“Land of the poor”: la povertà negli Stati Uniti

Il fatto che una grossa fetta della Popolazione degli Stati Uniti sia in stato di povertà può esser ignorato da gran parte del Mondo. Eppure, per chi si “intende” di politica ed economia, non è una novità.
Può sconvolgere qualcuno questo fatto: addirittura 1 Americano su 3 è senza un abitazione.
La verità è che, seppur apparentemente folle, i poveri e soprattutto i senzatetto negli Stati uniti vengono ostracizzati ed ignorati: dai notiziari ai film si vedono relativamente poco i cosiddetti “homeless”. Eppure pensateci un attimo: quante volte avete visto nei film questi senzatetto, che vivono in genere in posti nascosti e poco frequentati, bui e freddi, riscaldarsi col classico barile o cestino in fiamme? Clochard riuniti intorno ad un piccolo fuoco, per sopravvivere. Il fatto sta che, nella maggior parte dei casi, la povertà viene considerata come cosa naturale, inevitabile: può succedere (stesso discorso potrebbe esser applicato con i tossicodipendenti, le prostitute, e in certi casi i ludopatici).
I poveri sono inoltre esclusi, costretti a vivere nei margini della società anche sul piano fisico: ovviamente i senzatetto non sono i benvenuti nella parte borghese della città, non sono i benvenuti perché fanno suscitare ribrezzo ai ricchi, delusione per i turisti; spesso esser coscienti della violenza e della disperazione presente nel mondo provoca una chiusura mentale, che sia volontaria ed inconscia, in modo tale da rifiutare la realtà e quindi le proprie responsabilità in ciò che di negativo accade.
Costretti quindi a vivere nelle periferie o ancora più ai margini, si crea conflitto perfino tra i poveri stessi: penultimo contro ultimo; se io non posso avere un posto di lavoro non lo devi avere neanche tu, se io non posso avere un abitazione non la devi avere neanche tu. Prendendo un semplice esempio: se vengo licenziato perché un migrante accetta un salario più basso del mio, me la dovrei prendere con questo o col padrone? Pensate davvero che al migrante non farebbe piacere un salario più alto? Pensate davvero che accetti un salario più basso proprio per far perdere il posto di lavoro a voi? Oppure accetta perché il padrone se ne apprifitta della situazione economica del disperato?
È così che i padroni, la causa dei mali di entrambi le vittime, godono alla vista della “lotta tra polli”.
È indispensabile che il Popolo prenda coscienza di chi sia il nemico, che riprenda la propria vista e che si renda conto di esser oppresso. È indispensabile comprendere che la storia della società si basa sulla lotta di classe.
La lotta di classe viene quindi messa in secondo piano, mettendo al primo posto in genere la lotta tra cittadino e migrante (sembra di parlare solo dell’Italia, eppure è ciò che avviene in tutto l’occidente, soprattutto negli Usa).

Ci sono poi due “linee di pensiero” presenti nell’occidentale medio: la visione Cristiana, che cerca di aiutare i poveri, offrir loro assistenzialismo, perché tutti in teoria potrebbero finire come loro; e la visione liberista che non si degna neanche di offrir un minimo di aiuto al senzatetto in quanto la sua condizione è causata dal senzatetto stesso, colpa sua ed esclusivamente sua.
Entrambi le visioni sono limitate, e mentre, seppure con dei paraocchi che evitano la visione complessiva della questione mettendo in questione il sistema vigente, la prima testimonia la presenza di “umanità” anche nella classe più o meno più agiata (almeno rispetto al senzatetto), la seconda non mostra alcuna pietà verso la vittima del sistema che ha dato invece ricchezza alla persona che giudica.
Negli Usa prevale la seconda: politici, media, gente comune, e spesso artisti considerano i poveri come reietti, gente che ha scelto di viver senza una casa, gente che non ha seguito “il sogno americano”.
E proprio da reietti vengono considerati anche dalla legge: “reato contro la qualità di vita” la chiamano, e la si può vedere ultimanente anche in Europa e in Italia: hanno suscitato scalpore a molti, infatti, i vari episodi dei sindaci (di tutti i partiti, da destra a “sinistra”) che hanno fatto mettere delle sbarre interne alle panchine sparse per i propri Comuni, o perfino mettere dei pungiglioni sotto i ponti, tutto per intralciare appunto la vita e la dignità già calpestata dei senzatetto (impossibilitati in quelle città a dormire o ad “accamparsi”).
Inoltre, questo sistema che penalizza già di suo i poveri, si spinge addirittura ad aumentare il divario tra le classi premiando per l’appunto i ricchi. Questi vengono premiati proprio perché son ricchi, con riduzioni fiscali, agevolazioni nell’acquisto di nuove abitazioni (più sono costose e più lo Stato ti aiuta); letteralmente una regressività fiscale, l’opposto del razionale modello progressivo.
È noto a tutti, non solo noi socialisti ma anche gli economisti capitalisti (forse ad eccezione di qualche liberista che cerca di bendarsi da solo), che la percentuale del consumo in rapporto al guadagno scende all’aumentare di quest’ultimo: in poche parole uno che guadagna 500 euro al mese li spenderà probabilmente al 100% (perché per vivere servono anche più di 500 euro), mentre uno che guadagna 50000 euro al mese (sì, esistono) ne spenderà un 10% o poco più (la percentuale varia a seconda degli andamenti economici). È dunque una semplice questione di logica, se vogliamo lasciar ai la morale ai socialisti, che le tasse e le imposizioni fiscali abbiano una percentuale maggiore al crescere del reddito. I soldi devono circolare, serve consumare, e il capitalismo, purtroppo per loro, si basa su questo (anche per questo esiste l’assistenzialismo, proposto dagli stessi capitalisti).
Ritornando a noi, quindi, i ricchi vengono premiati, ed oltre ad aver la vasta possibilità economica di acquistare e riacquistare nuove abitazioni, possono aver ulteriori fonti di reddito con innumerevoli affitti.
Proprio questi, gli affitti, sono un altra questione cruciale. Sono innumerevoli i casi di cittadini statunitensi che, per un motivo o per un altro, non hanno (spesso per un breve periodo di tempo) la capacità economica per pagar l’affitto o estinguere eventuali debiti. Saltare una quota mensile basta per finire in tribunale, cacciati da una casa sì presa in affitto, ma con tutti i propri beni dentro e senza avere altro tetto a disposizione. Ed è proprio il tribunale un altro problema, circa il 90% dei “sfrattati” non ha i mezzi economici per permettersi un avvocato e quindi una difesa, alla faccia de “la Legge è uguale per tutti”.
Non stiamo parlando di “scansafatiche” che non vogliono pagare l’affitto. Stiamo parlando di Persone che nella maggior parte dei casi, per l’appunto, non può permettersi una difesa nella corte; stiamo parlando inoltre, perché succede molto spesso, di vari proprietari di abitazioni che decidono di alzare d’un tratto la quota dell’affitto proprio per cacciare l’inquilino, per dar spazio a qualcuno di più abbiente, qualche altra preda succolenta. Succede spesso inoltre che, quando un proprietario viene a conoscenza della perdita del lavoro del proprio inquilino, la quota d’affitto viene alzata in modo tale da levarsi preventivamente di mezzo un eventuale problema futuro (nel caso questo non trovi un lavoro al più presto).
In una società che si basa sulla concorrenza, sull’idea della sopravvivenza, dove chi non uccide viene ucciso, dove tutti son nemici di tutti, è quindi ovvio che non ci possa essere un senso di compassione verso il prossimo. Fin da piccoli viene insegnato ai cittadini americani che chi è ricco va premiato, chi è povero va sì aiutato con qualche spicciolo, per farlo mangiare, ma guai a dargli un lavoro, sarà sicuramente uno scansafatiche che non vuole essere cittadino. È pazzia non trovare similiarità con il lavaggio di cervello che veniva fatto alla gioventù nella Germania nazista, dove veniva insegnato che dar sostegno economico ai disabili era davvero dispendioso per lo Stato, e che i disabili in fin dei conti erano tali per causa loro.
Disabili e senzatetto hanno tuttavia una cosa in comune, entrambi sono finiti in questa disgrazia per pura influenza esterna e non di certo per propria scelta; chi per fatalità fisiche chi per fatalità causate dalla “mano invisibile” che tutt’altro fa che regolare i mercati.

