersi relativamente competitive. Detto più chiaramente: se i conti a Confindustria tornano è solo grazie all’aumento dello sfruttamento dei lavoratori ed all’impoverimento degli italiani.

Le tabelle del Mise (Ministero per lo Sviluppo Economico) parlano chiaro. [7] Le importazioni sono crollate violentemente con la crisi del 2009 e poi, in maniera più graduale, con la lunga recessione del 2012-2014. C’è un dato che chiarisce l’entità di questa catastrofe: nel periodo 2008-2016 il valore delle importazioni è passato da 382 a 365 miliardi di euro (-4,5%). Ma attenzione, questo è un calo in valore che ancora non ci dice di quanto sono diminuite le importazioni in quantità. Un dato che si può in qualche modo approssimare solo tenendo conto del tasso medio globale dell’inflazione, operazione che ci consente di stimare all’ingrosso una diminuzione reale attorno al 30%. Una cifra che ci dice di quanto si è impoverita realmente l’Italia in questo periodo. Senza svalutazioni monetarie, certo. Ma probabilmente anche a causa di ciò.

Più in generale, volendo ora chiudere sul tema, che le svalutazioni non siano il dramma che si dice ci è dimostrato da diverse esperienze. Ad esempio la svalutazione della lira sul dollaro degli anni ’70-80 del secolo scorso (dal 1974 al 1985 la lira si svalutò di oltre il 200% sulla moneta americana) non impedì all’economia italiana di continuare a crescere. Altro esempio l’Argentina, dopo l’abbandono del cambio fisso tra il peso e il dollaro avvenuto nel 2002. E’ vero che nel primo anno di questo divorzio il Pil del paese latino-americano calò del 14,7%, ma nei cinque anni successivi la crescita cumulata fu del 51,6%, un’enormità.

2. L’Italexit e l’inflazione 
Normalmente, chi usa in maniera terroristica la parola “svalutazione” dice o comunque sottintende inflazione. Ora, premesso che l’attuale problema dell’economia europea si chiama semmai deflazione, che dell’inflazione è l’esatto opposto, qual è l’effettivo rapporto tra questi fenomeni? In che misura la svalutazione produce inflazione?

Da sempre siamo stati abituati a pensare ad un rapporto meccanico, per cui se la svalutazione è 10 anche l’inflazione si avvicinerà a quel valore. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Intanto il valore della moneta è soltanto uno dei molteplici elementi che determinano il tasso di inflazione. In secondo luogo, diversi sono i fattori di aggiustamento che tendono a smussare gli effetti inflazionistici della svalutazione. In terzo luogo – scusandoci per l’insistenza sul punto – non è detto (anzi!) che svalutare sul “nuovo marco” equivalga a svalutare sul dollaro e sulle altre monete.

Sono cose che chi scrive su giornali di rilevanza nazionale non può non sapere. Ma per molti l’equazione percentuale di svalutazione uguale tasso di inflazione è troppo comoda per potervi rinunciare. La cosa è però così grossolana che alcuni hanno almeno il pudore di stabilire un rapporto un po’ più basso. Il già citato Lunghini fa così corrispondere ad una (impensabile) svalutazione del 50% un’inflazione del 20%. Ma poiché quest’ultima potrebbe sembrare troppo bassa, egli ha la premura di dirci che quel 20% sarebbe solo una media annua per un periodo non breve dopo la svalutazione.

Su cosa si basa tanta sicumera? Non lo sappiamo, ma è chiaro come questo sia uno di quei casi in cui l’ideologia (ovvero l’adesione al dogma della bontà dell’euro a prescindere) prevale sulla realtà, cioè sull’osservazione empirica dei casi concreti che pure la storia recente ci consente di esaminare.

Ne prendiamo in esame due. Il primo è quello della famosa svalutazione della lira del settembre 1992. Rispetto al marco tedesco quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui si continua a parlare oggi. Bene, quale fu l’effetto inflattivo di quella svalutazione? L’inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma quella del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po’ diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l’esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all’1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi con l’uscita dall’euro), per poi scendere all’1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi. Questa è la verità sulla svalutazione del 1992. E la cosa fu talmente chiara fin da subito che già un anno dopo perfino Mario Monti dovette fare autocritica: «Un punto dove certamente ho visto male riguarda le conseguenze inflazionistiche… perché per ora non ci sono stati effetti». [8] 

A questo caso, piuttosto studiato, se ne aggiunge un altro sul quale non è necessario rifarsi a studi particolari dato che concerne l’esperienza diretta degli ultimi anni. Dal maggio 2014 al gennaio 2017 il rapporto euro-dollaro è sceso da 1,39 a 1,03. Dunque la svalutazione dell’euro è stata pari al 25,8%. A qualcuno risulta che in questo periodo in Italia, ma dovremmo dire in Europa, sia esplosa l’inflazione? Per la verità le cronache continuano ancora a parlarci della necessità di debellare la deflazione. Eppure il dollaro è la moneta con la quale si acquistano le materie prime.

