Mes: dossier e denuncia

Questo sabato, 8 dicembre, la sezione varesotta di M-48 “Mu’ammar Gheddafi” ha esposto nel centro cittadino uno striscione di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità e la sua ultima riforma, particolarmente perniciosa per il popolo italiano e tutti gli europei. Il MES si configura come uno strumento di dissoluzione della democrazia in mano alla finanza continentale, un organismo che non deve rispondere a nessuno e che potrà controllare le decisioni politiche di tutti i paesi ai quali è necessaria la vedita dei propri titoli di stato.

Di seguito riportiamo il dossier di Moreno Pasquinelli apparso sul sito di “Liberiamo l’Italia”:

Le menzogne degli europeisti e le ambiguità dei “sovranisti”

Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

IL MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz),  è stata introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

a cura di Moreno Pasquinelli

Mes: la mano visibile del mercato

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), meglio noto come “fondo salva-Stati” è un’istituzione europea che ha come scopo quello di “salvare” gli stati in difficoltà economica, ad esempio concedendo a questi prestiti finanziari, come scrive Federico Giuliani su InsideOver: <<Il testo della riforma del MES è inequivocabile. La parte cruciale sta in queste poche affermazioni. È opportuno che il MES conceda sostegno alla stabilità soltanto ai propri membri che presentano un debito reputato sostenibile e dei quali è confermata la capacità di rimborso al MES. Sostenibilità del debito e capacità di rimborso saranno valutate all’insegna della trasparenza e della prevedibilità al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità. Tali valutazioni saranno effettuate dalla Commissione europea di concerto con la BCE e dal MES, e ove opportuno e possibile insieme al FMI”. E ancora: “Qualora la collaborazione non conduca a una visione comune, la Commissione europea effettuerà la valutazione complessiva della sostenibilità del debito pubblico, mentre il MES valuterà la capacità di rimborso del proprio membro nei suoi confronti”. Rapida parafrasi: uno Stato può accedere ai finanziamenti del Fondo salva-Stati deve dimostrare di avere un debito sostenibile e una capacità di rimborso appurata. Insomma, siamo di fronte alla medesima contraddizione: il MES, al quale partecipano i vari Stati dell’Eurozona, si comporta come una banca privata e continua Per le decisioni di urgenza del MES è necessario il consenso degli azionisti, i quali detengono l’85% del capitale del fondo. Detto altrimenti, è necessario il via libera di Germania (26% delle quote) e Francia (20%). Saranno quindi Merkel e Macron a prendere le decisioni più scottanti.>>

Anche se il MES nella forma è un’istituzione finanziaria de facto si occupa di questioni politiche,infatti se uno stato non riesce a ripagare i prestiti viene letteralmente distrutto finanziariamente, proprio come è successo alla Grecia, che ha dovuto versare litri e litri di sangue dei cittadini per ripagare il MES dopo aver ubbidito ai suoi ordini.

Il MES agisce politicamente perché quando uno stato decide di usufruire dei suoi prestiti gli impone di cambiare le sue politiche economiche: tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse (che vanno a finire nelle tasche del MES stesso), abbassare le pensioni e altre riforme “ammazza-popolo”.

Se l’Italia dovesse accettare la riforma non solo la Costituzione verrebbe ulteriormente e gravemente violata ma faremmo la stessa fine che hanno fatto i greci, con uno stato sociale (che già non funziona ed è quasi assente) distrutto e impotente.

6 e 7 dicembre: esserci per resistere

Due appuntamenti molto importanti in questo mese di dicembre, che purtroppo potrebbe passare alla storia come uno degli ultimi atti della definitiva soppressione dell’ordinamento repubblicano. Il 6 dicembre sotto Montecitorio avverrà un presidio di protesta contro il terribile Meccanismo Europeo di Stabilità, vero e proprio esproprio autorizzato ai danni della ricchezza del popolo, contro la legge finanziaria e la progressiva soppressiobe del contante. Il 7 dicembre, sempre a Roma in Via Frentani 4, ci sarà la prima assemblea costituente del movimento popolare “Liberiamo l’Italia”, atto fondamentale per la Liberazione Nazionale.

A nome di tutto il movimento vi aspettiamo!