Alla fine, purtroppo, molti cascano nell’inutile autocritica, rassegnandosi al sistema e inziando a pensare che alla fin fine la colpa è la loro se hanno perso lavoro, famiglia, amici, casa, e dignità. Si autoescludono da tutti, e accettano la dura realtà; altri si aggrappano alla fede, sperando che una volta morti la “vita” possa esser migliore di quella terrena (e qui entra in gioco l’influenza che ha la Chiesa, spesso aiutando o spesso lucrando, sui disperati).
Parliamo di un Paese che ospita il 41% dei più ricchi al mondo, insieme ad altri 105.300.000 abitanti che invece soffrono letteralmente la fame.
Altra piccola considerazione sull’inefficacia del sistema è questo dato: il 50% della ricchezza globale è detenuto da sole 26 persone (già, con nessun 0 a seguire), mentre due anni fa era in mano a 43, 4 anni fa ne erano 62. I ricchi secondo i sondaggi infatti sono sempre di meno, i poveri sempre di più; e mentre i primi si arricchiscono a dismisura, i secondi sprofondano senza incontrare mai un fondo, cancellando quindi la vecchia “classe media” (e questo lo si può vedere e sentire spesso anche nei notiziari), proletarizzando quindi tutti.

Ma è un problema dell’amministrazione Trump o del precedente Obama? Dei repubblicani o dei democratici? Insomma, la situazione è così da sempre?

Secondo il Libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America” la povertà iniziò a decollare, negli Stati uniti, a partire dagli anni ’70.
Proprio in questi anni infatti gli Usa hanno avuto un forte cambiamento nell’economia, passando dal settore industriale a quello dei servizi. In questo modo i tassi di disoccupazione hanno raggiunto le stelle depenalizzando i “meno qualificati”.
Sempre secondo il Libro “A differenza del clochard ubriacone, maschio, bianco e vecchio che rispecchiava lo stereotipo non solo letterario dell’ homeless, la popolazione dei senzatetto è oggi formata in grande misura da famiglie e la categoria di homeless in maggior crescita è quella dei bambini”. Il Libro afferma che sono 2 milioni e mezzo i bambini senzatetto minori: 1 ogni 30 bambini americani, in aumento, dal 2007 del 64%.
In verità gli Stati Uniti hanno avuti sali e scendi nella propria economia, ma la vasta povertà e l’eccessiva ricchezza ci sono sempre state.
È da illusi pensare che il governo degli elefanti o degli asini sia la causa di questa povertà dilagante, la verità è che il problema è il sistema capitalista. Proprio il fatto che la povertà (così come le sue conseguenze citate all’inizio: prostituzione, alcolismo, ecc.) sia considerata una cosa “alla norma”, inestirpabile e irrisolvibile, testimonia che questi problemi ci sono da sempre stati. E mentre il blocco orientale si scandalizzò dalle conseguenze del libero mercato dopo la caduta del muro (basti leggere i commenti di vari Tedeschi della DDR che abbiamo citato in un articolo scritto tempo fa), l’occidente ha sempre considerato la prostituzione “il più antico lavoro al mondo” e la povertà una semplice disgrazia incurabile dalla medicina.
Avrete visto tantissime foto scattate durante le varie carestie che ci sono state in Ucraina con l’holodomor (rivelatisi poi scattate durante la prima guerra mondiale, quindi false e fuori contesto), morti di fame, una sorta di “Africa” in Europa. Ma quante foto avete visto di quelle scattate durante la grande depressione?
Del ’29 nero sicuramente ne avrete sentito parlare: crollo della borsa di Wall Street, broker finiti con gli scatoloni nelle vie (portando a casa le cose dall’ufficio avendo perso il lavoro), e il “new deal” di Roosevelt.
Ma dite la verità: mai visto scenari apocalittici dove centinaia e migliaia di americani vivevano in delle abitazioni fatte letteralmente di alluminio e cartone? Parliamo di realtà, nessun film. Gente costretta letteralmente a vendere o donare i propri Figli, per dar a questi ultimi una vita più dignitosa e per avere in cambio almeno un po’ di Pane per far continuare a vivere i Genitori disperati. Stiamo parlando di Stati uniti, l’emblema del capitalismo e della “democrazia, “patria della libertà”; non della “totalitaria” Nord Corea, Unione Sovietica, o Cuba.