Con quale onestà intellettuale, nella situazione data, si possa continuare a disegnare scenari catastrofici dovuti all’elevata inflazione che seguirebbe alla svalutazione lo giudichino i lettori. Eppure è proprio lì che si continua a battere. E tra i temi che vengono agitati, dagli autori citati come da altri, ve ne sono due in particolare: quello dei mutui e quello del prezzo dei carburanti. Due questioni sulle quali rimandiamo a quanto scritto già tre anni fa:

«Per chi ha dei mutui da pagare la situazione non potrebbe che migliorare. I mutui verrebbero anch’essi ridenominati nella nuova moneta e dunque, in caso di svalutazione, si svaluterebbero anch’essi; mentre l’eventuale inflazione aggiuntiva ridurrebbe di fatto il valore reale delle rate dei mutui a tasso fisso. Diverso è il problema del prezzo dei carburanti, che indubbiamente esiste ma non nei termini che comunemente ci si immagina. Se prendiamo, ad esempio, il caso della benzina, bisogna considerare che il costo della materia prima (il petrolio) – che è l’unico che risentirebbe della svalutazione, dato che i pagamenti vengono effettuati in dollari – incide solo per il 25% sul prezzo alla pompa. Il 57% sono tasse (accise e Iva), mentre il restante 18% include i costi di trasporto e raffinazione, nonché il margine lordo delle aziende distributrici. Se proprio vogliamo fare i conti, ne risulta che un’ipotetica svalutazione sul dollaro del 15% produrrebbe un aumento del costo alla pompa del 3,75%. Come si vede, siamo a percentuali ben più basse di quel che normalmente si pensa, che potrebbero comunque essere tranquillamente azzerate con una parallela riduzione del carico fiscale. Che è poi quel che fanno normalmente gli stati, quando non sono con il cappio al collo come quelli dell’area mediterranea dell’Eurozona, per assorbire le oscillazioni continue del prezzo del greggio sui mercati internazionali». Dal «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità» [9] 

In conclusione, l’eventuale effetto inflattivo della svalutazione conseguente all’uscita dall’euro si presenta come assolutamente gestibile.

3. L’Italexit e la fuga dei capitali 
C’è o no il rischio che l’attesa della rottura dell’eurozona porti ad una consistente fuga di capitali dall’Italia? In realtà più che di un rischio si tratta di una certezza. Anzi, questa fuga è già in atto, come ci mostrano anche i saldi Target2. Essa finirà, non sembri un paradosso, proprio con l’uscita dall’euro. La fuga di capitali è infatti tipica di ogni situazione di incertezza che precede una modifica sostanziale dei rapporti di cambio. Precede, non segue, questo è il punto. Con la fuga si cerca infatti di anticipare questo evento, mentre a cose fatte (nel nostro caso la rottura dell’eurozona o comunque l’Italexit) la fuga non avrebbe più alcun senso, anzi sarebbe piuttosto pericolosa per i detentori di capitali. Se si vuole impedire (o quantomeno limitare) la fuga dei capitali la regola di sempre è dunque quella di agire con la massima rapidità.

Quel che è importante sottolineare è che il fenomeno denominato “fuga di capitali” non è legato in maniera specifica all’uscita dalla moneta unica, bensì – più in generale – a quel che ci si attende in termini di svalutazione. La fuga avverrebbe dunque anche a fronte dell’attesa di una forte svalutazione dell’euro verso il dollaro. E’ sempre stato così, e non si vede proprio perché se ne parli in termini catastrofisti solo riguardo all’Italexit. Tra l’altro, con i loro argomenti, i catastrofisti di ogni risma che si esercitano sul punto, in quanto sostenitori di un’aspettativa di svalutazione alta quanto irrealistica, sono in realtà i principali alimentatori di quella fuga che pure dicono di temere come la peste. Piccole contraddizioni che è difficile non notare.