19 ottobre: ipocrisia e manipolazione

Domani, 19 ottobre, migliaia di italiani si riverseranno a Roma convinti di manifestare a favore dei loro diritti, della loro dignità, magari anche contro pretese “invasioni” o per il futuro e la sicurezza delle loro famiglie. Questi italiani, vinti dalla propaganda del peggiore demagogo dei nostri giorni, non sono, in molti casi, da colpevolizzare. Essi sono vittime, vittime di una manipolazione di massa senza precedenti: da Bannon ai grandi gruppi sanitari privati tutti hanno riversato milionj nelle casse della Lega, vero e proprio strumento di controllo e repressione. Salvini si è ed è stato propagandato come amico del popolo, come tribuno della plebe…inutile dire quanto sia falsa ed ipocrita questa retorica. Se tu non hai una grande fabbrica, magari in procinto di essere delocalizzata, Salvini NON è tuo amico. Se tu sei povero Salvini NON è tuo amico. Se tu pensi che fra gli uomini debbano esistere dei legami di solidarietà Salvini NON è tuo amico. Se tu sostieni la necessità di lavori a tempo indeterminato, sicuri, senza vincoli di sottomissione padronale, Salvini NON è tuo amico. Se tu vuoi difendere la sovranità democratica della nazione dai vari cartelli di potenti come la Nato e l’Ue, Salvini NON è tuo amico. Poco importano felpe e pranzi a base di piatti tipici, quello che conta è la sostanza, ossia i supi progetti e le ppere da lui concluse. Per colpa di Salvini manifestare è ora pericoloso, e sempre per le sue mancanze gli assassini di centinaia persone, i Benetton, sono ancora liberi di arricchirsi in Italia, dove si sono sporcati le mani del sangue di 43 esseri umani. Salvini è estimatore della Nato, associazione a delinquere colpevole di inenarrabili crimini di guerra. Salvini pensa che “l’euro sua irreversibile” e che comunque l’uscita dalla moneta unica “non sia obbiettivo della lega”, di fatto appoggiando la spoliazione neo-coloniale dell’economia italiana. Salvini è un nemico per tutti noi, ma molti italiani non riescono ancora a vederlo. Si ricrederanno.

Pecunia non olet: Turchia e Whirlpool

Quanto sono ipocrite le lacrime di coccodrillo versate dagli autocrati europei e dai loro peones per il povero popolo curdo assalito dal malvagio Erdogan. Ovviamente loro, titolari di una bontà innata, nulla c’entrano con l’imperialismo neo-ottomano del Sultano, si sono solo limitati a fornirgli le armi, mica potevano prevedere che sarebbero state usate per questo. Certo, da anni il regime turco finanzia bande di ribelli che scorrazzano su e giù per il confine siriano massacrando indistintamente arabi e curdi, e da anni si assiste ad una repressione cilena nei confronti di ogni oppositore ma…pecunia non olet. Alla fine “dove passano le merci non passano i carri armati, no? No, passano, ma sotto forma di merce, e magari evitano di bombardare i loft di Milano, ma questo poco importa ai 200.000 sfollati degli ultimi giorni. Questo mantra della mobilità dei capitali come condizione sufficiente per la pace è tanto assurdo quanto malizioso. In barba alle decisioni politiche del governo italiano -ricordiamo le dichiarazioni dell’ex-ministro del lavoro Di Maio in proposito- Whirlpool sarà libera di delocalizzare. L’Unione glielo permette, il diritto comunitario invita a farlo: perché dovrebbero fermarsi a pensare alle conseguenze sociali delle loro azioni? È il profitto l’unico parametro di valutazione di un’azione, non il sangue dei curdi, e nemmeno i disoccupati, ma solo il denaro, che anche se sporco mai puzza per loro