La crisi del ’29 è stata probabilmente la crisi economica più disastrosa che ci sia stata a livello globale nell’intera Storia dell’Umanità.
Fino ad allora ci si appellava infatti alla “mano invisibile”, alla cosiddetta “economia classica” o liberismo. Si pensava che i mercati si auto-regolassero, che la domanda e l’offerta potessero efettivamente avere qualche turbolenza temporanea, ma niente di più. Tutto si basava sul fatto che, secondo i liberisti, gli uomini agissero per puro egoismo; questo egoismo avrebbe portato benefici a tutta la comunità, perché, sempre secondo loro, quando uno agisce seguendo i propri interessi e le proprie ambizioni, investendo e producendo, si crea ricchezza che viene poi automaticamente “distribuita” a tutta la Popolazione secondo i propri meriti. Nessuna regola è necessaria.
Ed è proprio allora, dopo centinaia di bolle accadute nella storia (la più famosa e disastrosa è stata quella del Papavero), che il liberismo crollò, almeno apparentemente.
La crisi del ’29 era la prova definitiva che occorreva adottare un nuovo sistema, moltissimi liberisti “ortodossi” proprio in quell’occasione cambiarono idea rendendosi conto che continuare col sistema economico vigente era insostenibile.
Si scelse quindi, nonostante forti opposizioni da parte di vari economisti ed imprenditori di parte, di seguire le teorie di Keynes. Quest’ultimo, economista abbastanza ignoranto almeno fino alla crisi, poi diventato una sorta di “rockstar” ed idolo di molti, aveva già affermato che il sistema capitalistico aveva bisogno di interventi provenienti da un ente esterno affinché si potesse regolare, evitando quindi continue crisi cicliche.
La teoria Keynesiana aveva certamente delle basi condivisibili, ma non si spingeva oltre alla regolamentazione del mercato. Non metteva infatti in dubbio l’efficienza del capitalismo; proponeva anzi metodi per farlo “campare” per più tempo.
A breve termine tuttavia dava effettivamente i suoi frutti. Il new deal non è sicuramente stato un “miracolo” come molti lo dipingono al giorno d’oggi; la disoccupazione rimase e la povertà non c’è neanche il bisogno di dirlo.
Tuttavia queste manovre economiche, che consistevano principalmente in grandi opere pubbliche, fecero risollevare l’economia americana e diede occupazione a molti. Giusto il necessario per “dare una botta” agli ingranaggi inceppati.

Le crisi sono state tante, innumerevoli, e nel sistema capitalista ci sono sempre state. L’ultima grande crisi avvenuta a livello mondiale che c’è stata è quella del 2008, anch’essa partita dagli Usa. Anch’essa provocò migliaia se non milioni di poveri, se consideriamo le conseguenze che essa ha avuto sull’intero globo; e non solo, questa crisi ha portato ad un austerità sempre maggiore in occidente, ripescando quindi il liberismo e scartando il modello keynesiano: austerità può essere una parola che non provoca né caldo né freddo, ma allo stesso tempo, che piaccia o no, significa tagli all’istruzione, ai servizi sociali, e quindi alla sanità. Povertà vuol dire aumento di morti a lungo termine, tagli alla sanità vuol dire aumento di morti soprattutto a breve termine, tagli all’istruzione vuol dire futuro buio.

Tornando agli Stati Uniti,
La Popolazione è ormai convinta che la concorrenza sia giusta, e che in fin dei conti la società funziona così perché rispecchia giustamente la Natura selvaggia (ignorando ovviamente che la civiltà esiste per portare progresso ed equità); l’individualismo è così dilagante che il Patriottismo è ormai raro.
Questo andamento lo si può notare anche in Europa, dove da anni ormai si insegna nelle scuole che la concorrenza porta progresso e ricchezza a tutti, e che l’inseguimento delle proprie ambizioni porta benesse a sé stessi e a chi ci sta intorno.
Vediamo ovviamente gente sbandierare il proprio stendardo assiduamente come se fosse un tifo, come se fosse una squadra sportiva (ed effettivamente vediamo questa “manifestazione di patriottismo” proprio in concomitanza di grandi tornei sportivi), vediamo gente cantare l’inno come se fosse una filastrocca o un coro da stadio; ma quanti veramente si sentono Americani, o Italiani?
Vediamo Statunitensi cantare commossi il proprio inno al super bawl (praticamente il torneo americano d’eccellenza, consumismo alle stelle, e strisce), vediamo americani “tifare” per la propria Nazione quando vanno in guerra, ovviamente in senso imperialistico, contro altre Nazioni sorelle, vediamo americani fare l’alzabandiera perfino nelle scuole, li vediamo poi, proprio nelle scuole, imparare solo la storia della propria Nazione, quasi a memoria, ignorando tutto il resto; ignorano perfino le origini di quella Nazione, basata in teoria su valori più o meno “socialisti” (con molti limiti sulla schiavitù e anche sulla proprietà), ed ignorano anche il sangue su cui si è fondata quella Nazione, non dei coloni ma dei Nativi, visti ormai come i “cattivi” nei classici film hollywoodiani e nell’immaginario dell’occidentale medio.
È un sistema costruito per render, o anzi sfruttare, la Patria come mezzo di propaganda; così come avveniva prima (o spesso anche ora) con le varie Fedi e Religioni. Ti fanno odiare il prossimo, dicendo che la società è composta da altre belve egoiste come te; poi ti dicono che questo in cui vivi è il modello migliore, la Nazione con più libertà al mondo; ti costringono all’ignoranza, dicendoti poi che questa o quella Nazione è un rischio per la vita di tutti gli americani. Giustificano così qualunque interventismo, mirato ovviamente da fini imperialistici quali l’appropriazione del petrolio, di materie prime di alto valore o necessarie per l’industria (specialmente quella tecnologica), o per vie politiche comprensibili solo se viste su un vasto contesto a lungotermine.
E tutto questo è ovviamente basato sull’ignoranza: basti sapere che, secondo i sondaggi, la parte degli americani favorevoli ai vari interventi militari (o delle varie sanzioni, anch’esse di crimine pari a quelle delle guerre) sono proprio quelli che non sanno indicare la Nazione in questione su una comune cartina geografica; sono completamente alienati, e proprio perché alienati non sanno ciò che sta accadendo nel mondo a causa loro e non sono coscienti della mostruosa ingiustizia che c’è a casa loro.

Gli Stati uniti sono probabilmente la “Nazione” (se può esser definita tale) più controversa economicamente, ed anche politicamente.
Vivere negli Usa vuol dire viver nella “pancia del dragone” (come disse anche José Martì), vivere nella pancia del mostro del capitalismo; vuol dire rischiare di finire sotto un ponte, ma anche raggiungere le stelle e il godimento edonistico, prevalicano ovviamente il prossimo per raggiungere questo fine.