Ma perché proprio l’Italexit fermerebbe invece la fuga in corso? E’ presto detto. Chi esporta capitali – o aprendo conti all’estero od acquistando titoli in altra valuta – lo fa per aggirare la ridenominazione dei propri capitali da euro a lira con un rapporto 1:1. Una volta che la ridenominazione sarà avvenuta si determineranno i nuovi rapporti di cambio; prima in maniera più convulsa, poi arrivando ad una maggiore stabilità. Parallelamente andranno a determinarsi i nuovi tassi di interesse sui mercati finanziari e dunque i nuovi spread. A quel punto – e solo a quel punto – i capitali usciti rientreranno, perché lo scopo della fuga non è quello di tenere i propri soldi a Berlino, bensì quello di speculare sulle variazioni del cambio. Naturalmente, non è questo un giochino senza rischi. Ad esempio, se le cose dovessero andare come prevede il già citato OFCE, chi avesse deciso di comprare oggi titoli francesi (con un tasso di rendimento di un punto e mezzo inferiore rispetto ai corrispettivi italiani) rischierebbe un bel salasso. Rischierebbe meno chi avesse comprato dei Bund tedeschi, ma non è un caso che questi ultimi abbiano tassi negativi che risulterebbero piuttosto pesanti nel tempo.

Insomma, ecco un altro apparente paradosso, saranno proprio gli stessi meccanismi dei mercati finanziari a far rientrare i capitali usciti verso l’Italia. Rientro che, a quel punto, contribuirà ad un certo apprezzamento della lira. Questo significa che non esista il problema di un controllo sul movimento dei capitali? Assolutamente no. Un controllo contro la speculazione andrebbe esercitato sempre, anche al di fuori delle situazioni di emergenza, ma a maggior ragione dovrà esservi nel momento dell’Italexit. Momento che andrà gestito con la massima determinazione e rapidità.

Naturalmente i catastrofisti ci diranno che simili controlli sono vietati, che comunque si rivelerebbero inefficaci, per non parlare del panico che così si determinerebbe. Eppure si tratterebbe soltanto di fare – non necessariamente nelle stesse forme, s’intende – quel che due paesi dell’eurozona hanno già fatto e – ancora più importante – l’Unione europea gli ha imposto di fare. Oltre al più noto caso greco del 2015, ci riferiamo alla crisi di Cipro del 2013, quando vennero adottate le seguenti misure:

«Un limite massimo di 5mila euro al mese per le transazioni all’estero mediante carta di credito. Un tetto di 3mila euro in contanti – per ogni viaggio – a chi intende uscire dal Paese. Divieto di riscuotere assegni. Prelievo dai bancomat non superiore ai 300 euro giornalieri. Limiti molti severi a chi vuole trasferire denaro all’estero. E un’autorizzazione ad hoc, dietro esibizione di documenti giustificativi – formula che ha il sapore di una pericolosa discrezionalità – per i pagamenti delle imprese che importano beni e prodotti». 

Così scriveva Marco Onado sul Sole 24 Ore del 28 marzo 2013. [10] 

Dunque i controlli sono possibili, eccome. Che l’ortodossia liberista lo neghi non stupisce. Ma non si vede proprio perché quel che è stato già fatto in nome degli interessi delle banche e della moneta unica, non possa esser fatto a difesa degli interessi dell’economia nazionale.

4. L’Italexit e la ridenominazione del debito
Arriviamo ora al tema della ridenominazione del debito. Inutile dire quel pensano in proposito i nostri catastrofisti: il caos generalizzato nel migliore dei casi, un terribile aumento del valore del debito verso l’estero in quello che loro reputano ovviamente lo scenario più probabile.

Per accertare l’attendibilità di tutto ciò è bene partire innanzitutto da un principio generale, quello della cosiddetta Lex Monetae, che stabilisce che uno stato sovrano ha il potere di determinare il tasso di conversione tra la precedente e la successiva moneta avente corso legale. [11] Anche su questa materia i catastrofisti si sono lungamente esercitati per spaventare i debitori, ad esempio le persone che hanno da pagare un mutuo in euro, e che ne vedrebbero aumentare il valore in conseguenza della svalutazione della nuova lira. E’ un problema che semplicemente non esiste.

Il nostro Codice Civile [12] così traduce il principio della Lex Monetae: 

«Art. 1277. Debito di somma di denaro: I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima». 

Dunque, nel caso di un’esplosione dell’intera eurozona – visto che a quel punto l’euro semplicemente non ci sarebbe più – non esisterebbe alcun problema né per i debiti interni né per quelli esteri.