La situazione è tragica, ma non seria

La situazione è tragica, ma non seria
Eccoci qua, anno 2019. Il tanto promesso progresso ha consegnato smartphone nelle mani di miliardi di sottoproletari, che da quelle stesse mani vedono strappati sogni e speranze per il futuro. I nostri padri, anche se stretti fra il manganello e i missili della Nato, potevano aspirare ad una casa, ad una famiglia, a vivere e non solamente sopravvivere. Certo, il consumismo già alienava e reprimeva la libertà degli esseri umani, ma si poteva, magari nel proprio piccolo, coltivare piccoli spazi personali, isole di libertà nelle quali ritirarsi, magari per trovare energie per una ventura battaglia. Oggi l’unica lotta per la quale ci si prepara è quella con un albanese o un nigeriano per uno squallido posto da rider in qualche decadente metropoli. Parlano di “progresso”, come se dopo l’effimera parentesi socialdemocratica non si stia retrocedendo a veloci passi verso un neo-feudalesimo, forse ancora peggiore di quello medievale in quanto del tutto privo anche dell’etica cristiana che prevedeva in qualche modo una tutela del povero tramite la carità. Parlano di “progresso”, ma in cambio del computer adesso dobbiamo acconsentire a poter comprare casa, forse, solamente verso i quarant’anni. Non ci si deve chiedere come loro, che a scanso di equivoci presenteremo tramite alcuni casi campione, ossia Mario Monti, Jeff Bezos, Michael Bloomberg, riescano ad essere tanto vili da usare simili retoriche, alla fine stanno lottando per conservare dei privilegi acquisiti, ma invece ci si deve interrogare su come sia possibile che l’attenzione di supposti “cittadini” sia indirizzata verso problemi estetici, anzi, assurdi quali tortellini e crocefissi al posto che verso l’analisi sistemica e l’interpretazione di fenomeni quali il precariato diffuso e la precarizzazione della vita. E questo limitandoci solo ad alcuni aspetti dell’opulenta società occidentale. Andiamo a vedere le periferie del mondo, andiamo a vedere il silenzio di Onu, Nato ed Ue all’aggressione imperialista del despota Erdogan ai danni di Siria e popolo curdo. Andiamo a cercare, e dovremmo farlo noi, i media non si sporcano le mani, le immagini brutali delle repressioni del regime liberista che occupa l’Equador contro un popolo reclamante la sua libertà. E, tornando in Europa dopo questo viaggio mentale, soffermiamoci sulle piazze francesi, grondanti di sangue per le manganellate dei mercenari di Macron, oppure pensiamo all’Italia, dove la costruzione di un fronte democratico rivoluzionario è apertamente boicottata da una fitta rete di agenti provocatori al soldo del peggiore centro-destra reazionario. Andiamo a portare un fiore alle vittime del lavoro, agli ignoti lasciati marcire in mezzo alle strade, ai migranti deportati e stipati in campi di concentramento, alle vittime delle “spending review”, che si trovano la sanità negata o fondine difettose. E tutto questo, amarissima ironia, non è accompagnato dalle barricate, ma dalle catene di Sant’Antonio sulle scie chimiche, dai “minions” condivisi da donne tanto adulte quanto alienate sui cosiddetti “social network”, dalla diffusione di mortadella contro il “pericolo islamico”, dai terrapiattisti….insomma la situazione è grave, anzi gravissima, ma profondamente patetica.

Contro il Reich europeista, per la lotta democratica

Prove tecniche di totalitarismo.
Grande finanza e alta borghesia europea mostrano la faccia totalitaria del liberal-liberismo oramai giornalmente. I miti dei “70 anni di pace”, dei benefici dell’euro e della stabilità iniziano a cadere nelle menti di sempre più persone. All’orwelliana commissione per lo “stile di vita europeo” si va a sommare la fascistoide equiparazione fra nazismo e socialismo sovietico, col tentativo sia di riscrivere la storia ad uso e consumo dell’imperialismo statunitense sia di colpire i movimenti comunisti che coerentemente si battono contro il Reich di Bruxelles. A loro ed a ogni altra forza democratica va la nostra solidarietà e il nostro impegno nel tener duro, nel continuare la lotta per la pace, la libertà e la giustizia. Le loro censure non ci fermano, le loro catene non ci fermeranno. Avremo la libertà o avremo la morte.

8 settembre: in tutta Italia inizia la resistenza!

Oggi, domenica 8 settembre, Giovine Italia ha preso parte ai presidi che in tutta Italia si sono tenuti in solidarietà al popolo greco, vittima sacrificale sull’altare dell’austerità. Oggi più che mai, coi mercati che sorridono al nuovo governo, è necessario compattare il fronte dell’opposizione democratica, cercando l’amicizia e la collaborazione di ogni patriota. Sempre più cittadini prendono le parti del popolo nella lotta fra questo e il capitale, ed è solo questione di tempo prima che questi raggiungano una massa critica. Noi siamo convinti che la sempre più vicina data del 12 ottobre rappresenterà un saldo punto d’inizio per la costruzione di un fronte popolare.

Il Movimento e i sindacati impedirono le barricate nel 2011-2013, la Lega le impedirà nel 2019, ma c’è un ma.