FERMARE LA CORSA VERSO LA GUERRA

Fermare la corsa verso la guerra! Per un’Italia neutrale, rispettosa della Costituzione e della sovranità dei popoli!In un Medio Oriente già dilaniato da conflitti sanguinosi, il gravissimo attentato terroristico con cui la Casa Bianca ha ucciso uno dei più importanti esponenti della Repubblica Islamica dell’Iran rischia di precipitare la regione in una guerra totale che potrebbe avere una dimensione mondiale e, come minimo, travolgere il Mediterraneo, quindi il nostro Paese che ne è al centro. La Libia è un tassello di un conflitto che è già alle nostre porte e rischia di diventare devastante. Molteplici sono le cause storiche che hanno fatto del Medio Oriente la polveriera del mondo ma prima fra tutte è la politica vessatoria e ingiusta dell’imperialismo occidentale, Stati Uniti in testa i quali, proseguendo la tradizione colonialistica, hanno sempre tentato di tenere i popoli in stato di soggezione per poi aggredirli ogni qual volta essi lottavano per difendere indipendenza e sovranità. Di contro USA e paesi NATO continuano a sostenere Israele nonostante svariate risoluzioni dell’ONU abbiano condannato questo Stato per la sua sistematica violazione dei diritti del popolo palestinese. Lunga è la strada per fare del Medio Oriente una regione di pace, di democrazia, di rispetto dei diritti umani, e di cooperazione tra le diverse nazioni che ne fanno parte. Ma il primo passo dev’essere il ritiro di tutte le truppe d’occupazione, la chiusura di tutte le basi militari americane e della NATO, a cominciare da quelle disseminate in Iraq, in Siria, in Turchia, nel Golfo Persico e in Afghanistan. L’Italia è parte in causa visto che dopo quello americano è il secondo esercito per numero di soldati schierati sul quel grande teatro. I governi italiani, ingannando i cittadini, hanno giustificato questa intrusione dicendo che si tratta di “truppe di pace”. E’ falso! Armate di tutto punto esse partecipano alla guerra e stanno lì per dare manforte alla politica aggressiva degli Stati Uniti, ciò è stato fatto contro gli interessi nazionali ed in violazione della nostra Costituzione. Il Governo Conte bis, sulla falsa riga di quelli che l’hanno preceduto, nonostante il gravissimo atto di guerra della Casa Bianca (che non ha condannato!), conferma la linea di obbedienza servile verso gli Stati Uniti d’America. Il “sovranista” Salvini ha fatto anche peggio, giungendo a inneggiare all’atto proditorio di Trump. Di contro ai due blocchi sistemici di centro-sinistra e centro-destra, occorre costruire un grande movimento popolare che rivendichi:

– il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali

– il ritiro di tutte le missioni militari all’estero,

– la fine alle aggressive e autolesionistiche sanzioni contro l’Iran e la Russia,

– la chiusura delle basi militari USA nel nostro Paese,

– l’uscita dell’Italia dalla NATO.Il tutto nella prospettiva di fare dell’Italia un paese neutrale, che per storia e collocazione geopolitica deve mettersi alla testa di un grande fronte internazionale per la pace e per la solidarietà tra i popoli.

Coordinamento nazionale Liberiamo l’Italia

Il 2020 iniziato all’insegna dell’imperialismo

Da nemmeno una settimana è iniziato il nuovo anno e già sono diverse le situazioni potenzialmente disastrose che si sono venute a creare: dalla Libia al Medioriente si susseguono notizie preoccupanti, con un oramai certo dispiegamento di truppe turche a sostegno di Serraj e con un atto che definire terrorismo internazionale è poco, ossia l’assassinio del generale Soleimani, comandante delle milizie al-Quds, uno dei principali responsabili del tracollo dello Stato Islamico nella regione, avvenuto con la solita infame modalità del raid aereo a Baghdad. Non solo: pare sempre più reale, nonostante le mistificazioni del ministero, l’arrivo ad Aviano di altre 50 testate atomiche, che andrebbero a sommarsi alle decine già presenti in loco.
In tutto il mondo i potenti giocano alla guerra, muovendo le loro pedine e distribuendo armi come se si parlasse di un gioco da tavolo e non della vita di milioni di persone. Le reazioni delle Lega Araba all’inserimento militare turco lascia aperta la porta all’escalation militare, per giunta in una zona già ad alta tensione a causa di Israele e dello scontro in seno all’Iraq. Occorre opporsi ad ogni progetto imperialista per difendere le nostre case, le nostre vite ed il nostro futuro

Il Generale Pinochet e/o la Bonino

Il Capitale agisce sempre nella stessa maniera, seguendo storicamente questo pattern: dove ha concorrenti o nemici si infiltra, se respinto passa alla violenza, ora fisica espressa da cannoni e fucili, ora psicologica espressa da terrorismo mediatico e distruzione della società civile. Questo vale sia nei rapporti concorrenziali fra le varie oligarchie capitaliste sia nei tentativi predatori nei confronti delle istituzioni democratiche e popolari. Questo lo abbiamo visto bene nel lontano ’73, quando la Cia spalleggiò una sedizione armata promossa da elementi militari contro il governo democratico e socialista del Presidente Salvador Allende. Quale fu la sua colpa? Aver restituito al controllo popolare le risorse del Cile, che da decenni erano sottratte al suo naturale fruitore per andare ad ingrassare il capitale statunitense. Come riuscirono gli Stati Uniti e i loro vari vassalli in questa drammatica e sanguinosissima opera di “regime change”? Innanzitutto puntarono sulla carta elettorale, supportando con ingenti fondi il partito conservatore, che tuttavia non arrivò che al 25%, superato dalle forze di sinistra moderata del partito cristian-democratico e da Unità Popolare di Allende. Ovviamente la vittoria delle forze socialiste e l’inizio dell’attuazione del loro programma spinsero gli statunitensi ad alzare il tiro, e fu così che, come racconta Patricia Verdugo nel suo saggio “Salvador Allende”, iniziò una certosina opera d’acquisizione di quanti più giornali ed emittenti radio possibile, oltre che d’elargizione di ingenti somme di denaro tanto alla destra istituzionale quanto a gruppi terroristici animati da pensieri liberisti ed antidemocratici, come il tristemente noto “Patria e Libertà” che si rese colpevole anche di omicidi mirati a sbarazzarsi di personalità dalla forte connotazione democratica all’interno delle Forze Armate. Dopo una spaventosa guerra economica (come dichiarato da Kissinger c’era la volontà di “far piangere l’economia cilena”) e diversi tentativi sovversivi, diversi generali si organizzarono per una sollevazione armata, la quale venne portata avanti l’undici di settembre, sotto la guida del generale Augusto Pinochet, una delle figure più infami e meschine della storia, che solamente poche ore prima aveva giurato al Presidente la sincerità dei suoi sentimenti democratici e la sua fedeltà alle istituzioni. Pinochet entrò nel complotto da figura di secondo piano, ritenuto poco intelligente ed affidabile dai suoi “camerati”, ma riuscì per una serie di eventi a ritagliarsi sempre più spazio, fino a diventare dittatore a seguito del golpe. I suoi intenti erano chiari: “lavare la democrazia con il sangue”, ossia quella “insegnare a votare” al popolo cileno, esattamente lo stesso compito che assumono su di loro i mercati ai giorni nostri. Pinochet fu l’esecutore di una punizione decisa dalle alte sfere economiche di Washington, si doveva reprimere il tentativo popolare di recuperare la sovranità, non essendoci riusciti tramite il giornalismo-prostituta ricorsero ai cannoni, alle deportazioni, alle stragi e alle esecuzioni sommarie precedute da indicibili torture. Si può evidenziare un macabro quanto preoccupante parallelismo fra il ruolo ed il pensiero del “Generalissimo” e quello di taluni liberisti nostrani: quanto l’uno si era incaricato di punire e rieducare la plebaglia insorta, quanto gli altri guardano con odio e disprezzo i villici che non comprendono le bellezze e le opportunità del libero mercato, e su questi sono sempre pronti a far calare la scure del potere dei mercati, in grado di decomporre il tessuto sociale italiano a loro piacimento. Inoltre, vi è anche un non secondario aspetto morale nella faccenda. Pinochet si riteneva un difensore di una vaga tradizione aristocratico-militar-latifondista, che vedeva nello status quo liberista ed iperclassista, prono agli interessi Nord-Americani la propria base, e osservava i lavoratori cileni ed il loro Presidente come i nobili di Versailles guardavano i popolani sormontati dal berretto frigio: la paura si mischiava al disprezzo. Da qui la volontà di eliminare questa sovversione tanto pericolosa per i rapporti di forza promossi e consolidati. Allo stesso modo i liberisti sono fortemente gelosi del mondo da loro costruito, dei rapporti di forza che esso legittima e propugna, della selvaggia divisione in classi e della sopraffazione del forte sul debole. Il popolino che chiede stabilità e tranquillità è da reprimere e rieducare, con le buone o con le cattive. Pinochet era una Bonino in uniforme, speriamo per la nostra sicurezza che questo paradigma non venga presto riproposto in Italia.