Se, invece, l’euro continuasse ad aver corso legale in altri paesi, ma non in Italia, si applicherebbe l’art 1278 del Codice Civile: 

«Art. 1278. Debito di somma di monete non aventi corso legale: Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento». 

Anche in questo caso il pagamento avverrebbe in lire, ma poiché farebbe riferimento «al corso del cambio nel giorno della scadenza» il debitore potrebbe trovarsi a dover pagare con una lira svalutata. Per ovviare a questo problema basterà però applicare l’art. 1281:

«Art. 1281. Leggi speciali: Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato». E’ chiaro – e difatti sul punto i catastrofisti hanno ormai abbassato la cresta – che qualsiasi governo che si troverà a gestire l’Italexit non potrà che intervenire con una legge speciale sulla questione, così come affermato da tempo da Alberto Bagnai: «Lo Stato ovviamente dovrà, nel decreto di uscita, prevedere una deroga all’art. 1278 stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data del changeover (cioè uno a uno), e non a quella della scadenza del pagamento (che incorporerebbe la svalutazione)». [13] 

Sul tema dell’applicazione della Lex Monetae è intervenuto di recente l’economista francese Jacques Sapir. Anche in Francia non manca infatti chi, a partire dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, mostra di non credere a questo principio. Sapir dimostra invece come la Lex Monetae sia riconosciuta esplicitamente dallo stesso diritto dell’UE. Nel regolamento relativo all’introduzione dell’euro (CE n° 1103/97) così si legge:

 «Considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi». In altre parole, commenta Sapir: «Se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese». [14] 

Bene, si dirà, ma cosa succede invece con il debito estero? Qui i catastrofisti davvero non hanno freni. Secondo costoro con l’Italexit il debito pubblico aumenterebbe a dismisura, dato che – a loro avviso – la quota detenuta da soggetti esteri andrebbe restituita in euro. Non solo, ancora più grave sarebbe il problema del debito privato verso l’estero, sul quale evitano non a caso di citare le cifre reali. Esaminiamo dunque separatamente questi due aspetti – pubblico e privato – di una questione che scopriremo essere assai meno preoccupante di come si vorrebbe far credere.

La quota estera del debito pubblico italiano è superiore agli 800 miliardi di euro. Ormai nessuno mette però in discussione il diritto dello Stato (Lex Monetae) di ripagare in nuove lire il debito emesso sotto la propria legislazione. Si cerca allora di spostare l’attenzione su due altri aspetti: 1) la quota di debito estero emessa sotto altre legislazioni, 2) l’effetto delle cosiddette “clausole CAC” introdotte dal governo Monti nel dicembre 2012. Sul primo punto la propaganda tesa a spaventare sugli effetti dell’Italexit è facilmente smontabile, dato che la quota di titoli del debito emessi sotto legislazione straniera è pari a soli 48 miliardi (un misero 2,5% del totale). Sul secondo punto, quello delle “clausole di azione collettiva” (CAC), che riguardano all’incirca la metà dei titoli in circolazione, esistono diversi pareri, ma sta di fatto che le CAC sono state concepite come strumento di tutela dello Stato non degli investitori. Questi ultimi avrebbero sì la possibilità teorica di opporsi alla ridenominazione (basterebbe una minoranza da un quarto ad un terzo dei creditori), ma l’esperienza insegna (vedi il caso greco) come nei casi di ristrutturazione del debito – e la ridenominazione nei fatti lo è – i grandi creditori preferiscono sempre accettare quel che gli viene proposto piuttosto che rischiare di perdere tutto con un più pesante default. Lo Stato – e questo è un punto davvero decisivo – uscirebbe dunque dall’Italexit con un debito pubblico ridotto, non aumentato come invece si vorrebbe far credere.

Passiamo ora al debito privato verso l’estero. Secondo i dati riportati in un articolo di Enrico Grazzini [15] questo debito semplicemente non esiste. O meglio, esistono dei singoli debitori come dei singoli creditori, ma la somma di queste posizioni finanziarie verso l’estero dà un saldo attivo di 580 miliardi di euro. Ne consegue che l’insieme di questi soggetti trarrebbe un beneficio anziché un danno dall’Italexit e dalla svalutazione della nuova lira. E forse un beneficio ci sarebbe per la stessa economia italiana nel suo insieme, perché almeno una parte di questi capitali avrebbe buoni motivi per rientrare in Italia dopo la stabilizzazione dei cambi.

