Vento di guerra sionista. Di Eros R.F.

C’è vento di guerra in medio oriente. Man mano che passa il tempo ci stiamo ben rendendo conto di un certo filo rosso che si sta sempre più rivelando manifestandosi apertamente. Se l’analisi è giusta,ce ne renderemo presto conto e, se è errata, meglio così.
Dobbiamo inevitabilmente parlare di Israele. Tralasciando le perenni provocazioni a ciò che purtroppo rimane della Palestina, con tanto di bombe, sradicamento di alberi d’ulivo, smantellamento delle poche industrie, sabotaggi di centrali elettriche [ne hanno ormai solo una a Gaza: Niente pesca, quattro ore di elettricità al giorno imposti da Israele], sgomberamento o distruzione di abitazioni, e repressione dei nativi palestinesi che va avanti da decenni, parliamo invece delle ultime mosse geo-politiche del regime nazi-sionista.
Andiamo dunque con ordine.

Il ritorno dei caschi bianchi

È da febbraio che Mosca sta avvertendo i cittadini della Siria e del resto del mondo, rendendo noto che i “caschi bianchi” stiano tramando un ennesima sceneggiata spacciata qui, nei media occidentali, come un altro “attacco chimico da parte del regime di Assad”.
Il primo di febbraio circa 15 attivisti dei caschi bianchi sono arrivati nell’insediamento “Maaret al-Artik”, cioè nella zona di riduzione dell’escalation di Idlib. Il 3 febbraio il centro russo di riconciliazione delle parti in guerra in Siria avvisa che il gruppo militante è guidato dal terrorista Hayat Tahrir al-Sham Mahi al-Din al-Am, che ha partecipato alle riprese del falso attacco chimico nel Khan Shaykhoun di Idlib il 4 aprile 2017. Il centro russo, che ha ricevuto informazioni da 2 residenti locali, ha inoltre affermato che molto probabilmente la sceneggiata “coinvolge una folla di circa 200 persone” e “dovrebbe essere messa in scena nell’insediamento di Maaret al-Artik. Queste persone, compresi i bambini, sono per lo più familiari di militanti che erano stati precedentemente evacuati dai governatorati meridionali e sono arrivati ​​a Idlib“, “Circa 400 litri di soluzione chimica sono stati consegnati dagli attivisti dei Caschi Bianchi in due camioncini da un deposito sotterraneo” [fonte].
L’8 luglio trapelano nuovi dettagli; i centri di riconciliazione russi si ritrovano a dover avvertire per l’attacco chimico. Chiaramente non si sapeva (e non si sa ancora) quando dovrà prender piede. “Secondo i dati dell’intelligence, i militanti hanno prodotto almeno 15 ordigni esplosivi improvvisati pieni di sostanze tossiche sconosciute in un laboratorio speciale situato nella città di Sarmada“, ha rivelato Alexander Shcherbitsky, a capo dei centri russi. Secondo le segnalazioni della popolazione locale, ha aggiunto, il gruppo terroristico Hayat Tahrir al-Sham (bandito in Russia) “sta tramando una provocazione negli insediamenti di Sfuhon, Fatira e Flaifel, nella provincia di Idlib, con l’obiettivo di incolpando le forze governative per l’uso di armi chimiche“. [fonte]
C’è infine la più recente l’ultima avvertenza di Mosca, datata l’11 settembre. Il vice-capo dei centri russi per la rinconciliazione, Alexander Grinkevich, ha aggiunto che “secondo le informazioni disponibili, i terroristi intendono effettuare riprese messe in scena nell’area dell’altezza di Jebel Zawiya con la partecipazione di giornalisti dei media stranieri per la successiva diffusione di pubblicazioni su Internet, nei media mediorientali e occidentali, accusando Il governo siriano impone l’uso di armi chimiche contro i civili” [fonte; in lingua spagnola].
Un lettore poco informato sulla questione medio orientale potrebbe domandarsi cosa c’entrino i caschi bianchi con questo articolo, e potrebbe ben pensare che non ci sia alcuna correlazione tra caschi bianchi ed Israele. Ebbene, non vanno ignorati gli aiuti che offrì Israele nel 2018, quando ne scortò col proprio esercito 800 i offrendo loro rifugio dall’avanzata di Assad nella liberazione della Siria dall’imperialismo occidentale [piccola nota; insieme ai caschi bianchi vennero salvati almeno 4 leader “ribelli”, praticamente terroristi: Moaz Nassar e Abu Rateb della Brigata Fursan al-Golan, Ahmad al-NaHS Brigate Saif al-Sham e Alaa al-Halaki Brigata Jaish Ababeel. Fonte, in inglese: Quattro leader ribelli scappano in Israele dopo che l’esercito siriano ha liberato Quneitra]; Israele è altrettanto noto per aver curato nei propri ospedali i miliziani anti-Assad feriti negli scontri nel Sud della Siria e della Giordania, che ha ospitato i campi di addestramento dei ribelli anti-Assad sostenuti e finanziati dagli Usa. E come scordare l’inchiesta del giornalista dell’emittente libanese “‘Al Mayadeen“, Khaled Eskif, che è riuscito ad accedere segretamente in uno dei quartieri generali dell’organizzazione? Nella provincia di Daraa è riuscito a far trapelare diverse informazioni; ad esempio il capo dei caschi bianchi stesso ammise l’uscita di uomini armati appartenenti a Israele dalla Siria nell’ambito dell’organizzazione. Inoltre, Israele ha riconosciuto di aver inviato aiuti alle cosiddette organizzazioni umanitarie nel sud della Siria, che conferma la sua cooperazione con i caschi bianchi [Legami dei caschi bianchi con USA, Israele e Regno unito].