Stati Uniti dalle contraddizioni

«Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America, e alla Repubblica che essa rappresenta: una Nazione al cospetto di Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti.»

Questo il testo del “Pledge of Allegiance”, giuramento attraverso il quale il cittadino americano professa la sua fedeltà alle istituzioni federali al Paese. Presente fin dalla fine del ‘900 come “rituale” mattutino all’interno delle scuole, crebbe in popolarità durante la Seconda Guerra Mondiale, popolarità che mantiene tutt’ora anche al di fuori del mondo scolastico. Il presidente D. Eisenhower interpretò il testo del giuramento nel seguente modo: una nazione indivisibile, così per grazia di Dio, dal quale il popolo trae forza morale, in cui libertà significa la possibilità di ricercare il benessere e la felicita, e in cui giustizia significa imparziale applicazione del diritto. Inutile dire che questa interpretazione risente enormemente delle contraddizioni interne alla cultura e alla retorica dello stato americano. Partiamo dall’Inizio:

“Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America…”: la bandiera nazionale è il simbolo materiale che rappresenta una comunità e la sua unità, rappresenta cioè una realtà sociale e fraterna. E’ lo stato di cose vigenti in America assimilabile al concetto di comunità, ossia esistono vincoli di fraterna solidarietà fra i cittadini ed immedesimazione del prossimo, visto come fine e non esclusivamente come mezzo? Assolutamente no. La società americana è composta da atomi impegnati in una eterna guerra di tutti contro tutti. Non esiste solidarietà, l’altro è un nemico, un avversario. L’obbiettivo di ogni individuo è di trionfare nello scontro, contro e a discapito di ogni altro concorrente. Gli americani giurano fedeltà ad un qualcosa che non esiste e della quale impediscono con tutta forza la nascita, ossia di una comunità nazionale americana.

“…e alla Repubblica che essa rappresenta…”: il termine repubblica deriva, come è ben noto, dalla locuzione latina Res Publica, che indicava lo stato. Letteralmente è traducibile come “cosa di tutti”, ergo logicamente un qualcosa, in questo caso l’istituzione politica, sulla quale ogni cittadino esercita una pari forza. Per esercitare una pari forza politica se ne consegue che ogni cittadino deve disporre di una pari forza economica. Non vi è eguaglianza finché esistono persone costrette a vendersi e persone disposte a comprarne altre, poiché i rapporti di forza che vanno a crearsi pregiudicano la libertà e l’indipendenza dei sottoposti, oltre che fornire ai possidenti risorse ingenti con le quali infiltrare le istituzioni. Viene spontaneo chiedersi a quale repubblica giurino fedeltà gli americani, visto che l’attuale assetto socio-politico statunitense si regge sul privilegio e sulla potestà economica di una ristrettissima cerchia di ultra-miliardari attorniati da una leggermente più vasta schiera di milionari, i quali assoggettano ai propri interessi interi apparati ed agenzie dello stato. Parlando dell’Unione si potrebbe senza paura di esagerare parlare di uno stato totalmente privatizzato, solo nominalmente diverso da una s.p.a.

“…una Nazione al cospetto di Dio…”: nonostante i secoli passati ed il”melting pot”, la società americana rimane, tutt’ora, profondamente sottoposta ai dogmi e alla forma mentis del fondamentalismo cristiano dei primi coloni. Il loro Dio non è quello del nostro Illuminismo, non è un Dio-ragione, non è nemmeno un Dio-Cosmo panteista, non è un qualcosa di relativo, sorgente di una morale che è a discrezione dell’individuo, e nemmeno un Dio pieno d’amore e di comprensione, ma è un Dio terribile, dogmatico, che punisce i poveri e premia i “meritevoli” ricchi. Da esso non c’è scampo, predomina, anche velatamente, in ogni aspetto della società, dalle scuole dove tutt’ora sono insegnate le leggende creazioniste alle Università dove qualsiasi forma di dibattito che non sia tollerabile dai vari puritanesimi ora esistenti è bandita, dalla contestazione del sistema liberista alle, giustissime, critiche ai vari folli corsi su pretesi “studi di genere”.

“…indivisibile…”: questa parola suona particolarmente amara oggi giorno , con un terzo degli americani classificabili come indigenti, con più di 600.000 persone prive di fissa dimora, un sistema sanitario che induce al suicidio i malati, i quali non hanno spesso il coraggio di caricare sulla famiglia le esorbitanti spese, conflitti razziali ancora in corso e che si protraggono da secoli, consumi altissimi di psicofarmaci e diffusa violenza da parte delle forze dell’ordine il tutto convivente col 41% delle persone più ricche del pianete, con alcune delle più grandi aziende al mondo. La verità è che gli USdA furono divisi dai primissimi momenti, spente le illusioni popolari della guerra d’indipendenza, in classi assolutamente contrapposte e senza possibilità di intesa o confronto: sfruttati, di ogni colore, e sfruttatori, di ogni colore.

“…con libertà…”: come può esistere la libertà all’interno della guerra eterna? Come può l’uomo autodeterminarsi se in perenne conflitto, obbligato ad essere padrone o servo? Cosa è la libertà per il povero, il senzatetto, il ragazzo analfabeta del ghetto, il tossicodipendente, l’indiano alcolista delle riserve, il salariato se non una crudele presa in giro? La “terra dei liberi” è abitata da schiavi.