Naturalmente, un saldo positivo non esclude singole posizioni negative che potrebbero mettere in sofferenza qualche azienda, e principalmente qualche banca. Ma anche questo aspetto – sul quale lo Stato potrebbe intervenire di volta in volta (non scordiamoci che al momento dell’Italexit molte saranno le cose oggetto di trattativa), va visto in un contesto che è invece complessivamente positivo. Tutto questo senza dimenticarci che in questi casi è pressoché inevitabile che vi siano soggetti che riescono a guadagnare (come gli investitori sull’estero di cui sopra), come altri destinati a rimetterci. Per cui ha poco da lamentarsi il già citato Fontana quando ci ricorda (peraltro con cifre inattendibili) il problema delle aziende italiane che hanno emesso bond sotto legislazione straniera. Queste aziende lo hanno fatto per spuntare tassi più bassi, una maniera per scommettere al gran casinò dei mercati finanziari. Non sempre queste scommesse – al pari di quelle sulle valute – vanno a buon fine. Ma si tratta di aziende private che si assumono coscientemente certi rischi ogni giorno, ed è assurdo che se ne parli solo a proposito di quelli connessi con l’uscita dall’euro.

5. Un Italia troppo “piccola”?
Veniamo ora ad un argomento più generale, che concerne sempre la sfera economica pur travalicandola. E’ la tesi secondo cui l’Italia – e più precisamente l’economia italiana – sarebbe comunque troppo piccola per affrontare la sfida dell’Italexit. A questa tesi se ne affianca un’altra, quella secondo cui l’Italia si troverebbe politicamente più “sola”.

Ora, a parte il fatto che pensando all’UE a dominanza tedesca non può non venirci in mente il detto “meglio soli che male accompagnati”, perché questa preoccupazione? Uscendo dall’euro l’Italia mica dichiarerebbe guerra a qualcuno, semplicemente (cosa che oggi non fa) difenderebbe i propri legittimi interessi. Certo che ci sarebbero anche turbolenze politiche – sarebbe assurdo sostenere il contrario -, ma alla fine gli attuali partner economici non avrebbero molto interesse a farci una guerra prolungata. Le sanzioni, poi, sono un’arma a doppio taglio. In ogni caso il mondo è grande, e quello al di fuori dei confini dell’UE è in espansione.

In realtà la tesi di un’Italia “troppo piccola” non fa neppure i conti con le conseguenze della crisi della globalizzazione. Naturalmente, ed è normale che sia così, in materia esistono diverse opinioni, ma è difficile negare l’evidenza dell’accrescersi delle misure protezionistiche in tutto il mondo, così come quella della tendenza alla riduzione della quota del commercio estero sul Pil mondiale. E’ giusto, tuttavia, prendere questo argomento sul serio.

Intanto bisogna rilevare che quella italiana rimane pur sempre una delle più importanti economie del mondo. E se oggi lo è un po’ meno del passato lo si deve anche (certo, non esclusivamente) all’euro. Ed è un’economia che comprende un’industria manifatturiera che, nonostante gli effetti micidiali della crisi, in Europa resta seconda solo alla Germania. Ora, è pacifico che uno scioglimento concordato dell’eurozona sarebbe preferibile ad un’uscita unilaterale. Peccato che il primo scenario sia poco probabile. Ed è altresì pacifico che meglio sarebbe affrontare il dopo-Italexit in stretta alleanza con altri paesi. Ma non si può mettere il carro davanti ai buoi, dato che la costruzione di nuove alleanze e/o di nuove aree macro-economiche (non però di nuove aree valutarie) dipende dalle scelte politiche dei vari paesi. Scelte che deriveranno da tanti fattori e che di sicuro non possiamo disegnare oggi a tavolino.

Lo scenario da considerarsi come quello di gran lunga più probabile è dunque l’Italexit, e questo ci riporta appunto al tema delle “dimensioni” dell’Italia. In proposito l’opinione di chi scrive è molto semplice: riguardo alla scelta di tornare alla moneta nazionale più che le dimensioni contano i fondamentali dell’economia. Ma se questi ultimi sono messi in discussione proprio dall’appartenenza alla moneta unica è chiaro che la decisione è di fatto obbligata.