Militanti di al qaeda insieme a dei caschi bianchi in Siria

Tralasciando gli attacchi di Israele nelle alture del Golan, che sono piuttosto frequenti, non sono tuttavia da sottovalutare le affermazioni del premier sionista Netanyahu, avvisando Assad “stai rischiando il futuro del tuo paese e del tuo regime“. “Credo che sia tempo di attuare sanzioni per lo snapback. Non credo che possiamo permetterci di aspettare. Non dovremmo aspettare che l’Iran inizi a sfornare un’arma nucleare“. Insomma, sappiamo già che, nel caso ci fosse un eventuale guerra aperta in Siria con Israele come provocatore, quest’ultimo si appellerà alla solita scusa dell'”attacco chimico”, “crimine internazionale”, “Iran espansionista”, ecc. ecc.

Droni e destabilizzazioni nel Paese dei cedri

Passando invece al vicino Libano, non possiamo non ricordare la tragica vicenda del 4 agosto, dove morirono 200 persone e se ne ferirono altre 7.000 per via dell’immensa esplosione avvenuta nel porto di Beirut. Tutt’ora non sono chiare le cause, e probabilmente non sapremo mai se ci sia stata la mano di qualcuno dietro, salvo eventuali documenti che verranno desecretati magari in futuro. Israele, come avesse la coda di paglia, dichiarò nel giro di poco tempo di essere innocente e di non c’entrare col disastro; senza che alcuno l’avesse prima accusato; d’altronde, addirittura il giorno prima, il premier Netanyahu minacciò il governo libanese dicendo che avrebbero presto visto le conseguenze per la loro “viltà” nel sostenere Hezbollah. Nel giro di un giorno l’Hezbollah dichiarò che dietro all’esplosione si cela Israele; ovviamente anche questa posizione è da prendere con le pinze, visto che sono entrambi nel mezzo di una aspra guerra da anni, e la stessa Hezbollah 10 giorni dopo fece un implicito passo indietro, affermando che “SE responsabile dell’esplosione di Beirut, Israele pagherà un prezzo alto“. Non ci vogliamo esporre apertamente sulla questione, ed evitiamo dunque di accusare ciecamente Israele; tuttavia è lecito notare ed analizzare le conseguenze di tale disastro.
Con la distruzione del porto di Beirut non si è semplicemente distrutto “un porto”, benché di una capitale: vuol dire inevitabilmente destabilizzazione del Libano, e un ulteriore mazzata alla Siria. Non è infatti da ignorare che il porto di Beirut era una delle vie principali per far passare all’alleato siriano gran parte delle risorse che, per via delle sanzioni imposte dai paesi occidentali, è impossibilitato ad acquistare (e a vendere); il Libano era dunque un ottimo intermediario, una porta al mediterraneo. Analizzando invece la situazione economica precaria del Paese dei cedri, possiamo ben notare come le riserve estere della Banca centrale detenga una cifra ridotta di 29 miliardi di usd che, fra le obbligazioni con le banche locali e le riserve fisse e altro, si riducono a soli 4 miliardi che siano utili per ripagare i debiti (il Libano ha un rapporto deficit-pil del 170%; il secondo più alto al mondo). Non scordiamoci ovviamente della quarantena e dell’emergenza covid; anch’essa ha posto dei grossi freni all’economia libanese, e l’incidente del porto da solo (senza contare dunque le mancate entrate che il porto avrebbe potuto fruttare col tempo) è costato circa mezzo miliardo. Sono state sospese le attività di ben 20 banche libanesi, il 5 marzo scorso. Il Libano ospita addirittura 1,5 milioni di rifugiati (per via delle guerre in Siria, Palestina, Iraq e zone limitrofe) e di immigrati, su un totale di 6,8 milioni di cittadini. Insomma, è purtroppo, un Paese allo scatafascio per via delle pressioni da parte del solito occidente imperiale, per via dei debiti e dei logoranti conflitti che vanno avanti con Israele da quando questo è disgraziatamente nato. La Popolazione è all’esasperazione, ed è naturale che senza ferree basi teoriche politiche e capacità di analisi ci si sfoghi odiando il governo (che non è sicuramente composto da santi), non comprendendo invece che la maggior parte dei problemi provengono da altrove e dal sistema stesso. È tuttavia da notare il fatto che le proteste ci son sì state, soprattutto nell’immediato dopo il tragico disastro a Beirut, ma non si è arrivati fortunatamente all’innesco, a quella sottile soglia che porta alla rivoluzione colorata. Macron, dopo neanche un giorno, si è subito recato in Libano dimostrandosi come il nuovo (o vecchio e nostalgico?) aguzzino che avrebbe portato il Paese levantino alla morte, e fortunatamente non è stato ben accolto dalla Popolazione, che ha anzi aspramente attaccato il principino francese accerchiandolo con cori e bloccandogli per quanto possibile il passaggio con i suoi mezzi privati. Prestiti, debiti, ancora debiti, restrizioni e “riforme” volte ad incatenare un ennesimo Paese, che compone un più immenso tassello dell’impero atlantico. Non sono mancate infatti raccomandazioni da parte di Macron e dei suoi alleati (o padroni?) occidentali: sciogliere l’Hezbollah, bandirlo, detenerli (farli giustiziare), intrattenere rapporti con l’occidente, Israele, e non parlare più con Iran, Siria, e cattivoni vari (sembra quasi un capriccio da bambini delle elementari).