Oramai è chiaro a tutti il ruolo che ebbe il Movimento 5 Stelle e i sindacati istituzionali nel periodo che va dall’instaurazione del governo Monti sino a quel periodo di lotta che culminò in scioperi selvaggi e nello spontaneo movimento dei Forconi. Il loro ruolo fu quello di garantire uno sbocco controllato ed innocuo alla tensione che si era creata sin dall’inizio degli anni 2000, che rimaneva latente e che trovò nel “lacrime e sangue” la goccia che fece traboccare il vaso. Non è un caso che i primi anni del Movimento furono proprio caratterizzati da istanze radicali, dalla proposta di un referendum sull’euro ad un appoggio al ritiro delle nostre truppe dai vari fronti, arrivando addirittura a strizzare un occhio ai vari complottisti parlando di signoraggio e di scie chimiche. Il Movimento, tramite Grillo, ruggiva nelle piazza. L’intera Italia sembrava fremere di un odio generalizzato ed assoluto contro la “vecchia politica” e i parlamentari corrotti e disonesti, che sarebbero finiti in galera una volta che il Movimento si sarebbe insediato nei centri del potere. E poi, con le prime elezioni amministrative, tutto questo fermento subì una drastica riduzione. Oramai il terreno di scontro non era più la piazza, ma le aule dei consigli comunali o regionali, con le prime avanguardie in Parlamento. Il movimento moderò i termine, si iniziò a copiare una generica terminologia progressita pregna di “nuove tecnologie” e di “interesse per i giovani”, con il Futuro, quello con la f maiuscola, a sorvegliare il tutto dall’alto. Da qui il passo fu brevissimo nel chiedere l’inserimento nell’ Alde, ossia il gruppo europarlamentare più liberale e liberista che esista, il gruppo che in ogni modo spinge per la libera circolazione di capitali e di “capitale umano” per le privatizzazioni e per il primato del Mercato sulla politica. Il Movimento iniziava a gettare la sua maschera, tra mille cotraddizioni e la vaghezza ideali tipica di chi sta simulando. Molti, soprattutto nelle città da esso amministrate, iniziarono ad odiarlo. A queste persone si aggiunsero quelle per cui il Movimento era “troppo a sinistra”, ossia troppo debole sul tema immigrazione. La richiesta di regole dure e di un uomo forte capace di prendere il toro per le corna e ridare dignità al popolo italiano si condensò in Matteo Salvini, giovane leader della Lega che in pochi anni riuscì a scalzare i ben più esperti Bossi e Maroni. Salvini prese in mano un partito storicamente confinato al nord e ad essere la stampella elettorale del Cavaliere e lo trasformò in un partito a carattere nazionale, capace ad ergersi anima egemone del centrodestra. Una foto con i fasciati di Casapound, un richiamo ad un preteso “piano Kalergi” e la promessa di discutere i diktat europei, ma soprattutto di fermare “l’invasione” di immigrati, mischiati assime garantirono a Salvini un grande consenso elettorale, che se non gli permetteva di governare da solo lo inseriva a pieno titolo fra i big del momento. Il voto del 4 marzo disegnò un paese spaccato in tre blocchi: la Lega, lo zoccolo duro del Partito Democratico e il Movimento, il quale aveva raggiunto ben il 32,6%, arrivando ad essere primo partito. Dopo svariato tempo si arrivò all’accordo, e il Contratto di Governo fu firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i quali sarebbero stati vicepremier nel primo governo Conte. Quel voto fu indubbiamente un voto di protesta. Milioni di italiani scelsero quelli che a reti unificate venivano dipinti come pericolosi eversivi nemici dell’Unione Europea, dei Mercati, e di tutti quelli che vengono generalmente indicati come “poteri forti”. La gente non votò per Salvini e per Di Maio, ma votò per lo spettro del cambiamento in loro vagheggiato. Due decreti sicurezza e diverse boutade sulle ONG dopo, si arrivò ad una crisi di governo innescata dallo stesso Salvini, spaventato dall’approssimarsi della finanziaria e goloso di percentuali. Questo ci porta ai giorni di settembre, con la votazione su Rousseau che segna una totale vittoria dei grillini concordi all’accordo col PD, con manifestazione indette da tutto in centrodestra, e con una squadra di ministri giallo-rosa pronti a giurare. Salvini capitalizzarà assieme alla Meloni il dissenso nei confronti di un governo ultraeuropeista, e impedirà a questo dissenso di orientarsi verso la lotta sociale e democratica, contro Unione, euro e nato. La lotta del centrodestra sarà ancora una volta lotta generica e stupida all’immigrazione, rifiutando ogni analisi delle cause di questa. Sarà lotta alla tassazione progressiva. Sarà lotta all’unità nazionale im favore di una balcanizzazione tanto agognata da Bruxelles. Salvini e i suoi paggetti riusciranno a silenziare il popolo almeno per alcuni anni, e questo è indubbio, ma non è tutto perduto, anzi. Ovunque si sta consolidando o formando un fronte democratico rivoluzionario, nemico dell’Unione e della disparità economica, un fronte che per ora rimane nascosto, ma che un giorno esploderà come dinamite nelle piazze d’Italia e d’Europa. Quel 20% di cinquestelle delusi lo infoltiranno, uniti ai precari e ai disoccupati dimenticati da Salvini. Le azioni del futuro governo, per quanto l’Europa sia decisa ad essere gentile e riconoscente, lo renderanno apprezzabile anche a chi ora è illuso dai vari pifferai magici, ma soprattutto le enormi contraddizioni insite nel progetto unitario, contraddizioni di carattere geopolitico, sociale ed economico, saranno il catalizzatore del processo che porterà una Lega dei Popoli a sorgere contro l’Unione dei padroni.