Se sulla questione delle “dimensioni” le opinioni sono le più disparate, l’unico modo di orientarci è quello di guardarci attorno. Di esaminare cioè la realtà. Limitandoci all’Europa si possono osservare diversi paesi membri dell’UE che, pur avendone i requisiti, si guardano bene dall’entrare nell’euro. E’ questo il caso della Polonia, ma ancora più significativo è quanto accaduto di recente con la decisione della Repubblica Ceca di sganciare la propria valuta nazionale – la corona – dall’euro. L’aggancio, in vigore da tre anni, avrebbe dovuto essere il primo passo verso un futuro ingresso nell’eurozona. Adesso il passo c’è stato, ma nella direzione opposta di quella sperata dai partigiani della moneta unica. [16] Da notare che subito dopo lo sganciamento la corona si è rivalutata rispetto all’euro. Eppure la Repubblica Ceca ha un sesto della popolazione ed un ottavo del Pil dell’Italia. Non solo. Pare che nella stessa direzione di Praga – quella dello sganciamento – voglia muoversi l’ancor più piccola Danimarca, la cui moneta è legata da sempre all’euro.

Rimanendo ancora in Europa, ma uscendo dall’UE, come non considerare i casi di due piccoli paesi come la Svizzera e la Norvegia? Da sempre, i sostenitori della tesi avversa ci fanno notare che questi potrebbero essere solo dei casi particolari. Ma il fatto che questi “casi particolari” stiano però aumentando vorrà pur dire qualcosa. Come qualcosa di ancora più importante ci dice la banale osservazione – questa francamente inconfutabile – di come (indipendentemente dalle dimensioni) tutti i paesi europei non-euro abbiano retto molto meglio alla crisi rispetto a quelli con la moneta unica.

Ma il tema delle “dimensioni” non può essere ovviamente solo europeo. Prendiamo il caso di un paese simile all’Italia (in termini di popolazione e di Pil), anche se più piccolo: la Corea del Sud. Questo paese fa forse parte di una qualche unione monetaria? Ovviamente no. Ma con la sua moneta nazionale (lo won) continua a tenere ritmi di crescita annua superiori al 3%. Tuttavia la Corea del Sud non è un’eccezione, bensì la regola, dato che nel mondo non ci sono altri “euri” in vista. E questo è un punto dirimente. Infatti, se la spinta alla creazione di macro-aree monetarie vi fosse davvero, nei cinque continenti dovremmo assistere ad un pullulare di iniziative in tal senso. Ma così non è. In nessun angolo del pianeta, dalla lontana Oceania all’arretrata Africa, dalla tumultuosa Asia alla speranzosa America Latina, nulla si muove in quella direzione. L’euro, a vent’anni dalla sua nascita, non ha nessun fratello con cui giocare. Ci sarà pure una ragione.

Evidentemente le dimensioni contano quando si parla di un’azienda, o di una filiera produttiva. Diverso è il discorso quando si tratta dell’economia di un paese e della sua moneta.

Brevi conclusioni 
Questo articolo non ha certo lo scopo di negare i problemi dell’Italexit. Questi problemi ci sono, e sarebbe assurdo affermare il contrario. Ma si tratta comunque di problemi gestibili. Insomma, dall'”Hotel California” dell’euro si può uscire, eccome. Del resto, l’alternativa sarebbe solo quella dell’incancrenimento della crisi, con i suoi terribili aspetti sociali che conosciamo. Il problema che si pone è semmai un altro: quale sarà la gestione del passaggio dall’euro alla nuova lira? La risposta a questa domanda dipende dal governo che – ci auguriamo quanto prima – si troverà ad affrontare concretamente la questione. Chi scrive crede in un governo popolare d’emergenza, frutto di una larga alleanza di tipo costituzionale (una sorta di Cln), che prenda in mano le redini dell’Italia in questo decisivo frangente.

E’ importante che questo governo abbia a cuore il futuro del Paese, e in particolare gli interessi e i bisogni delle classi popolari. Anche per questo l’uscita dalla moneta unica dovrà essere accompagnata da un programma di misure urgenti (dalla nazionalizzazione del sistema bancario ad un piano per il lavoro) che rappresentino una decisiva svolta rispetto ai disastri prodotti dal sistema neoliberista. Sistema che i meccanismi dell’euro vorrebbero rendere eterno.

* Questo saggio venne originariamente pubblicato sulla rivista IL PONTE  nel numero di maggio-giugno 2017.


NOTE

(1) https://ilmanifesto.it/le-conseguenze-di-unuscita-dalleuro/

(2) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/06/euro-draghi-la-moneta-unica-e-irrevocabile-la-questione-delluscita-non-e-contemplata-dal-trattato/3371615/

(3) http://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/06-03-2017/index.shtml

(4) http://www.ofce.sciences-po.fr/pdf/dtravail/WP2016-31.pdf

(5)http://www.repubblica.it/economia/2017/02/09/news/germania_bilancia_commerciale_al_top_e_nel_2016_l_export_vola_a_1207_miliardi-157902113/

(6) http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2017-02-27/cinque-luoghi-comuni-no-euro-sfatare-112318.shtml?uuid=AEwoNIe

(7)http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/interscambio.pdf

(8) La Repubblica del 12 settembre 1993

(9) «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità», a cura del Coordinamento nazionale Sinistra contro l’euro. 