“…e giustizia per tutti.”: bambini uccisi dalla polizia perché scambiati per pericolosi armati, famiglie sfrattate e buttate per strada, diabetici lasciati a morire senza che il Dio protettore dell’Unione suggerisca qualche provvedimento a riguardo, prigioni più utili per nuove Soluzioni Finali che a scopo riabilitativo, imperialismo spudorato, sfruttamento e deportazione della mano d’opera immigrata: solo un folle potrebbe vedere in un sistema che permette ciò la giustizia. la loro giustificazione morale è semplice: che vinca il migliore. Quella legale da questa discende. Ma questa non è giustizia, e, anzi, questa non potrà mai esserci finché esisteranno l’oppressione, il privilegio, la prepotenza e lo sfruttamento.

Joseph Weydemeyer, comunista, soldato dell’Unione, fondatore del “Die Revolution” e della Lega dei Lavoratori Americani

Esaminato il testo del “Pledge of Allegiance” è doveroso ora porre sotto accusa tutto il pensiero “patriottico” statunitense, che porta l’americano medio, ingordo di fast food, birra e armi, ad innalzare una bandiera da lui in realtà non compresa ed osteggiata nel suo giardino e, al contempo, a rispondere al molesto questuante, magari pure reso disabile da qualche guerra padronale, un sonoro “Trovati un lavoro!”. Gli Stati Uniti non hanno patrioti, ne hanno avuti pochi, pochissimi,morti illusi di farlo per un avvenire di giustizia nella rivoluzione o protestando davanti a fabbriche e miniere. Ma non ha senso colpevolizzare: il grasso americano, col suo giardino, la sua birra e le sue armi è una vittima, tanto quanto il proletario africano, asiatico o europeo. Per lui la situazione è drammatica, mancandogli il bagaglio culturale che permette a noi, forti di secoli di lotte e di speculazione filosofica, di analizzare il sistema capitalista e di ribellarci a questo. Occorre agire sui pochi, pochissimi americani non sottomessi, e favorire la comprensioni delle basi della Democrazia, della Giustizia e della Libertà. Per far questo occorre, fra molte altre cose, fare in modo che la bandiera nazionale non stia più nelle mani della polizia, del “deep state”, di qualche brufoloso “libertarian”, ma in quelle dei lavoratori affiancata dalla bandiera rossa. Il potenziale rivoluzionario che risiede nell’idea della comunità è enorme, e i continui attacchi a questa e ai suoi simboli ne sono prova.

L’Europa tra due fuochi. Russia e USA si ritirano dal trattato sulle armi nucleari.

In questi giorni gli Stati Uniti hanno annunciato che si stanno formalmente ritirando dal trattato di controllo degli armamenti con la Russia, sostenendo che mina i suoi interessi nazionali. Hanno dichiarato che in circa sei mesi avrebbero completamente sospeso la propria partecipazione al trattato sulle armi nucleari a raggio intermedio (INF) accusando la Russia di sviluppare missili che violano l’accordo e lanciando quindi un ultimatum a Mosca, ovvero la distruzione verificabile dei missili che violano l’accordo e le attrezzature a loro associate. In risposta, la Russia ha negato le accuse statunitensi accusando a loro volta gli Stati Uniti di violare l’accordo e che quindi anche loro vogliono uscire dall’INF.

John Bolton, noto guerrafondaio statunitense nonchè “iniziatore” della guerra al tratto INF (che garantiva fino ad oggi la sicurezza dell’Europa e del mondo dalle armi nucleari), afferma che il trattato limita la loro capacità di rafforzare il proprio potenziale, mentre la minaccia di questo tipo di armi sta arrivando anche dalla Cina e dall’Iran. Quindi, le accuse alla Russia (per quanto possano essere verificate) sono una copertura per la vera motivazione, ovvero il timore degli USA di non essere all’altezza di competere con le potenze militari emergenti e quindi di perdere il loro monopolio sul mondo che, dalla caduta dell’Unione Sovietica, era praticamente nelle loro mani.

Ora che Washington è fuori dal trattato, Trump intende sviluppare nuove armi e venderle agli alleati. Per costringere gli “alleati” europei a comprare le armi non basterà più la solita retorica anti-Russia-Iran-Cina, quindi entrerà in gioco la solita manipolazione mista a minacce classica degli Stati Uniti.

In entrambi i casi, sia Stati Uniti che Russia hanno sviluppato e continuano a sviluppare missili a corto e medio raggio in un modo o nell’altro. Entrambe le nazioni sono in grado di continuare a sviluppare missili e di metterli in servizio. Pertanto, il ritiro irrevocabile del trattato INF potrebbe scatenare una nuova corsa agli armamenti simile a quella degli anni ’80.

Inoltre, con il rilascio delle due parti dal trattato bilaterale, lo START-3 (trattato strategico sulla riduzione delle armi) perde di valore e, di conseguenza, l’intero sistema di “disarmo” inizia a crollare.

Dopo più di trent’anni il rischio dell’annientamento nucleare è tornato ad essere una minaccia per il mondo e in particolare per l’Europa…

Riflessioni sul 4 Luglio

Il 4 Luglio è passato alla storia come la data nella quale le ex-Tredici Colonie britanniche del Nord America si separarono dalla Corona inglese, divenendo di fatto indipendenti e dando vita ad un nuovo soggetto istituzionale. Come ogni conflitto, anche quello che scoppiò fra le colonie insorte e le truppe regie può essere letto come lo scontro fra gli interessi economici contrastanti dei ceti mercantili americani ed inglesi: i primi desideravano sottrarsi alle imposizioni sulla libertà di commercio imposte dal governo inglese, i secondi mantenere un mercato preferenziale in Nord America, assicurandosi materie prime a basso costo e uno sbocco sicuro per le proprie merci. Ma ci fu di più. In campo non c’erano solo interessi economici borghesi, ma anche rivendicazioni sociali, progetti, vaghi, per un futuro migliore, sogni e speranze. Il tutto fu indubbiamente disatteso, ma lasciare questo evento unicamente alla narrazione liberale sarebbe un affronto a tutti i contadini e lavoratori, quasi la totalità dei caduti, morti per un desiderio di libertà.

Quale libertà?

La “rivoluzione americana” fu senza dubbio una rivoluzione mancata, in misura ancora maggiore rispetto alla Grande Rivoluzione francese, assassinata dai termidoriani prima, e poi da Napoleone. I dissidi fra le colonie e la madrepatria non erano cosa recente, già nel 1676 nella Virginia si era assistito ad una ribellione da parte dei ceti poveri contro il governatore regio, estenuati dal suo governo nepotistico e da sue presunte connivenze con alcuni gruppi di nativi americani, i quali sarebbero stati assoldati da egli per depredare e distruggere le fattorie di persone a lui scomode. fatto particolare, alla ribellione presero parte moltissimi schiavi fuggiti, che vennero armati e addestrati allo stesso modo dei bianchi. Distrutta la capitale, Jamestown, non tardarono ad arrivare in rinforzo le truppe regolari britanniche, che in poco tempo ristabilirono l’ordine.