Tre buone ragioni per essere a Roma il 12 ottobre


Il prossimo governo ultra-eurista giallo-rosa: sempre più chiara in questi giorni appare la notizia che il tanto esorcizzato “inciucio” è fatto quasi compiuto. I vertici del Movimento 5 Stelle, in sfregio alla base militante sincera che credeva veramente in una possibile rivoluzione politica, stanno decidendo per un governo assieme al Partito Democratico, lo stesso partito del Jobs Act, della Fornero e della Buona Scuola, partito di riferimento, seppur oramai morente, del padronato franco-tedesco. La manifestazione del 12 ottobre deve quindi essere intesa anche come violentissimo attacco a questo governo, nato per tutelare il dominio indiscusso delle oligarchie ordoliberiste della Mitteleuropa. Molto probabilmente il nuovo governo godrà di un “trattamento di favore”, la mano con loro sarà piuma, come suggerito da Oettinger. Questo perché i gruppi di potere ora egemoni in Europa temono un cambio della guardia a favore di altri concorrenti, come la borghesia esportatrice del nord-est appoggiata dalla Lega. Conte, marionetta nelle mani dei poteri euristi, è da osteggiare e da boicottare. Il suo tono istituzionale e la sua cultura nascondo la sua natura collaborazionista. Il discorso da lui pronunciato il 20 agosto, per quanto pregno di colte citazioni e formalmente bello, è stato un discorso puramente europeista, in perfetta sintonia con le direttive europee per quanto riguarda istruzione, economia e subordinazione dello stato nazionale.
La manifestazione leghista del 19 ottobre: il “governo del cambiamento” è stato fatto cadere da Salvini, che ora tenta di farsi passare da oppositore dell’Unione Europea risfoderando le antiche felpe “basta euro” che gli permisero una miracolosa crescita nei sondaggi. Salvini è un bluff: ne ha dato la prova al governo, dove distraendo gli italiani con il fantasma dell’immigrazione e ponendosi come guardiano dell’identità italiana, per lui fatta di presepi e padri pii, ha proposto provvedimenti del tutto in linea con le direttive europee, accontentandosi delle briciole, come quel ridicolo 2,04 di deficit. L’Italia ha bisogno di chiarezza, di radicalità, di coerenza, tutte cose che non troverà mai nei discorsi del pifferaio magico ultra-liberista e secessionista Matteo Salvini. Moltissimi cittadini in buonafede sperano in lui e lo votano. Questa volontà di cambiamento è legittima e più che giustificata, ma loro sono stati ingannati e sono ingannati tutt’ora dal Renzi padano. I suoi obbiettivi sono i medesimi delle forze europeiste, cambia solamente il nome di chi si vorrebbe a capo del mostro totalitario di Bruxelles.
La necessità di dar vita ad un movimento popolare di Liberazione: All’interno del panorama parlamentare, da destra a sinistra, non vi è una sola persona che persegua gli interessi del popolo lavoratore. Le nostre camere sono state infiltrate in maniera certosina da una malvagia compagine di araldi del libero mercato, del liberismo sfrenato, della tecnocrazia totalitaria. In questi gruppi non si deve riporre fiducia, sarebbe illogico e assolutamente contrario alla ragione. Occorre guardare al popolo e al popolo solo, che vuole tornare a sentirsi tale, che chiede di avere sovranità su se stesso, di aver riconosciuto il proprio diritto ad esistere e ad autodeterminarsi. L’unica strada è la mobilitazione popolare attraverso, per e grazie al popolo stesso. Da esso deve sorgere un movimento di liberazione che sappia con un colpo di scopa spazzar via ogni collaborazionista, ogni potere corporativo e camorisstico, ogni interesse di parte e in contrasto con quello generale. Il 12 ottobre, lungi da rappresentare il punto d’arrivo, deve invece essere l’inizio di tale movimento, il primo atto di una liberazione nazionale che sarà ad un tempo politica, economica e morale.