(10) https://www.pressreader.com/italy/il-sole-24-ore/20130328/281560878248490

(11) https://it.wikipedia.org/wiki/Lex_monetae

(12) http://www.altalex.com/documents/news/2015/01/08/delle-obbligazioni-in-generale

(13) http://goofynomics.blogspot.it/2012/09/a-rata-der-mutuo.html

(14) http://vocidallestero.it/2017/03/23/sapir-lex-monetae-e-diritto-europeo/

(15) http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutti-i-conti-dellitalexit-nessuna-catastrofe-se-litalia-uscisse-dalleuro/#_ftnref9 
(16) http://sollevazione.blogspot.it/2017/04/czexit-la-repubblica-ceca-si-sgancia.html

Il 2020 iniziato all’insegna dell’imperialismo

Da nemmeno una settimana è iniziato il nuovo anno e già sono diverse le situazioni potenzialmente disastrose che si sono venute a creare: dalla Libia al Medioriente si susseguono notizie preoccupanti, con un oramai certo dispiegamento di truppe turche a sostegno di Serraj e con un atto che definire terrorismo internazionale è poco, ossia l’assassinio del generale Soleimani, comandante delle milizie al-Quds, uno dei principali responsabili del tracollo dello Stato Islamico nella regione, avvenuto con la solita infame modalità del raid aereo a Baghdad. Non solo: pare sempre più reale, nonostante le mistificazioni del ministero, l’arrivo ad Aviano di altre 50 testate atomiche, che andrebbero a sommarsi alle decine già presenti in loco.
In tutto il mondo i potenti giocano alla guerra, muovendo le loro pedine e distribuendo armi come se si parlasse di un gioco da tavolo e non della vita di milioni di persone. Le reazioni delle Lega Araba all’inserimento militare turco lascia aperta la porta all’escalation militare, per giunta in una zona già ad alta tensione a causa di Israele e dello scontro in seno all’Iraq. Occorre opporsi ad ogni progetto imperialista per difendere le nostre case, le nostre vite ed il nostro futuro

Con l’Europa contro l’Unione

Abbiamo salutato il risultato delle ultime elezioni britanniche con gioia. L’abbiamo fatto non tanto per la vittoria di Boris Johnson, del quale non siamo assolutamente dei fan, o per la scofitta di Corbyn, che per quanto portatore di un programma assolutamente condivisibile fece il fatale errore di fingere di non vedere le elezioni per quello che erano: un seconddo referendum sulla Brexit. L’abbiamo fatto perché il risultato di quelle elezioni è stato un durissimo colpo all’Unione Europea. Ma qual’è la differenza fra noi e Boris Johnson?

Noi nell’Europa ci crediamo. E qua molti si scandalizzeranno: da anni tutte le parti in campo hanno giovato dal propagandare una lotta basata sulla dicotomia fra isolazionisti ed europeisti, fomentatori dell’immigrazione contro apologeti dei confini chiusi. Non è così. La loro lotta, interna al sistema, è finalizzata alla riconfigurazione degli equilibri di potere in seno al capitalismo. La nostra lotta, portata avanti contro quel sistema, è volta alla restituzione della libertà e dell’indipendenza ai popoli e alle singole persone. Proprio perché crediamo che possa esistere amicizia e collaborazione fra i popoli, proprio perché pensiamo che la nazione sia un mezzo per arrivare ad uno scopo, che è l’Umanità, proprio perché lottiamo per la giuatizia sociale e l’uguaglianza che siamo opposti, che siamo in guerra a quella malsana struttura padronale nota come Unione Europea.

L’Europa di cui ci sentiamo parte non è un aggregato etnico, o l’estensione di un potere finanziario, ma è la comunità dei popoli, dei lavoratori, che ogni giorno vivono e lottano sul Continente, lottano per essere liberi e per sottrarsi dal giogo del mercato e della competizione. La nostra Europa è opposta alla loro, nello stesso modo nel cui erano opposte la Giovine Europa di Mazzini alla Santa Alleanza. La nostra Europa è l’Europa socialista, che è la negazione dell’Europa neo-liberista dell’Unione Europea.