La situazione rimase tesa lungo tutto il secolo XVII, sopratutto a causa della Guerra dei 7 Anni che si rivelò per le finanze imperiali un vero e proprio salasso. Così, per tutto il decennio successivo alla fine del conflitto, moltissimi emendamenti furono emanati per tentare di trovare soldi necessari a pagare i debiti di guerra, come lo “Sugar Act” e lo “Stamp Act”. Questi andavano a colpire non solo la grande borghesia esportatrice, ma anche i piccoli commercianti locali, le maestranze e i contadini, unendo ad un incremento della burocrazia l’imposizione di assurdi e salati bolli. La Corona inglese era invisa anche per la mancanza di una rappresentanza reale dei sudditi delle colonie, i quali, pur essendo di nascita britannici, non godevano dei diritti politici concessi dal sovrano ai loro omologhi europei. Il tutto andava a sommarsi con la presenza, seppur minoritaria, di una ricca classe aristocratica-borghese di latifondisti e commercianti di religione anglicana e propensa a seguire la linea regia per difendere i loro interessi economici e sociali, legati strettamente a quelli della monarchia. E’ facile capire dunque come gli interessi differenti delle varie classi sociali che componevano il panorama delle colonie nordamericane abbiano avuto un comune ostacolo nella permanenza all’interno dell’Impero Britannico, visto sempre più come illegittimo ed oppressivo.

“Se ami la ricchezza più della Libertà, la tranquillità dell’asservimento al vivace cimento della libertà, vai in pace, cercati un’altra casa. Non chiediamo i tuoi consigli né le tue braccia. Accucciati e lecca le amni che ti nutrono. Possa il peso delle tue catene esserti lieve e possano i posteri dimenticare che fosti uno di noi.” Benjamin Franklin

Coloro che scelsero di insorgere combatterono per diverse idee di “Libertà”: vi era quella dei lavoratori delle città, di quelli agricoli e degli ex-schiavi, libertà reale e fondata su una riscossa sociale e collettiva; quella ideale della media borghesia, desiderosa non tanto di rovesciare lo status quo ma quanto di sottrarsi alle catene britanniche, ed infine quella retorica della grande borghesia esportatrice e latifondista che, quando non lealista nei confronti della Corona, sognava di competere economicamente con questa. Tutti sono a conoscenza di quali principi siano usciti vincitori dalla rivoluzione, e quali ridotti in sordina, tuttavia questo non cambia la giustezza degli ideali di coloro che combatterono per una vera Libertà, i quali non peccarono sicuramente per mancanza di sentimenti ma furono “vittime” della propria epoca storica: anticipatori persino del movimento giacobino, ai lavoratori americani mancarono le basi materiali ed ideologiche per far valere le proprie ragioni, per trasformare dichiarazioni ideali in uno stato di cose materiale.

Vita, Felicità e capitalismo

“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità.”

Vita, libertà e ricerca della felicità. Che l’uomo abbia diritto a questo è indubbio, che questo non sia possibile se posto all’interno dell’infinita guerra omnium contra omnes lo è altrettanto. Volendo sottrarsi alle catene di un sistema oppressivo, gli americani finirono nelle braccia di un altro ancora peggiore perché più infido. La Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti contengono principi assolutamente condivisibili, ma che sono rimasti e rimangono tutt’ora parole vuote, lasciate a marcire in un Iperuranio ideale slegato dalla realtà materiale, la quale si è rivelata l’esatto opposto rispetto a quella immaginata dai cittadini delle colonie. Cos’è il diritto alla vita se per il mio sostentamento sono costretto ad accettare le condizioni più disumane e mortificanti? Come posso ricercare la mia felicità se togliendo il tempo da dedicare al riposo ed al lavoro non mi resta la possibilità materiale di perseguire tale scopo? Come posso essere libero se costantemente immesso all’interno di rapporti di forza, propagandanti come giusti ed immutabili nonostante i loro effetti diabolici? Gli americani combatterono per la Libertà, ma a trionfare fu la “libertà” dei padroni di reclamare per essi nuovi servi.

Minutemen e Nazione Armata

Concludiamo la nostra riflessione ricordando come il principio della nazione armata fu incarnato con grande successo dai “minutemen”, milizia volontaria di cittadini armati che, spinti unicamente dai propri ideali, misero in difficoltà un esercito come quello britannico oltre che ai suoi professionali alleati mercenari. I Minutemen erano essenzialmente gruppi di autodifesa delle comunità, spesso rurali, formatisi sopratutto in risposta alla violenza della repressione istituzionale. Il successo che ebbero nella guerra di guerriglia mostra quanti danni può fare un popolo geloso della propria dignità anche al più potente dei nemici.

IL fantasma di Pinochet sul Cile di Piñera

Corsi e ricorsi storici in Cile dove la pluridecennale e spietata dittatura del traditore Augusto Pinochet sembra essere ancora il modello politico ideale per le classi abbienti e le forze armate mercenarie. Una repressione violenta e sconosciuta in Occidente si abbatte sulla nazione cilena sin dalla seconda elezione del presidente Piñera, imprenditore legato saldamente alla frangia più autoritaria delle forze armate e agli Stati Uniti. Le immagini sono sconcertanti: scuole assaltate da teste di cuoio in tenuta militare, professori e studenti massacrati ed arrestati in maniera arbitraria, cittadini vessati e ridicolizzati da quelle persone che avrebbero il compito di tutelare la democrazia cilena, e il tutto sotto lo sguardo complice ed accondiscendente di Washington, che oggi come ieri è disposta a passar sopra i più efferati crimini pur di tutelare gli interessi di pochi oligarchi capitalisti sul territorio cileno.