Parlando sempre del Libano, non dimentichiamo le migliaia di voli di ricognizione da parte di droni israeliani nel sud del Paese (chiaramente oltrepassando i confini e passando nell’illegale); nel 2019 vennero registrate 2.290 violazioni del confine, non ci stupiremo se a fine 2020 si comunicheranno cifre più alte dell’anno scorso [Hezbollah abbatte droni israeliani dentro i confini libanesi]. Parte di questi vengono abbattuti dalle forze armate libanesi, ma “stranamente” non se ne sente parlare qui in occidente. D’altronde è naturale da noi vedere droni francesi o austriaci oltrepassare le alpi spiando le nostre basi militari, no? Non c’è nulla di strano a quanto pare. Ci domandiamo cosa potrebbe mai accadere se dei droni cubani sorvolassero la Florida, mappando le basi statunitensi.

La mini-NATO sionista

Ormai se ne parla da un po’ di settimane, spacciandola ovviamente per una cosa positiva. Israele, con dietro il sostegno di Usa (con quindi un contributo alla reputazione di Trump), è riuscita a tessere una propria tela in medio oriente, “normalizzando i rapporti” con Emirati arabi uniti, Egitto, Bahrein, e prossimamente, molto probabilmente, anche Oman, Arabia saudita, e addirittura Marocco e Sudan. Trump ha dichiarato infatti che “altri 5 Paesi seguiranno, compresa l’Arabia Saudita al momento opportuno“. Il giornalista libanese Nadim Koteich ha scritto su “Asharq Al-Awsat” che “il Libano dovrebbe essere il prossimo Paese a fare la pace con Israele“, per ripudiare Hezbollah aggregandosi all’asse anti-iraniano in Medio Oriente. Ora che il governo precedente è crollato non ci sarebbe molto da stupirsi per un eventuale volta faccia a favore del regime atlantico-sionista.

Vignetta di Carlos Latuff

Non dimentichiamo che queste mosse di Israele che puntano alla stipulazione di accordi e patti bilateriali che consistono in scambi economici e sostegni militari, sono stati fatti già in precedenza proprio in prossimità di diverse guerre, in modo tale appunto da garantirsi certi alleati ed un modesto appoggio armato. 
Precauzioni per la guerra
È infine piuttosto recente la notizia, riportata il 23 settembre, della testata israeliana “Walla“.
In sintesi, il Comitato affari esteri e sicurezza ha dovuto discutere del piano “North shield”, proposto dal capo di stato maggiore, Aviv Kochavi. L’obiettivo è la fortificazione degli insediamenti posti nel nord del Paese, lungo i confini con Libano e Siria, costruendo 660 rifugi fortificati negli insediamenti israeliani [fonte].

Insomma, il 2020 non è ancora finito, ed è da vedere se un eventuale guerra in medio oriente possa scoppiare prima delle presidenziali americane, se mai Trump sia così folle da voler strumentalizzare un successo israeliano per vincere le elezioni. E sarebbe soprattutto vantaggioso per Netanyahu, che riacquisirebbe quel prestigio che ha perso per via dei vari scandali legati alla corruzione, venuti fuori soprattutto dopo la riconfermata vincita delle elezioni di marzo. È però innegabile il fatto che i segnali che dovrebbero allarmarci ci sono già, e che non resta altro che vedere se i media occidentali in questi mesi inizieranno a focalizzare la propria propaganda verso le cattive Siria, Palestina ed Iran, e il paradisiaco regime nazi-sionista di Israele, e la giusta, libera e democratica Arabia saudita.