Contro l’Unione quindi, contro lo sciovinismo isolazionista e contro la sua imitazione continentale, per un internazionalismo che significhi collaborazione e associazione progressiva, contro le derive autoritarie e dispotiche dei Mercati, per un’Italia libera in un mondo egualmente libero, indirizzato alla pace e al progresso, per la democrazia, il potere popolare, contro il capitalismo, arbitrio dei ricchi.

Mes: dossier e denuncia

Questo sabato, 8 dicembre, la sezione varesotta di M-48 “Mu’ammar Gheddafi” ha esposto nel centro cittadino uno striscione di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità e la sua ultima riforma, particolarmente perniciosa per il popolo italiano e tutti gli europei. Il MES si configura come uno strumento di dissoluzione della democrazia in mano alla finanza continentale, un organismo che non deve rispondere a nessuno e che potrà controllare le decisioni politiche di tutti i paesi ai quali è necessaria la vedita dei propri titoli di stato.

Di seguito riportiamo il dossier di Moreno Pasquinelli apparso sul sito di “Liberiamo l’Italia”:

Le menzogne degli europeisti e le ambiguità dei “sovranisti”

Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

IL MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz),  è stata introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

a cura di Moreno Pasquinelli

Mes: la mano visibile del mercato

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), meglio noto come “fondo salva-Stati” è un’istituzione europea che ha come scopo quello di “salvare” gli stati in difficoltà economica, ad esempio concedendo a questi prestiti finanziari, come scrive Federico Giuliani su InsideOver: <<Il testo della riforma del MES è inequivocabile. La parte cruciale sta in queste poche affermazioni. È opportuno che il MES conceda sostegno alla stabilità soltanto ai propri membri che presentano un debito reputato sostenibile e dei quali è confermata la capacità di rimborso al MES. Sostenibilità del debito e capacità di rimborso saranno valutate all’insegna della trasparenza e della prevedibilità al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità. Tali valutazioni saranno effettuate dalla Commissione europea di concerto con la BCE e dal MES, e ove opportuno e possibile insieme al FMI”. E ancora: “Qualora la collaborazione non conduca a una visione comune, la Commissione europea effettuerà la valutazione complessiva della sostenibilità del debito pubblico, mentre il MES valuterà la capacità di rimborso del proprio membro nei suoi confronti”. Rapida parafrasi: uno Stato può accedere ai finanziamenti del Fondo salva-Stati deve dimostrare di avere un debito sostenibile e una capacità di rimborso appurata. Insomma, siamo di fronte alla medesima contraddizione: il MES, al quale partecipano i vari Stati dell’Eurozona, si comporta come una banca privata e continua Per le decisioni di urgenza del MES è necessario il consenso degli azionisti, i quali detengono l’85% del capitale del fondo. Detto altrimenti, è necessario il via libera di Germania (26% delle quote) e Francia (20%). Saranno quindi Merkel e Macron a prendere le decisioni più scottanti.>>

Anche se il MES nella forma è un’istituzione finanziaria de facto si occupa di questioni politiche,infatti se uno stato non riesce a ripagare i prestiti viene letteralmente distrutto finanziariamente, proprio come è successo alla Grecia, che ha dovuto versare litri e litri di sangue dei cittadini per ripagare il MES dopo aver ubbidito ai suoi ordini.

Il MES agisce politicamente perché quando uno stato decide di usufruire dei suoi prestiti gli impone di cambiare le sue politiche economiche: tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse (che vanno a finire nelle tasche del MES stesso), abbassare le pensioni e altre riforme “ammazza-popolo”.

Se l’Italia dovesse accettare la riforma non solo la Costituzione verrebbe ulteriormente e gravemente violata ma faremmo la stessa fine che hanno fatto i greci, con uno stato sociale (che già non funziona ed è quasi assente) distrutto e impotente.

6 e 7 dicembre: esserci per resistere

Due appuntamenti molto importanti in questo mese di dicembre, che purtroppo potrebbe passare alla storia come uno degli ultimi atti della definitiva soppressione dell’ordinamento repubblicano. Il 6 dicembre sotto Montecitorio avverrà un presidio di protesta contro il terribile Meccanismo Europeo di Stabilità, vero e proprio esproprio autorizzato ai danni della ricchezza del popolo, contro la legge finanziaria e la progressiva soppressiobe del contante. Il 7 dicembre, sempre a Roma in Via Frentani 4, ci sarà la prima assemblea costituente del movimento popolare “Liberiamo l’Italia”, atto fondamentale per la Liberazione Nazionale.

A nome di tutto il movimento vi aspettiamo!