Secondo i dati dell’INE (Istitudo Nacional de Statistica), la classe lavoratrice cilena, che compone il 71%, è soggetta ad un tasso di disoccupazione pari al 10%, un’enorme esercito industriale di riserva che raccoglie più di un milione del persone abbandonate totalmente da uno stato che è giudicato uno dei più aperti all’iniziativa privata e agli investimenti internazionali. Parlando del livello di povertà le cifre non sono meno spaventose, con un 22% di cileni che vivono sotto la soglia di povertà, e 77 su 100 di questi provengono dalle classi lavoratrici e popolari. L’economia, e di conseguenza il potere politico, è retta da a malapena l’1,7% della popolazione, industriali, latifondisti, gerarchi e lacchè di varia natura. A questi dati si deve aggiungere una situazione disastrosa in campo sanitario e scolastico. Il primo, massacrato dalle riforme liberiste del dittatore Pinochet, non si è mai emancipato totalmente dal mercato e dal controllo privato, facendo si che, ad oggi, ci sia solo un 50% di probabilità che una partoriente sia assistita da un’ostetrica, e che, a causa della gestione municipale della sanità, spesso siano necessari spostamenti di centinaia di chilometri per ricevere cure specialistiche (fonte: New England Journal of Medicine).

estratto da in video di un’irruzione

Da un punto di vista scolastico, gli studenti ed i docenti da anni protestano per aver accesso ad una maggiore quantità di fondi e per un’istruzione più aperta democratica. Il governo ha risposto non solo disperdendo i cortei, ma con le irruzioni accompagnate da gas lacrimogeni all’interno delle scuole. “Mentre mio figlio stava dando un esame di matematica, è entrata la polizia nell’edificio. Anche le altre madri piangendo chiedono solo di non far del male ai nostri figli, ma i carabinieri ci prendono in giro e dal liceo ci dicono che è tutto normale”. Sono queste le parole dette in lacrime da una madre fuori da una scuola occupata dalle forze di polizia. Dall’interno di questa vengono fuori immagini di studenti piegati in due dai gas, ammucchiati lungo i muri e bastonati senza ritegno.

Quando in televisione berciano di fantomatiche “dittature socialiste”, di “crimini di guerra” e che dir si voglia, ricordate in cosa consiste la prassi dei servi dei capitalisti occidentali, dal cile all’Arabia Saudita.

No all’intervento italiano in Siria

Da settimane il governo italiano è sotto pressione da Washington per ottenere l’ennesimo intervento militare volto a destabilizzare la regione. Noi ci schieriamo fortemente contro l’ennesimo intervento anticostituzionale volto a dissolvere qualsiasi possibilità d’autodeterminazione del popolo siriano.

Nonostante l’ambiguo silenzio di istituzioni e mezzi d’informazione i quali, ricordiamo, sono ben solerti nel celebrare il trapasso dei calciatori-terroristi, la pressione è molto alta, ennesima misura volta ad alzare la tensione con la Russia. Infatti, 8500 soldati e decine di navi da guerra sono impiegati in questo periodo nell’esercitazione navale denominata “Baltops”, la quale ha il dichiarato scopo di preparare le truppe dell’Alleanza a “difendersi da qualsiasi nemico”.

Le guerre tra oligarchi non possono che portare rovina alle nazioni. E’ compito di ogni patriota opporsi tanto all’intervento in Siria, il quale non sarebbe altro che l’ennesimo carnaio per i nostri soldati, tanto alla sempre più minacciata guerra contro la Federazione Russa, degna controparte degli imperialisti statunitensi. Solo dicendo un secco no alla guerra contro gli altri popoli e riportando il conflitto sull’asse verticale si potrà costruire una società migliore e più giusta, solo rifiutando in toto le logiche d’interesse geopolitico si potranno dimenticare gli intrighi di potere e le guerre per procura.

Nel caso di risposta affermativa, anche se propagandata furbescamente sotto termini umanitari, Giovine Italia scenderà in campo con qualsiasi altra forza amante della democrazia e della pace per difendere l’Italia da chi la vorrebbe burattino nelle mani degli imperialisti.

Col Venezuela che resiste, onore alla casa di Bolivar!

Da anni ormai il Venezuela, simbolo del bolivarismo in sudamerica, insieme alla Bolivia di Evo Morales, è sotto attacco dalla borghesia e dagli Stati Uniti.

Il paese era, grazie al socialismo chavista, il più ricco in Sudamerica e le politiche di welfare di Chavez e di Maduro hanno migliorato incredibilmente la vita delle persone, con la povertà scesa di diverse decine di punti percentuali rispetto al periodo liberista. Ma da alcuni anni gli Stati Uniti, che si sono autoproclamati poliziotti anti-socialisti del mondo, hanno iniziato a bombardare il paese di sanzioni economiche che sono andate (e continuano ad andare) a colpire il suo settore petrolifero, in un momento molto fragile della sua economia. Data la solidità del governo e la fiducia del popolo in esso, gli Stati Uniti hanno messo su Juan Guaidò, il fantoccio autoproclamato presidente ad interim, il fatto divertente e assurdo è che cita continuamente gli articoli 233 e 333 per legittimare questo suo atto, ma cosa dicono seriamente questi articoli?
L’art. 233 cita 5 condizioni tassative di impedimento permanente che permetterebbero al presidente del parlamento di autoproclamarsi presidente fino a nuove elezioni:
1) la morte o rinuncia del Capo dello Stato
2) la sopraggiunta incapacità fisica o mentale, dichiarata dalla corte suprema di giustizia
3) la destituzione decretata con sentenza della corte suprema di giustizia
4) l’abbandono dell’incarico dichiarato dall’Assemblea Nazionale
5) volontà popolare attraverso referendum revocatorio.
Nessuna di queste condizioni è in atto, di conseguenza è il golpe di Guaidò ad essere anticostituzionale, e non la presidenza di Maduro.
Mentre l’articolo 333 invita semplicemente la popolazione a proteggere la costituzione.

L’insediamento di Maduro è stato dichiarato illegittimo dall’opposizione anti-democratica e dalle potenze imperialiste per due motivi principalmente:
-è stato impedito al partito d’opposizione di partecipare alle elezioni
-non ha giurato di fronte al parlamento, ma di fronte alla Corte di Giustizia.
Entrambi questi motivi sono falsi, infatti è il partito ‘Voluntad Popular’ che ha deciso volontariamente di non partecipare alle elezioni per protestare contro “il regime di Maduro”. Per il secondo punto, l’articolo 231 della costituzione stabilisce che “Il candidato eletto prende possesso dell’incarico di Presidente della Repubblica […] prestando
giuramento dinanzi all’Assemblea Nazionale (ovvero il parlamento del Venezuela). Se per qualsiasi motivo sopravvenuto il Presidente della Repubblica non possa prendere possesso dinanzi all’Assemblea Nazionale, lo fa dinanzi al Tribunale Supremo di Giustizia”
Quindi Maduro ha costituzionalmente giurato di fronte alla Corte Suprema di Giustizia dato che la situazione nel parlamento era irregolare.

Bisogna ricordare inoltre che il Venezuela è una repubblica presidenziale, quindi il parlamento non può in nessun caso delegittimare il presidente in carica, è come se in Italia il Senato decidesse di delegittimare Mattarella: non gli sono garantiti questi poteri.

Noi sosteniamo vivamente il Venezuela Bolivariano, il suo presidente e il suo popolo che giornalmente subisce le violenze della borghesia e della destra estrema, la quale punta unicamente a destabilizzare il paese per prendere il potere e fare gli interessi di pochi oligarchi.